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Full text of "STORIA D'ITALIA"

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^^. ^. y 




STORIA D' ITALIA 



f 
NARRATA 



AL POPOLO ITALIANO 



STORIA 



D'ITALIA 



NARRATA 



AL POPOLO ITALIANO 



DA 



GIUSEPPE LA FARINA 



{iÌ60-iMA) 



VoLCBE SSBTO 



FIRENZE 

POLIGRAFIA ITALIANA 
4854. 



3f WAV/935 



■ ! 



iPOGi DSL SOMilllE DI' PRimi 



(Ì250-Ì3i4) 



8 STORIA D ITALIA 

e soavissima (1). Narrava il popolo essere egli nato meo- 
tre che imperversava un uragano: faDtasmi in forma 
umana essersi veduti combattere sulte auvole d^U* alba 
a mezzodì (2). Manfredi era stato per Fédeirigo non 
solo un figlio amato ed ubbidiente , ma anco un amico , 
un confidente e un discepolo: ambidue parean vivere 
della medesima vita ; ed al padre il figlio somigliava neU 
r ambizione, nel valore, nella voluttà , nello amore per 
le filosofiche discipline e nella predilezione pe' diletti della 
caccia e della poesia. È naturale che in si giovine età 
Manfredi, meno del padre suo, fosse diffidente e sospet- 
toso , e più di lui inchinevole alla generosità ed alla cle- 
menza ; ma è cosa mirabile trovare in quel giovinetto più 
prudenza, e a volte più arlifiq e più scdltrioienti , del 
vecchio genitore. 

Manfredi si affrettò a partecipare al re Corrado suo 
fratello la dolorosa nuova della morte del padre, e di 
quanto egli area per testamento ordinato (3); inviò nel- 
r isola di Sicilia Arrigo suo fratello affinchè la governasse 
col titolo di vicario, statogli conceduto dall* imperatore 
Un dairanno i246 (4), e perchè egli era nella tenera età 
di tredici anni , gli dette per custode e consigliere il ca- 
labrese Pietro Ruffo, il quale in quel tempo avea molta 
riputazione nel regno (6). Il cadavere di Federigo II non 
era ancora seppellito, che i baroni tentavano recuperare 



(1) • Biauai> ehavQliwrs «I pretis c( sag$$fu Mainfrois^ 

De Unita bonnei teehes enteebks e( courtois -. 

Bn lui ne faUnt rien^ fot» que seulefnenc la foli ». 
Chron. Métrique d'Adam de la HalU ; — SABAS Malaspina , Ber. Sic. > 
t. /, e. I; — FRANCiscus Pisanus, Chronieon; — Tamsilla. 

(2) SABAS Malaspina, I. e. 

(3) Baluzios, BUseeUanae^ t I, n. 193* 

(4) PETRUS DB ViNKIs, Bpist. l. ili, e. 21. 

(5) • Coosiliarius et custos ••, lo dice Bartolomiileo Scriba. 



SORG£B£ DE* PRINCIPATI 9 

i loro antichi privilegi, che preti e frati comiiiciavaDO 
a predicare la ribeUioDe, che i legati del papa promet- 
leaoo danari e franehigìe a' ribelli e che parecchie città 
dd regno invaghite del libero reggimento de' comuni to- 
scani e lombardi si levavano a rumore contro i regj uf- 
ficiali e li cacciavan via vituperati. Manfredi trovavasi 
col tesoro esausto ^ co nobili avversi, co* popoli malcon- 
tenti, co' mercenaij alemanni tumultuanti per paghe non 
ricevute ; né egli avea in sua difesa il prestigio della ri- 
putazione , imperocché i cittadini di Palermo , di Barletta 
e di altre città Io aveano udito cantare delle amorose 
canzoni sotto i veroni delle belle dame , o lo avean ve- 
duto andare a caccia col falcone sol pugno; ma giammai 
discutere io un pm-lamenfo, o combattere contro i ne- 
mici. Non per questo e* si perde d* animo , ma radunate 
in fretta quelle maggiori schière che potè , entrò io Terra 
di Lavoro, ove il ndalcoolenlo popolare era più grande 
e le mene di Roma più aperte. Giunto a Mùiitefoscolo , 
s^pe che Napoli , Capua ed avellino aveano abbattuto lo 
stendardo regio ed innalzalo quello della Chiesa: cooi- 
prese allora che bisognava soffocare la rivolta ne) suo 
focolare^ cioè in Napoli; ma quella cJIlà pei numero dèi 
suoi abitatori e per la saldezza delle sue mura non po^ 
tea essere espugnata dal suo pìccolo esercito affatto sprov- 
visto di macchine da guerra. Per non soffrire la vergogna 
e il danno di un'impresa tentata e fallita , egli mandò in 
Napoli il conte di Caserta suo cognato con propóste di 
pace , spedi contro Avellino il tedesco marchese di Hóheo- 
borgo , e andò ad Andria , ove senza combattere rislabili 
la regia autorità. Di là passò a Foggia ^ anch' essa ribel- 
lata , e Si celeremente vi giunse , che la città spaurita 
gli si arrese a discrezione. Deputati della cittadinanza e 
donne scarmigliate , portando in mano delle croci , si 

La Fariwa, T. vi. o 



40 STORIA D^ITAUA 

gìttarooo a suoi piedi, ed egli, che geoerosò era e m»-. 
gMDimo, si oonteotò che la citU pagasse on'ammeDda 
e disfacesse gli steccati onde s*era ronnita, il che parve 
cleinenza graDdissima ai suoi abitatori (i). Cosa più grave 
era la ribellioDe di Barletta per gli accordi segreti ch'ella 
avea colle maggiori città delle Puglie (2): quivi i citta- 
dioi gli chiusero in faccia le porte, e tal numero di 
frecce e di sassi scagliarono dalle mora contro i soldati 
di Manfredi, di'ei si ritrassero impauriti , né più osavano 
avanzarsi. Allora Manfredi spronò il suo cavallo aocom«- 
pagoato da pochi intrepidi, e sforzata una porta entra 
quasi solo dentro della città. A tanto ar^re i oittadioi 
rimasero impauriti e confusi, e la loro noaraviglia fu 
grandissima, qpiando lo videro stendere amica la mano 
e promettere perdono, a' ribelli. Soldati e cittadini grida*- 
vano : e La mano di Dio è con lui », e da quel giorno 
egli divenne F idolo de' guerrieri. Le mura di Barìetta 
furono disfatte, e la rivolta pugliese fu spenta sul nau- 
seerà, men colle armi, che colla intrepidezza e la cle- 
menza. 

Addi 12 febbraio del 125i , Manfredi fece ritorno a 
Montefuscolo , ordinò che i saraceni , ì quali sotto di Ini 
militavano, occupassero i forti castelli della Basilicata, 
ed i feudi di Ruggiero di Sanseverino , fanciullo a sedici 
anni che avea sposata una parente del papa , ed unitosi 
col marchese di Hohenborgo , il quale avea costretto alla 
ubbidienza Avellino, rivolse contro Napoli le cure e le 
armi. I Napolitani aveano ricusato di venire a patti, di* 



(1) " Delictum quidem fogltaDurum adeo fueral peroiciosum eiemplo, 
quod quoecuìtaque eornm, citra sanguiaem, poena ftiit, itiagdae Imùtatis ipsit 
appaniit •. Jamsilla. 

(2) « GoDsideraDS quod.fere ooiDesmajorescivit. Apuliae coDjuratio- 
nis illitis Cohsciac ver parlicipes essent •. 



SORQfiRE DB* PRIIICIPATI i i 

chiarando : doq riceverebbero alcuno nella loro citlà come 
signore, senza il oonseoUmenlo del papa, stanchi essendo di 
più lungaoienle sopportare il peso delle scomuniche ^ a ciò 
iodolti dal papa il quale avea loro concedato il diritto di 
eleggere il proprio podestà ^ dì decretare i propij statuti, 
cioè a dire di reggersi a comune (i). Presidiata Aversa 
malfida, espugnata Nola ribelle e devastato il territorio 
di Capua , Manfredi poae il campo alle falde, del Vesuvio, 
sperando di attirare i Napolitani in aperta campagna e 
quivi con loro venire a giornata ; ma i Napolitani non 
QscnroDO , ad onta che i Saraceni per provocarli ardessero 
e sacdbeggiassero gli ameni e fertili dintorni della città. 
Sperò Manfredi invogliarli a combattere con trasportare 
il campo a Pozzuolo in luogo malsano e malsicuro; ma 
neanco per questo si mossero i cittadini 9 scoprendo sotto 
il finto errore T astuzia; si eh* egli, dopo avere atteso 
invano tre di, levò il canapo e rientrò in Puglia (2); 



H 



M m en fici papa inxdcbneo n nw» u hobtb 

DILL' IlIMRATORB. I HL SUO RITABUiO IN ITALIA. 

Bla in quel meazo, papa Innocenzo, saputa la morie 
dell' imperatore Federigo, avea scritto a vescovi, a no« 



(1) • In assumendis potestatibas , el statuiis adendis ac aliìs, quam 
fideles oostri de pari. B. Petri habere noscuoinr «■ Imkogbntics IV, Ep., 
/. IX, n. 77. 

(2) Matteo di Giotenazzo, hmmuUi — Jam^illa- 



ÌQ storia d' ITALIA 

bili ed al popolo di Sicilia: « Che i cieli si raliegriaol 
che la terra esulti di letiziai II fui mine e la tempesta, 
per si luogo tempo sospesi sopi'a di noi, sono dÌTenuti 
fresca rugiada e zeffiro soavissimo. O voi tutti , ritornate 
nel grembo della Santa Chiesa- vostra madre , ove trove- 
rete riposo, pace perpetua e quella piena liberta eh* ella 
procura a quei suoi figliuoli che più T amano ». E nel 
medesimo tenore proseguendo , egli avea loro promesso 
passerebbe le Alpi e dalla servitù nella quale gemevano 
li libererebbe (i). Nel medesimo giorno egli scrìsse al 
cardinal Capoccio, che Irov^asi sui confini del regno, 
affinchè T animo de* popoli accortamente esplorasse, e loro 
libertà promettesse, a patto riconoscerebbero la sovranità 
temporale delia Chiesa (2) ; e poco dipoi, inviò nel regno 
l arcivescovo di Bari, fiero nemico della casa Hohen* 
staufen, accompagnato da un domenicano e da un suo 
segretario per concitare i popoli a rivolta , né solo agli 
uomini , ma anco alle donne rivolse le sue parole , per- 
chè a figli ed a mariti insinuassero di seguire la parte 
della Chiesa (3). Egli esortava i ghibellini di Lombardia 
ad abbandonare una causa da Dio maledetta; ordinava 
accomuni guelfi d* inviare i loro vescovi ed i loro legati 
a Genova, ov'egli si troverebbe pel di dell Ascensione; 
ed affinchè il re Corrado tanto avesse da fare in Alema- 
gna da non poter badare ali Italia, egli inviava al di là 
del Reno e delle Alpi gran numero di nunzj , di peniten- 
ziari e di frati , per loro mezzo ordinando : si dichiarasse 
e tenesse per nullo ogni giuramento prestato agli Hohen- 
staufen; cherici e laici giurassero fede a Guglielmo di 



(t)iNNOC£NTlUS IV, Reg. Kpist., ì. VIII^ curi. n. /. 

(2^ /òiU, /. Vili, n. 2. 

13) /fcid., l. rin, n. 71, 50-53. 



SORGERE de' PRlI^CirATl 13 

Olaoda ; si dessero a costui, oltre alle decime de beni 
ecdesiasUci , i danari raccolti per la Terra Santa ed il 
prezzo che pagavano i crociali per liberarsi de* voti che 
aveano fatti; la maledizione pronunziata contro Federigo 
s intendesse ereditata dal 6glio ; si bandisse contro lui la 
crociata (i). U papa scrivea a nobili di Svevia: tutti i di- 
scendenti di Federìrgo il essere sospetti alla Chiesa, la quale 
non permetterebbe giammai eh* eglino avessero ì impero 
ed il regno, e neanco il possesso de beni ereditar] della 
casa loro (2). Cristiano nuovo vescovo di Magonza, per 
avergli risposto : « Il mio dovere m* impone la pace , se- 
condo la parola del Signore : Mitte gladium in vaginam », 
fu subito deposto, e gli fu surrogato un giovinetto sud- 
diacono del casato de conli di Epstein , eh* erano del re 
Corrado nemici e di Guglielmo di Olanda partigiani (3). 
Questi semi di guerra civile^ caduti su terreno pre- 
parato a riceverli, ben presto fruttiOcarono. « Allora 
VAlemagna, come scrive il Gibbon, divenne un mostro 
a cento teste : un gran numero di principi e di prelati 
si disputavano le reliquie dell* impero , ed innumerevoli 
castella avean signori più disposti ad imitare che ad ub- 
bidire i loro sovrani, e le loro ostilità prendean nome dr 
conquiste o di brigantaggio secondo la misura delle loro 
forze (4). Corrado, abbandonato dalla piò parte de suoi 
vassalli, trovavAsi a Ratisbona , nella badia di Sant'Emerad, 
quando il vescovo e 1* abate congiurarono di farlo ammaz- 
zare. La camera , ov* egli dormia , fu di nottetempo assalita 
da una schiera di sicarj, i quali trucidarono due cavalien 
del re ; ma egli ebbe fortuna di nascondersi e quindi di 



(1) Vedi le numerose episto'.c date da Lione dai 5 al f9 di Febbraio- 
li) Regista l VII!, fi. 66. 
(3) SKRBABius , Rer. Magunt.f i. V. 
l4) Deciidance de l'Empire Romain, e. X/./X. 



14 STORIA D ITALIA 

salvarsi (d). Di por colle poche schiere che gli rioaaiieaao 
mosse incontro a Guglielmo d'Olanda, che avanxayaai 
alla testa dei crociali della Frigia e dell Alemagna set- 
tentrionale: ad Oppenheim vennero a giornata, e preva- 
lendo il numero, e fu rotto e sconfitto, e costretto a ri- 
tirarsi in Baviera presso il suocero, che solo gli serba- 
va fede io si grande rovina. Guglielmo, sicuro dell Ale- 
magna, andò a Lione ad abboccarsi col papa, al quale 
tenne la staffa e prestò il giuramento consueto (2); di 
poi egli ripassò il Reno, ed Innocenzo mosse alia volta 
d* Italia. 

Per evitare il passaggio malsicuro della Savoia, il 
papa discese la valle del Rodano, e per la via di Mar- 
siglia giunse a Nizza, e di là, accompagnato sempre da 
feste ed acclamazioni popolari , a Genova. L'arcivescovo, 
il clero , il podestà , i giudici , i nobili ed il popolo gli 
andarono incontro per rendergli onore e Sargli riverenza: 
i palagi de ricchi eran parati con broccati e drappi di 
seta , le case de poveri mn tele e con fiori : per ri- 
pararlo de' raggi del sole i più notevoli cittadini te- 
nevano sospeso sopra di lui un baldacchino di seta cre- 
misi con larga frangia e con nappe d* oro (3). Molti ve- 
scovi e ambasciatori de' comuni guelfi s eranp recati a 
Genova per fare ossequio al pontefice, il quale, ad oiita 
di ciò , dovette accorgersi , che quei comuni , non che 
soltoporsi alla temporale autorità della Chiesa, non vo-- 
leano neanco renderle le terre di sua pertinenza , che nel 
tempo della guerra aveano occupate, e delle quali recla- 



(1) Benr. Steroms, Ànnalés ap., Struvium, (. /. — Monv. Boica^ 
dipi, 788, 790, t. XXX. 

(2) Henr. Sternonis, /. e 

(3) Dk CrRBio, Vita Innocenti IV. 



S0R6£H£ DE* PRL^CIPATl i5 

mava il papa b resti tozìooe (i). Gli stessi gecovesi , che 
eoo fa grandi onori 1* aveaoo accollo , non appena seppero 
ch'egli disegnaTa ioopossessarsi del convento dei frad 
predicatori, e munirlo di torri affinchè servisse di abita- 
zione alla sua famiglia, mostrarono si grave scontento 
e disdegno^ ch*ei dovette abbandonarne il pensiero (3). 
Tentò il papa nel medesimo tempo attirare alla sua parte 
il fiero Ezzelino; ma questi, diverso in ciò degli altri 
signori de tempi suoi , non noverava nei suoi vizj la vol- 
tabilìlii e r incostanza (8). 

Addi 24 di giugno papa Innocenzo sì parti da Genova 
alla voha di Milano, e lungo il viaggio persuase Amedeo 
di Savoja a staccarsi dalla parte ghibellina , sciogliendolo 
dalla scomunica e dandogli in moglie una sua nipote (4). 
I festeggiamenti milanesi sorpassarono in {splendore e 
magnificenza i genovesi. I magistrati e le milizie del 
comune andarono ad incontrarlo sulla via di Vercelli , ed 
i preti e frati della diocesi presenti al ricevimento som- 
mavano a quindicimila. Il papa procedea a cavallo su di 
una bianca chinea ; ma giunto alla porta della cittì fu 
fatto montare sopra una bara, ornata di drappi di seta 
ricamati in oro e di fiorì , e portata sulle spaile di otto 
genlilnomini. Precedeano il corteggio mille fancisUi con 
in capo delle mitre di carta, solle quali era dipinto il 
ritratto del pontefice. Innocenzo dinaorò qiuvi due mesi 
onorato e festeggiato assai ; ma niente, e* potè ottenere di 
quanto desiderava : che anzi i milanesi rìchiedevangli 
delle grosse somme , che diceano avere spese in servigio 
della Chiesa, ed egli dovette dar qualcòsa e più promet- 



ei) Regis., I. Vili, n. 12. 

(2) COSTO, lUor. tflnnooento IV. 

(3) Big. l. Viti, n. 75. 

4) N. DB GUBBIO, VHa Innocentt IV. 



i6 STORIA D*1TAUA 

terc, perchè potesse cootinuare in iiberlà il viaggio. A 
Brescia, a Mantova, a Ferrara, a Bologna segui il so- 
tnìgliante : dappertutto grandi festeggiamenti e Iripudj e 
processioni e mioni di canopane , roa non v* era alcun co- 
muue che gli dasse signoria, o .danari, cotnegli avea spe- 
rato. Cosi giunse a Perugia addi 3 di novembre dei i25i, 
e quivi soffermossi ^ perchè seppe che il popolo di Roma, 
per la sua lunga assenza scontento ed adirato , avea de- 
liberato di fargli pagare al suo ritorno non so qual grossa 
indennità. Ma non prima e s* era soffermato a Perugia , 
che gli giunse notizia più spiacevole assai , cioè che il 
re Corrado , con un esercito tedesco , era disceso m Lom- 
bardia {i}. 



IH 



DBLLil VENUTA Bl R« CORRADO ì\ ITALIA B DRLLB SUB GESTA 

NBL RBflNO. 

Perduta ogni speranza di vittoria in Àlcmagna, il re 
Corrado concepì il disegno di rialzare la sua fortuna in 
Italia : e vendè una parte de beni ereditai] che possedea 
in Svevia ed in Alzazia, dette iu pegno al suocero pa- 
recchie castella^ col danaro che ne ricavò assoldò au 
esercito , e lasciata a Landshutt la regina Elisabetta, 
eh' era incinta , nel mese di ottobre , per la via d* Inspmk 
e per la valle dell* Adige, se ne venne a Verona, ove lo 



(1) Annales Veter. Mutin,, apud iVIurìTOKIom, Rer. Hai. Script. , 
t. X! i — Mtm Pote$t' Regiens.^ apud MCBATORIUM , o. e, I. VII!; — 
\; DE CcRBio, Vita Innocentii IV. 



SORG£R£ D£ PRINCIPATI 17 

atleDdeva Ezzelino colle milìzie di Verona , Padova e Vi- 
cenza (i). Dì là aodò a Goito, e quivi e tcDoe una radu- 
nanza, nella quale intervennero i podestà di Cremona, 
Pavia , Piacenza , Reggio e di altri comuni di parte ghi- 
bellina, accompagnati dalle loro milizie. Sciolta quella 
radunanza, e' ritornò a Verona, e di la passò a Porto 
Naooe presso Trieste , ove attendevanlo sedici galere sici- 
liane e sedici pisane: altre navi da trasporto furono no- 
leggiate in Venezia ed in Dalmazia; e addi ii di dicem- 
bre e s imbarcò colle sue genti , e dopo breve e prospero 
viaggio , la galera sulla quale era il re approdò a Siponto 
in Capitanata , e tutte le altre a Pescara negli Abruzzi (2). 
Nel suo primo entrare nel regno. Confido onorò molto 
il fratello Manfredi, e parca lo tenesse carissimo; ma 
erano e cosi diversi d* indole e di costumi , che la loro 
buona concordia non potea avere lunga durata. Corrado, 
educato in Alemagna, era pieno d* alterigia, di superbia 
e di severità, e con invidia e rammarico si accorgeva 
essere il fratello , pe' suoi molti pregi , più degno di do- 
minare che di ubbidire (3): Manfredi, dotato d'ingegno, 
di dottrina , di bellezza, di grazia e di tutte le qualità che 
dovea avere un perfetto cavaliero , reputava il fratello 
quasi barbaro; ed avvegnaché giovanissimo, nondimeno 
avea abbastanza giudizio per comprendere, ch'egli, col 
salvargli la corona del regno , gli avea reso uno di quei 
servigi , che sono difficili a confessarsi , e che si perdo- 
nano di rado. I cortigiani alemanni del re non manca- 
ci) Chronieon Veronens- 

(2) Annalei Genuens., l. VI; — M. Paris. Hist. AngL; — Pabis db 
Gkreta, Annales Veron.; — Mattko pi Giovenazzo, Diurnali; — Anna^ 
Us Mediolanens. ; — Chronieon Caverne ; — SiGONius , De Regno Hai. , 
I. XIX. 

(3) • Recìpit rex , quod homo esset magis dominaudi quam obse- 
quendi conditiooe dignus • Jamsilia ' 

La Fabina, T. vi 3 



d8 STORIA D ITALU 

vano dal loro lato di aizzare la sua gelosia , di molti- 
plicare i suoi sospetti e di accrescere la sua diffidenza ; 
si eh' egli deliberò di abbassare il fratello e togliergli 
ogni possibilità di nuocergli. Cominciò con dirgli essere 
suo desiderio revocare quanto dall imperatore era stato 
ordinato in riguardo a baroni , e con invitarlo a dare 
r esempio della sommessione, rassegnando volontariamente 
nelle sue mani la signoria del feudo di Sant* Angelo e 
della città di Brindisi. Manfredi, non certo senza mollo 
internamente rammaricarsi , fece come volle il fratello , 
il quale , di questo non contento , gli tolse la contea di 
Gravina , e dipoi quella di Tricarico e di Montescaglioso , 
e a poco a. poco tutte le altre signorie, meno il prin- 
cipato di Taranto , sul quale impose delle gravissime col* 
lette, e costituendovi un suo giustiziere, privò Manfredi 
del mero imperio che vi godea. Manfredi ubbidiva e tace- 
va , non stancavasi di adoprarsi efficacemente in servigio 
del fratello, gli si mostrava ossequiosissimo, ed i Cro- 
nisti del tempo notavano, che quando il re montava a 
cavallo, egli accorreva per tenergli la staffa (i). Questa 
rassegnazione e questi blandimenti, invece di scemare 
accresccano i sospetti del re : gli zii materni di Manfredi, 
che possedeano nel regno molte terre e castella , furono 
lutti banditi : i Lancia , gli Anglano , i Malecta , colle 
loro donne e co'6gliuoli, se ne andarono in Grecia presso 
r imperatrice Anna loro nipote ; ma Corrado con molta 
istanza richiese ed ottenne che anco da quella corte fos- 
sero scacciati (2). Non dissimulava il re il suo odio ed 



(i; Saba Malaspina roelte in bocca di Corrado queste parole : • PrìD- 
ceps iste adeo se nobis obsequiosum exhibet, et se adeo reddit gratum, sic- 
que Qostrae oovit voluotati blaodiri, quod eum nec offendere possumas, net 
oliquod praesamimus Tacere sibi malam *. 
2} Jam^illa. 



SORGERE DE* PRINCIPATI i9 

il SUO sprezzo pe' baroni italiani, ed i menestrelli della 
saa corte cantavan sempre il valore de' cavalieri aleman- 
ni , e quanto e' fossero da tenersi in pregio in confronto 
degli altri (1). Manfredi , ne familiari colloqui , esaltava 
sempre gli italiani , a volte alzava arditamente la voce in 
loro favore, e se non ottenea la grazia del re, oltenea 
certamente la gratitudine de' difesi; onde nacque Topi-- 
ninne che tutto il male che non faceano il re e gli ale- 
manui, fosse per l'intercessione e la benignità di Man- 
fredi. Cosi due parti distinte e nemiche si vennero for- 
mando nel regno , Y alemanna che sostenea Corrado , 
r italiana che sperava in Manfredi. 

Frattanto papa Innocenzo non cessava di suscitare la 
ribellione nel regno , disponendo de feudi e delle città 
come se già ne fosse 1* assoluto signore: a Marco Zanni, 
figliuolo di un doge di Venezia, e marito di una nipote 
del re Tancredi , e rendea la contea di Lecce (2) ; a 
Napoli, la quale, com'egli scrivea, « avea sopportato il 
giogo di Federigo, severo come Faraone, empio come Erode 
e feroce come Nerone » , oltre alle franchigie pria con- 
cedute , accordava il privilegio di rimanere sotto la di- 
retta dominazione della Chiesa, e di non poter essere 
giammai ceduta ad alcun principe, re o imperatore (3). 
Il re Corrado , al quale la regina Elisabetta avea dato un 
figliuolo, che fu r infelice Corradino, o che veramente 
bramasse rappacificarsi col papa ^ o che volesse rovesciare 
su di lui tutta r odiosità di quella guerra, mandò alla corte 
pontificia di Perugia l' arcivescovo di Trani , Bartolommeo 
di Hohenborgo, Gualtiero d'Ocra cancelliere del regno 



(1) Vedi le poesie di Corrado di Alsteiteo nella raccolta di Maoesse. 

(2) Reg. l. IX, n. 124. 

(3) Ibid., t IX, n. 148 



^20 STORIA D ITALIA 

ed altri ragguardevoli personaggi con umili proposte di 
pace [i). Innocenzo gli accolse onorevolmente in udienza 
pubblica ; ma alla loro richiesta che Corrado fosse rico- 
nosciuto legittimo successore del regno e dell* impe- 
ro , risolutamente rispose : ciò non sarebbe giammai ; 
la sentenza del concilio di Lione aver privato d'ogni 
diritto di sovranità non solo Federigo, ma anco tutti i 
suoi discendenti (2). Dopo questa dichiarazione , la guer- 
ra era divenuta inevitabile , e già come sempre avviene, 
cominciavano le vicendevoli calunnie. Moriva in un ca- 
stello della Puglia il figlio del marchese d'Este, che 
v' era tenuto in ostaggio , ed i guelfi affermavano averlo 
fatto avvelenare il re (3); ed anco a lui addebitavano la 
morte del giovinetto suo nipote Federigo di Svevia, al 
quale T imperatore avea assegnato nel suo testamento il 
ducato d* Austria ed once di oro centomila (4) ; mentre 
dal canto suo Corrado , essendo stato per qualche tempo 
infermo , non esitava di accusare il papa di avergli fatto 
dare del veleno (5). 

Nell'estate del 1252 il re radunò le milizie saracene 
e alemanne', chiamò alle armi i baroni : Manfredi accorse 
fra primi , menando seco maggior numero di armati che 
non gliene imponevano i suoi obblighi feudali. I conti di 
Fondi , di Aquino e di Sora si dichiararono per il papa, 
e con loro le città di Sessa, Sangermano, Arpino e 
quasi tutto il paese che si stende dal Gariglìano al Vol- 
turno , si che Capua e Napoli poteano tenersi in libera 
corrispondenza con Roma. Corrado cominciò nell'agosto 



(1) • Se dicebat vellet maodatis Ecclesiae homiliter obedire •■ 

(2) N. DE GUBBIO, Vita innoeerUii /F. 

(3) « MaDdatas ipsius regis venenatus est •>. Chronieon Vwoiunu. 

(4) N. DE GUBBIO, Vita Intiocenti !V- 

(5) M PARIS, nifi Angìic 



SORGERE de' PRINCIPATI 2i 

coD iovestire ed espugnare Saogermano : oel settembre 
entrò celle contee di Sora e di Aquino che ridusse alla 
sua ubbidienza. Padrone de' con6ni del regno , rivolse le 
armi contro Capua , la quale spauritasi gli apri le porte. 
Addi primo di dicembre l esercito regio si accampò pres- 
so Napoli. La città era ben nranita e difesa : i ribelli di 
tutto il regno , capitanati dal conte di Sanseverino , eransi 
in essa radunati e colle parole e coir esempio incitavano 
il popolo a combattere in prò della sua liberta: la vìa 
del mare era aperta e tutti i dì da Terracina e da Civi- 
tavecchia arrivavano navi cariche di viveri e d' ogni biso- 
gnevole ; si che la terra era disposta ed apparecchiata a 
lunga e valida resistenza. Corrado con ogni qualità di 
offese si affaticava ridurla in suo potere ; ma il tutto 
riusciva indamo. Un legato ponti6cio venne dalla città al 
campo; ma il re sgarbatamente lo accolse, dicendogli : 
« Badili papa a reprimere le sue teste tosate ». Sperava egli 
con le occasioni e con Farti trarre gli inchiusi a far 
pruova delle armi , e perciò di ogni danno le vicine camr 
pagne affliggeva , per offesa e difesa delle quali si veniva 
alle volte alle mani, ma erano assalti leggieri e scara- 
mucce di poca importanza, non volendo i Napolitani av- 
venturare le loro sorti ne luoghi aperti, ove non fosso 
o muro o torre ti difendono , ma Y armi , gli ordini e 
le arti delle milizie. Cosi trascorse tutto T inverno, ed 
in quel tempo parecchie volte legati napolitani erano an- ' 
dati a Perugia per chiedere aiuti e soccorsi; ma il papa, 
dopo le prime spese che avea fatte, non dava più che promes- 
se, speranze e benedizioni. Addi 25 di aprile del i253, il 
re, stanco e noiato per cinque mesi di assedio, ordinò 
si assaltasse la città: un buon numero di mangani co- 
minciarono a lanciare de grossi macigni sugli assediati; 
arieti ed altre macchine battevano in breccia le mura. 



22 STORIA D ITALIA 

Dato il segno, gli Alemaoni lentarooo l assalto dal lato 
di oriente , ed i Saraceni da settentrione ; ma i Napolitani 
cosi valorosamente combatterono, e tanti de nemici am- 
mazzarono e giù dalle mura precipitarono , eh' e furono 
costretti a ritirarsi. Se non che il re fece in quel tempo 
venire dalla Sicilia buon numero di navi , le quali impe- 
divano che nuove vettovaglie entrassero nel porto , per lo 
che in città cominciossi a patire la fame, la quale in 
breve tempo si crebbe che vidersi cittadini «contendere 
fra di loro e venire alle armi per qualche animale im- 
mondo o per qualche 61o di ortica. Alla fame venne a 
coDgiungersi la sua inseparabile compagna la febbre con- 
tagiosa : il numero de* morti era grandissimo , e la salute 
de sopravviventi cosi indebolita che non reggevansi in 
piedi sotto il peso delle loro armi. Ridotti a tale estre- 
mità , i Napolitani , dopo nove mesi di gagliarda ed ani- 
mosa resistenza, e dopo di aver forse ottenuto qualche 
patto di poi non osservato, aprirono le porte al re, il 
quale abusò crudelmente la vittoria. I più notabili citta- 
dini furono fatti ignominiosamenle morire, altri assai ban- 
diti ed i loro beni con6scati: l'arcivescovo fu cacciato 
dalla sua sede: il popolo dovette colle sue mani sman- 
tellare le mura della città ; ed il re volle che si mettesse 
la briglia ad un antico cavallo sfrenato di bronzo che 
vedeasi nella piazza della cattedrale, e che rappresentava 
la libertà na|X)litana (i). 



(1) Matteo di Giovbnazzo, Diurnali; — Chronieon Caverne; — 
Sabas MALA8P1NA, Hìst. Stc, I. /, c. Ili ; — ANONTHUS , Chron. Sicui, 
Id quel tempo sì divalgarono qaesti sconci versi: . 

« Hactenus effrenis domini nune paret habmis ; 
' Rtx domat hunc aequus parthenopaeus equum •• 

Il cavallo imbrigliato rimase io piazza finché un arcivescovo ne fece una 
campana : la sola testa fu conservata, ed oggi ritrovasi nel Museo degli stiv- 



$ORG£il£ DE* PRUICIPATI 23 

Domala Napoli, il re congedò le truppe feudali, o 
colle mercenarie rientrò in Puglia: di poi egli andò a 
Melfi nella Basilicata, ove addi 24 di Febbraio del i254 
tenne un generale parlamento. Quivi a lui venne il gio- 
vinetto Arrigo suo fratello accompagnato da Pietro RuflTo. 
Era costui un oscuro calabrese , che ì imperatore Federigo 
avea innalzato al grado di maresciallo, e di statò e di 
onori avea pareggiato a* maggiori del regno , e che Man- 
fredi avea tenuto come un altro se stesso ^ senza poter 
per questo saziare la sua smodata ambizione , né ottene- 
re la sua gratitudine. Gonobbegli le disposizioni della 
corte e cercò profittarne , rinfocolando Y odio del re con- 
tro Manfredi, del quale addimoslravasi colie parole e 
cogli atti inimicissimo. Corrado lo accolse nel suo favo- 
re, e disegnò per suo mezzo opporre a Manfredi Arrigo, 
il quale per la precocità dell* ingegno, la cortesìa delle 
maniere e la leggiadria della persona era dal popolo 
molto amato [i). 



IV. 



PRATICHE DI PAPA INNOCENZO PER TORRE IL RE6N0 A CORRAMI, 

E MORTE DI COSTUI. 

Vedendo il papa che i comuni italiani non voleano 
aiutarlo ad accrescere i dominj temporali della Chiesa , e 

dj: vi si vedono i bachi fattivi al tempo di Corrado per attaccarvi la briglia. 
L'Anooimo siciliano niega le crudeltà che gli altri cronisti dicono esercitate 
da* vincitori .- • In dieta civitate niillatenus interflcerentur vel depredarcntur -. 
(1) Matteo di Giovenakzo, Diurnali 



24 STORIA D ITALU 

che le sue forze non baslavaoo per cacciare dal regno i 
disceodenti di Federigo , deliberò dare la corona dì Sicilia 
a qualche potente straniero, e per mezzo di Alberto da 
Parma suo notaio e cappellano ne fece la profferta a Ric- 
cardo di Gornovaglia, che teneasi pel principe più ricco 
di Occidente e ch'era fratello del re d'Inghilterra. Ric- 
cardo accolse ridendo la proposta ^ e disse : « Sarebbe lo 
stesso che qualcuno mi dicesse : Ti vendo o ti do la luna; 
sali e prendila (i) ». Alle molte e premurose istanze del 
legato rispose: non essere e ricco abbastanza per entrare in 
cosi ardua e difficile impresa : stringerlo vincoli di paren- 
tela agli Hohenstaufen : il giovine Arrigo sarebbe Y erede 
della corona di Sicilia, se il re Corrado morisse senza 
lasciare dopo sé figliuoli, ed Arrigo essergli nipote. Invano 
il papa si rivolse al re d* Inghilterra affinchè vincesse la 
ripugnanza del fratello (2) ; invano e' profferse la corona al 
medesimo re ed a suoi figliuoli ; invano promise li farebbe 
aiutare nelP impresa da' crociati d* Inghilterra e di Fran- 
cia (3) : ed allora e' si rivolse alia casa reale di Francia , 
ed invilo alla conquista del regno Carlo d Anjou*, fratello 
minore del re Luigi IX, e gliene dette rinvestitura (4). E 
Carlo avrebbe con somma gioia accettato V offerta corona , 
se i baroni francesi non si fossero opposti , non volendosi 
addossare il carico di una guerra perigliosa e lontana , 
mentre il regno era per le crociate privo de* suoi migliori 
guerrieri, ed il re combatteva in Oriente con avversa 
fortuna (5). 



(1) ■ Idem est ac si quis diceret : vendo vel do libi luDam; ascende 
et apprehende eam *. M. Paris, Bitt. Anglicana. 

(2) RYMBR, Ad. Pubi. , i- I, Z aug 1252. 

(3) M. PARIS, Hist. Anglic. 

(4) Reg., l X, n. 39, 40, 45, 52, 53 
5) Ibid , t XI, n 3 



soRO£B£ Dc' paiik:ipati ij5 

ki qmet tempo i Rooiani pcegavaoo il papa di rilar* 
Dare alla sua sedo; ma looocenao niegavasi sapendo di 
DOD potervi esercitare queir autorità temporale ebe qual- 
cuno de suoi predeces$oi?i vi avea goduta ^ e p<3r nou 
esporsi alle molestie de' suoi ereditorì. AUe preghiere se- 
giiirooo le minacce: ambasciatori del comune aadanoDo a. 
Perugia e gli dissero : « La sola capitale del mondo cri^ 
stiano è priva del suo pastore : la vostra sede non è a 
Lione oè a Perugia , ma a Roma. Voi vi godete le ren^ 
dite della Chiesa, senza adempiere i doveri eh* ella v*imr 
pone. Affrettatevi a ritornare, se non volete esserne escluso 
per sempre (i) ». I Perugini , per noi» attirare su di loro 
la collera de' Romani, lo consigliarono a dipartirsi; ed 
egli lasciò Perugia e trasportò la sua sede in Assisi; ma 
anco quivi i cittadini vollero liberarsi di quest* onore pe- 
riglioso^ si che verso la fine di ottobre delVanno i252, 
non sapendo più dove starsi^ papa Innocenzo si vide 
costretto dì ritomaraene a Roma , ove fu accolto più colla 
venerazione dovuta a un vescovo , che coli osseqitto de- 
bita a un principe. Imperocché i Romani, nella hioga 
assenza del papa s etano abiiuati a reggersi come popolo 
libero, Bè più intendeano ritornare in quella dipendenza i» 
nella quale li avea tenuti il terzo Innocenzo. Adottando 
r ordine de' podestà forestieri, BelF agosto di queir anno ^ 
eglino aveaoo conferito V autorità di quel magistrato ed 
il nome di sedatore a BraBcaleone d Andolo nobile bolo- 
gnese, uomo nelle scienze del dirilUi dattisswO; e ne o^ 
stomi di singolare severità , amico di Ezz/èlino e del mar- 
chese Pelavicini , e più propenso alja parte ghibellina che 
alla guelfa , onde i partigiani del papa lo diceano corrotto 
dall'oro del re Corrado (2). Entrato appena in- officio, e' 

1) M. PAB18., Hitt- ÀngUc. 

2) N. DK Gubbio, Vita Innocentii IV * 

La Farina, T. VI '• 



^8 STORIA D ITALIA 

slìssima (i). Quesle praftiche furono aM)dc4te mollo se- 
gretamente^ e pare nulla ne sapesse ii re Corr«dko , il qaale 
in quel medesimo tempo scrivea al re d* Ingbillerra éella 
morte del fratello , senza discolparsi àAY accusa gli «ra 
data e senza niente dire de' maneggi del papa (2). Ed 
e già preparatasi a ritornare in Alemagna per ritentarci 
la sorte delle armi , qoaodo , trovandosi a Lai^eHo , gra- 
vemente infermò. I baroni ne furono lietissimi percbè 
mollo 1 odiavamo , « apertamente diaeano : « Piaccia a 
Dio eh' e* non guarisca. S'ei muore, noi coroneremo suo 
fratello, eh' è più degno di lui della corona (3) ». Cor- 
rado f che sapeaii odiato , diffidava di lotti , e non prea- 
dea cibo, se pria non fosse gustalo da un suo sdiìavo: 
rammaricandosi sommamente delia sventura, ripetea spesso 
come disperato : « Maledetto il giorno che mi vide na- 
scere I Sventura a me I La Chiesa ^ ìàì^ dovnebb' essere 
la madre degli imperatori , m* è stata madrigna ! )' knpepo 
romano altra V olla si florido è caduto odia polvere I » 
Vedendo appressarsi la morte , ordinò per testamento che 
Corredino suo Gglfook) , allora ^elf età di »poco più ohe 
due anni , fosse Y erede di tutti i suoi siati , fólto la t»- 
léla di Bertoldo di Hobenborgo , e cessò di vivere addì 
24 di maggio dell amo 42S4, «nelfanno vigesìmo seslo 
dell'età sua, deoinnosettimo del regno di AJemagna e 
quarto di quello di Sicilia (4). I guelfi non tralasciano 
questa opportunità per infamare il nome degli Hohen- 



XI) « DMatatom est cor raum insMii gaadM, quod voce, gesta, et f\tm 
evuHotioneni protestmis, ÙMwn suam JEdmondam negem SictHae [NMam vo- 
am, oredens |iro 'ftrcto se jem de ipso refoo «larfitoin «. M.Vnmn, Mkt. 
Anglieana- 

(2) RYMER, |. 1, p. 514. 

(3) SABAS MALASPINA, Hfff. /. 1. 

(4) M. Paris, nist. Angl; — Sabas Malispina, 0#/. fi; —Pbrtz, 
r //, — Matteo di Giovbnazzo, Diurnali; — Jausilla. 



SORGERE De'PEBiaPATI 29 

8(Mfe«. Saba Halaspioa, che si qualiiica « «crìilore del 
^gBor papa » , oarra come an metfco di Salerno , cor- 
rotto da Manfredi, 4}asBe al re uo dislere eoo del dia- 
mante irìtato, e oome per qnesio e'morbae (i). II fuelfo 
Salioibene aggiunge quel cnedìeo fosse Giovanni da Pro- 
dda (2) : altri in altre guise favoleggiarono. Un Bsooaoo 
(H'onisia nolo che il papa, saputa la morte lU Corrado 
« Con gran giubilo in cuore, «ot raso sulle labbra e 
colla voce esultante esclaaiò : Ne godo (3) 1 » Il cadavere 
di Corrado rimase due ami im una chiesa di Pu^gUa: di 
poi Manfipedi, bramando dargli più onorevole sepoltura 
odia cattedrale di Palermo, lo fece trasportare in Sicilia; 
ma in Hessina, oire al mo passaggio funDuo fatle delle 
fompe funebri, il fuoco m apprese al ricco ed altissimo 
calafako» il quale arse, e con quello il cadavere ed il 
letto deUa cattedrale s* incenerirono (4). 



V. 



con MPA MNOCIMM IV IRNTji MISI SIfiNORB WL IB6N». 

11 papa 3 non pria seppe morto il re Corrado, «be 
dimentioo di qnnnto avea promesso al re d Inghillerra e 



(1) SABAS MALASPINA, l C- 

(2) • Erat lobannes de Procida potens et magister cnriae Manfredi , 
et eidem proftiit ille qui dedìt ▼enenam regi Conrado ad tnstaiitHnn Man- 
fredi fratria sai •. F. Salimbvmi, dWvnieofi. 

(}) « Qao audlto, papa de nwite e}at -oerVHloatas, cam magno cordis 
jnbilo, oris risa, et tocìs exaltatione, ait : Gaudeo piane •■ M. PAsm, Mrl. 
Anglicana. 

(4) BAITROLOMABUS DB NBOCASTRO, Bist- C 1. 



32 STORU d'italu 

dette badie io sede Tacante; .d'imporre collette e iMitter 
moneta ; di coifiscare i feoA e far giodicave come ribeUì 
i feodaftaT} da una corte di pari ; di privare delle dignità 
e dei beneficj gli ecclesiastici feddi atta causa dèi re ed 
inobbedienti al pontefice (i) , mezii eflBcadssimi per ro- 
vinare ogni saMa autorità, non cfae la debolissima di 
Manfredi. Il quale, per acquetare la sedinone de*soldaAt 
mercenarj, che minacciavano di abbandonarlo, perche 
rimasti senza paghe, dovette vendere le gìoje che avea 
ereditato dalla madre sua ^ ed il vasellame dì. aa*genlo del- 
la sua casa e dei suoi familiari. Bertoldo diegavasi di coi>- 
segnargli il tesoro del re Corrado ; gK Alemanni non vo- 
leano ubbidirlo. « Ed allora egU giudicò , come scrisie ob 
cronista della sua corte, essere cosa più onorevole e glo* 
riosa vincere colla prudenaa, che esporsi a certa rovina », 
ed alla intimazioDe dd pafNi di deporre le armi umil- 
mente risposi^: il padre de^ fedeli aver da Dio ricevuto 
r incarico di proteggere gH orfanelli, si che a nessuno 
meglio cfae a lui e* poteva rimettere la tutela del nipote 
ed il governo del regno, le cui fortezze e consegnerebbe 
agli officiali del papa, salvi i diritti di Ckurradino ed i 
suoi (2). 11 pontefice, nel colmo della gioia, addi 27 di 
settembre, in virtù del potere che teneva da san Pietro, 
ed al quale affermava appartenersi il regno di SScilìa , 
sciolse Manfredi dalla scomunica , gli confermò a perpe- 
tuità il possesso del principato di Taranto e delle contee 
dì Gravina, Tricarico e Monte Sant'Angeb, gli conferi 
I ufficio di vicario pontificio per il temporale su tutto il 
paese che si stende dallo stretto di Messina al fiume Sele 
e da questo fiume a Benevento , escluso il giustizierìato 



ri) Reo . l XIL n. 11. 
(2) Jamsilla 



SOR6EB£ DC FftiHGirATI 33 

di Akmuo, con annua prarviiìoiie di otto mila oace 
d'oro (i). Ptr mezm di una san epistohi diretta a tulli 
i eriatiani , dichiarava ioeltre il ponte&oa ^ eh* ci preode? a 
sotto la sua speciale proteiiMiB « il aao caro figlio ia 
Getò Grillo Corrado re di Gerusalemme e duca di Sve- 
na », e tatti i suoi diritli in Sicilia ed altrove promet- 
tca di serbare integri ed illesi (2), niegandogli cosi il 
titolo di re di Sicilia, a doii definendo quali fossero i 
suoi (firitti sul regno. RidÉiedea egli in fatti che i Sici- 
liani giurassero fedeltà alla Chiesa , e solo permettea cjie 
aggimigessertt « sdvi i diritti del fanciiilfa Corrrado (3) ». 
Astuzie curialesche eran queste, che mal velavano 1* usurpa** 
zioBe del papa, it quale dominato da smodata avidità dimpero, 
per rimuovere ogni ostacolo, non pia rammentossi dell'atto 
di Windsor, aè deUa investitura data al figliuolo dei re 
dlsghiherra, uè della scomunica del concilio di Liopa 
tante volte da lui allegata ^ e creava suo vicario e dioea 
suo figUo dilettissimo quii Manfredi, che fino a pòchi di 
innami avea proclamato parricida e fratricida soellera-r 
tissimo, empio nemico della Chiesa e di Dio. 

Manfredi attese il papa a Ceperano , e soeso da ca- 
vallo addestrò la chioea di lui m1 passaggio del confine, 
per mostrare che volontariamente gli apriva le porte del 
regno. Innocenso soffermossi ^attro di a San Germano , 
perchè infermo e stanco dalle fatiche del viaggio. Quivi 
il vecchio prete ed il giovine principe gareggiarono nell ar- 
te del simulare e dissimulare, e sì bene anbtdiie sep*- 
pero infingersi , che la loro riconciliazione parve a mol- 
tissimi sincera , e destò in alcuni gioia , in altri dispiacere, 



(1; Beg-, l. XII, n. SSI. 

(2) • Bt alia jura aaa , ubicamque illa, si?e ia regno Siciliae , si?e 
alibi babeat integra et illaesa sibi •■ 
:3) Reg.y l XXIU w 207. 

LA Fabika. T. vi. & 



36 STOMA D ITALIA 

e dappriocìpio temette, ma beo presto si accorse che i 
Capuani aveano creduto la sua gente fosse Y avanguardia 
del papa , che attendeano in quella città , ed al quale 
era queir onorevole ricevimento apparecchiato. I cardinali, 
vedendo T aquila nera in campp d' argento invece deUe 
chiavi ^ tornarono iodieUro adirati , ani il popcto fece al 
principe festose aiooogKénte e lo condusse seco dentro le 
mura. Manfredi, che molto nel cuor suo spiacevasi di 
€|U0l ritardo , Hberatosene quanto |MÙ presto e cortesemente 
gli fu possibile, asci da Capua e continuò il suo viaggio; 
uè i suoi timori eran vani, giacché men ora pi^ tanfi 
i cardinali ripreso anittyo lo fecero inseguire da una schie- 
ra di cavalieri, i quali raggiunsero la sua retroguardia 
compósta di venti uomini d' arme, ed accerchiatili li pre- 
sero prigioiÉeri , non senza lungo combstttere , il che 
éèlte tempo a Manfredi di giungere ad Acerra, ove il 
conte TomdMSO cortesemente Io accolse (i). 

li marchese di Hohenborgo , nonostante che da dop* 
pio vincolo fosse congiunto alla casa Hohenstaafen (2], 
e che da quella ricevuto avesse onori e potenza y si . 
Mostrò avverso a Manfredi, gli niegò un abboccamemo 
dfl lui richiestogli, e sé vero quanto scrive un cronista 
che fu compagno al principe nella sua fnga,dioea al papa: 
utiico mezzo per ridurre il regno neU* ubbidienza deMa 
Chiesa «ssere 1* abbassamento di Manfredi. Il papa intimò 
« Manfredi venisse a giustificarsi senz armi e senza le*- 
guito : Manfredi chiese sicurtà non sarebbe offeso , e gK 
fu nttgata , ed il giudizio della sua causa Ai aflUato al 
cardinale Guglielmo de* Pieschi, del quaAe appunto egli 
atea da dolersi. Ed in quel mezzo Galvano Lancia , sud 

(1) Jamsilla. 

(2) Bra parente defla madre di Corradino, e marito d' Isolda figltoola 
dèi «AaMlMie Laoeia. 



soMiBE de' pamciPATi 37 

legato io corte del papa, gli scrìvea : « Affrettatevi a fuggire 
da Aoarra ; voi dod siete piò sicuro costii ». AUora Man- 
finedi aDDUOziò a tatti aver deliberato preteotorsl al papa , 
il quale era passato io Aversa, maodò quivi suoi servi*- 
dori perchè gli preparassero Y alloggio ; sopraweoote la 
notte 5 usci da Acerra co* suoi cavalieri, e prese l antica 
via Appia, la quale era in Capitanata. La via era breve, 
ma perigliosa: i luoghi forti s'erano tutti dati al papa, 
r esercito del quale stancava aUora ad Ariano. U conte 
Tommaso lo scortò fino a Marìgliano : di ìk io poi (Cor- 
rado e Marino Capece gentiluomini napolitani gli servi- 
rono di guida. La notte era oscorissima, i sentieri e i 
viottoli pe* quali andavano^ onde evitere e scansare i luoghi 
aweru e sospetti , erano diflBdli » tortuosi , malagevoli : i 
cavalieri dovettero sasootare, e sotto il peso delle loro 
gravi armature non poteano camminare che lentamente* 
Alla ponte del giorno furono a Mercogliano; ma queste 
borgo , del quale era signore il marchese Bertoldo , chiuse 
loro le porte ^ si eh' e non poterono riposarsi e prender 
cibo che ad Atripalda, easiallo de' Capece, ove le belle 
e cortesi donne de due cavalieri fecero lietissima acce- 
glioiia al figliuolo dell* imperatore , che parve dimenticare 
i travagli di quel viaggio > cosa agevole a venti anni. 
Egli permise che anco i mariti sedessero a tevola, il 
che parve onore grandissimo (i). La sera e dormi a Nu* 
SCO j feudo del conte di Acerra : di là , per evitere Aria- 
DO, passò a travèrso i monti che separano la Puglia 
dalla Basilicate : ad ogni passo gli gitmgeano avvisi spia- 
cevoli : il papa , prodigando promesse di libertà e di pri^ 
vtlegi, facea ù «he gran numero di città si 



(i; • Bt «d iKmoraiii tibi maiiiiiaiD repfeuotibos, ^uod com eis im- 
peratoris filios praodìum participare digaatus ett • Jambill*. 



38 STORIA D ITALIA 

sero ÌD suo favore (i). Alla terza notte giunsero a Lo- 
vello. Risaputolo quei di Venosa, pregarono Manfredi 
venisse ad albergare nella loro città, ed egli assenti, 
e vi fu onorevolmente accolto e trattato. Frattanto Gio«^ 
vanni il Moro, ingrato a chi dalla schiavitù lo avea in- 
nalzato a più alti ufficj del regno, accordavasi col papa, il 
quale lo confermava nella dignità di grancancelliere e nel 
possesso de'sooi feudi^ e prendeva luì, la sua famiglia ed i suoi 
beni presenti e futuri sotto la protezione di san Pietro e 
della Chiesa (2). Giovanni andò allora in corte del papa 
per ricevere V investitura , cofidando il comando e la guar- 
dia di Lucerà a un Marchisio, a mille Saraceni e a 
trecento Alemanni : da Marchisio e* s era fatto dare il 
giuramento che non aprirebbe le porte ad alcuno , e 
molto meno a Manfredi; ma alcuni partigiani di costui 
vennero a Venosa a dirgli che i Saraceni gli serbavan 
fede e eh' erano pronti a mettere in suo servigio le per- 
sone ed i beni. Manfredi, temendo che nel traversare le 
pianure della Capitanata una schiera d* uomini a cavallo 
fosse da lontano veduta , deliberò partir solo : e* mandò 
la sua gente e la sua ròba a Spinazzola , borgo di Bari , 
che resta dalla parte opposta alla via eh* egli disegnava 
prendere, e nella notte del primo novembre usci segre^ 
temente da Venosa, accompagnato da tre soli scudieri; 
ma alcuni suoi familiari , accortisi della sua partenza , lo 
raggiunsero , né vollero più abbandonarlo. L* acqua venia 
giù a rovescio : le tenebre erano si fitte che i viaggiatori 
spesso forviavansi. Fortunatamente era con loro Adenolfo 
Pardo, che ne tempi di Federigo, avea assai volte gui- 
dato le grandi cacce imperiali nella Capitanata, ed avea 



(1) Il libre XU del Registro è lotto pieno di queste promesse. 

(2) Reg., l XU, n 284, 337. 



$ORGEII£ D£' PRinclPATl 39 

molto io pratica ^ei luoghi. Da lui guidati, guadarono 
il fiume Ofaolo ingrossato dalla pioggia, e giunsero ad 
una casa disabitata , ove acoeso un gran fuoco ^ passa- 
rono il resto della notte. Appena cominciarono a dile- 
guarsi i vapori del mattino, scorsero 1 alta collina sulla 
qdale stava Lucerà cinta da saldissime mura e coronata 
da quindici torri , e si rimisero in via. Era in quel tempo 
Lucerà popolata da sessantamila abitanti, quasi tutti sa- 
raceni: r imperatore Federigo, per far loro dimenticare 
l'Affrica e la Sicilia, avea fatto siche T antico paese dei 
Sanniti si trasformasse quasi io una provincia dell Orien- 
te : i cammelli servivano pel trasporto delle robe, la citth 
era bellissima e adorna secondo Fuso orientale, e pei 
fieri diletti della caccia i boschi erano abitati da tigri , da 
pantere é da liopardì. Manfredi avvicinatosi a quella città, 
fece fermare i suoi compagoi , e seguito da* tre scudieri 
si appressò alle mura. Alla voce della sentinella, la guar- 
dia accorse sugli spaldì. Uno degli scudieri gridò allora : 
«fi il vostro principe, è il figliuolo dello imperatore, 
che viene a voi pieno di confidenza » ; e Manfredi si 
cavò il casco per farsi riconoscere. I Saraceni salutaronlo 
con grida di gioia, ma aprirgli le porte noo poteano, 
custodendo Marchisio le chiavi. Uno di loro indicò a Man- 
fredi una larga gora che v' era sotto la porta e che ser^ 
viva allo scolo delle acque piovane; ed e*smontato da ca- 
vallo, apparecchia vasi ad entrare per quell'apertura (i) ; 
ma a quella vista gli altri Saraceni gridarono: r Non 
soffriremo giammai che il signor nostro entri cosi vil- 
mente in città : sfondiamo le porte e eh* egli entri come 



(1) • Descendilque de equo suo , et se in terram proslernens ad in- 

grediendam per foraroen parabal Noo tamquam homo directus, sed tam- 

qaam reptile incnryatus •. 



AO STORIA D ITÀUA 

deve QD prìncipe (4) ». Così fecero, e tccollolo ed al* 
zatolo io braccio lo portarono in trionfo per la città. A 
qnel nunore Marchisio montò a cavallo e accorse con 
gente annata ; ma e rimase confuso e ìropaortto quando 
incontrossi nel prìncipe, che procedea fra le clamorose 
acclamazioni de Saraceni. Gli grìdan questi, che scenda 
da cavallo e che sì gitti a piedi del figlinolo deirioipe- 
ratore. Egli ubbidisce , e si affretta ad aprirgli il palazzo 
e a consegnargli il tesoro reale, accresciuto dalle estor^ 
sìoni del marchese di Hohenborgo e di Giovanni il Moro. 
Manfredi parlò al popolo, gli spiegò le cagioni per le 
quali egli rompeva ogni accordo col papa , e promise dì 
virilmente mantenere e difendere i diritti del re suo ni*- 
potè ed i suoi , non che la libertà ed il buono stato àA 
regno e di quella città (2). I Saraceni risposero con cla- 
morosi applausi, e secondo il loro rito giurarono fede 
ed omaggio al re Corradino ed a Manfredi suo tutore ed 
erede (3). 

Padrone di quella città fortissioia e delle ricchetze 
che vi si custodivano, potè Manfredi assoldare un eser- 
cito, e buon numero di soldati di ventura abbandonarono 
le bandiere papali e seguirono le regie , perchè le paghe 
erano maggiori. Innocenzo , per rendere sempre più a sé 
devoto il marchese di Hohenborgo , lo confermò nel pos- 
sesso de* suoi . feudi e nella dignità dì graomarescìallo del 
regno, con provvisione di mille e cìnqueeent* once d*oro (4); 
dette a suo fratello Oddo la contea di Teate, e a Luigi 



(1) • Numqaid ferendam est, ut duminas nofter ita viliter civiUtem 
iiUroit. EffrìDgamas igitur porUs, ut ingrediatur sicai principem decet • . 

(2) • Jura regi» nepotissui, et sua, et lit>ertatem , bonamque statuni 
regni et eivitatis ipsius viriliter mantenere atque defenéere •. 

(3) Jamsilla. 

;4) RYMER, Aet. Puhlt i- 1 



SORGERE DE PRINCIPATI Ai 

altro fratello quella di Cotrone (i). Oddo usci un di da 
Foggia per foraggiare nelle vicine campagne , e fu rotto 
e cacciato in fuga da Manfredi , il quale rivolse le siie 
armi contro quella città. Foggia non era difesa da mura , 
ma da fossi e steccati , per costruire i quali s* erano ta- 
gliati tutti gli alberi de dintorni , compreso un bel bosco 
di palme. La battaglia fu molto aspra e dura: il conte 
di Lavagna , il vescovo di Bologna ed altri capi della 
parte papale animavano colla voce e coli* esempio i cit- 
tadini a star saldi dietro i ripari; ma i fanti saraceni 
assalirono si vigorosamente la città da settentrione^ ove 
i fossi non erano abbastanza profondi , che i difensori 
scompigliaronsi e fuggirono : molti furon morti , piò assai 
fatti prigionieri; altri co* loro capi si chiusero e afforza- 
rono nel palagio : e la citta fu da* manfrediani corsa e 
saccheggiata. A Manfredi parve avere assai fatto dì vin- 
cere , e vedendo che la sua gente avea bisogno di riposo, 
ordinò la ritirata per non essere in città aperta assalito 
dair esercito del papa di là poco discosto, e perdere il 
frutto della vittoria, e perchè una delle migliori città di 
Puglia non fosse nella sopravegnente notte dall* ira e dalla 
licenza de suoi soldati guasta e disfatta (2). Questa rotta' 
q^rse un gran terrore neir esercito papale , il quale non 
che muovere in soccorso di Foggia, abbandonò la forte 
città di Troja , ov' erasi accampato , e disordinatamente si 
ritirò in Ariano , trascinando seco il cardinal legato. Al- 
lora Troja rialzò la bandiera di casa Hohenslaufen, e Man- 
fredi ritornò a Foggia e trovò il palagio abbandonato , 
essendo fuggiti col favore della notte quei che quivi 
s'erano forti6cali (3). 

:i:< RYHKB, i. e. 

(2) Epiit. Manfredi ap Sumhontr, Istoria della città e regno di 
Napoli, t. Il, l II; — N. DE CcRBio, Vita Innoeentii IV; — Jamsilla. 

(3) N. DB GOBBIO, (. C ; — JAMSILLA, /. C 

La Farina, T. vi. 6 



42 STORIA d' ITALIA 



VII. 



DELLA HORTB DI PAPA INNOCBNZO IV. 

Il papa era andato a Napoli, e qaivi egli avea ricc* 
vuCo il gìoramento di omaggio e di fedeltà da feodatarj 
e dai sindaci delle citte demaniali. Come assolato prìnci- 
pe e dava e togliea feudi e privilegi , revocava antiche 
leggi , ne pubblicava delle nuove , e tutti i grandi uffi- 
ciali del regno, se togli il cancelliero Gualtiero d*Ocra 
che tenne fede a Manfredi, neMoro ufficj confermava. 
E' dichiarò sotto la speciale protezione della Chiesa il 
clero, i nobili ed il popolo di ^Sicilia e di Calabria, as- 
sicurò loro il possesso de beni, delle franchigie, delle 
libertà e delle buone consuetudini , de* quali ne regni pre- 
cedenti erano stati privati, soggiungendo: « Noi inoltre 
ordiniamo che la Sicilia e la Calabria restino in perpetuo 
sotto il dominio diretto della Chiesa e di noi, e giam- 
mai possano essere ad alcuno concedute, perchè il po- 
polo posto irrevocabilmente sotto Y autorità e giurisdizione 
apostolica vi goda i beneGcj della libertà (i) ». 

Molti borghi e villaggi ebbero lettere di franchigie: 
la città di Messina, sottoposta da Federigo alle costitu- 
zioni comuni, recuperò i suoi antichi privilegj, e fu fa- 
cultata a reggersi come Napoli e Capua (2) : Alife , Tra- 
jetto j Teano ^ Amalfi , Policastro e parecchie altre città 
ebbero promessa non sarebbero giammai date in feudo (5). 

1) Reg , l Xil, n. 276. 

(2) « Concedimus ut sub simili fegimioc vivalis dclnceps, sicul Nea- 
polis el Capua vivere dignoscuniur tbid., n. 289- 

(^)Heg, ì XII. n. Wi, 267, 2W. 301, 306, 307. 3lO. 323 - 



SORGERE DE* PRUfCIPATI 43 

Id nessuno di questi numerosi diplomi è fatta menzione 
di Edmondo d* Inghilterra ; in quasi tutti il papa dichiara 
appartenersi alla Chiesa la sovranitii del regno , promette 
non cederla ad altri, e pienamente la esercita; ma non 
pria giunte in Napoli le nuove dell<i dedizione di Lucerà, 
della rotta di Foggia e della fuga dell esercito papale , il 
pontefice si rammenta delV obliato Edmondo , oblia le pro- 
messe date a popoli, e addi i7 di novembre scrìve al 
prìncipe inglese , come se di nulla avesse a rìmproverarsi : 
« n momento è venuto di compiere le promesse vostre: 
ogni indugio potrebbe tornare di nocumento: affrettatevi 
a venire contro l'inimico della Santa Chiesa, e sappiate 
che se non menerete con voi forze bastevoli air impresa, 
ooi trasferìremo ad un altro la dignità suprèma del 
regno (i) »• 

Papa Innocenzo non ebbe il tempo di portare ad ef- 
fetto questa sua minaccia. Negli ultimi istanti della sua 
vita stavano attorno il suo letto, e piangevano e facean 
cordoglio i suoi parenti ed i suoi familiarì: il moribondo 
apri gli occhi spauriti e gridò: « Disgraziati ! perchè 
piangete? Non vi ho dato ricchezze abbastanza? Che 
volete più da me (2) ? » Il cardinale vescovo d* Ostia gli 
ministrò i sacramenti ; ed e* spirò addi 7 di dicembre , 
nelf antico palazzo di Pietro delle Vigne , dopo un pon- 
tificato di undici anni e mezzo , durante il quale e' dimorò 
in Roma diciotto mesi e in Italia poco più (3). L' indi- 
mane , i cardinali , il clero ed il popolo accompagnavano 



(1) Rymkr, Foedera, Conventiones, Litterae etc, t. I, p. 312. 

(2) M Paris, Hi$t Anglk. 

(3) AlouDì storici pongono la morte d* Innocenzo al di 10, altri al dì 
13 di dicembre; ma bisogna attenersi alla data che trovasi in Niccolò da Cur- 
bio suo cappellano e confessore , e in una epistola di Alessandro IV suo sac« 
cessore. 



44 STORIA d' ITALIA 

il SUO cadavere alla chiesa di Saota Restituta) ove con 
gran pompa di mortorio fu seppellito. 

Nel 4348 i suoi resti furono trasportati nella catte- 
drale edìGcata da Carlo d* Anjon , e \ arcivescovo Umberto 
da Hontorio gli fece fare un bel sepolcro, sul quale è 
Ggurato il pontefice, coricato supino, rivestito degli ador- 
namenti pontificali e con in capo la tiara a tre corone ^ 
eh* e* non portò giammai , ma che già in quel tempo i 
suoi successori portavano. Innocenzo IV , come scrisse un 
suo contemporaneo, segui più le vestigia di Costantino 
che di Pietro (4 ) : avidissimo egli era di temporale do- 
minio e di ricchezze; né fede, né promesse, né giura- 
menti e teneva per sacri : mancava e mentiva con sfron- 
tatezza senza pari: per accrescere i suoi dòminj, adoprò 
contro ragione e giustizia le armi spirituali, discreditò il 
papato , impoveri le chiese , fece pesare sul clero e sul 
popolo gravezze inaudite, abbandonò agli infedeli Geru- 
salemme, per la quale (anf oro si era speso e tanto 
sangue versato : per odio agli Hohenstaufen e per usur- 
pare un regno, abusò il nome di Dio e di libertà, tenne 
viva undici anni la fiaccola delle discordie civili in Italia 
e in Alémagna, e morendo ci legò la guerra e la stra- 
niera invasione. 



VI». 



DI ALESSANDRO IV PAPA 



Qualche giorno dopo la morte di papa Innocenzo, i 
cardinali ch'erano in Napoli si chiusero in conclave per 

H) n Pot(ii9 Constanlini (|aafn Petri vestigia seqnebator •. M. Paris, 
Tlitt. Angìie. 



SORGEHE DE PRlNaPATl 45 

eleggere il saccessore, e parecchi di vi stettero perchè 
DOD poteano accordarsi , finché il podestà di Napoli , come 
io quei tempi asavan fare , minacciò scemerebbe loro le 
vettovaglie, per la quale minaccia addi H di dicembre 
elessero Rinaldo cardinale vescovo d* Ostia , che si chiamò 
papa Alessandro IV (i). Egli era il terzo papa che in 
mezzo secolo la nobile casa de* conti di Segni avea dato 
alla Chiesa: uomo di miti costumi , nato per la pace e 
pel qaeto ed allegro vivwe , e* malvolentieri si trovò in- 
volto in tutte le lotte del suo violento ed implacabile pre- 
decessore : era uno di quei principi che i cortigiani ado- 
praoo con facilità in vantaggio de proprj interessi e di- 
segni (2). Assunto al papato, scrisse ad Agnese e ad 
Elisabetta, ava e madre di Corradino: « Per ciò che 
riguarda i diritti del nostro caro figliuolo in Gesh Cristo 
il fanciullo Corrado, illustre re di Gerusalemme e duca 
di Sve?ia, noi, a petizione del marchese di Hohenborgo 
e de* suoi fratelli, abbiamo consentito d'inviare in Aie- 
magna il vescovo di Chiemsée , perchè provveda con voi 
e coi duchi Luigi ed Arrigo di Baviera che venghino 
ambasciatori alla corte romana. Noi vogliamo non solo 
serbare integri ed illesi i diritti di questo fanciullo, ma 
anco accrescergli (3) ». Nel medesimo tempo e citava Man- 
fredi a render ragione innanzi alla corte pontificia della 
uccisione di Bonello , e dell ingiuria fatta alla Chiesa 
cacciando Y esercito papale dalla Puglia. Manfredi rispose 
con umili parole eh* e' difendea i diritti di Corrado presi 
dal papa sotto la sua protezione, e che in tal guisa 
oprando e non credea di aver fatto ingiuria alcuna alla 



(1) Epitt. Alesiandri IV ad Pet Mediai., Hahn, Bull, n 46. 
2) II. Paris, Hist. Anglic 

(3) - Ejasque pacri jura non soKiin itHegra H illaeBa servare, immo po- 
Mus adaae;er(* •. Hormayr, t. XL. 



46 STORIA D* ITALIA 

Chiesa, e mandò in corte del papa i suoi due segrelarj 
Goffredo di Cosenza e Gervasio dì Martina (i). 

Mentre queste pratiche sì faceano^ Barletta, Venosa, 
MeIG, Bari, Trani ritornavano all'ubbidienza di Manfredi, 
la più parte de baroni pugliesi o si sottometteano o erano 
soggiogati, i Saraceni di Acerenza ammazzavano Giovanni 
il Moro come traditore e ribelle e la sua testa mandavano 
a Lucerà in una gabbia di ferro, e Manfredi movea contro 
Guardia-Lombarda, borgo del Principato Ultra, eh* era 
del marchese d' Hohenborgo. Allora il papa dichiarò che 
ogni pratica d accordi sarebbe rotta, se 1 esercito regio 
non si fosse ritiralo da quel luogo il quale gli apria la 
via di Napoli. Gli ambasciatori di Manfredi , fingendo as- 
sentire alle richieste del papa, gli scriveano si conten- 
tasse di ritornare in Puglia, ma per segrete lettere gli 
diceano: « Affrettatevi di entrare in Terra di lavoro, e 
la vostra sola presenza basterà a cacciare ì papali dal 
regno: per assicurarsi la fuga e tengono delle navi ap- 
parecchiate a salpare (2) ». E Manfredi, non ostante la 
poco adatta stagione, avrebbe passato gli Appennini, se 
non gli fossero giunti avvisi che quasi tutta la terra 
d* Otranto gli s era ribellata , e che Brindisi avea fermato 
una lega contro di lui con altre potenti città vicine ; 
ond*egli credè cosa savia ritorpare indietro per combat- 
tere i ribelli , fingendo cedere a' desideij del papa. U quale 
montato in rigoglio per quelle novità, e più per lettere 
ricevute dall* Inghilterra, che gli annunziavano la prossima 
partenza della spedizione , smettea gli infingimenti dì pace, 
e si apparecchiava a far partire il vescovo dì Bologna 
per dare ad Edmondo una nuova investitura ed affrettare 



(1) Matteo di Giovbnazzo, Diurnali; — Jamsilla. 

(2) Jamsilla. 



SORGERE de' PRIHCIPATI Al 

la sua venuta (4) ; e questo pochi di dopo di quando 
avea promesso « non solo di serbare integri ed illesi i 
diritti di Corradino, ma anco accrescergli ». 

Manfredi andò ad oste contro Brindisi, ma la terra 
era beo morata e fornita, ed egli non avea macchine 
per battere le mora , né navi da guerra per impedire che 
ricevesse delle vettovaglie dalla parte del mare. Vedendo 
che poco profitto vi facea , dette il guasto alle campagne, 
e rivolse le sue armi contro la vicina Misagna che fu 
presa e saccheggiata. Lecce si sottomise: Oria gagliar- 
daoiente si difese e fu assediata, ma i cittadini spesso 
asciano fuori e faceano di gran prodezze. E mentre Man- 
fredi in questo assedio si ostinava, la Sicilia si ribellava, 
non per seguire la parte del papa o quella di Corradino, ma 
per liberarsi di lotti; fatto notevole perchè è il preludio di 
una serie di rivoluzioni, di guerre che discende sino a* no- 
stri giorni e ancor non si chiude. Pietro Ruffo , accordatosi 
col papa^ dominava in Sicilia come signore assoluto; ma i 
Siciliani odiavano Ruffo, diflBdavano del papa, e non voleano 
saperne di Corradino fanciullo straniero e lontano. Egli è 
vero che Innocenzo IV avea ridato a Messina i suoi antichi 
privilegi , e che Alessandro IV or confermava a Palermo le 
sue franchigie (2); ma Funo e l'altro non invocavano 
un nuovo conqoistatore straniero? ed Alessandro non dava 
in fendo al marchese di Hohenborgo la città di Amalfi , 
che qoalche mese pria Innocenzo avea dichiarata libera 
in perpetoo (3)? Cefalù levò il romore; poi seguirono 
Palermo , Patti , Caltagirone e Gastrogiovanni. Ruffo ra- 
dunò in Messina un 'esercito , andò contro Gastrogiovanni 



(1) M. Paris, Bist Angl; — Jamsilla, /. e; — Matteo di Gio. 
YENAZZZO, Diurnali; — Rymer, ( I, p. 310, 322. 
2) 20 febb 1255; Cod Fitalia mss , n 00 
(3) RVMRR, l. I. p 31^1. 



48 STORIA DITALU 

e la soggiogò, non ostante la fortezza del luogo. Ni- 
cosia prese le armi : i Messinesi , eh' erano nell* esercito , 
cominciarono a tumultuare. Allora Ruffo ritornò in Messi- 
na , e vedendo la città contro di lui maldisposta fece pren- 
dere e sostenere per sua sicurtà Lionardo Aldiglieri ed 
altri cittadini ch'erano de maggiori e più autorevoli in 
quella città. Il popolo, risaputo questo, si levò a tumul- 
to, liberò i prigionieri, portò TAldiglieri in trionfo, lo elesse 
suo capitano, proclamò il reggimento a comune e fece 
suo podestà un nohile romano della casa di Ponte (1}. 
Il palagio di Ruffo fu disfatto, ed e' rimasto in potere 
del popolo non potè recuperare la sua lihertà éhe promet- 
tendo di cedere a Messinesi due città in Calabria ; e così 
si partì. Passato in Calabria, si afforzò nel castello di 
Catona, e mandò un suo nipote con gente armata nella 
valle di Crati per ribellarla a Manfredi , mentr' egli stesso 
tentava ridurre la bassa Calabria sotto la dominazione 
del pontefice. Manfredi, risapute queste cose, inviò una 
parte del suo esercito verso Cosenza , e con questo aiuto 
Gervasio di Martina suo ufficiale venne a giornata colle 
genti di Ruffo presso Cassano , e li ruppe e sconfisse. Frat- 
tanto i Messinesi , passati in Calabria , occupavano Reggio 
e minacciavano Catona. Ruffo, assalito da quest'altra parte, 
fuggi di castello in castello sino a Tropea , ove di notte- 
tempo entrò in una barca colla sua famiglia e scampò a 
Napoli. L'esercito regio, vinto Ruffo, ed in certa guisa 
coir aiuto de Messinesi, si volse contro di loro, ed oc- 
cupò Cosenza , Nicastro e Seminara , eh* eglino sgombra- 
rono per radunarsi nel piano della Corona, ove assaliti 
da'manfrediani e da Calabresi amici di Manfredi , eh* erano 
assai , furono rotti e messi in fuga : molti di loro furono 

(1) Malaterba, Append.; — Pirbo, iVor Eecl., CephcU-, p. 805. 



SORGERE DE'PRinaPATI 49 

aramazzati sa pei monti ^ cinquecento furono presi prì- 
gionieri. Reggio e le altre città di Calabria alzarono al- 
lora r aquila nera di Svévia [i). 

Durava 1* assedio di Oria; ma in città mancava il 
danaro per pagare le schiere assoldate , le quali voleano 
partirsi. Allora il comandante mandò a dire a Manfredi^ 
cb*eglì renderebbe a lui la città, ma che per giuramento 
si era obbligato non far questo senza prima avvertirne i 
magistrati di Brìndisi : permettesse adunque che suoi messi 
andassero in quella città. Manfredi assentì;, ed i messi 
andarono , e col loro ritorno portarono i danari che biso- 
gnavano , e la città non si arrese. Manfredi adirato per 
quell'inganno, giurò prenderne aspra e terribile vendetta; 
ma e* dovette ben presto levare il campo e partirsi , per- 
chè un nuovo esercito papale, sotto il comando del cardi- 
nale Ottaviano degli Ubaldini e de signori di Hobenborgo 
minacciava le Puglie: erano in quello toscani, uomini 
degli stati della Chiesa, banditi del regno e soldati di 
ventura d* altre parti d Italia , e dicono sommassero a 
sessanta mila (2). Barletta, usa a mutar parte, si dette 
a papali. Il grosso dell* esercito procedea per la Capita- 
nata, mentre alcune schiere, capitanate dall'arciprete di 
Padova , scendevano per le Calabrie , ed erano secondate 
da vascelli napolitani , che con truppe da sbarco, coman- 
date dal Ruffo e dal Pignatelli arcivescovo di Cosenza, 
costeggiavano il liltorale. Allora Manfre4i si ritirò dalla 
fortissima Lucerà , chiamò alle armi i baroni fèd^i'^ pro- 
mise grosse paghe a soldati mercenarj , ed in pochi dì 
d>be un mezzano esercito, col quale dì giugno accam- 
possi presso Frigento nel Principato Ultra. L' esercito pa- 
pale rizzò le tende alle falde del monte Formicoso , e vi 

(1) jamsilla. 

(2) SABA9 MALA8PINA. Hist Sic i ~ M. PARIS, Hiir Anglic 

La Farina, T. Vi. 7 



OO STORU D ITAUA 

jsi afforzò eoo trincee e ^tn^c^ti, ne volle venire a gior- 
nata , nomistante cjie provocato dogli avvi^rsai] (i). CoiA 
molti giorni rimasero ^ e frattanto GerVDisio 4i llaftina , 
minacciato in Calabria dall nfcipprete di Padova» avea 
radunale le sue schiere a Gii^trovilUri ^ luogo fortiswAQ» 
e quivi attendea. Ma jKxieiiUre T arciprete aj^arecchia^Ylii^ 
ad a9i3^lo , dovette i;^tar3i per ordini ricevuti 9 e andare 
co'^uoi al campo di Foroùcoso. U Ruffo^ ignorando la 
ritirata dell* arciprete , sbarcò a San Lucido, occupò Co^ 
sepza 9 ed ivi , coir aiuto dell arcivescovo , radunò qualche 
migliaio d* uomini , del contado e di marinari ; ma qipm- 
do e risi^ppe che Taiiciprete s era partito, e che Gerva^ip 
muovea contro di lui , fugj^ vilm^te coli arcivescovo , ^ 
tutti e due si rio)bi^rcarQno su di una nave e arrivarono 
a Napcdi y spargendo nella corte del papa la paura onde 
erano donijnati (:2). ' 



IX. j 



coRBWinio DA A wmmn la balia mi rumo. 

In qoel tempo giunsero nel regno Goffo màresoiaUo 
del duca Luigi di Baviera e Corrado Buasaro nobile ba- 
varese, ambasciatori richiesti dal papa, i quali .port»^ 
xano il seguente diploma , redatto in nome di Corradioio 
deir età allora di Ire anni : « Siccome la nostra fanoiol^f 



(1) Jamsìlla. 

(2) Jamsillì. 



SORMRE DE FAIIVCIPATI 51 

lesta e iiiipedifce per ora di governare il regno di Sici- 
lia nostro prezioso ereditaggio, ci è neeesaario scegliere 
00 reflore , che dorante la nostra minoreonità , serbi iiH 
tatti i nostri diritti , faccia regnare la giMtizra e mantenga 
la quiète e la pace, in conseguenza , e dopo avere ma* 
torameote deliberato con il nostro caro zio il duca di 
Baviera , con k signora nostra madre e cogli altri nostri^ 
parenti , noi abbiamo eletto balio del detto regno , per* 
che ne eserciti K ufficio sino a che noi saremo pervenuti 
all'eia virile, il nòbile prindpe di Taranto , Manfre^ 
nostro caro zio paterno , là coi prudènza , feJeltè e sa- 
mzza noeritano tutta la nostra fiducia , e che ha dirìlK» 
a questo ul5cio. Se noi soggiorneremo nel regno , egli 
AvÀ )a tutela deHa nostra persona, figli disporrà de feudi 
vacanti , amnriiiistrerà con autorità piena i) demanio della 
corona è tutto ciò che ci appartiene. Noi sin da ora di-> 
chiariamo valide ed approviamo le domande di danari e 
di nomini che! farh alle città ed a* feudi, le renrissioni, 
i trattati, i patti e le promesse eh* ei soscrìverà in nostro 
nome, e promettiamo farfi osservare come se da noi f os- 
semi sottoscritte. B aflbchè questo atto* sia fermo e siaK 
hfh noi r abbiamo fatto munire del sigillo^ dell» nosfera 
nmestà {4) «. Dappoi<:diè ebbero consegnato a Manfredi 
questo diploma , i due ambasciatori si partirono per an- 
date in corte del papa , il quale s'era ritirato in Anagni. 
Il cardinale Ottaviano degli Ubaldini , colse quella occa- 
riène per formare una fregna; ma lungo il tiaggio gli 
ambasciatori furono assaliti da* masnadieri di Rollo degli 
Aribaldi nobile romano , di casato ghibellino , e Goffo fu 
morto e Corrado gravemente ferito. Di questo assassinio. 



(1) Qtitio dDctmiitttd è ioMrlto Hi m traitild 4\ pacD àNKlm» fra 
Manfredi e i VeoeiMni nel settembre del 1267 Uber Pttct Kén . t. Il 



52 / SXORU D ITALU 

la cAii : cagione ripnase ignota, iì papa ed i goelG accusaro- 
nQjMaQfredi, elle certo non avea interasse a c4)inmeUerlo (4). 
Qualche giorno d,opo il Ruffo era anuiiazzato da un suo 
servidore a Tei^racina. Non ci: volle altro perchè tutti i 
guelfi addebitassero al balio aoeo ><|uest' altro delitto. 

Frattanto Ms^nfiT^di^, sulla fede della tregua si ritirava 
verso Bari ; ma non appena egli ebbe levato il campo, eb^ 
il cardinale Otfaviaqo, si .mosse rapidamente ed. occupò 
per sorpresa la città di Foggia, onde io^pedire oguj co* 
nmqlc^ione fra T esercito regio e Lucerà. Manfredi en^ 
giunto a Trani , quando con meraviglia e corruccio ri-i 
seppe r infrazione della tregua (2) : frettolosamente ritornò 
a Barletta , piegò quindi a sinistra nella direzione di Can- 
nosa, e, <d| Alveoli 9 girò, la posizione di Foggia e gUmse a 
Luleera. Dì là , accresciuto d' uomini e di armi, andò presso 
il piccolo rfiume di san Lorenzo: a sei miglia da Foggia, 
e. vi si accampò, mentre una; delle sue schiere assaliva 
Saul Angelo , che avea alzato la bandiera del papa , e sac-. 
chfi^iavala (5) 

Il cardinale Ottaviano degli Ubaldini era uno di quegli 
uomini inetti^ vanitosi e vantatori che sanno ottenere 
nelle corti un favore che non meritano; e crearsi una 
riputazione in piente a fatti corrispondente. Innooenio 
IV lo avea tenuto in pregio; Alessandro lY lo adoprava 
nei negozj della Chiesa e nelle imprese di guerra : . impe* 
rocche il cardinale millantavasi esperto ed wimoso gaer* 
riero / ed il papa lo credea ; ma la parte ^guelfa pon ebbe 



(1 • Per suos satellites dudcìuid sui nepotis fecit occidi *. Beg. Alexan- 
dri IV y l /, n. 92. Vedi anco il guelfo Saba MalasptDa- 

(2) • Minime credibile rcputdvit, et miratusest, si veruna esset, qnod 
legatus sedis Apostolicae, vìr quidein ecclesiastìcus, et qui roagis aliis fidem 
sertaretenebatur, firmata inter se, et prtncipem, treguarom paela, fregisset ■». 

(3^ JAM81LLA. 



SORGERE de' PRINCIPATI 63 

giammai fede in lui. . Lo aocusavaoo di miscredeoza è 
di tradimento, rammentavano la saa amicizia coir impe- 
ratore Federigo, aflfermarano: amasse molto Manfredi (4). 
Il cronisla Salimb^ni, ch*era Arate miaore e gurifo arden- 
tissimo, racconta che. trovandosi egli a Lione nel 4246, 
qoak inviato, dal podestà di Pernia, il papa gli domandò 
cosa ne pensassero i guelfi del cardinale Ottaviano, che 
comandava allora' le milizie. milanesi sul Po, e eh* ei rispo^ 
segli: c:Santo Padre, non ve fra noi ohe una sola voce : 
il cardinale ha tradito la Chiesa in Romagna e la tradR* 
li in Parma (2). Più tardi i guelfi fiorentini scriveano 
al papa una lettera ^ colla quale accusavano il cardinale 
di seguire le tracce di Epicuro, e di Maometto, e di con-» 
giurare : co* nemici la rovina ddla Chiesa e della liberi^ 
italiana. Alessandro Rispose con rimproveri e con minac- 
ce (3); aia non ! per questo riesci a mutare la trista opi- 
nione che di iui> avea :la parte guelfa. Correa vod^ aver 
egli detto: « S'è vero che v^% anima, io Thajperdota pei 
ghibellini » ; e fu ' seguendo - una credenza comune che 
Dante lo .pose in Inferno fra coloro « Che l anima col 
corpo: morta : fanno (4) ». < i 

Il cardinale lodcupando Foggia, avea sperato impedire 
le comunicazioni fra . Manfredi e Lucerà; ed or che Man-^ 
fredi era col suo esercito entrato in Lucerà, e trasmutava 
l'impresa faltita in astuzia di guerra, vantavasì di aver 
costretto il briloa chiudersi in quella città, e datava le 
sue lettere « dalF assedio di Lucerà (5) » , mentre era 



(1) Sabas Malaspiha, Hist. Sic- 

(2) F. Salimbkri, Chronieon. 

(3) Mi. da Vaticaifio n. 4967, f. 6<). 

(4) fn/Ssr., e. X. Vedi il commento di BeDvenoto da Imola ove sodo 
riportate le parole : « Si anima est , ego perdidi millies prò Ghibellinis 
ipsam >. 

:5) • Bas datas in obsidione Lucer iae subnotari faciebal ». Jamsilla. 



54 STORIA D* ITALIA 

lui che Irovayasì dentro Foggia assediato e riciiHo. La 
città mancava di vettovaglie: ben presto la fame e le 
malattie cominciarono a fare strage dell esercito j^pale e 
de' cittadini* Il marchese d* Hobenborgo , di* era col cardi* 
nate, usci dalla città e andò a Trani, ove dimorava laolda 
sua moglie > figliuola che fu del marchese Lancia e quìn^ 
di parente di Manfredi. Fingea vedersi rappacificare con 
ktt e gli fece scrivere dalla moglie lettere di domestico 
affetto; ma ia realtà e* non peosava che a ben fornire 
di ogni Insognevole gli assediati e facea di naseoslo 
riempire molte barche di vettovaglie, di foraggi, di me^ 
dicamenti , e fino di mosoaroli e di ventagli per soac* 
ciare le mosche e ^r rinfrescare Feria ardentissima in 
quel clima ed in quella stagione (4). Questa roba fu per 
mare trasportata a Siponto , da dove di notte tempo , 
scortata da mille trecento cavalieri e da miHe cinquecento 
Canti dovea portarsi a Foggia. Tutte queste cose non cosi 
segretamente si fecero che Manfredi non le risapesse: il 
convoglio cadde in una imboscata che gli era stata pre* 
parata ; molti di quelli che lo scortavano furono morti 
o fatti prigionieri , e quel ricco bottino a pportò Y ablKMH 
danza e la gioia nel campo de'manfrediani, lo sgomento 
ed il dolore dentro la città. I nobili di Toscana e della 
campala di Roma proposero allora di uscire dalle mura 
e di venire a giornata co* nemici ; ma il cardinale dispe- 
rando di vincere, richiese Manfredi di pace (S). 



(1) • Mosterinis et flabellis ad muscas depellendas rei ad refkrigerium 
aeris faciendam ». 

(2) Sabas Malaspina, Bist. Sic; — Jausilla. 



SORGJBW D£ PRiRCIPATI 55 



X. 



HUiA PACK Bì rOflUA. 

La pace tratuta e ooBcluia fra il cardinale e Maofredf 
fa a patto ohe il balk> terrebbe il regno in Dcmie di 
Gorradiiio , ina che cederebbe alla Cbiesa la preiriDeia di 
Terra di Lavoro e parte del Principato, cioè la regione 
stimata la più bella ddl' Italia per la temperie dell* aria, 
per la grasiezza del terreno, per ia [nacevolezza ed 
amenità de luoghi, e per le città piene di popolo, ornate 
di ediiq e prorvedttte di tutto ciò che giova e diletta (4). 
Fermata qnella pace , il cardinale pregò ManfrecK perchè 
voieise perdonare a' ribelli e permettere che ritornataero 
aOe loro case gli usciti; ed egli pronlameale aseenii^ 
indndendo anco in queslo generale perdono il marchese 
di Hòhenborgo, M quale tanto avea a dolerci. Allora il 
cardinale levò il campo , e si ritirò coli esercito alla volta 
dì Napoli , mentre Manfredi per godersi le dolcezze (fi 
qudla pace cosi caramente comprata si dava tutto a* di- 
porti della poesia e della caccia (&]. 

I guelfi pia ardenti , e fra questi parecda cardinali ^ 
accusavano il cardinale UbaldÌBi di tradimento; i più 
moderati diceaoo le armi peso troppo grave per le spalle 
de' cheriei (3) ; altri infine rìgettatano tutta la colpa sulla 
viltà e sul difettivo ordinamento deU* esercito papale (4). 



(Il JAM8ILL4. 

(2) Matteo di Giovenazzo, Diurnali. 
)) • Arma qod se^oant hunaeris clericoriini 

ih) bA»A§ MALA«r|IIA, Bi§i. Sk. 



36 STORIA D ITALIA 

Tutti accordaronsi col papa a riprovare quel trattato, il 
più vantaggioso che mai sia stato profferto da re di Si- 
cilia alla Chiesa ; ma certaitiente a fare adottare questo 
partito poco savio contribuirono le notizie che giungeano 
dair Inghilterra. Il vescovo di Bologna avea dato, in 
nome del papa, una nuova investitura al giovine Edmondo, 
con questi patti : La Sicilia e la Puglia , eccetto Bene- 
vento, formerebbero un solo stato, che il re terrebbe 
còme feudo della Chiesa col censo annuo di dueodila once 
d'oro puro o F obbligo di fornire trecento lance complete 
spesate per tre mési. Il re non potrebbe giammai cingere 
la corona imperiale, pena la perdita del regno e la sco- 
munica. Per il debito contratto dal papa , onde cacciare 
dal regno Federigo ed i suoi sucqessori, in inarchi ster- 
lini i3S,§41 darebbe sicurtà il re Arrigo, il quale prò* 
nietterd>be formalmente di condurre senza iodugio nel 
regno il suo figliuolo ed un esercito possente e numeroso. 
Edmondo manterrebbe le buone consuetudini ed i privi- 
legi deVnobili e delle città., e nominativamente di Napoli 
e di Capua. Egli non potrebbe giammai pretendere il pa- 
gamento delle cento mila lire a lui promesse da papa 
Innoi^enzo IV. Dall' altra parte papa Alessandro si obbligava 
a non trattare col già principe di Taranto, senza riser- 
vare i diritti al trono di Sicilia di Edmondo d' Inghilterra 
e de* suoi successori (1). Il re Arrigo , dalla vanità acce- 
cato, accettò questi a lui gravosissimi patii; dm e non 
trovò prestatori pei danari che bisognavaogli. Il papa lo 
facultò a prenderne dalle chiese , e fece bandire la cro^ 
ciata ; della qual cosa molto si scandalizzavano i fedeli , 
e maravigliavansi che si promettessero tante indulgenze 



(1) LUNIG, Cod. Dipi. Hai., t II, p. 9lS; — Rvbier, Poeta foed«ra 
etc i t. I. Queste condizioni erano sottoscritte dal papa e da sei cardinali. 



SORG£A£ DE PRINUPATI 57 

per versare il sangue de^ crisliaoi , qoafile per combattere 
gli iofedeli (-1). ' 

li gtorno della caedeiara dell aouo 4236, Manfredi 
leone un generale parlamento in Barlétta , ove fq rìee- 
volo con grande onore ^ e al canto del salmo Betiedittui 
iflù foeml in nomine Domini. Ei conferì a suo zio Gatvaf»^ 
Lancia il titolo di prìncipe di Salerno e Tallo iifGoio di 
gran maresciallo , e air altro suo 2Ìo Federigo Ltineia la 
contea di Squillace: altri feudi , officj ed onori delle ad 
amici e partigiani. Bertoldo di Hohenborgo ed i suoi fra- 
telli , scoperti rei di un' altra congiura , erano ^li cdé- 
(laanali a morte ; ma il ballo commutò la loro pena in 
quella del carcere, e vi morirono, odiati da ghibellini , 
(iimenticali da* guelfi (2). Sciolto il parlamento , Manfredi 
mosse per Benevento, Alife, Samo e Salerno, e di Ih, 
avendogli Galvano Lancia menati altri tremila Saraceni , 
andò contro Napoli. Questa oììlk non avea ancx)ra potuto 
riparare i gravissimi guasti soffèrti nell ultimo assedio : 
scomparsa era la numerosa scolaresca che altravolta la 
popolava : la corte del papa in quindici mesi di dimora 
r avea cosi impoverita e smunta che non parca pia deSsa. 
Ridotta in tal mbe^o staio , abbandonata da' popoli che 
per la mancanza delle paghe se n* erano andati alle èaae 
loro , memore de travagli paliti , Napoli non osò resistere: 
Manfredi premise trattarla con clemenza, e la sua pro^ 
messa mantenne: bandi un generale perdono, fece cava- 



ci) « iMirabatur qood lantum eis prQmiUer^ prò sanguiot CbristiaiiQ- 
ram effandeDdo, quantum prò cruore iiifìdclium ••. M.Paris, Hist. Anglic 

(2) Jamsilla, l. e — Ne'codici Filalia di Palermo ve n' è uno nel 
quale si leggono de*versi latini intitolati : Lamentatio Bertholdi March, de 
Bambargio^ dum tenebatur pur regem Manfr, in quo morfuux fnit. V è 
jmco repitafOu del suo sepolcro 

La Farina* T. VI. 8 



58 STORIA O* ITALIA 

lierì trenta de maggiori cittadini , chiamò professori e 
studenti dalle altre parti d* Italia affinchè V università na- 
politana recuperasse il suo antico splendore. Capua segui 
r esempio di Napoli : Aversa cacciò il presidio papale , 
ed apri le porte a Manfredi, il quale, ridotta alla sua 
ubbidienza Terra di Lavoro e gli Abruzzi, discese io 
Terra di Otranto e di là andò in Sicilia (i). 

La Sicilia, dappoiché si liberò della dominazione di 
Pietro Buffo , mandò suoi ambasciatori al papa , dicendo 
eh* ella si reggerebbe a comune sotto la protezione ddla 
Chiesa. Il papa , che forze non avea per farsene signore, 
assenti , e mandò nell* isola Ruffino di Piacenza frate mi- 
nore col titolo di vicario apostolico. Quel reggimento 
durò due anni ; ma come i comuni fossero ordinati , quale 
autorità vi esercitasse il legato , quale i baroni non vi 
sono documenti istorici che chiaramente il dimostrino. 
Or Manfredi avea costituito governatore sulle Calabrie 
e sull'isola il suo zio Federigo Lancia, il quale, per 
mezzo di regj ufficiali mandati in Sicilia j riesci a riani- 
mare la parte ghibellina. Arrigo dell'Abate, ricco e po- 
tente signore ghibellino , scese colle sue masnade in Pa- 
lermo , prese prigioniero il vicario del papa , e ridusse la 
città a parte regia. I ghibellini , montati in rigoglio per 
questa vittoria, radunarono un esercito poderoso, e rup- 
pero i loro avversar) ne piani di Favara. Piazza fu presa 
d* assalto : Aidone e Castrogiovanni si arresero a patti ; 
Messina, la quale reggevasi come le città di Lombardia 
e di Toscana (2), stretta da' ghibellini di Sicilia e dall* eser- 
cito di Federigo Lancia , dovè nuovamente inalberare 



{l; Matteo di Giovbnazzo, Diurnali; — Jahsilla. 

(2) • Sub quo civiU» more civiialum Lombardìac elTusciae vivebal -. 



SORGERE DE>RIRCIPAT1 59 

1 aquila sveva. Oramai Maofredì era sigoore incoDtestato 
di tatto il regno; ed il popolo ripetea essere stoltezza 
voler resistere a colui che da Dio era esaltato (1). 



XI. 



DBLLA LOIBARBiA, DELLA TOSCANA E DI ROMA. 

La morte dell* imperatore Federigo abbassò dod di<- 
strusse la parte ghibellina di Lombardia : le discordie 
coDtinuaroDO, le armi non si posarono* Lodi fu da' Vista* 
rìni guelfi e dagli Averganghi ghibellini lungamente tra- 
vagliata. Questi coir aiuto de Cremonesi prevalsero; ma 
papa Innocenzo, che in quel tempo era a Milano, li 
scomunicò , i Milanesi li combatterono , e cacciate le mi^ 
tizie di Cremona, ordinarono Lodi a parte guelfa, disfe- 
cero il castello che v' era e costituirono signore della città 
per dieci anni Sozzo de Vistarini (2). Miglior fortuna dn 
bero in quel medesimo anno i Cremonesi combattendo 
contro i Parmigiani^ acquali presero il castello di Bre* 
scello sul Po (3). Di poi andarono con Oberto Pelavicini 
in aiuto de* popolani di Piacenza, i quali erano stati 
da* loro nobili presso il castello di Bardi rotti e sconfitti, 
e con quelli uniti assalirono , presero ed arsero le castella 

(1) • Staltum reputans illi resistere quem Deus eialiabit •. Jamsilla, 

l. e; — MATTEO DI GlOVEN AZZO, Dktmali} - SABAS MALASFIKA , Hi$t. 

Sie.f — Àpptnd. ad Malater. 

(2) Galtaucs Flamiia, Man. Fior., e. 285; - Paris de Cbivta, 
Annui. FNTOfi. apud MORATORiOlf» Rtr. Hai Script., t Vili. 

(3) Ckran. Parmense^ apud Muratoricm, Rtr. ftol. Script., t. IK* 



60 STORIA D ITALIA 

di Rivalgano e di Raglio / che apparleaevaoo a Parmi- 
giani , ed altre cfa erano de oobiK Piacentini (i). 

L'uccisione dell inquisitore fra Pietro da Verona fu 
cagione dì grande commovimento in Milano , imperocché 
essendo fuggito o fatto fuggire il colpevole dalle mani 
del podestà, il popolo si levò a rumore e costui prese 
e il suo palazzo saccheggiò. Allora i nobili vollero dare 
il governo della città air arcivescovo Leone di Perego; 
ma il popolo si oppose, scacciò T arcivescovo e dette il 
guasto al suo palazzo (2). Dì poi , rappacificaronsi co'Pa- 
vesi , e. dettero éì) marche^ Manfredi Lancia d'Incisa il 
governo della città , con autorità si grande che il podestà 
niente potesse senza il suo consentimento (3). 

NeK* anno cinquantadue i Parmigiani occuparono più 
castella , non ostante che difese da Oberto Pelavicini , 
da Crenaonesì e dagli usciti di Parma, e l'anno di poi 
fa fermata una pace per la quale Parma richiamò gli 
dischi, Cremona le rese Brescello e liberò i prigionieri. 
Oberto, ch'era signore de' Cremonesi , e che otieone in 
quel tempo )a signoria di Piai^nza , tentò farsi dare quella 
di Patii^a, e forse l'avrebbe ottenuta, se un oscuro sarto 
Bbn fosse riescito a ridestare nel popolo l'amore della pro- 
pria libertà e a farsi ostacolo insormontabile a' partigiani 
dd marchese (4). 

Eitianueie de* Maggi di Brescia uomo di molta riputa^ 
lioneera podestà di Milano nell'anno 4264 ; ma i nobili ub«- 
bidivano a Paolo di Soresina ed il popolo a Martino delia 

(1) Chronicon Parmense. 

(2) Annulei MediolanMHS, apud Mvratoìiiom, Aer. Hai- Script., 
tXVI^ ^ Galvanus FLAMMA, Man. Fìor.y e. 286. 

(3) Galvands Flamma, c. 287; — GivLlNl, Mem. Stor. di Milano^ 

e. vai, 

(4) Chronicon Parmense} — Chronioon Plaeentinvm, apud MOBAto- 
BIUM, Ber Hai Script., t. XVI; ^ SiGONios, De Reg Hai, l Xl.Y 



SORG£BE DE PRINCIPATI Gì 

Torre. ChiaoMito Emanuele a Roma a prendere T officio 
fii senatore^ le due parti non poterono accordarsi nella 
M^elta del nuovo podestà che dopo molti tumulti : da 
ultimo convennero in Arrigo Sacco di Lodi^ il quale 
pochissima autorità vi esercitava ^ perchè Y arcive*- 
scovo Leone Parego e Martino della Torre, Yuùo favo- 
reggiato da' nobili e T altro dal popolo , aspiravano alla 
signorìa , e potean si sulle due parti , che Y ufficio dì 
podestà niente valea (i). Il popolo avea molto abbassalo 
i nobili, ma rìmaneano ancora molti resti delle servitù 
fendali. Facea meraviglia incontrare nelle vie della libera 
Milano un fornaio tutto ignudo frustato per ordine del 
ficarìo arcivescovile , e cosi essere martoriato lungamente 
^ una donna della casa de Visconti^ mossa di lui a conn 
passione non gli gittava sulle spalle il suo mantello (2). 
I nobili faceano molte ingiurie e villanie a* popolani; e 
se qualcuno ne ammazzavano eran condannati in lire sette 
e dodici denari , la qual cosa parea orrìbile or che i po- 
polani erano cittadini e avean parte come i nobili nel 
governo del comune. Martino della Torre , che difendendo 
il pi^lo vedea accrescere la sua potenza , non cessava di 
reclamare Y abolizione di questa legge. Mentre di ciò dispu«- 
lavasi e gli animi erano commossi ed inacerbiti , Guglielmo 
da Landrìano nobile, fatto venire in una sua villa un 
popolano suo creditore , lo ammazzò , e pretese non do- 
vesse incorrere in altra pena che in quella delle sette lire 
e dodici danari , come stabiliva la legge , ma alia vista 
dì quel cadavere, il popolo levò il rumore, saccheggiò 
e disfece le case de Landriano , e con tant' impeto assali 



(1) Annales Mediolanemn. 

(3) GiuuNi, Afem. Stor. di Milano, e. Viti. I Ibranl net 12S6 si af- 
francarono di questa sarvitù pagando dae soldi per dàsdìednno, e cod) en^ 
(ramno nella gìarisdizione de' magistrati del comune 



62 STORIA D ITALIA 

i Dobili, eh* e* non poterono far difesa alcuna, ed usciti 
dalla città si ridussero ne' distretti di Como , Seprio e Mar- 
tesaoa, e quivi si afforzarono e munirono. Nobili e po- 
polani con varia fortuna- ed in piccole fazioni combatte- 
rono neiranno 1257; di poi le due parti radunate tutte 
le loro 'forze deliberarono venire a giornata; ma inter- 
postesi le città della lega, fu conclusa una tregua, e fu 
eletto arbitro papa Alessandro IV , per sentenza dei quale 
fu formata una pace, ed i nobili poterono rientrare in 
città, non così T arcivescovo , eh* era morto a Lepano (^1). 
Era in quel tempo podestà di Milano Beno de Gozadini 
di Bologna, il quale negli anni precedenti avea fatto 
cosa di grande utilità per il comune fondando T officio 
degli inventar], o come oggi diremmo del catasto, il 
quale ebbe il doppio scopo di far pesare con una certa 
ugualità i pubblici gravami su tutti quelli che possedeano 
e di togliere dalla circolazione quella guisa di carta moneta 
stata creata ne bisogni della guerra sostenuta contro Y im- 
peratore Federigo II (2). Egli avea ant*^ fatto prolungare 
sino a Milano il canale del Ticinello , il quale terminava 
ad Àbbiategrasso con sommo vantaggio dell* agricoltura e 
del commercio. L* officio degli inventar] dovea durare 
otto anni , quanto s era calcolato bastasse per ritirare la 
carta e pagare i debiti del comune. Ora quel termine era 
trascorso, ed il podestà non che abolirlo vi facea iscrì- 
vere ì beni ecclesiastici. Bastò questo perchè i cherìci 
gli si rivolgessero contro, ed infiammassero contro il 
podestà gli animi del popolo , il quale si levò a rumore 



(1) Annales Mediolanenses ; — Giulimi , MemoriB Ist di Btilano^ 
e. Vili; — Rosmini, Dell' Istoria di Milano. 

(2) 11 corso Doo era forzato: le condanne pecuniarie poteano pagarsi 
in carta, i ere ditori privati non erano obbligati a ricererla . ma il fisoo la 
riceTea da' saoi debitori. GoRio, Istoria di MUano. 



SORGERE DE PRINCIPATI 63 

e lui prese e coodaoDÒ ìd lire dodicimila. Egli noo avea 
da pagare , ma dicendo i suoi nemici che ricchissimo egli 
era di proibiti guadagni e de danari del comune , tanto 
crebbe il furore eh* e fu ammazzato e gittato in quel me- 
desimo naviglio da lui fatto scavare con si grande utilità 
de* cittadini {i). Morto Beno de* Gozzadini , il popolo elesse 
un suo podestà , un altro ne elesseso i nobili : trentadue 
deputati deir una parte e dell* altra trattarono di pace , e 
nel i258 proposero un nuovo statuto: tutti gli ufficj 
pubblici sino a quello di trombettieri furono ugualmente 
divisi fra* nobili ed i popolani ; le leggi pubblicate dopo 
r anno cinquantuno furono abrogate , gli usciti richiamati , 
le imposte scemate, gli atti e le sentenze del Gozadini 
annullati. £ questa la pace , che nella storia milanese pre- 
se il nome di pace di Sant* Ambrogio , perchè sull* altare di 
quel santo sottoscritta e giurata (2). Accomunaronsi gli 
ufficj non li animi : le nimistà , le divisioni e gli sdegni 
duravano. I nobili favoreggiavano nella vicina Como la 
parte de* Rusconi ; il popolo quella de* Vitani : ricomincia- 
rono le ingiurìe e le offese , e già si correva alle armi ; 
ma i nobili invilirono e uscirono altra volta dalla città , e 
fu dato loro bando , e condannati furono negli averi e nelle 
persone. Cremona, Pavia ed altre città ghibelline presero 
la loro difesa. Martino della Torre accorse col popolo in 
aiuto de' Vitarìni di Como , ruppe gli avversar] , cacciò da 
quella città i Rusconi , e fece dare 1* ufficio di podestà ad 
Azarìo dei Vitani. S* intromise I* arcivescovo di Ravenna 
legato del papa , ed una tregua era stata patteggiata , seb- 
bene ancora non sottoscrìtta, quando i popolani che ritoma- 



:i) Annales àiediolanenset ; — GALVA^US Klamma , ifJan f'/or , 
e 291; — VKBBI, Storia di Milano. 
2) Cor IO, Istoria di Milano 



64 STORIA D^fTÀLIA 

vano senza sospetto a Milano , furono sorpresi ed astedìéti 
nel castello di Pralo Pagano, e costretti a renunziare 
alla pace di Sant* Ambrogio , e a sosoriveme un'altra tutta 
a loro sfavorevole (i). Per maggiore sventura il popolo 
si divise : la Credenza ridette la signoria del commie a 
Martino della Torre; la Mòtta elesse Azzolino Marcellino; 
i nobili ubbivano a Guglielmo da Soresìna: nàcquero tu^ 
multi , risse e zuffe sanguinose: il podestà Teodorico Gajio*- 
tessio di Cesena non potea metter rimedio al male, né pu- 
nire i colpevoli: Azzolino fu ammazzato, e Martino della 
Torre proclamato anziano e capitano del popolo. Il legato del 
papa accorse a Milano , e ottenne che fossero banditi Gu- 
glielmo da Soresìna e Martino della Torre , come capì delle 
due parti e seminatori di scandali e di discordie ; ma dipar« 
titosi appena il legalo, Martino ritornò in armi, ruppe i 
ì suoi avversar] , li cacciò dalla città e se ne fece si* 
gnore (2). 

Non meno discordevole e divisa era in quel tempo la 
Toscana. Dappoiché sì seppe la morte dell'imperatore Fede- 
rigo , Firenze richiamò gli usciti guelfi , i quali ritornarono 
di gennaio del Ì2M , più come vincitori che come 
perdonati, per la ragione che il popolo di Firenze era 
guelfo , e che la creazione del capitano , degli anziani e 
dei gonfaloni gli avea fatto acquistare una grande autorità. 
Or accadde, che volendo il podestà Oberto da Mandello 
andare ad oste a Pistoia, i cavalieri ghibellini niegaronsi di 
seguirlo, perchè quella città reggevasi a parte ghibellina, l 
guelfi andarono soli, e a Monte Robolioo vennero a giornata 
co* Pistoiesi e li ruppero, per la quale vittoria insuperbiti, 



(1) Rosmini, Dell'lstor. di Milano; — Giulini, Mem. Slot , voi Vili» 

(2) Annales .Vfedtolanetrsesy- Gal vani) s Plamma, Man. Fior., e. 192-3; 

GlUUNI, / e; - BOSMINI, l e 



sorgbhb db' PBinciPATi 65 

rìtornaiido a Firenze cacciarono i caporali gbibeUini, come 
allora li diceano , con latte le loro famiglie (4). Gli oadti 
si rìdoseero parte nelle castella del Mugello, parte in al- 
tri luoghi moniti del contado ^ e cominciarono a far guerra 
al comune; al quale tolsero il castello di Uontaja nel 
Valdanio , e vi si afforzarono con aiuti romagnuoli e con 
mercenaij alemanni. Essendo i Fiorentini andati air asse- 
dio di Motttaja, la guerra divanq)ò in tutta la Toscana, 
percioocbti Siena e Pisa, ch'erano gbibdline, tnandarono 
loro aiuti e soccorsi agli usciti, e Firenze dichiarò la 
guerra a quelle due citti. In Siena i nobili ed il popolo 
non formavano due stati distinti come in Firenze. Sin 
dal d233 comune era retto da un podestà, da un ma« 
gistralo consolare composto per due terzi di nobili e per 
Qo terzo di popolani^ da quattro provveditori e da un 
camarlingo, che quasi sempre era un ecclesiastico. Nelle 
cose maggiori cpnvocavasi il consiglio i cui membri erano 
per due terzi nobili e per un terzo popolani (2). Pia tardi 
si stabili vi fossero nel consiglio dodici guelfi e dodici 
gikibellini , e per ciascuna parte sei nobili e sei popolani. 
Questo consiglio si rinnovava tutti gli anni ed a lui ub- 
bidivano il podeflà e gli altri uflBeiali del coamne. Alla 
morte di Federigo II i guelfi montarono in superbia ; ma 
nonostante ciò le due parti convennero, che il comune 
continoeireUte a tenersi in amistà co* ghibellini s seiiza però 
offinidere i guelfi ne beni e nelle persoqe. Fu per rispetto 
a questa amistà che i Senesi mandarono loro aiuti , come 
i Pisani , a ghibellini di Hontaja , ma i Fiorentini, co* loro 



(1) RICORDANO MALBSPINI, C 144; - G. VILLANI, l F/, C 43- 

(2) Malatolti, litoria de' fatti e guerre de'Saneei. 11 Leo crede che 

invece di esser popolani fossero borghesi : qualcosa di simile alla Motta di 
>: Storta d'Italia, l. Vii, e 1 

La Farina, T. VI 9 



66 STORU DITALIA 

alleati di Lucca, li vinsero e costriDsero il castèllo ad 
arrendersi (4). 

L*anno seguente i Senesi ed i Pisani andarono ad 
oste contro Lucca e ruppero le miUzie lucchesi a Mon- 
topoli; ma avendo ritentato la sorte delle armi furono 
sconfitti ed inseguiti sin presso Pistoia. A Montalcino i 
Sanesi furono respinti. Il conte Guido Novello , che cogli 
usciti ghibellini erasi ritirato a Figghine , dovette abban- 
donare quella terra, la quale si dichiarò per Firenze e 
per la parte guelfa. Allora i Fiorentini rivolsero le loro 
armi contro Pistoia , e la costrinsero a sottoporsi al loro 
comune, a richiamare i banditi guelfi, e a permettere 
che> dentro la città si edificasse una fortezza dalle loro 
milizie presidiata (2). I Sanesi per dare maggior forza ai 
loro ordini di guerra, crearono ancor essi un capitano 
del popolo , che fu Ugieri di Bagnuolo di Bologna ; ma 
questo ufficio in Siena , ove nobili e popolani costituivano 
unico stato, non avea la medesima importanza che in 
Firenze ed in Milano. La creazione del capitano non mi- 
gliorò le condizioni di quel comune: il governo in se 
discorde e composto di uomini con interessi , opinioni ed 
amistà opposte era debole e fiacco: la guerra fu mala- 
mente condotta, ed i Fiorentini poterono senza alcuno 
loro danno saccheggiare e guastare ed ardeie il contado 
sanese. Nel medesimo tempo che Siena era cosi molestata 
e travagliata da Fiorentini , dovea anco combattere con 
Guglielmo de* conti Aldobrandini e con Pepo de* Visconti 
di Gampiglia, i quali colsero quella occasione per scuo- 
tere il giogo del comune e recuperare i diritti feudali 



(I) G. Villani, l. VI, e. 48. 

(2' Durò Ano alla gioraata di Montaperti. 



SORGERE DE'PRmaPATI 67 

de' quali erano siati spogliati ; si eh' ella dovette chieder 
pace e Tebbe a questi duri palli: renuoziasse ad ogni 
signorìa su Montepulciano e Montaieino, rendesse al Vi- 
sconti il castello di Caropiglia e agli Aldobrandini quanto 
loro avea tolto , ronspesse ogni alleanza ed amistà cogli 
usciti Zibellini , e liberasse i prigionieri. Dopo la quale 
pace, i Fiorentini j senza grandi difficx)ltà y presero Poggi- 
bonsi e cacciarono i ghibellini da Volterra , obbligando 
quel comune a seguire la parte guelfa (4). 

Pisa era rimasta la sola città ghibellina che fosse in 
Toscana: il pericolo che la minacciava invece di riunire 
gli animi dei cittadini, accrebbe i vicendevoli sospetti e 
suscitò la discordia. Il popolo si levò contro i nobili, e 
non contento di costituire uno stato popolare , volle co- 
strìngere i nobili ad entrare nelle corporazioni : i più as- 
sentirono; altri preferirono uscire dalla città. Allora al 
podestà ed a consoli della credenza furono sostituiti do- 
dici anziani o priori del popolo , ed un capitano del po- 
polo (2) ; ma o che il comune per quella discordia rìma- 
Desse debole, o che la parte popolare avesse meno av- 
veraone a guelfi, i Pisani fermarono co* Fiorentini una pace 
a queste gravi condizioni: i mercadanti di Firenze sareb- 
bero franchi di ogni dirìtto di dogana su quel di Pisa ; 
i Pisani adoprerebbero i pesi e le misure di Firenze, 
batterebbero moneta del medesimo valore della fiorentina, 
non farebbero lega co' nemici de Fiorentini , darebbero 
ostaggi per sicurtà , cederebbero loro Ripafralta (3). Cosi 
Firenze divenne per allora quasi signora della Toscana, 
e fu , se non amata , temuta assai per sua grandezza 



(1) G. Villani, l. VI, e 58. 

(2) Tbonci, Memorie Storiche della città di Pisa 

(3) G. Villani, l VI, e. |50; — Tronci. / e 



68 STORIA D*1TALU 

e potenza dalle città e terre vicine ^ che la forza delle 
soe armi aveano provata. « Le quali imprese , scrìve il 
Machiavelli, si fecero tatte pel consiglio de' guelfi, i 
quali molto più de* ghibellini potevano , si per essere que- 
sti odiati dal popdo per i loro superbi portamenti quan- 
do al tempo di Federigo governavano, si per essere la 
parte della Chiesa più che quella dell* imperatore amata, 
perchè coli' aiuto della Chiesa speravano preservare la 
loro libertà e sotto l imperatore temevano perderla (i) ». 
La vittoria di Manfredi fece riprendere animo alla 
parte ghibellina: i Fiorentini, temendo ohe Poggibonsì 
scuotesse il loro giogo e a Siena nuovamente si colle- 
gasse, correndo Tanno i257, sorpresero quella terra 
e ne disfecero le mura (2). I ghibellini di Firenze, frai 
quali primeggiava la famiglia degli Uberti, temendo di 
essere offesi , congiuravano per offendere. Scoperta la con- 
giura, di luglio del Ì2ft8, il podestà mandò i suoi fa- 
migli per prendere i congiurati; ma questi furono dagli 
Uberti battuti e feriti. Allora fu suonata la campana a 
stormo : il popolo accorse in armi co* gonfaloni e sangui- 
nosa zuffa seguL Schiatuzzo degli Uberti mori combat^ 
tendo: Uberto degH Uberti e Mangia degli Infangati ^ 
presi prigionieri , furono decapitati : gli altri Uberti , i 
Fifanti, gli Amidei, i Lamberti, gli Scolari e gran nu- 
mero di altre famiglie ghibelline uscirono dalla dtt^ e 
le loro case furono disfatte. L* abate di Vallombrosa, 
ch'era de' Beccaria di Pavia, accusato di tenere corri- 
spondenza cogli usciti, fu preso, costretto colla tortura 
a confessarsi reo, ed ebbe, come dice Dante « segata 
la gorgiera • ; per lo che il papa bandi Y interdetto sulla 



(1) Maghi ATBLLi, htorie Fiorentine. 

(2) Malatolti, htoria disfatti e guerre de'Sanesi. 



SORGERE DE* PRIEICIPATI 69 

dita di Fireoze [i). Gii usciti^ ad onta del trattato del 
ciDqaaDtaqoattro , farono bene accolti in Siena , della qual 
cosa reputandosi offesi ed ingìnriati i Fiorentini, anda-* 
reno ad oste sul Sanese e molte castella espugnarono, 
e assai guasti fecero (2). 

Il senatore Brancaleone , con soflMiia severità , avea 
oianieouto in Roma la pace pubblica. I nobili, eh* e* te* 
oea a freno col rigore delle leggi , congiurarono contro 
A' luì 9 e nel 4S56, allorché videro che il popolo erasi 
accordato di confermarlo nelV oflScio , corsero armati la 
città co* loro seguaci , e presero il senatore , e forse lo 
avrebber morto, se non li avesse rattenuti pietà degli 
ostaggi ch'erano custoihti in Bologna. Vedendo sbigot- 
titi e confusi i popolani , i nobili elessero un senatore di 
loro parte , il quale fu Manuele de* Maggi , ed accordatisi 
col papa , lo richiamarono e lo accolsero con ogni guisa 
£ onori. Alessandro scomunicò i Bolognesi per forzarli a 
rendere gli ostaggi , ma i Bolognesi' avvegnacchi guelfi , 
aoodiaieno niegarongli ubbidienza, e preferirono sopportare 
la scomunica per non incorrere nello spergiuro e non con- 
tribune alla morte del loro illustre concittadino. Fecero 
aoeo di' più : incarcerarono due cugini del papa , e dichia* 
raroDO non li rimetterebbero in libertà se pria non fosse 
liberato Brancaleone. Dopo pia mesi di prigionia , Branca- 
leone fo rimesso in libertà , ma e' dovette obbligarsi con 
giuramento di renunziare ali* ufficio di senatore , non che 
alle indennità e provvisioni e di uscire da Roma. Egli allora 
si ritirò in Firenze, e di là protestò contro la violenza che 
gli era stata fatta (3)* 

(1) G. Villani, /. F/, e. 65; — Dante, Div. Comm. Inf. e. XXXII. 

(2) Malavolti, titoria de' fatti e guerre de'SaneMi- 

(3) Motti docameotl intorno questo punto importanlisRìmo di storia 
romana si trovano in Satioli , Annali della città di Bologna tino all' an-^ 
no 1274, t. m. 



70 STORIA D ITALIA 

Durarono i Dobili ed il papa qoasi sigoori di Roma 
sino air anno i258 , nel qiial tempo il popolo si levò a ru- 
more , vinse i nobili , ammazzò in Campidoglio il loro 
senatore , e richiamò Brancaleone y il quale fece impiccare 
due Annibaldeschi , eh' erano de capi della nobiltà , disfece 
molte torri , e radunò un esercito per assalire Anagni , pa- 
tria di Alessandro IV ^ e luogo di rifugio degli usciti. Il 
papa chiese ed ottenne grazia per Anagni; ma poi fuggi 
a Viterbo scomunicando la città di Roma. Brancaleone 
gli oppose un antico privilegio^ secondo il quale la ca- 
pitale del mondo cristiano non potea essere sòomunicata 
e minacciò disfarebbe Anagni dalle fondamenta. Dalla 
quale minacccia impaurito il papa si affrettò a revocare 
la scomunica. Brancaleone radunò il popolo, e con una 
guisa di plebiscito si fece dare piena balla di domare i 
nobili , e di punire i potenti che facessero oltraggi ai 
popolani. Allora molti nobili furono puniti secondo la 
legge, si che in breve non vi fu castello o torre de din^ 
torni di Roma che non fosse una rovina. Ma dopo qual- 
che mese Brancaleone gravemente infermatosi cessò di 
vivere , con immenso dolore del popolo , che la sua morte 
pianse come pubblica sventura e calamità^ e la sua testa, 
chiusa in urna preziosa, collocò a segno di onore in 
cima ad una colonna dorata. Grande fu lo scoramento 
del popolo per la perdita di un uomo di si ardito e vi- 
rile animo ; ed il papa ne profittò per concludere un ac- 
cordo secondo il quale ninno potea essere creato senatore 
senza il suo consentimento : cosi i pontefici per ottenere 
una parte di sovranità si accordavano ora co' nobili ora 
coi popolani^ secondo i casi e la fortuna. Questo nuovo 
ordine ebbe poca durata : il popolo riprese animo , e ge- 
loso della libertà recuperata , elesse senatore Castellano di 
Andolo zio di Brancaleone, né volle sottomettere questa 



SORGERE de' PRINCIPATI 7i 

sua elezioue air approvazione dei papa, il quale tornò 

altravoha a perdere su Roma ogni temporale auto* 

rità (4). 



XII. 



VANB PRilTICHB DHL PAPA IN INGHILTERRA. 
DBLLB COSB M ALEHAGNA. 



Papa Alessandro non cessava frattanto di eccitare e 
sollecitare il re d' Inghilterra alla convenuta impresa con- 
tro Manfredi^ e per evitare ulteriori indugi, ordinava al 
clero inglese di soscrivere delle lettere di cambio che i 
mercadantì Fiorentini sconterebbero al tesoro pontificio, ed 
il danaro che riceverebbero presterebbero al re d* Inghil- 
terra (2) ; ma il clero inglese tenne duro , né danaro diè^, 
né obbligazioni soscrisse, ed i baroni curarono poco le 
molte indulgenze state loro promesse e non vollero pren- 
dere la croce contro un popolo cristiano. Edmondo mo- 
stravasi in pubblico vestito air italiana, adoprava un si- 
gillo sul quale egli era rappresentato colla corona in 
capo , collo scettro in una mano , col globo neir altra e 
colla scritta , Edmundus Dei grada Siciliae Rex ; ma egli 
non avea né danari né armi (3). Dopo parecchi aggior- 



(1) M. PAH18, HUt Anglie.; — Vitale, Storia Dipi de' Senatori di 
Bomaf - SATiOLi, le. 

(2) RYMBi, Poeta, foedera efc, t. /, p. 343. 

(3) M. PARIS» flise. Àngl 



72 STORU D* ITALIA 

namenti, la partenza fu fissata pel giugno ddi 4257 [i); 
ma anco questa volta niente de ne fece. Maestro Arlotto , 
notaro apostolico e legato del papa, andò a Londra, e 
con atto dato da Windsor del mese seguente , fu nuova- 
mente prorogata la partenza fino al giugno del i258 (2). 

In quel tempo tristissimo era lo stato dell Alemagna. 
La guerra fra V Impero e la Chiesa , e fra re guelfi e re 
ghibellini avea distrutto ogbi autorità senza far sorgere 
la liberta : le leggi erano impunemente violate : Y un ne- 
mico offendea T altro: gli uomini impotenti erano spo- 
gliati de loro beni; i signori usurpavano feudi e regalie, 
opprimevano i popoli , saccheggiavano borghi e villaggi , 
rubavano i passeggieri e depredavano i mercadanti. Er- 
manno Rjttberg attese al passo la moglie del re Gugliel- 
mo, e non rispettando in lei la donna né la regina, le 
tolse i suoi adornamenti e la roba più preziosa (3). I 
vescovi gareggiavano in malfare co* prìncipi laici: dissi- 
pavano e scialacquavano le proprie rendite, dilapidavano 
i beni delle lobiese, angariavano e smungevano i loro 
soggetti, e davano il pubblico scandalo di vita lasciva, 
licenziosa e bestiale (4). Ne' monasteri i disordini erano 
grandissimi, la regola era obliata, e quando qualche 
superiore attentavasi di richiamarla in vigore, i monaci 
lo cacciavao via, o lo bastonavano^ o lo ammazzavano (5). 

Dopo la partepza del re Corrado per l'Italia, il 
re Gqglielmo di Olanda, colla intromissione del le* 
gato del papa , sposò Elisabetta figliuoila del duca di 



(1) Reg. Alexandri IV, l II, n. 465. 

(2) Rtmbb, |. t, p. 358. 

(3) Hbetzog, Chronicon Àlsaliaei - ÀnnaUt Paderbormen. 

(4) Reg innoeentii IV, L l, n. 583; l II, n. 538, e molle altre. 

(5) Vedi aoa lettera di papa iQDOoeozo IV estrMta da un codice del 
Vaticano e riportata dal Cberrier alla fine del terio voi. 



SORGERE DE PRINCIPATI 73 

Bruoswìck (i). Pochi mesi dopo i principi, a petizione 
del papa e del re Gaglielmo, dichiararono Corrado de- 
cadalo dai doisato di Svevia^ e vacanti tutti i feudi i 
cai possessori non venissero in sei settimane a chie- 
dere una nuova investitura dal naovo signore (2). Il 
papa approvò questa dichiarazione (3) ; e poco di poi , 
come indietro narrai, dimentico della data approvazione, 
rìconoscea Corradino qual legittimo duca di Svevia. Bforto 
Corrado, il papa invitò Guglielmo a venire a Roma e 
ricevere la corona dell* Impero (4) ; ma fu appunto allora 
che scemò la sua potenza , e venne interamente meno la 
sua forza ; imperciocché i principi ed i vescovi , che lo 
avelino aiutato per abbassare. Corrado, non pria lo vi- 
dero senza competitori incominciarono ad avere sospetto 
e timore di lui , le città non poteano aiutarlo , e la lega 
del Reno non pensava ad altro che ad accrescere le sue 
liberlà e a far fiorire il suo commercio (5). Questo prin- 
cipe fu un di preso a sassate da un cittadino di Utrecht, 
che credea gli fosse stata fatta ingiustizia. « Come ho io 
meritato questo insultò? gridava il re, non mi son' io 
mostrato buon cittadino di Utrecht (6)? » E veramente in 
qael tempo la cittadinanza di Utrecht era piji rispettata 
che la regia autorità (7). Per punire i Prigioni, che 
aveano dato il guasto alle sue terre patrimoniali nel gen- 



(1) Chrohieon S. Petri Brfuti. 

(2) Curia franeofi&iana^ 1252; Pbrtz, Mitmtmenta Germaniae Hi' 
sroriea, L9g. t. IL 

(3) Reg- L X, n. 251, 446. 

(4) MlRAEl, Oper dipi, L I, p. 415. 

(5) ALBBBTU8 STADBNS. , Chronicon. - Vedi gli atti di qaesU lega 
del 1254 e 1255 in Pbrtz, o. c 

(6) PF18TBR, Hitt d'ÀUmagne, l. IV, I. Il, §. II. 

(7) ZBNT6RAF , De interregno Imp. Germ. ab exeetiu Conradi IV 
nsque ad Rudolphum Babiburgieum y Hofpmakn, Jus PublicUm quod in 
S. R, I. interregni magni ttmporibut obtinuit. 

LA FAIIKA, T. vi. 10 



74 STORIA D* ITALIA 

nato del 1256, Guglielmo mosse contro di loro; ma 
passando un fosso la cui acqua era alla superficie agghiac- 
ciata, il ghiaccio si ruppe, ed egli vi annegò dentro, 
o vi fu dagli accorsi contadini miseramente ammazzato, 
conae narra qualche cronista [i). 

lì trono vacò più di un anno. I partigiani di rasa 
Hohenstaufen proponeano il fanciullo Corrado ; ma Ales- 
sandro , che r avea chiamato suo dilettissimo figliuolo , e 
che i suoi diritti avea promesso di mantenere e di accre- 
scere , scrivea air arcivescovo di Magonza : « L* esempio 
del passato c'insegna ciò che dovremmo attenderci da 
questa schiatta incorreggibile : il serpe non genera delle 
colombe , né una pianta velenosa produce salutifere fratta. 
Guardatevi di eleggere il figliuolo di Corrado : sotto alcun 
pretesto e non ha ad avere lo scettro imperiale. Non 
solamente egli è inabile per l'età al governo del regno 
teutonico; ma anco s'è divenisse re (noi voglia Iddio!), 
la Sede Apostolica , che ha bisogno di un difensore , non 
lo troverebbe certamente in lui. £ per questo che noi ti 
preghiamo, ti avvertiamo, ti ordiniamo, in virtù della 
ubbidienza che devi a noi e alla tua santa madre la Chiesa 
romana, e sotto pena di scomunica, di non eleggere 
questo fanciullo e di non favorire questa elezione. Tu 
dovrai anzi opporti energicamente ad ogni simile tentativo 
da parte degli altri elettori ecclesiastici e secolari , e pre- 
venirli che se di questa colpa si facessero rei, incorre- 
rebbero nella scomunica ed in tutte le pene che vi sono 
annesse (2) ». Gli elettori non ebber vergogna di mercan- 
teggiare la corona di Carlomagno. Riccardo di Corno- 
vaglia, fratello del re d* InghilteVra offri ottomila lire 



(1) IVI. Paris, Hist, Anglic; — Magna Chronica Belgica. 
■:2) - Reg Aìexandri IV, l. Il, n. 353. 



SORGtBE DE* PRIIfCIPATl 75 

sterline a ciascuno elettore e quattromila di più ali* arcive- 
scovo di Colonia [i). V arcivescovo di Treveri si tenne in- 
gloriato , vedendo che a più vii prezzo di quello del suo 
collega voleasi pagare il suo voto , ed apri delle pratiche 
con Alfonso re di Gastiglia , il quale offri ventimila mar- 
chi a ciascuno elettore : quattro dettero a lui le loro voci, 
tre a Riccardo. Venti anni di discordie suscitate e rinfoco- 
late da' papi ebbero per risultato questa vituperevole ba- 
ratteria ; e papa Alessandro per prolungare questo scandalo 
e profittarne , scrivendo a Riccardo e ad Alfonso , dava ad 
ambidae il titolo di re de' Romani. Ed Alfonso, aggiun- 
gendo a quel titolo quello d* imperatore e di re di Sicilia , 
fermava un trattato col' comune di Pisa, col quale gli 
promettea lo difenderebbe per terra e per mare contro 
ogni signore « di qualunque ordine e dignità » , e con- 
tro ogni comune , manderebbe in suo aiuto ed a proprie 
spese cinquecento cavalli bene armati e un corpo di ba- 
lestrieri, e non potendo ottenere buona p4ce, farebbe 
viva guerra a Lucca, a Firenze, a Genova e alle loro 
amistà (2). Riccardo, non ostante che avesse avuto minor 
nomerò di voci di Alfonso, prese la corona in Aqui- 
sgraoa, addi 47 di maggio del i257, mentre il castiglìano 
rimaneasi in Toledo a pubblicare delle leggi , per il re- 
gno teutonico che nessuno eseguia e a studiare il corso 
de pianeti dalla terrazza del suo palagio che l'anarchia 
roettea sossopra (3). 

DairAlemagna in così discordevole e inisero stato 
ridotta niente avea da sperare o da temere Manfredi. 

(1) M. Pabis, Hist. Anglic 

(2) ArcbWiodelleRirormagiODi di Firenze, old. XI, disi. IlUcartapccn. 22 

(3) M. Pabis, Hist. Anglic.; - Leibnitz, Prodrom. ad Cod. Jur. 
Gmt. Xlll; - LowiG, Cod. DipL Germ., t. II, ti. 58; - IBANEZ de Sego- 
via Y MOKDEJAB, Mtmorias kisioricas del Bey D. Alonso ti Sabio. 



76 STORIA d' ITALIA 



XIII. 



€OHK MANFRBDt SI FRCI RI Df SlClUik. 



Neiranoo 4258^ d aprile, Manfredi passò nell* isola 
di Sicilia, e da giudici detti reintegratori fece fare diligente 
inquisizione de* feudi usurpati alla corona e de' beni tolti 
alle chiese , e ne ordinò la restituzione. Promise anco 
a Messina le renderebbe le sqe libertà , e riprese il giu- 
stiziere del Valdemone perchè avea cercato di estendere la 
sua giurisdizione su di quella città , nella quale il solo 
stratigoto ed i giudici municipali aveano per antico pri- 
vilegio la ndnistrazione della giustizia si civile che cri- 
minale (i). Con questi e somiglianti provvedimenti e colla 
umanità, liberalità e cortesia si acquistò in pochissimo 
lempo r affetto del clero e delle città , che come vinti si 
attendevano gastighi e vendette : prudenza e mitezza di 
animo più singolare che rara ne' principi, e certo mira* 
bilissìma in un giovine al quale sorrìdeano la vittoria e 
la fortuna. 

Giunto Manfredi a Palermo, corse voce, non so se 
ad arte o a caso divulgata, che il fanciullo Ckuradino era 
morto, e come che le notizie desiderate sono sempre dagli 
uomini credute , parendo solo incredibili le sventure , non 
vi fu alcuno che di quella morte dubitasse , e tutti ripe- 
teano; « Dappoiché il giovine re è morto, la corona 

1) MS. della Bibliuleca Comunale di Palermo, Q. 9 



SORG£KC DE* PIUUCIPATI 77 

tocca a Manfredi , che n* è Y erede legittimo » I vescovi, 
i baroni , i sindachi delle'' città demaniali pregavanlo e 
solJecitavanlo a dichiararsi re. Certamente s egli avesse 
voluto serbar fede al nipote, innanzi di far celebrare i 
suoi funerali, avrebbe dovuto accertarsi che Corradino 
avea cessato di vivere e attendere avvisi di Alemagna; 
ma egli noi fece o dal desiderio come gli altri ingan- 
nato , o dair ambizione sedotto , e volentieri accettò la co- 
rona che gli era offerta (i). I guelfi non mancarono a 
questo proposito di favoleggiare : Manfredi avere mandato 
a suo nipote, eh* era in Baviera, de' doni, fra quali dei 
confetti avvelenati; che i suoi ambasciatori vollero ve- 
dere il fanciullo; che la madre per amore sospettosa ne 
mostrò a loro un altro ; che questi mangiò i confetti e 
mori ; che gli ambasciatori ingannati si vestirono a bruno 
e ritornati in Sicilia assicurarono Manfredi della morte dì 
Corradino (2)« 

Addi io di Agosto, con grandissima pompa e solen- 
nità, si celebrò T incoronazione di Manfredi nella catte- 
drale di Palermo. I baroni ed i deputati delle città vi 
assistevano in gran numero : de* vescovi e degli abati ne 
mancavano parecchi, chi per pretesto d'infermità, chi 
per viaggio reso lungo e lento apposta (3). Celebrò il 
sacrifizio della messa Rinaldo vescovo di Girgenli, assi* 
stito dal metropolitano di Sorrento e dall'abate di Mon- 
tecassino ; e dappoiché il principe fu unto còl sacro cri- 
sma, gli arcivescovi di Salerno, di Acerenza e di Mon* 
reale gli misero in capo la corona, fra le acclamazioni 
de baroni e del popolo (4). Per serbare memoria di que- 

(1) Jamsilla, Hiit. de rebut Friderici 11, Conradi I, $1 Manfredi 
reffum. 

(2) V^i tatti t particolari di questa favola in Ricordano Malaspina. 

(3) SABA MaLASPINA, Hìff. Sicil 

(4) Jamsìlla, HUIoriaf - FBANCiacus Pipinus, Chronicon 



78 STORIA D* ITALIA 

Sto avveDimento si redasse un atto dal protonotaro del 
regno ^ il quale atto fu sottoscritto daWescovi e dai si- 
gnori feudali (i); e Manfredi in quella occasione diohiarò 
franco di ogni dazio il capitolo della cattedrale di Pa- 
lermo , ed al comune confermò tutti i privilegi in diversi 
tempi concedutigli da Federigo li e da Corrado (2). 



XIV. 



€OMB MANHIBDI TINTO' FARSI CAPO DI PARTI GUILFA. 



Manfredi^ divenuto re di Sicilia, concepì un pensiero 
grandissimo, che avrebbe potuto arrecare bene sommo 
air Italia e a lui gloria immortale. Federigo II avea pre- 
ferito I Italia airAlemagna; Manfredi non avea alcuna 
speranza di acquistare signoria al di là delle Alpi, e 
r autorità e potenza de' principi alemanni era per lui mi* 
naccia e periglio. Un imperatore tedesco, che avesse ri- 
condotto air antica ubbidienza la Lombardia, avrebbe cer- 
tamente rivolto contro di lui le sue armi dichiarandosi 
successore di Federigo o vindice di Corradino. Manfredi 
balio del regno non potea essere che ghibellino, divenuto 
re potea esser guelfo. A difendere l indipendenza italiana 
lo consigliavano i suoi stessi perigli, a scuotere il giogo 
degli imperatori la sua istessa ambizione lo consigliava. 



1) SABA Malaspina, Hist- Sieil. 

2) MOKGITORR, Bulla9 €te., p. 114; - Codiei Fitalia, n. 135, f. 100. 



S0R6£EE de' PRINCIPATI 79 

Sperò egli quindi farsi capo di parte guelfa, collegarsi 
co' liberi comuni d' Italia, e ridare alla nazione la sua indi- 
pendenza ; Dia a questo si oppose, come più innanzi sarà 
discorso, la corte di Roma, la quale agognava al dominio 
temporale del regno, odiava fieramente gli Hohenstaufea 
e della crescente potenza di Manfredi sentia gelosia e 
sospetto. 

Genova vendè a caro prezzo la sua amistà; e di 
marzo del i259 un trattato fu fermato a Melfi compatti 
seguenti: i beni e le persone de' Genovesi sarebbero nel 
regno protetti; non sarebbe sulle loro navi esercitato il 
diritto di albinaggio; sarebbero rifatti delle perdite che 
avean patite ; i loro nemici e fuorusciti non sarebbero nel 
regno ricevuti ; i diritti di dogana sarebbero in loro van- 
taggio scemati ; si renderebber loro le fattorie già posse- 
dute in Messina ed io altre città; potrebbero costruirne 
delle altre in Napoli, Barletta^ Siponto, Siracusa ed Au- 
gusta; itelle spese necessarie alla loro costruzione il re 
contribuirebbe in once cento per ciascheduna ; un console 
genovese giudicherebbe in prima istanza dello cause ci- 
vili e criminali fra Genovesi, salvo il caso di omicidio 
riservato alla giustizia reale; tutti i Genovesi dimoranti 
nel regno, che per lo innanzi avessero combattuta T au- 
torità del re, -sarebbero perdonati (i). Con Venezia Man- 
fredi confermò un trattato, eh* egli avea c<mic1uso nella 
qualità di balio di Corradino, aggiungendo che i Vene- 
ziani potrebbero vendere e comprare nel regno tutte le 
mercanzie non proibite, pagando il dazio di uno per cen- 
tinaio, e rimanendo per resto franchi di ogni tassa o 
gabella ; e eh' e potrebbero tutti gli anni estrarre dal regno 
diecimila salme di frammento, quando il prezzo non si 

(1) Begittro dtlla R. CanctlUria di Palermo, ann. 1375, f. 283. 



80 STORIA D ITALU 

elevasse a più di un* oncia d oro per sei salme io Puglia 
e per cinque salme in Sicilia (i). Non meno fortunate 
furono le pratiche di Manfredi in Lombardia, e addì il di 
giugno del 42595 ^^^^^ ^'^^^ ^^ Cremona, fu fermata una 
pace e lega, nella quale si legge: « Il marchese d'Esle, 
il conte di San Bonifazio ed i comuni di Mantova, Pa<- 
dova e Ferrara, in nome degli altri confederati di Lom- 
bardia, di Toscana e di Romagna, promettono di tenere 
d* ora in poi per loro amicò T eccellentissimo signor Màn^ 
fredi re di Sicilia , di aiutarlo a di fare tutti i loro sforzi 
per riconciliarlo colla Sede Apostolica (2) ». 

I guelfi lombardi obbligavaosi in nome de guelfi to- 
scani a difendere Manfredi; ma i Fiorentini gli si sco^ 
persero nemici in procurare Y innalzamento di Corradino, 
che Riccardo re de' Romani avea riconosciuto come re di 
Sicilia , per rendere a sé favorevoli gli amici degli Hohen^ 
staufen e per abbassare Manfredi del qtiale forte temeva , 
senza curarsi che la Chiesa avea dato rinvestitura del 
regno di Sicilia ad Edmondo, suo nipote. I Fiorentini 
mandarono loro ambasciatori in Alemagna per invitare il 
fanciullo Corradino a venire in Italia; ma per allord 
niente si fece. E frattaiito Manfredi, si partiva dàll* isola 
e ritornava in Puglia, e quivi a tutti addimostravaSi af- 
fabile e generoso, e per piacere al popolo licenziava i 
più indisciplinati mercenaij alemanni, i quali per le in- 
solenze che faceano erano molto odiati (3). Nell'anno i268, 
di ottobre, egli tenne un solenne parlaménto nella città 
di Foggia, ove convennero gran numero di barotii e di 
deputati delle città. Sedeva su magnifico trono, avea in 
capo la corona ed in mano lo scettro , gli stavano a'fianchi 

(1) Reg. Pact in Àreh. Vtnet t- //. 

(2) Campi, Cremona Fedele^ l III. 

(3) Matteo di giovrnazco, Diurnali. 



SORGERE, de' PRINCIPATI 81 

il gran conaestabile che (eoea la spada ed il graa giù- 
sfiiiere colla zimarra rossa. E' giudicò delle cause che gli 
erano riservate , pubblicò editti , cooferi premi e ricom- 
pense. Tulli i giorni il popolo era rallegrato con feste, 
giuochi e spettacoli : la sera si accendevano fuochi di 
gioia e baldorie e la città tutta era illuminata a festa (i). 

Nel giovedì santo dell* anno precedente il papa avea 
pronunziato la scomunica contro Manfredi , nella cattedrale 
di Viterbo (2) ; la confermò in quest* anno , aggiungendovi 
i vescovi che aveano assistito alla sua coronazione (3) ; 
la rinnovò nel giovedì santo dell* anno cinquantanove (4): 
ma è notevole , che queste scomuniche da pochissimi cro- 
nisti sono rammentate , il che dhnostra il poco conto che 
se ne fece. La corte di Roma sapea bene che Manfredi 
avea troppo ingegno , troppa dottrina e troppo animo al- 
tero per farsi docile strumento delle sue pretese : educato 
ne principj di Federigo II , cresciuto nella corte di Sicilia 
ove conveniano i liberi pensatori del tempo, legato di 
amistJi e di studj (^ogli uomini dotti di diverse religioni , 
egli in certa guisa rappresentava la sapienza laicale , alla 
quale Federigo avea dato V autorità del suo nome. Il papa 
perseguitava quindi in lui i diritti della ragione umana, 
che roioacciavano la sua autorità , come i desiderj di 
unità nazionale, che minacciavano i suoi dominj. 

Manfredi si contentò di fare occupare dsL soldati ale- 
manni e saraceni la contea di Fondi , posta su* confini del 
regno, e di mettere un forte presidio all'Aquila, città 
devota al pontefice , della quale smantellò le mura (5) : 



(f) Supl ad JamsUi Hisl- 

(2) Epist. Alexandri IV ad lieg. Angi, RVMED, (. I.par. Il^p-T^ 

;3; FRA?fClSCOS PiPiNDS, Cronicon. 

(4 Cod. Fitalia, n. 2b, f. 2h. 

ib) Saba Malaspina, J5fi5f. SicU. 

La Farina. T. VI. 11 



82 STORIA d' ITALIA 

di poi andò a passare il resto dell' inverDo a Barletta. 
Quivi vennero a lui ambasciatori di Baviera, per ismen- 
tire la falsa voce della morte di Corradino, e per chie* 
dere fossero gastìgati quelli che maliziosamente laveano 
divulgata. E* furono accetti con ogni guisa di onori ; ma 
niente poterono ottenere, e Manfredi continuò a tenere 
r autorità ed il nome di re (i). 

Manfredi avea allora ventìsei anni, bellissimo egU 
era^ i piaceri amava, T ingegno, la dottrina, la gloria 
delle armi e la fortuna lo adornavano : molto in poco 
tempo avea ottenuto , ed il suo cuore cose maggiori spe- 
rava ; della quale speranza eran forse simbolo le vesti di 
color verde, ch'egli sempre indossava (2). La corte di 
Barletta , che i guelfi diceano focolare di corruzione e (K 
scandali , era frequentata da' trovadori e da* musici di mag- 
giore reputazione, che avessero Italia, Francia ed Ale* 
magna (3). Quivi i filosofi e gli astrologhi disputavano 
della natura delle idee e del corso degli astri, e tradiH 
cevano i libri della sapienza greca ed araba , rallegrando 
la severità de' loro studj colle cacce , co* giuochi e co* tor* 
nei. Le veglie passavano in canti, in suoni, in balli, 
a' quali diporti interveniano donne bellissime di ogni con- 
dizione, e Manfredi si mostrava così cortese con tutte 
che non si sapea quale più le piacesse. Per inclinazione 
a' piaceri, e forse anco per iscusare la sua nascita, egli 
solca dire i figli di amore riescir sempre i più prodi. A 
volte, come scrisse Matteo di Giovenazzo che lo vide 
« lo re esci va la notte per Barletta, cantando strambuotti 

(1) Matteo di Giovenazzo, Diurnali. 

(2) • Et semper vestietwtur vestibos viridibus ». Bbntbndto da 
Imola, Com* alla Div. Commeilta. 

(3) Vedi la crooaca in rima di Ottocaro di Stiria, il quale fa disce- 
polo di Corrado di Botbenberg, celebre saonalore della corte di Maorredi : 
PEZ, Script. Rer. Àustri., t IH. 



SORGERE DE PRINaPATI 83 

et caDZQBi, et eoo esso iyaoo due musici siciliani, oberano 
gran romanzaluri (4) ». E mentre i] papa lanciava sco- 
maniche contro di Ini, invocava stranieri per cacciarlo 
dal regno, gli bandia contro la crociata, ed incitava i po- 
poli a rìbellarglisi, egli cantava i desideij dell amante, i 
rigori della dama, e forse rìpetea con Guido delle Co- 
lonne: 

« Che se tutta ì Italia fosse nùa, 

Senza voi donna, niente mi sana (2) ». 

Manfredi però trovava modo di conciliare i dirilti dell* amore 
co' doveri di leale cavaliero ; e quando egli seppe che Gof- 
fredo di Buyeres , signore di Caritene in Morea , avea ab- 
bandonato il suo signore e rapita te dama di Carabas a 
on suo uomo ligio , e che « per fare con più agio il suo 
deliUo colla dama » , come dice un cronista , era venato 
al monte Gargano nel regno col pretesto di devoto pelle- 
grinaggio , e lo chiamò e gli disse : « Signore di Cariar 
lene, io so tntlo: voi meritate di aver mozzo il capo 
per avere abbandonato in tempo di guerra il vostro si- 
gnore , e per aver mancato al vostro uomo ligio togtieo- 
dogli la moglie. Partite senza indugio: rendete la dama 
di Carabas al suo marito, e ritornate alle bandiere del 
vostro signore , se no io farò di voi buona giustizia (3) ». 
Beatrice di Savoia moglie di Manfredi era morta la- 
sciando una fanciuUina che avea nome Costanza. Or 
Manfredi trattava e concludea un secondo matrimonio con 
Elena, seconda Egliuola dì Michele F Angelo Ducas de- 



ci) Matteo di Gioyenazzo, Ùiumali. 

(2) Canzone • La mia gran pena e lo gravoso affanno ». 

(3) Le livre de la eonqueiU de la princie de Morie, publU par M- 
Buehon 



84 STORIA DITALIA 

spota di Epiro , la quale gli portava io dote i tre distrelti 
di BulriDto, Suboto ed AvIoDa, che stanno rimpetto e 
vicine ad Olranto dalF altra parte deir Adriatico. La sposa , 
che avea allora diciott* anni e che bellissima era , arrivò 
a Trani accompagnata da otto galere pugliesi ^ addi 2 di 
giugno del 4259: grandi feste si fecero con banchetti, 
balli, luminarie ed armeggiamenti (i); ma appena il re, 
per suoi ufficiali, prese possesso delle terre dotali, una 
guerra si accese fra Giovanni Lascaris imperatore di Ni- 
cea ed il despota dì Epiro, il quale richiese il nuovo 
genere di aiuti. Nel medesimo tempo alcune città della 
marca di Ancona , niegando ubbidienza al papa , si rìvol- 
geano a Manfredi perchè volesse difenderle. Manfredi mandò 
al suocero cinquecento cavalieri, i quali tutti furono in 
Grecia o morti o prèsi prigionieri (2); e fece entrare 
negli stati della Chiesa un piccolo esercito di Saraceni e 
schiere feudali comandato dal genovese Percivalle Doria, 
al quale die il titolo di vicario della Marca , del ducato 
di Spoleto e della Romagna ; ma pare che poco profitto 
vi facesse (3). Ma pria di procedere oltre nella narrazione, 
e necessario discorrere di un grande avvenimento di quel 
tempo, cioè della morte di Ezzelino e del macello della 
sua famiglia. 



(f) D AVANZATI, Della seconda moglie di Manfredi 
(2) Niceforo storico del secolo seguente dice che Manfredi vi andò io 
persona, ma Giorgio Logoleta contemporaneo non parla che de^cavalieri. 

(3) Matteo di Giovenazzo parlando di Manfredi drce : > che nndò in 
Romagnia e tutta la voltò sossopra •• Il Muratori aggiunge: • col nome di 
Romagnia altro non si dee intendere, se non la Romania Greca •. A me 
non pare, imperocché l'andata di Manfredi in Grecia non resulla da alcuno 
storico contemporaneo, e sarebbe stata cosa troppo importante per essere 
omessa. Forse Matteo esagerò la impresa di Romagna, che certo non do- 
vette produrre grandi eflètti. Saba Malaspina non parla che deiroppugoazione 
e della resa di Camerino. 



SORGEUE DE PRI>(:iPAl I 85 



XV. 



DELLA mi Di EZZELINO DA ROMANO. 



EizeliDO era di taglia mezzana, ma complesso e ro- 
bosto: il viso avea bruno, i capelli neri e crespi, lo 
sguardo minaccioso e fiero: ingegno pronto^ anima so* 
speciosa ed ambiziosissima , da virili o paura non raf- 
frenala , e* solea dire farebbe in Lombardia cose sii grandi 
che le uguali non si sarebber vedute da* tempi di Carlo- 
magno in poi (i). E* poco credea ai preti, mollo agli 
astrologhi, gli eretici favoreggiava e degl'intrighi de' frati 
più che delle armi de nemici avea paura (2). Ad onta 
della pubblica esecrazione che accompagnava il suo nome . 
I imperatore gli avea dato in moglie una sua figliuola e 
I avea creato suo vicario , e due pontefici lo aveano pre- 
gato dieci anni perchè volesse accordarsi con loro e dive- 
nire campione di Santa Chiesa. Egli volea dominare colla 
forza e col (errore : di nemici e di sospetti erano ripiene 
sempre le sue carceri , benché basse e strette , che i con- 
temporanei diceano bolge d' inferno : quivi privi d* aria e 
di luce, tormentati dalla fame, dalla sete, dal sonno, 
dal fetore e dal caldo , migliaia d' infelici si disputavan 



(1 • Bccelinas ait se velie in Lombardia agere majorcm rem quam 
acta foret a tempore Caroli Magni et citra >. Gortcsi, presso VrrcI, Gli 
Eeeellini. 

(2) • De quibus fratibus plus limebat quam de aliquibus aliis perso- 
nis io muodo ». ROLAKDiNrs, Hìst. l. 7, e 3. 



86 STORIA d'italu 

fra loro i liquidi i più immondi per avere ud qualche re- 
frigerio alla febbre che li divorava (1). Le porte di quel- 
r inferno la sola morte apriva , giammai la clemenza. Ez- 
zelino tenea per sospetto chi non era suo caldo partigiano, 
ed i sospetti reputava rei , e come rei gastigava. Tira- 
mante suo fratello fu fatto morir di fame , i Ggli di una 
sua sorella, il padre della sua ultima moglie e due dei 
suoi cognati in diversi modi furono da lui uccisi: e si 
famose divennero le sue atrocità ^ che i poveri ciechi o 
storpi che andavano accattando per le terre d* Italia , per 
più meritare la pubblica pietà , diceaa tutti essere stati 
cosi malconci da Ezzelino da Romano (2). Neirannoi353 
due fratelli di Honselice , Monte ed Araldo , furono presi 
e condotti ad Ezzelino , il quale esclamò : « Disgrafìa 
a* traditori I » Monte intese cosa e* si volesse dire , e coflde 
disperalo , si svincolò furiosamente dalle mani de soni cor 
stodi , e scagliatosi addosso ad Ezzelino , lo buttò a terra, 
e cominciò a percuoterlo e a lacerarlo coi denti e coll^ 
ugna. Tentò il fratello di fare il somigliante; ma prima 
eh* e' potesse liberarsi fu morto. Allora tutti i ferri delle 
guardie si rivolsero contro F altro, il quale, come ma- 
stino feroce, non lasciava la preda: coperto di ferite, coq 
una mano ed un piede mozzi egli continuava a mordere 
e a percuotere finché perde col sangue la vita. Ezzelino 
si rizzò tutto insanguinato e malconcio , sbalordito e pal- 
lido pe colpi che avea ricevuti e per la rabbia , nò disse 
parola, che noi consentiva la sua anima altera e su- 
perba (3). 

(1) > Urioam cum avidilate ioexprimibile bibere cogebalar ■. Mo- 
NACBos Patavinus, ChronicoH , apud Moeatobioii , Ber. Hai. Script, , 
f. Vili 

(2) • Haec et haec oobis fecit Eccelinus de Bomano -. Ventura, Chro^ 
nicon AsUnse. 

(3) BOLANDINOS, Hist., L VII, 0. 5. 



SORGERE DE* PRinClPATl 87 

Dissi io aHro luogo come a tempi di papa iDoocenzo 
IV nessoDO vi fu nella marca veronese che osasse pubbli- 
care la scomunica lanciata contro Ezzelino. Alessandro 
IV y non avendo potato ottenere la sua amistii y scomunicò 
ancb egli « quest* uomo di sangue , questo figlio di per- 
dizione (i) ». Filippo Fantoni, arcivescovo di Ravenna 
e legato del papa convocò allora i partigiani della Chiesa^ 
e maoifeslò loro il disegno di prendere le armi contro 
Ezzelino. A questo nome la più parte degli adunati im- 
pallidendo risposero: « La sola mano di Dio essere ca- 
pace di abbattere il loro possente nemico ». Pia animo di 
loro ebbe il legato , e bandita la crociata , si collegò coi 
Veneziani , radunò un esercito , del quale creò marasciallo 
Marco Badoero, e si preparò ad entrare nel Padovano. 
Ezzelino , ardito com* egli era , ed ingannato da certi pre- 
sagi felici statigli rivelati da* suoi astrologhi , andò ad 
oste a Mantova; ma in quel tempo il legato mosse rapi- 
damente co* crociati , ed ingrossatosi cogU aiuti del mar- 
chese d*Este, giunse a Padova, addi i9 di giugno del- 
TaoBO 4256. L* indomani tutta toste crociata dette un 
generale assalto alla città; ma Ansedisio nipote di Ezze- 
lino e le schiere mercenarie j eh* eran con lui , valorosa- 
mente resistevano: allora un buon numero di frati, che 
accompagnavano i crociati , appressarono un enorme gatto 
alla porta di Ponte Attinate per isfondarla. Tanta pece e 
lolfo ed altre materie ac(*«se buttarono gli assalili sopra 
quella macchina, che la fu tutta arsa, e le sue fiamme 
comunicarono il fuoco alla porta e incendiaroola, così che 
pvD profittò agli assalitori 1* opera de* nemici che la pro- 
pria. A quella vista Ansedisio invilì , e montato a cavallo , 
per la porta di San Giovanni , si salvò colla fuga , né i suoi 

• 

(1) Rcg, Àlexandfi IV, i II, n. 7. 



88 STOIIIA D ITALIA 

furon lenti a seguirlo. Olio giorni queir iafelice cìllà fu 
saccheggiata ed insaaguinata da crociati che diceansi suoi 
liberatori , i quali entrati dentro le mura ^ per avidità e 
libidine , non più vollero distinguere gli oppressi dagli op- 
pressori. Avvegnaché la vitteria de crociati fu per Padova 
disastro grandissimo, nondimeno perchè liberò la città dalla 
tirannide di Ezzelino e fece rivedere la luce a gran numero 
di prigionieri, i Padovani nelPanno seguente fecero un 
decreto : che si dovesse solennizzare con universale proces- 
sione, tutti gli anni, lanniversario della loro liberazione (i). 
Ezzelino dato il guasto alla maggior parte del Mantovano, 
alla quale impresa concorse anco co' Cremonesi il marchese 
Pelavicino (2), non pria seppe che il legato assaliva Pa- 
dova, si mosse a quella volta. Al passaggio del Mincio 
egli s incontra con un messo, che venia a lui frettoloso, 
« Che nuove? » gli dice Ezzelino. Ed egli: « Cattive. 
Padova è perduta ». Ezzelino lo fece tosto impiccare. Dopo 
poco ne vede un altro. « Che nuove? » Rispose che con 
sua permissione gliele avrebbe date in segreto , e non gli 
fu fatto alcun male. Giunto a Verona , e fece radunare 
in un chiostro e disarmare tutti i Padovani eh' erano nel 
suo esercito , e che un cronista di quel tempo , con mani- 
festa esagerazione , fa ascendere ad undici mila. Egli or- 
dina sian morti tutti quelli del borgo di Sano , ove \ eser- 
cito crociato s era accampato ; e questi infelici sono ab * 
bandonati dà loro compagni , che credono colla loro morte 
salvare la propria vita. Di poi egli chiede gli uomini di tal 
quartiere , di tal piazza , di tal via : da ultimo tutti. I 
più fortunati furono trafitti colle lance , trucidati colle spa- 
de o in altra guisa ammazzati ; ma molti ebbero mozzate 

(1 iVlUKATOR], Anliq Hai Medii .Evi, d. XXIX. 

(2) Paris De Cercta, Chronicon Verunense; — RoLA^iDl^u^, Hitt. 

l. IX, e. 7. 



SORGERE DE PRINCIPATI 89 

le roani , i piedi , gli orecchi, il naso, cavali gli occhi , re- 
cise tagliate altre membra del corpo, e così feriti, smoz- 
zicati, cincischiati furono gittati sulla via pubblica, ove 
DÌuno osava soccorrerli ed ove fra orribili tormenti mori- 
vano. Dngent* uomini appena si salvarono da quest* orribile 
macello (1). 

Accorsero a Padova il marchese d' Este con buon nu- 
mero di Ferraresi , i Bolognesi capitanati da fra Giovanni 
deir ordine de predicatori e assai balestrieri di Venezia 
e di Chioggia. L'esercito crociato, sotto gli ordini del 
legato e del marchese d* Este , mosse contro Vicenza e si 
accampò a Longare ove giunse nel medesimo tempo Al- 
berico da Romano, fratello di Ezzelino, co' Trìvisani , 
protestandosi fedele ed ubbidiente alla Chiesa , di che 
lotti sì maravigliarono. In una prima zuffa i Vicentini fu- 
rono rotti e perderono il loro podestà; ma essendosi 
sparsa la voce che Ezzelino si appressava con oste pode- 
rosissima, sgomeniaronsi fortemente i crociati, i Bolo- 
gnesi ritiraronsi più che di fretta , e la più parte dell eser- 
cito si sbandò. Il legato sì ridusse allora co' rimasti a 
Padova , e la città muni con fossi , steccati , torri di le- 
gno e petriere in varj siti disposti. Quivi il marchese 
d Este fece venire i cavalieri ed i conti di Ferrara ; quivi 
accorsero i Mantovani ed il famoso Gregorio di Monte- 
lungo , ora patriarca di Aquileia , con isforzo grande di 
gente armata-; si che Ezzelino tentò invano di recuperare 
qoella città , e scornato dovette tornarsene a Vicenza , 
da dove fece uscire le milizie del comune per prendere 
alloggio ne borghi , dando la città murata in guardia ad 
Alemanni e Veronesi ne quali più si fidava (2). Poco 

(1) ROLANDINUS, l IX, e. 7; — MONACHUS PATAVINC», Chronicon ; 

" Paris de Cerbta, Chronicon Veronense 

(2) Paris de Cereta, Chronkon Veronenst 

La Farina, T. VI. 1'^ 



90 STORIA D ITALIA 

tempo dì poi^ stando egli a Verona^ fece prmdere Fe- 
derigo e Bonifazio della Scala, famiglia che comincia a 
comparire fra le maggiori di quella città , e tutti i loro 
seguaci, accusati di congiura col marchese dEste e coi 
Mantovani, e dappoiché furono trascinati per le vie a 
coda di cavallo, li fece arder vivi. E fece anco morire 
il suo nipote Ansedisio per non aver saputo difendere 
Padova. Frattanto Alberico suo fratello, che da Aciotto anni 
seguiva la parte della Chiesa, senza aver giammai ottenuto 
la fiducia de* guelfi, si dichiarò per Ezzelino, gli dette 
in ostaggio tre suoi figlinoli , e fece morire parecchi Tri- 
visani e più assai ne bandi. I due fratelli fermarono al- 
lora una lega con Bnoso da Doara ed Oberto Pelavicino, 
sì che divennero potentissimi in Lombardia (i). 

Era in quel tempo fiera discordia in Brescia fra gudfi 
e ghibellini : prevalsero questi ultimi , confidati nelle for- 
ze di Ezzelino e del Pelavicino, ed incarcerarono o ban- 
dirono gran numero de' loro avversar] ; ma ebbero la pru- 
denza di non ammettere nella loro città Ezzelino che già 
era giunto a Montechiaro con isperanza di entrarvi. Il le- 
gato del papa , soggiornando in Mantova ^ mandò a Bre- 
scia frate Everardo de* predicatori , e per suo mezzo ot- 
tenne che la libertà ed i beni fossero restituiti agli in- 
carcerati e banditi di parte guelfa. Di poi lo stesso le- 
gato andò a Brescia per confermare la città nelV antica 
devozione verso la Chiesa ; ma nelF anno seguente , sof- 
fiando in quella discordia Ezzelino , le due parti vennero 
alle armi, e dopo lungo combattere i ghibellini furono 
cacciati dalla cittii. Gli usciti si ridussero a Torricella e vi 
si afforzarono : i guelfi andarono per combatterli ; Obeito 
Pelavicino accorse per soccorrerli. Allora Ezzelino con 

(1) Paris de Cbrbta, l. e 



SORGER£ DE PRINCIPATI 9i 

quaùle forze potè di alemanni e delle milizie di Verona, 
Vicenza , Ft^ltre e di altri luoghi , passò il Mincio in fretta 
e andò ad unirsi oo' Cremonesi. Intanto il legato , risaputa 
la mossa de Cremonesi, avendo chiamato in aiuto le milizie 
mantovane , sì uni coi Bresciani e coi crocesegnati e pose 
il campo a CorliceUa presso TOglio. Quivi e seppe che 
Ezzdino s'era unito a' Cremonesi, del ch« forte temendo, 
propose di ritirarsi a Gambare,ed attendere Tarrivo dd mar- 
chese d'Este co' suoi Ferraresi. Parve a* Bresciani una vil- 
tà il retrocedere ; e mentre su ciò eh* era da farsi dispu- 
tavano, Ezzelino passò T Oglio ^ e eoo tant'impeto investi 
r oste crociata^ che in breve ora la ruppe e sconfisse, pren- 
dendo quattromila prigionieri fra quali il podestà di Man* 
tova , il vescovo di Verona e Y istesso legato del papa col 
SQo astrologo, ch'era un frate predicatore. Nel di seguente 
il vescovo Cavalcante da Sala e gli altri cittadini rimasti in 
Brescia 9 tutti sbigottiti per quella rotta, per placare Tira 
di Ezzelino, liberarono i suoi partigiani ch'erano tenuti in 
carcere, e questi gli aprirono le porte della città, ov'egli 
entrò da trionfatore col marchese Oberto e con Buoso da 
Doara: il vescovo, i preti, i frati e tutti i cittadini di parte 
guelfa si salvarono colla fuga: chi non volle o non potè 
fuggire fu morto o incarcerato , le torri de' nobili furono 
disfatte e le chiese dispogliate (i). 

Questa vittoria, della quale fu un gran dire per tutta . 
Italia, accese la fiaccola della discordia fra Ezzelino ed 
i suoi alleati: dapprincipio la città fu divisa, e metà fu 
assegnata al marchese e a Buoso da Doara e metà ad 



(1) Malvrcius, Chronicon Brixianum; — Rolamdincs, LXI, c. 0; 
— Nicola Smeregi, apud Muratorium, Ber. Ital Script. , t. VUI ; — 
Parls OS CRRBTA, CktonìcoH Veronense; — Monacuus Patavinus, Chro- 
nieon. Il monaco padovano e Jacopo Malvezzi pongono la giornata di Corti- 
celta addì 30 agosto del 1258; Bolandino addì 28. 



92 STORIA D ITALIA 

Ezzelino; di poi Ezzelino la volle (atta per sè^ e per assicu- 
rarsene il possesso tentò disfarsi dei suoi compagni. Allora 
questi si accostarono a* guelfi, e conclusero una lega offen- 
siva e difensiva col marchese dEste, conLionisio da San Bo- 
nifazio, e co' Ferraresi ^ Padovani, Mantovani e Martino 
della Torre. È questa la lega, nella quale, come narrai 
nel precedente capitolo, entrò il re Manfredi. Giuravano di 
far guerra « a fuoco e a sangue » a loro comuni nemici » 
e principalmente alla famiglia da Romano ed a* suoi com- 
plici e fautori , « non ostante ogni ordine in contrario 
dell imperatore o del papa [i) ». I Padovani tolsero ai 
Vicentini Lonigo e Custoza , saccheggiarono ed arsero la 
ricca terra di Tiene, occuparono Freola e vi si afforza- 
rono. Accorse Ezzelino, nel mese di giungno del i259, 
ripigliò quella terra. Il popolo gli si gittò a piedi chiedendo 
misericordia ; ma e li fece prendere tutti , grandi e piccini , 
molti ne fece morire, e gli altri non lasciò senza alcun 
segno della sua barbarie: se ne videro colle mani e coi 
piedi mozzi, colle orecchie recise, privi del naso e degli 
occhi, e la più parte castrati (2). A quest'uomo, ed in quel 
medesimo tempo si rìvolgeano molti nobili milanesi , e con 
lui segretamente congiuravano per farlo signore della loro 
città. Ezzelino, tornato a Brescia, attese ad accrescere il 
suo esercito, e quando a lui parve avere forza rispondente 
ali impresa, si affrettò di porvi mano, non senza prima 
avere consultato gli astrologhi della sua corte, fra' quali 
erano i più riputati il canonico Salione di Padova, Ripran- 
dino di Verona , Guido Bonati di Forlì e Paolo il Sara- 
ceno (3). Sul finire di agosto^ per ingannare i suoi nemici 



(t) RoLANDiNUS, /. XI, c. 12; — CAMPI, Historia di Cremona. 
{1) Paris df Gereta, Chronicon Veronense 
(3) MONACHUS PATAViNUs, Ckronicon 



^OROEBE DE* PRINCIPATI 93 

ed attirarli sol Bresciano, egli assali con tutto il suo eser- 
cito il castello di Orzinovi. Martino della Torre co* Mi- 
lanesi mosse al soccorso degli assediati e venne al pon- 
te di Cassano sulFAdda. Era questo appunto che desi- 
derava Ezzelino , il qtiale , fatti ritirare a Brescia gli uo- 
mini a pie , con ottomila cavalieri , la più parte tedeschi, 
di nott^ tempo passò FOglio sul ponte di Palazzolo, 
r Adda al guado di Vaveri e giunse la sera a Vaprio 
sicuro d* entrare T indomani a Milano ; ma le porte della 
città non si aprirono , i congiurati non si palesarono , e 
Martino della Torre risaputo quel suo movimento, frettolo- 
samente ritornava indietro e rientrava in città. Oberto 
Pelavicino e Buoso da Doara erano acxampati co* Cremo- 
nesi a Soncino; i Mantovani col marchese d*Este, domi- 
navano il corso deirOglio a .Margheria. Trovandosi cir- 
condato da tre eserciti ed in paese nemico , Ezzelino tentò 
gittarsi in Monza, e fu respinto, assali furiosamente il 
castello di Trezzo e non potè espugnarlo : allora si ridusse 
a Vimercato per dare un qualche riposo alla sua gente 
co) favore della notte , e fece occupare il ponte di Cassa- 
no, quasi certo di poter su quello passare il 6ume al 
nuovo giorno. Ma ecco che sapraggiungono i Cremonesi 
ed i Mantovani col marchese dEste, e che riprendono 
il ponte di viva forza. Ezzelino , destato dal sonno , monta 
a cavallo, e spinge i suoi cavalieri contro i difensori 
del ponte : ferito di freccia in un piede , respinto dal so- 
perchio de nemici, egli è costretto a retrocedere altra- 
volta sino a Vimercato. Quivi fascia la sua ferita, ri- 
monta in sella ^ e colla voce e coli esempio riconduce 
alla zuffa la sua gente, ritenta il passaggio dell* Adda ^ 
e valorosamente combattendo trova un guado , e V effet- 
tua. Egli però ha sempre a fronte i Cremonesi ed i Man- 
tovani j ed ì Milanesi cominciavano di già a passar Y Ad- 



94 STORIA D^lTAtU 

da per assalirlo alle spalle. A questo annuozìo quei di Bas- 
saoG, eh* erano nella retroguardia, si sbandano, ed il 
loro esempio è da molti altri seguito. Non invilisce Ez^ 
zelino, non fugge, ma di passo e come uomo che nulla 
teme , col resto della gente sua ceioa ritirarsi sul Berga- 
masco. Ricinto da* nemici, non ostante la vecchiezza, ei 
combatte sempre, finché ferito alla gamba e alla testa, 
rovescia da cavallo ed è raccolto da nemici. Un grido di 
gioia , al quale fa eco il suono degU strumenti militari e 
quindi quello delle campane de' villaggi annunzia a vici- 
ni ed a lontani la caduta di questo tiranno che sepp essere 
sublime nella sventura. Era il di 27 di settembre dell an- 
no 4259. A folla traeva la gente per mirare in quel mi- 
sero stato un uomo , il cui nome era stato terrore e sgo- 
mento a mezza Italia. I cs^pi dell* esercito vincitore impe- 
dirono eh* ei fosse ammazzato. Ingiuriato, oltraggiato, per- 
cosso, egli non profferì parola che rivelasse in lui ira o 
viltà. Non avea avuto per alcuno pietà; non chiese ad al- 
cuno pietJi; non volle che i chirurgi curassero le sue fe- 
rite: sta vasi immobile, raccolto in sé, e gittando attorno 
di lui sguardi fieri e minacciosi come lione piagato a 
morte : non volle cibo , non volle i sacramenti ; e nelF un- 
decimo giorno della sua prigionia , a Soncino , dopo ses- 
santacinque anni e mezzo di vita e trentaquattro di si- 
gnoria, mandò T estremo respiro questo Capaneo della 
storia italiana. Quale di eretico e scomunicato il suo ca- 
davere non ebbe sepoltura in terra sacra : una fossa sca- 
vata nel castello di Soncino lo ricevette , una pietra sen- 
za nome Io copri. I frati affermavano l'anima di Ezze- 
lino essere stata preda del diavolo: averne avuto delle 
sicure rivelazioni {i). Quarantanni dopo, visitando il 

(1) ÀnnaUs I^tediolanentes ; — Galtanus fiamma , Han. Fior. , 
e. 293 ; — MoifACBUS PATAViNUS , Chronkon ; — VENTURA , Chrcnkon 



SORGERE DE PRINCIPATI 95 

luogo ove sono i tiranoi « che dier nel sangue e neir a- 
?er di piglio », Dante si fé' dire dal centauro: 

« E quella fronte eh* ha *1 pel cosi nero 
£ Azzolino (i) ». 



XVI. 



ESTBRimW DRLLA CASA DA ROIANO. 

Morto Ezzelino, Verona accolse nelle sue mura il 
giovine conte di San Bonifazio j ed elesse per suo pode- 
stà Martino della Scala: Feltre, Belluno e Trento ritor- 
narono a reggersi come prima ; Bassano riconobbe la si- 
gnorìa di Padova , Vicenza ne accettò la protezione. Al- 
berico da Romano , tumultuando Treviso 3 si ritirò colla 
sua famiglia ed i suoi mercenaij nel castello di San Ze- 
none, luogo forte per natura e per arte e d'ogni biso- 
gnevole alla guerra fornito. I Trivisani, ch'erano stati 
aìntati da Venezì a , presero per loro podestà il veneziano 
Marco Badoero (2). Frattanto il papa, avuta notizia del 
trattato di Cremona, ordinava vi fosse escluso Manfredi^ 
ed a patto che romperebbero ogni amistà con lui, prò* 



Àsiense; — Pabis db Cbrbta, Chronieon Veronmse; — Malvecics, Chro" 
fiteon Brixianum; — Chronieon PiacanHnum; >- RoLA!n>llf€S, Hist., l Xll. 
e. 10. 

(1) Divina Commedia, Inf., e. XI L È vero però che Dante gli mette 
Ticino Obizzo d'Bste. 

(2) ItOLAllinNUS, Ui$t., l XU, e. lO; — MONACttOS PATAV1NU8, Chro- 

nieim. 



96 STORIA D ITALU 

meltea V assoluzione della scomunica al marchese Pelavi- 
cino ed a Buoso da Doara, non che al popolo di Cre- 
mona (1). Questi ienner duro, ed il Pelavicino, che i 
guelfi diceano eretico, fu fatto vicario del re in Lombar- 
dia. Potente egli era, e la sua potenza tutti i di si ac- 
crescea: Parma lo elesse per suo podestà; Piacenza e 
Novara furono da lui soggiogate ; Brescia dal parteggiare 
indebolita e stanca lo creò suo signore ; e Martino della 
Torre , temendo Y odio de nobili milanesi , procurò che 
il popolo di Milano eleggesse suo capitano per cinque 
anni, e colla provvisione di marchi duemila, il detto 
marchese, il quale vi si trasferi con seicento cavalli ed 
uomini a pie in buon numero cremonesi e tedeschi (2). 
Egli avea vinto Ezzelino; ma il suo disegno non era già 
di abbassare la parte ghibellina , ma di farsene capo : cac- 
ciava da Milano i frati che predicavano contro gli ere- 
tici ; ritenea in carcere a Brescia Y arcivescovo di Raven- 
na , legato del papa , messovi da Ezzelino , il quale arci- 
vescovo dovette la sua liberazione al proprio ardire, im- 
perocché una notte calatosi dalla finestra con una fune, 
usci segretamente dalla città e fuggi a Mantova (3). 

Frattanto Alberico da Romano dal suo castello di San 
Zenone usciva spesso colle sue masnade, e portava il 
ferro ed il fuoco su quel di Treviso : ammazzava gli uo- 
mini , accecava i bambini , e non risparmiava alcun che- 
rico frate , che anzi questi , a spregio e vergogna della 
Chiesa^ facea pria vestire colle cotte e cogli altri para- 
menti ecclesiastici e poi morire (4). II comune di Tre- 

(1) Reg. Allexandri IV, L V. n. 231. 

(2) Chronicon Placentinum; — Maltbcius, Chronicon Brixianunti 
— Annales Mediolanmses» 

(3) MALTEC1U8, Chronicon Brixìanum. 

(4) Nella seoteoza che Io coDdauna, la quale è riportata dal Verri, si 
legge: « inique eicaecans parvulos, occidens presbyleros et clericos et alias 



SORGERE de' PRIRCIPATI 97 

viso confiscò i suoi beni, e lui condannò alla forca, la 
looglìe sua ed i suoi figliuoli al rogo. Per eseguire que- 
sta sentenza adunaronsi le milizie trevisane, cremonesi, 
mantovane , ferraresi e di altri luoghi , capitanate dal 
marchese d*£ste, da Oberto Pelavicino, da Buoso da 
Doara e da signori di Comino , e nella primavera del 
i260, posero T assedio a San Zenone. Alberico si dife- 
se con sommo valore sino addi 26 di agosto, nel qual 
giorno, il capo de suoi mercenari, da moneta corrotto, 
aprì le porte del castello a nemici. Allora Alberico , ve- 
dendosi tradito , si chiuse colla sua famiglia e con quelli 
che gli erano rimasti fedeli nella torre, e vi stette tre 
di. Mancandogli i viveri ^ e' deliberò darsi in mano del 
marchese d Este, sperando rispetterebbe 1 antica amistà 
ed i legami di parentela che a lui V univano ; ma la sua 
speranza fu vana. Alberico, vecchio a sessantanni, la 
moglie, due figliuole fanciulle e cinque figliuoli, dei 
quali il minore era ancora in fasce , furono trascinati 
per tutto il campo a suono di trombe e fra gì* insulti ed 
oltraggi de crudeli vincitori. Alberico vide consumare 
nelle fiamme la moglie e le figliuole e udì le loro strìda 
disperate; assistè ali agonia de' suoi figliuoli lun dopo 
r altro impiccati e di poi squartati, e le loro membra 
lacere e sanguinose, ebbe battute sulla faccia. Da ultiaio 
si fece orribile e lungo strazio di lui , e del suo corpo 
smembrato e trinciato ciascun signore e comune volle 
la sua parte. Gli uomini che questo faceano aveano sul 
petto la croce : quelli eh? incitavano o permetteano era- 
no vescovi , signori , podestà e magistrati : tre cronisti 
contemporanei descrissero quella carneficina, e ninno di 



religiosas personas , et eos occidi facicos cum cotlis ed ìDdumentis ac ap- 
paratìbus clericalibus in opproprium Sancfae Matris Ecclesiae ». 

La Farika, T. vi. 13 



98 STORIA D ITALIA 

loro aggiunse parola di biasimo o di pietà (i). Cosi si 
estiQse la potente casa degli Ezzelini : crudelissima e scel- 
leratissima eir era : ma i suoi nemici non erano migtiori. 



XVll. 



DBLLB COSB DI TOSCANA E DBLLA GIORNATA DI lONTAPBRTI* 



Gli avvenimenti che ho narrati accrescevano la po- 
tenza di Oberto Pelavicino, e per suo mezzo Manfredi 
era sicuro di tenere amica ^ o almeno non inimica la 
Lombardia. I suoi sguardi e le sue cure erano quindi 
rivolti sulla Toscana , perchè quivi Y antico spirito guelfo 
durava potente e rigoglioso. I guelfi di Firenze aveano 
cacciato i ghibellini ed ora minacciavan Siena rea di 
averli accolli. Erano con Firenze Colie, Arezzo, Prato, 
Pistoia , Lucca , Sanminiato e Volterra ; difendevan Siena 
Grosseto e le Maremme. La parte ghibellina con grande 
istanza richiedea aiuti da Manfredi. Egli esitava, impe^ 
rocche , sapendosi odiato dagli alemanni e bramando fon- 
dare una potenza italiana, giudicava a sé più utile Ta- 
mista de guelfi che quella de ghS>ellini ; ma da ultimo, 
da quelli respinto, da questi sollecitato, promise, man- 
derebbe a Siena un capitano del suo sangue ed un eser- 



cì) ROIJINDINIIS, Hist., l. XII, C. 13-16; — MONACHOS Patatinos, 
Chroniconj — Chronicon VeronvìSB; — BicoBALDt's, Bist. Imper.f— Vwci, 
6^/t EccelinU voi Hi, 



SORGERE DE^PRIKUPATI 99 

cito potéDlitsimo (i). Poco di pòi egli mandò cenlo lance 
alemanne; aiato coti debole in paragone delle larghe pro- 
messe , che a molti parve derisorio. Ma Farinata degli 
liberti , capo degli usciti fiorentini , uomo di gran pro- 
dezza ed astuzia^ disse a' suoi: « Sia con noi una ban- 
diera dd re, e noi la condurremo in tal luogo, cb'ei 
ci manderà piò forti aiuti , senza che neanco ci sia biso- 
gno di chiederli (2). E dilatti entrati i Fiorentini colle loro 
amistji su quel di Siena , Farinata promise a* tedeschi dop- 
pia paga se fossero andati ad assalire Y oste guelfa. I 
tedeschi , da quella promessa e dal irino ecoitati , risposero 
che sì , e con si grande impeto e vigore assalirono i ne- 
mici che molti ne ammazzarono; ma da ultimo sopraf- 
fatti dal nomerò, quasi tutti rimasero o morti o prigio- 
nieri , e la bandiera del re . portata qual trofeo di vittoria 
a Firenze , fu strascinata nel fango ed in altri modi vitu- 
perata. Gran festa si fece per questo in quella città, ed il 
comune accontò e promise un premio a tutti quelli che 
avean fatto o c^ farebbero dei prigionieri : dieci lire per 
ciascun cavallaro , cinque per un fante cittadino , tre per 
un mercenario (3). Manfredi , o per le ingiurie fatte alla 
soa ban£era , o perchè determinato di aiutare i ghibellini , 
come pare per la lettera a^Sanesi della quale sopra è parola, 
mandò a Siena con nome ed autorilà di vicario il gio- 



ii; IfeU'aithitio Diplomatico di Siena è uoa lettera di Manfredi a' 8a- 
nesi del d^ Il agosto 1259, nella quale si legge: > Super facto vero capita- 
nei et gentis ad parles Tusciae transraictende , ad devotionem veslram pre- 
sentibos respondenins, quod ad partes ipsas in breve de latere, immo de san- 
gnioe nostro talem capiianeuro, et tantam copiam armatorum cum eo cura- 
bimus destinare, quod in vias planas aspera commulabit, provinciani ipsam 
in pace reget, et comitatum lldiprandiscum putpnter ad nostrani domioium 
revocavit •. Carteggio cogli Stati Esteri, (il 2. 

(2) RICORDANO MaLàSPINA, e. 163. 

(3) .ff5. dtUa Biblioteca Riceardiana di Firenze, n 1878, f 1^- 



100 STORIA d' ITALIA 

vine e prode suo cugino Giordano Lancia di Anglano (4) , 
con oUocento cavalieri alemanni , pe quali i Sanesi gli pa- 
garono ventimila fiorini d' oro , presi in prestito da ban* 
cbieri della città. Giunti in Siena gli aiuti di Pisa e degli 
altri comuni della medesima parte , l esercito ghibellino si 
trovò forte di mille e ottocento lance complete e di no- 
mini a pie assai (2). Per attirare i nemici in aperta campa- 
gna , i ghibellini andarono ad oste a Montalcino , e vi stet- 
tero sèi settimane ; ma i fiorentini non uscirono dalla loro 
città. Farinata, il quale vedea con gran dispiacere consu- 
marsi inutilmente il tempo ed il danaro delle paghe, si ac- 
cordò col consiglio dei nove del comune di Siena , e pro- 
curò che due frati minori , o ingannatori o ingannati , an- 
dassero a Firenze, e facessero sapere alla signoria, come 
uno de* capi della parte ghibellina , malcontento della au- 
torità che in Siena esercitava Provenzano Silvani, fosse di- 
sposto ad aprire le porte a' Fiorentini. Andarono ì frati a 
Firenze , e dissero , che Y affare pel quale veniano deputati 
risguardava 1 impresa di Siena, ma ch'era di sì grande 
importanza da non poter essere confidato che a due per* 
sone al più. La signori^ prestò credenza alle loro parole 
a dette piena balia a due de' suoi membri. I frati minori, 
dopo aver giurato sulF altare , esposero Y oggetto della 
loro venula : promisero la porta dalla quale sarebbero 
introdotti i Fiorentini sarebbe quella di San Vito sulla 
via di Arezzo, e richiesero dieci mila fiorini d'oro pei 
congiurati. I due consiglieri furono lietissimi della offerta, 
si provvidero del danaro , e nel generale consiglio posero 

(1) La madre di Manfredi. Bianca^ era sorella di fiooifazio di Angla- 
no padre di Giordano. 

(2) Così Ricordano ]Vlalaspina. Le mille e ottocento lance danno una 
bomma di novemila uomini a cavallo- Niccolò di Giovanni , la cui cronaca, 
meno antica di quella di Ricordano^ è pubblicata nelle miscellanee Sancii , 
porta i fanti a diciotio mila e cinqnecrnto uomini. 



SORGERE DB PRUICIPATI 'lOl 

il partito di soccorrere Montalcino. Molti nobili dissenti- 
vano: il conte Guido Guerra, esperto e prode capitano, 
dicea esser follia avventurarsi sul territorio nemico, melare 
con poca spesa poteasi far soccorrere Montalcino da guelfi 
di Orvieto , mentre eran certi , che fornito il loro tempo 
di servigio, gli alemanni si partirebbero da Siena. Non 
ostante queste savie ragioni , la proposta della guerra 
andò a partito. Un cavaliere, che parlò contro fu accu- 
sato di viltà. Ad un altro gli proibiscono di parìare , pena 
cento lire : e parlò , e la pena fu accresciuta sino a lire 
quattrocento, ed e allora si tacque quando gli dissero 
Favrebber morto (i). I Fiorentini, còlle loro amistà di 
Bologna , Lucca , Pistoia , Sanminiato , Sangeminiano ^ 
Volterra, Perugia ed Orvieto, addi 2 di settembre del 
i260, accamparonsi sul poggio di Pieve Asciata, nella 
valle dell' Arbia, a sei miglia da Siena. L'esercito era 
forte di trentamila combattenti (2): il carroccio fiorentino, 
magnificamente parato , era difeso da cencinquantadue uo- 
mini scelti apposta ne' sei sestieri di Firenze (3). I capi- 
tani guelfi intimarono a'Sanesi si arrend^sero a diserei 
zione, e per maggior vergogna aprissero da loro stessi 
una breccia nelle loro mura, per la quale entrerebbe 
r esercito. Dissero i Sanesi darebbero risposta V indomani , 
e dettero piena balia al loro podestà, il quale accompa* 
gnato da magistrati del comune , tutti a piedi scalzi e con 
altri segni di penitenza, non che dal clero e dal popolo. 



(1) 11 fatto é narrato dal Villani e dagli altri storici florentint: fi Ma- 
lavoiti lo mette in dubbio. 

(2) Una cronaca sauese dice di Firenze 7,500, di Pistoia 1,600, di Lucca 
1,800, di Prato 1,500, di Volterra 2,000, di Colle 1,400, di Sanminiato 1,400, di 
Valdelsa 3,600, di Arezzo 2,000, di Orvieto 2,000, Lombardi 4,600, nobili 
guelfi 1,600. Totale 30,000. Seonfitia di Montaperio, in jtftsca//- Sanese. 

\Z) Spoglio degli uffisiaU e soldati dell'esercito fiorentino : MS- della 
Biblioteca Riccardiana di Firenze, n. 1878. 



402 STORIA d' ITALIA 

andò processiooalfDente alla cattedrale , per invocare la 
protezione della Vergine e raccomandarle in sì grave pe- 
rìcolo la città. Fatto questo, i Sanesi uscirono in armi 
dalla città, e verso sera accamparonsi a Poggio Rupoli, 
poco discosto da nemici , i qnali occupavano il piano delle 
Cortine presso Montaperto. L* indomani , eh* era il di 4 di 
settembre, giorno di sabato, il conte Giordano passò 
TArbìa co* suoi cavalieri, ed assalì la cavalleria guelfa 
con tant* impeto e valore, che i cronisti paragonaronlo 
ad Ettore troiano (i). La battaglia fu aspra e sanguinósa: 
V erano dalluna parte e dall'altra capitani allora assai 
chim e famosi : gli animi de* combattenti , non che pieni 
di emulazione di gloria pe contraij umori delle fazioni e 
per le vecchie e nuove ingiurìe , e tra di loro somma- 
mente inacerbiti. I cavalierì animosamente combatteano ; 
i fanti con alte grìda e percosse si azzuffarono: i capi 
colle voci e colle armi, non meno T ufficio loro che di 
buoni soldati adempivano. Gli uni il desiderio di difen- 
dere la patria inanimava, gli altri la speranza di con- 
quistarla : tutti sapeano che il vincitore di quella giornata 
darebbe legge alla Toscana. Durava incerta la battaglia , 
allorquando alcuni Fiorentini di parte glibellìna , eh* erano 
neir esercito guelfo , volsero le armi contro i compagni , 
e vi sparsero la confusione e lo scompiglio. Uno di que- 
sti traditori , Bocea degli Abati , con un colpo di spada 
troncò la destra al porta bandiera (2). Cadde la banifiera, 
e a quella vista scoraronsi i cavalieri e invilirono, e co- 
minciarono a ritirarsi con tanto disordine e con tanta fretta, 
che aggiunsero animo a nemici (3). La fanteria guelfa avea 



(1) Niccolò VBffrDRi, in MitcéU. Saneu. 

(2) Ditina Commedia, infar,, e. XXXli. 

(3) Vedi una lettera de' guelfi floreotiDi a Gorradiao io Chbbkier , 
f. ni, p. 525 



soRGEEB de' pmnciPATi i03 

skio allora valorosamente combattuto, ma quando i sooi 
cavalieri abbandonaronla, ed i cavalieri nemici aaaalirwila 
alle spalle , ella si disordinò e fa sconfitta. La guardia del 
carroccio moriva combattendo, ma il carroccio cadeva io ma- 
no de* nemici ed accresceva la gioia della loro vittoria. I vinti 
fuggivano verso Montaperti, ed erano ammazzati o fatti pri- 
gionieri. Ricordano Malaspina paria di duemila e cinque- 
cento morti; Saba Malaspina novera quindicimila prigionieri ; 
ma a questi scrittori guelfi bisogna contrapporre quelli 
della parte: gli Annali Pisani ed il sanese Ventura fan- 
no ascendere i oporti a dieci mila ed i prigionierì a ven- 
timila; ed il Ventura soggiunge colla esagerazione della 
vanità municipale: « Crebbe la Molina sk di sangue che 
sarebbe bastata a far macinare quattro grossi mulini ». 
Certo la sconfitta, che Dante chiama « il grande scem- 
pio^ che fece TArbia colorata in rosso (i), » fu gran- 
dissima , e tale , più che le parole de' cronisti , la dimo- 
strano le conseguenze che in tutta Toscana se ne risen- 
tirono. L* indomani l esercito ghibellino rientrò in Siena 
al suono delle campane e fra' festeggiamenti e tripudj del 
popolo. Uno degli inviati, che aveano a Siena intimato 
la resa 9 precedea a cavallo a rovescio su di un asino, 
strascinando per terra la bandiera del comune di Firenze : 
venivan dopo i musici , quindi lo stendardo del re Man- 
fredi co* cavalieri alemanni , i quali aveano i caschi or- 
nati con ciocche di verdi fronde , e cantavano le canzoni 
guerriere della loro patria. Precedeva il carroccio sanese 
riccamente parato e sormontato da una lunga pertica colla 
ban^era della Vergine. Veniano appresso i prigionieri , 
le bandiere, le tende, le salmerie de' vinti ed il carroc- 
cio fiorentino colla sua famosa campana della la parti- 
ci Dtvtfia Commedia, infer.,c.X. 



104 STORIA D ITALIA 

Della; e da attimo le milizie ghibellioe, le quali caota* 
vano lodi a Dio e alla Vergine colle maoi ancora intrise 
nel sangue de'propij fratelli. Siena festeggiò due giorni 
per questa vittoria segnalata. I vincitori furono facultati 
a ricevere un riscatto dai loro prigionieri; ma ciascuno 
di questi fu obbligato a dare in • oltre un becco al co- 
mune : tanti ce ne furono di bisogno che divennero ra- 
rissimi, e rincararono si da sorpassare il prezzo del ri- 
scatto. Questi becchi , secondo una tradizione sanese , fu- 
rono scannati, e col loro sangue fu intrisa la calce che 
servi a murare una fonte, la quale rimane ancora testi- 
mone e monumento delle ire snaturate de nostri padri. I 
resti dello sconfitto esercito portarono a Firenze la nuova 
tristissima : dappertutto eran pianti , lamenti e gemiti ; e 
così i guelfi sgomentaronsi ed invilirono , che nove giorni 
dopo quella rotta j seoza che alcuno li cacciasse , si par- 
tirono da quella città (i). Il quale esempio fu segirito 
da' guelfi di Prato , di Pistoia e di Volterra , che tutti si 
ridussero a Lucca , in Bologna ed anco in città più lon- 
tane. I ghibellini rientrarono in Firenze con Giordano 
d'Anglano e co' cavalieri alemanni, ed elessero podestà 
il cx)nte Guido Novello, il quale volle che il popolo 
giurasse fede al re Manfredi, annullò gli statuti che li- 
mitavano i privilegi de nobili, e mise a carico del co- 
mune le paghe de'mercenaij forestieri (2). 

• 

(1) Fra gli usciti era Brunetto LatìDì. Però il Mazzucchelli, nelle note 
a Filippo Villani, scrive: • Nel 1260 i guelfi di Firenze, desiderando di ab- 
battere la superbia di Manfredi re delle due Sicilie loro nemico, due ambascia- 
tori mandarono al famoso re di Spagna , eletto di fresco re de'Romani da 
una parte degli elettori, per muoverlo a passare in Italia* Uno di questi fta 

Brunetto ma innanzi che fosse terminata l'ambasciata i fiorentini furono 

sconfitti a Montaperto •. 

(2) Ricordano Malaspina, e. iSO 6 seg.; -^ Sabas Malaspina, Hist. 
l. Il, e. 4; — Annate! Pliant; -~ Annales Genuentes, l F/; — Andbba 
Dei, Chronaea Sanese} — Vfntoba, Sconfitta d* Arbia; -- MS. Vaticano 
n. 4957, f. 84 



SORGERE DE PRINCIPATI 405 

E fu allora che i ghibelliDÌ toscani tenDero uq gene- 
rale parlamento ad Empoli^ ove Giordano d'Anglano, 
che il re avea richiamato in Puglia, dichiarò vicario 
sulla Toscana il conte Guido Novello (i). L*odio, l'invidia 
ed il sospetto consigliarono una crudelissima e sce llerata 
proposta , cioè la distruzione della città di Firenze , come 
principale nido della parte guelfa : i Guidi, gli Alberti , gli 
Ubaldini ed altri nobili del contado assennano , e 1' ultimo 
di parea venuto per si cospicua e bellissima città , allor- 
quando Farinata degli liberti, che appartenea ali* antica 
nobiltà urbana, sorse animosamente a difenderla e disse: 
« La città che mi vide nascere non morrà ». Per le 
parole di quel magnanimo bandito , Firenze fu salva. Un 
altro illustre bandito rese immortale il «nome di colui, « che 
colà, dove sofferto fu per ciascun di torre via Fiorenza, » 
osò difenderla a viso aperto (2) ; ma dovettero trascorrere 
sei secoli pria che quella città si rammentasse di rendere , 
con un monumento , pubblico onore al suo salvatore (3). 



xvin. 

DELLA lORTB DI PAPA ALESSANDRO IV. 

Con sommo dolore udi il papa la rotta de guelfi to- 
scani e le conseguenze tristissime di quel grave disastro, 

(1) Era uno de'più ardeali gbit>elUDi, mentre sno fratello Simone e 
suo cogino Guido Guerra eran capi di parte guelfa. 

(2) Divina Commedia, Inférn. e. X. 

(3) Unica memoria cbe v'era in Firenze di Farinata è un crocefisso, 
cbe Margar itone dipinse e donò a lui dopo la giornata di Montaperti- Oggi 
la statua di Farinata è fra quelle degli illustri toscani sotto le Logge degli 
uflSi). 

La Farina, T. VI. 14 



d06 STORIA D ITALU 

e deliberò portarvi rimedio quanto più da lui si potesse. 
Scrìsse a rifuggiati in Lucca parole di consolazione e di 
conforto (i); rinnovò la scomunica contro Manfredi, com- 
prendendovi i Sanesi e tutti quei della Toscana, della 
Marca e della Lombardia che darebbero allo scomunicato 
aiuti, consigli o favore (2); raccomandò a Pisa (ricon- 
ciliata allora colla sede Apostolica, ma ghibellina sem- 
pre) di non lasciarsi sedurre da malvagi consiglieri, di- 
chiarando che qualunque cosa fosse fatta contro i Luc- 
chesi gli usciti di Firenze , la Chiesa la riguarderebbe 
come fatta contro sé stessa (3). Nel medesimo tempo , il 
Guelfo conte Guido Guerra, che prendea il titolo di ca- 
pitano e conte palatino della Toscana, e Maghinardo 
conte di Panicate , eh* era podestà degli usciti fiorentini, 
scriveano a Gorradino, pregandolo e sollecitandolo ve- 
nisse in Italia con esercito poderoso contro Manfredi e la 
parte ghibellina (4). Cosi per le nostre maledette discor- 
die , quando i Tedeschi non erano chiamati da* ghibel- 
lini , lo erano da guelfi. Ambasciatori di parte guelfa an- 
darono in Alemagna. Corradino, coir approvazione del 
duca di Baviera , rispose dando buone parole e chiedendo 
tempo per prepararsi all'impresa (5). « E tornati i detti 
ambasciatori della Magna , scrive Ricordano , per insegna 
e arra di Curradino, cioè della venuta sua, appresenta- 
rono in Lucca un mantellino foderato di vajo, del detto 
Corradino , il quale si feciono donare , e fecesene in 
Lucca una grande festa per gli guelfi: mostravasi in 
santo Frediano come una santuria (6) ». 

(1) Biblioteca Vaticana, Liber MuH. Bpist., n- 4967, f. 8f. 

(2) Ibidem, f. 86, 87 

(3) Ibidem, f. 88. 

(4) Ibidtm, f. 83. 
: 5) ibidem, f. 86. 

(6) RICOBOANO MiLASPlNA, C 172. 



SORGERE DE* PRINCIPATI 107 

Frattanto Manfredi ^ eoo atto dell anno i258^ eoo- 
fermato nel i259, avea preso sotto la sua protezione il 
comune di Siena [i); gli ambasciatori sanesì, in nome 
del comune, gli avean giurato fedeltà, a patto di non 
esser tenuti ad andar contro la Chiesa romana , le libertà 
ecclesiastiche ed i loro alleati (2). Dopo la giornata di 
Montaperti, Siena e Firenze fermarono fra loro una ta- 
glia o alleanza (3); il re si obbligò segretamente con 
Siena a procurarle certi favori in Pisa , e concedette 
a Sanesi Montepulciano, col territorio, le attenenze, la 
giurisdizione e le regalie che y erano annesse (4). E que- 
sto facea, senza eh' e' fosse né imperatore, né re de' Ro- 
mani : era un primo tentativo di monarchia italiana , non 
secondo le regole del diritto pubblico di quei tempi ; ma 
come si direbbe per duellionem. 

Papa Alessandro, non potendo fare altro, si rivolse 
agli argomenti religiosi. A Viterbo, negli ultimi tempi di 
Federigo II, vera una fanciullina di dieci anni, la quale 
vestiva 1 abito del terz ordine di san Francesco^ e an- 
dava per le vie predicando contro gl'imperiali, ed in- 
vocando r ira celeste in punizione di vizj , che la non pò- 
tea intendere. Si chiamava Rosa: tutto il popolo correa 
per vederla e per udirla , e la rispettava e venerava come 
santa. Per ordine dell' imperatore ella fu bandita da Vi- 
terbo con tutta la sua famiglia , e mori a Suriano di 

CI) Archivio Diplomatico di Siena, perg. 705 , Estratto del Caleffo 
Vecchio^ pag. 350. 

(2) Ibidem, p. 706. 

(3) CAMicci, De* Vicarj regj dtlla Toscana, doc VII Taglia e lega 
in certe scritture di quel tempo sono sioooimi ; ma originariamente taglia 
dìceasi la imposizione alla quale obbligava la lega; così il Villani : • 1 fio- 
rentini, i lucchesi, i bolognesi ec- fermarono lega insieme, e fermarono ta- 
glia de'cavalieri •; cioè fecero lega, e s'imposero tanto per popolo a dare 
un certo numero di cavalieri. 

[k) LUNIG, Cod. Dipi Hai, t. Ili, p. 1501 



i08 STORIA D ITALIA 

anni dodici. Narravano: pria di morire aver ella dello: 
« Rallegratevi^ o fedeli: il nemico di Dio none più », men- 
tre Federigo moriva a Fiorentino. Ora il papa , per una 
visione , che affermava avea avuto , facea aprire il suo 
sepolcro , e trasportare con grande solennità il suo cada- 
vere nella chiesa di Viterbo , che s intitola del suo no- 
me e tiene in pregio le sne reliquie (i). La canonizza- 
zione di Rosa fu risguardala come un trionfo della parte 
guelfa ; ed i ghibellini in quel tempo non aveano niente 
da opporre al fanatismo religioso per una fanciullina 
creduta santa , la quale ruzzando fra \ erbe e i fiorì , 
avea scagliato il fulmine della maledizione sulla testa del 
grande imperatore e di tutta la sua prole. 

Nel medesimo tempo e per le medesime ragioni sorse 
un'altra novità^ la quale ebbe principio in Perugia, chi 
disse da un fanciullo, chi da un romito, il quale asse- 
ri averne avuta la rivelazione da Dio. Predicò questi al 
popolo la penitenza^ annunziando imminente un gravis- 
simo flagello dal cielo. Uomini e donne di ogni condi- 
zione ed età istituirono processioni ed andavano di terra 
in terra flagellandosi ed invocando il patrocìnio della Ver- 
gine madre di Dio. Da Perugia questa frenesia passò a 
Spoleto , di là in Romagna , e come contagio rapidamente 
si dilatò per quasi tutta Italia, passò in Provenza, in 
Alemagna e sino nella lontana Polonia. L* un popolo prò- 
cessionalmente andava nella vicina città, e quivi nella 
cattedrale si disciplinava a sangue , gridando misericordia 
a Dio e pace fra le genti. Commosso il popolo di questa 
città, e dair esempio trascinato, andava poscia all'altra: 
gli Imolesi andarono cosi a Bologna , ventimila Bolognesi 



1) Bijjsi, Istoria di VUcrbof — Corruntim, Vita di Santa Rosa 
di Viterbo. 



SORGERE db' PRlIiaPATI i09 

a Modena , altrettanti Modenesi a Reggio e a Parma : con^ 
questo mezzo molte paci si fecero, molti parentadi si 
stabilirono , molti banditi furono assoluti , si disse anco 
di meretrici , usurai , malfattori e pubblici assassini con- 
certiti a santa vita; ma vi furono ancora moltissimi ri- 
baldi che profittarono di quelle processioni per saccheg- 
giare e dispogliare i luoghi pe* quali passavano , e fan- 
ciulle assai che in quella mescolanza e confusione per- 
derono la loro innocenza. Il marchese Pelavicino ed i 
Torrianì non permisero che questa gente entrasse ne* ter-* 
ritorj di Cremona , Milano , Brescia e Novara ; il re Man- 
fredi le vietò anch' egli T ingresso nella marca d' Ancona 
e nella Puglia ; e pare che buona parte della Toscana ne 
fosse preservata da* ghibellini (1). 

Per maneggi del papa e della parte guelfa i Romani 
si ribellarono al loro senatore, Castellano di Andalo, e 
creati due senatori assediaronlo in una delle fortezze di 
Roma, dove s era egli ritirato. Valorosamente si difese 
il senatore ; ma da ultimo e* rimase prigioniero. E perchè 
i Bolognesi non voleano rendere gli ostaggi de* Romani, 
che custodivano per sicurtà del loro concittadino, papa 
Alessandro sottopose all'interdetto Bologna, per cui si 
partirono molti cherici, e la privò eziandio dell* università, 
dello studio come allora si dicea. Bologna era divisa 
in Lambertazzi ed in Geremei: i primi parteggiavano 
pe* ghibellini e pei nobili ; gli altri pe guelfi e per il po- 
polo. Prevalendo questi, lo statuto del comune erasi ri- 
formato : s era creato il collegio degli anziani per essere 



1) Annalet Gtnuenus, l VI. — Henriccs Steso, Annales Augu- 
tlani; — Annales Veteres Mulinentet; — Chronicon Bononiense; — Mo- 
!«ACHC6 Patavinus, Chronicon. — Secondo il Muralori ebbero allora prin- 
cipio in Ilalia le isliluzioni delle coofrateruite sacre, sollo il nome dì com- 
pagnie dc'devoti o dc'balluli : Antiqu Hai <Wcrfii /Evi d. LXW 



no STORIA D'ITALIA 

a' popolani di difesa ed a nobili di freno: ogni corpora- 
zione ed ogni compagnia à arme eleggeva nn numero di 
membri di quel collegio, il quale prendea il nome di con- 
siglio di credenza del popolo, tutte le Tolte che a lui 
riunivansi du§ consiglieri e otto ministeriali, non che i 
consoli di ciascuna corporazione. I nobili, i cavalieri, i 
giureconsulti erano esclusi dal consiglio di credenza : par- 
tecipavano solo alle deliberazioni del consiglio maggiore 
del popolo,, allorquando iscriveansi alle C/orporazioni dei 
banchieri, de'mercadanti, o a qualche compagnia d'arme. 
L* ufficio di capitano del popolo fu soppresso ; il podestìi 
fu nominato dal comune, cioè da nobili e popolani riu- 
niti. Con queste leggi, la parte dominante fu la guelfa 
de' Geremei : erano guelfi adunque quelli che niegavansi 
di ubbidire al papa, ed era contro una città guelfa che 
il papa scagliava Y interdetto. Giunta a Roma la divozione 
de* flagellanti , ì Romani liberarono tutti i prigionieri, e 
fra gli altri la famiglia del detto senatore, e pare ch'egli 
stesso avesse la fortuna di potersene fuggire. Fu allora che 
i Bolognesi liberarono gli ostaggi romani, e che il papa 
sciolse dair interdetto quella città (d). E poco tempo dopo, 
addi 25 di maggio del ^1261, in Viterbo, cessò di vivere 
papa Alessandro IV, e l'indomani con gran pompa di 
mortorio, fu il suo cadavere seppellito nella chiesa di 
san Lorenzo della medesima città (2). 



(1) M. Pabis, Hi$t. Anglici — Chronieon Bononknn, apud MOBA- 
TOBidM, Ber. Hai Script., t. XVI. 

(2) Viia Urbani IV, apud Mcjratobidm, Rer. Hai. Script, t. Ili, 
par. I. 



SORGERE de' PRIRCIPATI ili 



XIX. 



ML PONTIFICATO DI ORBANO IV. 

Alla morte di Alessandro IV^ i cardinali, i quali 
eran otto, bramando ciascuno per sé il papato, ne vo- 
lendo consentire che il compagno T avesse, convennero 
di eleggere un ecclesiastico che cardinale non fosse, e 
dettero le loro voci a Jacopo patriarca di Costantino- 
poli. Era egli di nazione francese, di lignaggio plebeo , 
ma di nobile ingegno ornato, mercè il quale di grado 
in grado era asceso alla dignità di patriarca, ed ora ascen- 
deva all'altissima di pontefice col nome di Urbano IV (i). 
Avendo saputo il nuovo papa, che Manfredi trattava in 
quel tempo un parentado col re Jacopo di Aragona, fece 
ogni sforzo per impedirlo, ma non riuscì nell* intento, e 
Jacopo tolse a donna la giovinetta Gostanza figliuola di 
Manfredi e di Beatrice di Savoia. Del che molto ramma- 
ricossi il pontefice, e vie più perchè Filippo primogenito 
del re san Luigi, contro il voto e le istanze sue, con- 
trasse matrimonio con Isabella figliuola del re di Aragona: 
egli altro non potè ottenere dal re di Francia che la 
promessa non darebbe aiuti né a Jacopo né a Manfredi (2). 
E fo in quei giorni, come altrove accennai, che un men* 
dicant^ siciliano per nome Giovanni da Calcara , che nelle 
fattezze del viso e della persona molto somigliava a Fe- 



ci) TmoDOfticus Vallkoi, Vita Urbani IV. -* Muiatoii, l « ; 
— s. Airromiius, Pari, lii^ Ut XiZ, 

(3) RATVALDCf, ànnaUs Seel., 1262. 



il2 STORIA D*ITALU 

derigo li, si die' per Ini, e trovati complici e creduli, 
si costituì una corte oella città di Augusta, e destò iu 
quelle parti una perigliosa sedizione. Ma il coute di Mar- 
sico mosse in armi contro il falso imperatore, i suoi se- 
guaci sconfisse, e lui prese ed impiccò (i). 

Tutti i giorni parea divenisse più saldo il trono del 
re Manfredi, ma la corte romana non rimaneasi inope- 
rosa, ed Urbano, da suoi predecessori avea ereditato Iodio 
per la casa Hohenstaufen, e ciò che si potrebbe chiamare 
r arcanum imperii della Sede Apostolica ( cioè Y arte di 
tener divisa T Italia), ritentava il re san Luigi, proffe- 
rendo la corona di Sicilia a Carlo d'Anjou suo fratello. 
Rispondea il re essere cosa iniqua dispogliare de* suoi di- 
ritti r innocente Gorradino; e che in ogni caso le reite- 
rate promesse e le investiture date da' papi ad Edmondo 
d'Inghilterra non si potrebbero revocare senza discredito 
e disonore per la chiesa romana. Ma Urbano, che non 
era uomo di cosi timorata coscienza, adoprava ogni ar- 
gomento per far tacere gli scrupoli del re e suscitare 
r ambizione smodata del conte (2); e nel medesimo tempo 
dichiarava decaduto Edmondo da ogni diritto sulla Sicilia, 
ed ordinava al re d'Inghilterra di non noettere ostacolo, 
alcuno a nuovi disegni del pontefice sulla corona siciliana , 
della quale, e dicea, la Chiesa avere diritto di dispome 
a suo grado (3). 

Carlo d'Anjou era figliuolo di Luigi Vili re di Fran* 
eia e di Bianca di Castiglia : nella sua prima giovinezza 
s era molto occupato di caccia e di amori , ed avea poco 

(1) SABAS MALASPINA, Bist Sicil.; — BABTOLOM. DB NB0CA8TB0 , 
Bi$t. 

(2) Raynaldds, Annal Eccles., an, 1262. 

(3) • Quia ergo liberum est nobis ti ipsi Ecclesiae de praedicto regno 

Siciliae dispooere, et jaxta nostrani beneplacitam ordinare ooodtlMoes •. 
Urbani IV breve ad Henricum III, LONIG, Cod. Dipi,^ t il, p. 930. 



SORGERE DE PRINCIPATI di 3 

felicemente cantato il conforto e il disconforto (i). Nella 
sua qualità di trovatore fu giudice nella tenzone poetica 
di Gisleberto di Bemeville e il duca di Brabante sulla 
tese: « Se gli ultimi favorì di una donna accreschino o 
raffreddino 1* amore del cavaliere (2) »; e come compito 
cavaliero della bella contessa di Rethel e* combattè in un 
torneo col conte di Nevers suo rivale (3). 

Raimondo Berengario IV conte di Provenza morì 
nel d245^ non lasciando prole maschile: una sua figliuola 
era regina di Francia , un altra regina d'Inghilterra, una 
terza era moglie di Riccardo conte di Corno vaglia, di poi 
re de* Romani: una sola era rimasta ancor fanciulla nella 
casa patema, e a lei lasciò il padre tutti i suoi stati, sotto 
la tutela della contessa vedova Beatrice di Savoja e di Ro- 
meo di Villanuova (4). Molti furono quelli che pretesero la 
mano di Beatrice, e fra gli altri Raimondo VI! conte di 
Tolosa, che avea due mogli viventi, il re Corrado, e Pietro 
di Aragona , che sin d* allora la fortuna parca aver desti- 
nato ad essere il rivale di Carlo d*Angiò; ma Carlo fu pre- 



Ci) • Jrop Bi dBitrois qui est dfieonforté 

De ede m qui il a tot ion euer mit •. 

(2) Histoke Littéraire da la J^ance, (. XX. 

(3) M. Padlin PABI8, Romaneero Franeaii. 

(4) Non era bene iofòrmato Dante qaando scrivea qaei bellissimi versi: 

• Quattro figlie ebbe, e ciascuna reina 

Raimondo Berlingbieri, e ciò gli fece 

Romeo persona umile e peregrina : 
B poi il mosser le parole biece 

A dimandar ragione a questo giusto, 

Cbe gli assegnò sette e cinque per diece- 
Indi partissi poterò e vetusto : 

E se il mondo sapesse '1 cuor ch'egli ebbe 

Mendicando sua vita a frusto a frusto 
Assai lo loda, e più lo loderebbe ». 

Farad, e VI. 

LA FAMMA, T. VI. 15 



dii STORIA D*1TALU 

scelto , e Romeo di Vilianuoya condusse la bella Beatrice a 
Lione, ove lo sposo l'attendea, ed o?e il matrimonio fa 
benedetto da papa Innocenzo IV (4). Nel 4248 il re Luigi, 
la regina Margherita, il conte Carlo e la contessa Bea- 
trice partirono per la crociata. Carlo acquistò gran ripu- 
tazione di valore combattendo sulle rive del Nilo, e fu 
compagno al fratello nella vittoria, nella cattività e nella 
liberatone (2). Ritornato in Provenza, per forza d'armi 
tolse ad Arles, ad Avignone e a Marsiglia le loro anti- 
che libertà, e ben può dirsi essere stata allora compiuta 
la guerra degli Albigesi , cioè la intera sottomissione 
della lingua à oc alla lingua doS^ ed il trovadore Rai«- 
oiondo di Beguilan ebbe ragione di cantare : « Invece di 
un buon conte i Provenzali avranno un signore : soggio- 
gati da* Francesi, oramai non oseranno più portar lancia 
e scudo (3) ». Carlo avea anco portata la guerra nelle 
Fiandre, ove per secondare gli istinti della sua ambizione 
e della sua avidità s*era fatto campione della feroce e 
snaturata contessa Margherita , alla quale la pubblica indi- 
gnazione avea dato il nome di Dama Nera (4). 

Il trattato proposto , dal papa a Carlo di Angiò con- 
lenea queste condizioni : il re di Sicilia si farebbe uomo 
ligio del papa (5), gli giurerebbe omaggio come a suo 
signore sovrano^ gli darebbe tutti gli anni, in ricx)gni- 
zione di dominio, un bello e buono palafreno bianco (6). 



(1) Papon, Histoire de Provenee, t. //• 

(2) Vedi i luoghi racconti del crooista Joinville testimone oculare. 

(3) Saint Pbiest, Histoire de la eonquéte de Naples^ I. IV. 

(4) Annales de Jacques de Guyse, l XX, l XV. 

(5) • Item, tam ipse, quam baeredes sui D. Papae suisque suóoesso- 
ribus caoonice intrantibus, et ecclesiaeRomanaelìgìomracieQt •». Urbani IV 
epist. Mabtbnnb, Theeau. Anecd., t. Il, p. 12. 

(6) « Palafridum album, pulchrum et bonom, in recogaitioaem veri 
dominii ». 



SORGERE DE PRIHCIPATI il5 

II regno sarebbe iofeudato a successori del coole di Angiò 
e di Provenza in lìnea primogeiiitale^ ma morto il pri- 
mogenito senza figU, il secondo non potrebbe succedergli 
prìacbè avesse ottenuto una nuova investitura, il che ser- 
via a rimettere nelle mani del papa la corona di Sicilia 
ad ogni successione collaterale. Per mettere impedimento 
a quella, sempre da* papi temuta ed osteggiata, unione ita- 
liana, se il re di Sicilia divenisse imperatore, re di Ale- 
magna o re di Lombardia, dovrebbe rinunziare la corona 
di Sicilia, potrebbe però cederla a un figlio, a condizione 
di emancipario, e di non serbare alcuna autorità su di 
lui. Le leggi di Federigo, Corrado e Manfredi, alle li- 
bertà della Chiesa contrarie, sarebbero annullate. I cberici 
non potrebbero da giudici laici essere giudicati, sia nel 
civile sia nel criminale. Ninna autorità imporrebbe ag- 
gravi alle chiese, e nelle sedi vacanti il re non percepi- 
rebbe alcuna rendita o regalia. Gli usciti guelfi sarebbero 
richiamati. Il re non fermerebbe alcuna lega senza il 
permesso del papa. Carlo condurrebbe in Italia mille 
lance, ciascuna fornita di quattro uomini per lo meno, 
e trecento balestrieri. Entrato appena nel regno farebbe 
giurare a conti, baroni, nobili, mìliti, cittadini e ad ogni 
altra persona: che si adopreranno con ogni loro potere 
perchi il conte ed i suoi successori adempiano le con- 
dizioni del trattato, che nel caso contrario gli niegberanno 
ubbidienza riconoscendo il papa come loro re e signore 
temporale (i). Questo giuramento sarebbe rinnovato ogni 
dieci anni. Né qui avean modo le pretese del papa: egli 
dichiarava riunita agli stati della Chiesa nientemeno che 
tutta la Terra di Lavoro e buona parte del Principato^ 



(1) • NuUatenus eis, sed romano tantum pontiflci obedient , et ioten- 
dent tanqnao regi Siciliae et ipsoram domino temporali ». 



ii6 STORIA d' ITALIA 

paese che con Benevento e tutta la yalle Caudina rao 
cbiadea le città di Gaeta ^ Fondi, Capua, Sora, Monte- 
cassino, Sangermano, Aversa, Acerra, Nola, Avellino, 
Napoli, ed al qnale aggiungevansi le isole d'Ischia, Pro- 
cida e Capri. Eran queste, dicea il papa, le condizioni 
di pace proposte dal cardinal legato Ottaviano a Manfredi 
altravolta principe di Taranto (i). 

Gravissima indignazione fu nella corte di Pancia quando 
si lesse r epistola del papa. Carlo dichiarava non con- 
sentirebbe che il regno di Sicilia fosse ismembrato, non 
concederebbe al papa niente altro che Benevento, antico 
dominio della Chiesa romana (2) ; ad e' chiedea , che non 
solo gli potessero succedere nel regno gli uUrogeniti , ma 
anco le figlie , ed in mancanza di prole il fratello Alfonso 
conte di Poitiers. Per il giuramento decennale proposto 
dal papa , la corte francese rispondea : « Questo articolo 
dee interamente sopprimersi , imperocché sarehbe al conte 
di vergogna , e darebbe agli uomini del regno occasione 
di ribellarsi contro il re : a questo il re di Francia ed i 
suoi consiglieri non possono acconsentire , né intendono di 
assentire. Ed h stato al re cagione di dolore il sapere si 
chieda a un suo fratello questa condizione, la quale può 
esigersi dagli infedeli o da' recidivi contumaci, ma non già da 
un fedele cristiano, chiunque egli sia (3) ». Dalle quali ri- 
sposte accortosi il papa che nulla si concluderebbe s*e*8Ì 
ostinasse, condiscese a serbare V integrità del regno purché 
il censo proposto di duemila once d' oro sino a diecimila si 
accrescesse. In quanto al giuramento si scusò con dire aver 



{1} ìMabtenke, Ths$au. Anecdy l. e. 

\2) • Primus articalus de terra retìnenda, qui incipit: Remanebit Ro- 

raanae Ecclesiae terrae eie. totaliter arooveatur Maktennb, Tkesaur, 

Aneed., t. Il, p. 35. 

(3) Ibidem, p. 37. 



SORGE&E DE PRinClPATI HI 

credalo proporre cosa al conte onorevole ; ma che del 
resto si contenterebbe del giuramento del re rinnovato 
tutti gli anni. Per V ordine della successione , aderì al de- 
siderio del conte, però con qualche restrizione, come 
a cagion di esempio che la donna erede del regno non po- 
tesse sposare un imperatore , uè un re dei Romani (i). In 
queste pratiche , che durarono due anni , dette prove di 
soomia scaltrezza, e di profonda conoscenza di formule 
diplomatiche, che parrebbero appartenere ad un secolo 
molto a noi più vicino (2). 

Frattanto il papa citava nuovamente Manfredi a com- 
parire innanzi la corte pontificia per giustificarsi de* molti 
delitti e maleficj che gli erano apposti; e mandando invece 
il re suoi ambasciatori , Urbano niegavasi di riceverli , lo 
accusava di perfidia e sollecitava all'impresa i Francesi (3). 
Certo egli è che san Luigi fini con cedere alle molte istanze 
gli eran fatte dal papa^ il quale diceagli lasciasse a lui la 
cura della sua salvezza e del suo onore , ed alle preghiere 
del fratello, la cui ambizione era stimolata dalla moglie 
Beatrice, donna ambiziosissima ed oltremodo bramosa di 
chiamarsi regina, non potendo comportare di vedersi in più 
umile stato delle sue sorelle (4). E forse anco Luigi si 
risolse a dare il suo assenso per un certo timore e sospetto 

(1) Mabtbmne, l e. 

(2) Come bene Dotò il Saint-Priest io qaelle trattative non manca nulla: 
yj* è il dispaccio oitenHbile , il dispaccio segreto , il progetto , il contro^ 
progetto^ la nota verbale, la nota ad referendum, il trattato sul spe rati , 
il memorandum, Vultimatum ec 

(3) Contino ATOR Nicolai db Jamsilla, Bistor. ; — Sabas Mala- 
SFiNA, Hist. Sic; — Thbodobicos db Vallicolob., Vita Urbani IV; — 
GioTANNi Villani, l VI, e 90. 

(4) • Poco tempo innanzi , dice il Villani , le sue tre sirocchie , che 
tutte tre erano reine, aveano lei fatta sedere un grado più bassa di loro , 
onde con gran duolo se ne richiamò a Carlo suo marito, il quale le rispose: 
• Contessa, datti pace, che io ti farò tosto maggior reina di loro •• Questo 
aneddoto si trova anco nella cronaca catalana di don Raimondo Monlaner. 



118 STORIA DITALU 

che ia lui destavano i modi , la vita avventurosa e gli ar- 
diti concetti di Carlo (\). 

In quei giorni i Romani cominciarono a desiderare per 
senatore un prìncipe potente, che dalle usurpazioni del 
papa gli assicurasse e dalla superba prepotenza de* nobili 
li difendesse. Era questo il naturale effetto della pubblica 
opinione d Italia , la quale , non avendo potuto ottenere 
r ugualità civile e politica e la quiete intema dal reggi- 
mento a cumune, cominciava a chiedere questi beni dal 
principato; ma nel medesimo tempo era uno di quei nume- 
rosissimi atti 9 coi quali Roma , con mirabile costanza , ha 
sempre protestato contro il dominio temporale de papi , op- 
ponendo a loro , secondo le idee del secolo, o un comune, 
o un senatore, o un tribuno, o un principe, o una repub* 
blica. Papa Urbano, il quale, non reputandosi in Roma 
sicuro, avea trasferito la sua sede in Orvieto, non intese 
senza rammarico e sospetto questo nuovo desiderio de' Ro- 
mani, e dichiarò non avrebbe giammai sopportato questo 
grave pregiudizio suo e della Chiesa (2] ; ma i Romani poco 
curaronsi di ottenere la sua approvazione , se non che con- 
cordi nella creazione di questo temporaneo principato , di- 
scordavano nella scelta della persona : parteggiavano alcuni 
per Manfredi, altri per Pietro di Aragona ed altri infine 
per Carlo d*Angiò. Allora i guelfi, per escludere il primo 
che odiavano ed il secondo del quale avean sospetto , det- 
tero le loro voci a Carlo, il quale fu eletto 8enat(H*e, 
con diecimila lire di provvisione , e con l' obbligo di con- 



ci) Ratnaldus, AnnaUs EeeL, an. 1263-64; — G. Villani , l Vh 

e. 90; — MONTAMBR, C 32. 

(2) • Siile nostro et Romanae Ecclesìae gratissioiu pra^odicio, no- 
straeqae discrimioe libertatis tollerare doo posse , qaod comes , vel qaif is 
alias etiam mioas poteos dictam obtineat dignitatem >. Urbani IVepiit. XV 
ad Albert, nat., Martbnne, TheMur^ Anwd, t. Il, p 30. 



SORGERE de' PRINCIPATI 419 

durre seco dieci giudici e dodici notari e di giurare che 
le leggi della città non nuiterd)be, né l'oso (4). Il ps^a 
si oppoee 9 disse non voler evitare Scilla per cadere nella 
voragine di Carìddi (2) ; ma quando si accorse che ogni 
suo sforzo tornava inutile^ per non recare pregiudizm 
alle prelese della sovranità temporale, finse spontanea- 
mente concedere ciò che non avea potuto impedire , non 
senza aver pria concluso un trattato con Carlo colla mi- 
naccia, che se a patti di questo e contraffacesse ^ il papa 
non gli darebbe più la promessa investitura dd regno di 
SicUia (3). Cod lo scaltro pontefice volgea a suo proprio 
vantaggio ciò che i Romani avean fatto con opposto 
intento ; e Carlo mandò a Roma un suo vicario a pren- 
der possesso della dignità di senatore. 

Manfr^i , risapute queste noviti , fece invadere il ter* 
ritorio della Chiesa da Saraceni e da Tedeschi , e si ac- 
cordò con Pietro da Vico, possente signore del patria 
monio di san Pietro , il quale , fatta congiura co' ghibel- 
liDi di Roma , sperava occupare la città ; ma e' fu rotto 
e sconfitto. Scrìvea Manfredi a Romani : solo Roma , ca- 
pitale del mondo , avere il diritto di conferire la suprema 
autorità per mezzo del suo senato, de* suoi consoli, del 
suo comune; « cessino adunque, e* soggiungea , cessino 

(1) • Si vos prioas et requeroos de tote loi et de toos oos desirhers 
qoe fos preaex et recbivez la segoorie qae oos vos offroos plus voleatiers 
qoe nus plus, k celiare (solaire) de X. mil Uvres de provenisieos.... Et sa- 
diiéz qoe ? os de? eis niener oweqoes vos X juges et Xll oolaires boens et 
loiaobles et fenir et demorer et r'aler à tote fostre mainie , sor vos de- 
spens et sor vostre perilh de cors et de choses, et estre veou dedaos Rome 
le jour de Nostre Dame de septembre »■ Lettre dei Romaim a Charlei 
d^Anjou , BROiiBTTO Latini , Lwre du Trèior, MS- de la Bib. NatUm. de 
Paris, n. 7066. 

(2) • Ne dum Scyllam vitare cupimos, in Caribdis yoragioem incida- 
mos •. 

(3) Ratnaldus , Annal Beeles. , an. 1264 ; — Sabas Malaspina . 
Bist. SieiL, l n, e. 10. 



420 STORU D* ITALU 

i vescovi di Roma di mettere la loro falce nella messe 
altrui {i) ». Il papa fece allora ribaDdire la crociala con- 
tro Manfredi 9 a quelli, che aveano preso la croce per 
militare contro gli infedeli , promise le medesime perdo- 
nanze ed indulgenze, ed anco maggiori, se volessero mi* 
litare contro il re di Sicilia. Si combattè con varia for- 
tuna nelfanno i264: i manfrediani occuparono Sutri; 
ma ne furon cacciati dal conte Pandolfo dell* Anguillara : 
Riccardo degli Annibaldi , partigiano del re , s' impadronì 
d' Ostia : Percivalle Doria , capitano dell* esercito reale , 
espugnò molte castella; ma presso Rieti fu sconfitto, e 
fuggendo annegò nella Negra, onde preti e frati lui pa- 
ragonarono a Faraone e quel fiumiciattolo al mare Ros- 
so (2). Gli Orvietani nella cui città stava il papa, in 
nome di lui prendevano il castello di Bizunto', ma per 
loro stessi lo ritenevano: adirato il papa da Orvieto si 
partiva e andava a Perugia, ma infermatosi gravemente 
lungo il viaggio, appena ivi giunto moriva, addi 2 di 
ottobre dell'anno 4264 (3). 



(1) • CesseDt, ilaqae, cesseot Romanie praelati Ecclesiae fakeeoram 
mittere in segetem alieoam •. F. Pipinos, ChronieoHy l, ili, e. 7. 

(2) • Uode tam Ecclesia doto quasi jabilo ooocinit . . .. Cantenuns no- 
mino: Bqnum et ascensorem d^ecit eie. ». Sabas Malaspina, l 11^ e. 12. 

« Sed Pereivallui ut plumhum laptui én undii 
Mergitur hoeque tuìit uUio digna Dei ». 
THEODORICDS Vallic, Caffi!.; — RATif ALDUS, Annoks Eeel an. 1264. 

(3) Tkodobiccs Vallic, Vita Urbani IV- 



SORGERE DE* PRinClPATI i 2 1 



XX. 



DBLU BLRZiONB DI PAPA aSHENTB IV B DBLLA VBKUTA 
DI CARLO D* ANGIO' IN ITALIA. 



I cardinali , radanatisi in conclave , deliberarono eleg- 
gere un papa amico della casa reale di Francia , e dettero 
le loro voci al cardinal Guido. Egli era nativo della 
Provenza : avea avuto moglie e figliuoli : rimasto vedovo , 
entrò nel clero ^ prese gli ordini sacri , fu fatto vescovo 
di Anicy, e quindi arcivescovo di Narbona e cardinale. 
Egli trovavasi in Francia allorquando a lui giunse un 
segreto messaggio che gli annunziava la sua elezione. 
Parti senza indugio ^ venne a Perugia , e quivi pubblicato 
il resultato della votazione, fu consacrato col nome di 
Clemente IV, dopo quattro mesi di sede vacante. Di là 
egli passò a Viterbo , e yi stabili la sua corte , imperoc- 
chi in quel tempo era impossibile che a Roma i ponte- 
fici soggiornassero, senza ubbidire alla podestà civile, 
senza esporsi a pericoli grandissimi (4). Papa Clemente 
confermò tutto quanto era stato dal suo predecessore or- 
dinato riguardo alle cose del regno, sollecitò la venuta 
di Carlo in Italia, e per renderla più facile concesse al 
conte per queir anno le decime ecclesiastiche della Fran- 
cia. Carlo salpò da Marsiglia, nella primavera del 4265, 



(1) Raynaloos, Ànnal, Eccl, an- 1265; — Piolo Lucknsis, Bi$t. 
Eccl, l XX, e. 50. 



La Farina. T. VI. 16 



• 



^122 STORIA DITALU 

coD venti galere beoe armate e fornite ^ e dirizzò la prora 
alla volta di Roma. Manfredi avea poco prima mandato 
alla foce del Tevere buon numero di galere siciliane e 
pisane, e con pali e travi avea ivi fatti costruire tali 
impedimenti che nessuna nave vi potesse entrare; ma 
all'appressarsi delle galere francesi sorse Serissima tem- 
pesta, la quale costrinse i Siciliani ed i Pisani a disco- 
starsi dal lido, e gittò su questo la galera sulla quale era 
il conte, che sceso a terra, dopo breve viaggio giunse 
al monastero di san Paolo fuori di Roma. Calmatasi 
alquanto quella tempesta, le altre galere si accostavano 
alla foce del fiuihe, e tolti gli impedimenti, entravano 
in esso e arrivavano a Roma , ove disbarcavano mille 
uomini danne. Addi 24 di maggio, il conte Carlo fece 
la sua solenne entrata in città, fra le acclamazioni del 
popolo , che gli andava incontro con palme in mano , 
danzando e cantando osanna. Sì grande fu la magnifi- 
cenza di quel ricevimento, che più a memoria d*uomo 
non s era fatto per alcun re o imperatore: vi furono 
corse di cavalli, tornei, canti di poeti; e Cario vesti la 
toga di senatore nella chiesa di Ara-Coeli sul Campido- 
glio, volendo cosi il popolo unire le gloriose tradizioni 
dell'antica Roma copriti della religione cristiana (i). 

Meravigliossi e rammaricossi assai re Manfredi allor- 
quando riseppe i fatti di Roma , e volse ogni cura a ben 
munire e difendere il regno : smesso quindi per allora il 
pensiero di offendere e di occupare T altrui, ridiiamò 
dalla Toscana, dalla Marca d* Ancona e da altri luòghi 
i suoi mercenari tedeschi , volendoli adoprare per guardia 
di sé e dello stato suo. Di poi in un generale parìadnento 



(1) SABAS MALASPlflA, Biit Sio,, I. U, c. 18; — BEUNARDUS GUl- 
D0N18, Vita Cl9mmt\s ÌV; — Raynaldus, Annal Eccl, an. 1265. 



SORGERE D£ PRIÌMCIPATI 423 

espose a baroDi le cagioni d^Ud guerra e li richiese di 
validi aiati. Largamente i baroni promisero, ma quanto 
parcamente mantenessero lo vedremo più innanzi. Man- 
fredi mostravasi fiducioso delle proprie forze , e nella sua 
corte molto si ridea di questo CarloUo che un papa avea 
fatto re (i). 

Carlo era andato ad albergare nel palazzo iateranense. 
Di ciò il papa si tenne offeso, e gli intimò di uscire, 
scrivendogli: « Sappi e tieni per certo che non mai ci 
potrà piacere che il senatore di Roma, di qualunque 
onore e favore e' sia degno, dimori in alcuno de' nostri 
palazzi (2) ». E Carlo ubbidì, ma e rimase a Roma per 
tutto queir anno, senza tentare alcuna impresa contro il 
regno , perchè attendea il grosso dell' esercito , che venia 
per terra, e diffidava de* Romani, fra* quali erano molti 
amici e fautori di Manfredi. Avrebbe voluto profittarne 
Manfredi ed invadere gli stati della Chiesa per forzarlo 
a venire a giornata pria che V esercito francese giungesse 
a Roma, ma i suoi baroni non vollero seguirlo, col 
pretesto essere eglino obbligati a militare per la difesa 
del re^p e non fuori (3). Cosi Carlo rimasto tranquillo 
in Roma , richiese dal papa 1^ corona , affipchè col nome 
di re potesse invadere il regno ; ed il papa promise lo co- 
ronerebbe colle pròprie mapi se gli riuscisse di accordarsi 
co' suoi creditori , de quali molto temeva le molestie (4) ; 

(1) SiBAS MALASPINA, /. e. 

(2) ■ Hoc scire le volamas et prò certo tenere, quod nanquam no- 
big piacere polerit seoaturem arbis, qaantaecumqae celsitudinis , quantum* 
que favore sit dignos , in alteutro palatiorum nostrorum in urbe moram 
trabere ». Ratnaldos, ninnai. Eeclf an. 1265. 

(3) MONACHI76 Patavincs, Vhronictm} — Ratnaldos, l, c; — Jacob. 
DK AJBLLO, Traet. de Adoha, n. 15. 

(4) • Si cnm creditoris nostris romaois convenire poterimns, ad or- 
bem vita comite, hieme proxima Iransferemur >. CUmentii IV $ Epi$t. 77 U 
Martrnnb, Thei Ànecd., t. Il, p. 315. 



424 STORIA D* ITALIA 

ma raccordo sperato non fu possìbile, ed e mandò io 
sua vece cinque cardinali. Addi 6 di gennaio del 42669 
Cesta delia Epifania, nella basilica Vaticana, con grande 
solennità furono coronati Carlo e k sua moglie Beatrice, 
la quale nel precedente settembre avea raggiunto il ma- 
rito. Allora il nuovo re prestò giuramento e ligio omag- 
gio alla Chiesa romana ed al papa pel regno di Sicilia 
al di qua e al di là del Faro , e ne ricevè Y investitura (i). 
Ma pria che io entri a discorrere della guerra che segui, 
dirò qual fosse in quel tempo lo stato delle altre parti 
d' Italia. 



XXI. 

DELLA LOMBARDIA» DELLA MARCA TREVISANA 
E DELLA ROMAGNA. 



Dal i257, anno in cui morì T arcivescovo Leone da 
Perego, sino ali* anno i26d la sede metropolitana di Mi- 
lano era rimasta vacante a cagione della discordia che 
v*era fra* vescovi elettori, imperocché i nobili voleano 
Francesco da Settala, ed il popolo volea invece Raimondo 
della Torre, figliuolo che fu di Pagano e zio di Martino. 
Passò da Milano nel sessantuno il cardinale Ottaviano 
degli Ubaldini, e soffermatosi qualche tempo ^ e* tentò fare 
eleggere Ottone de Visconti, eh* era allora arcidiacono 
della cattedrale ; ma un di Martino della Torre comparve 



(1) MONACHOS PaTAVINOS, Chronicon; — SABAS Malasfina, (. Ci 
Ratnaldus, Annoi Eocl, an. 1266. 



SORGERE DE* PRIRCIPATI i2h 

io piazza con buon numero di cavalieri, e fece dire al 
cardinale, che, avendo saputo eh* egli era sulla partenza, 
era venuto per rendergli onore. Il cardinale intese ciò 
che significassero quelle parole, dissimulò e si parti, me- 
nando seco r arcidiacono Ottone (4). 

Trattanto i nobili milanesi fuorusciti, colle milizie 
di Bergamo, ardeano il castello di Licurti, Allora il po- 
polo di Milano mosse id armi contro Bergamo, ma i Ber- 
gamaschi si affrettarono a chieder pace, ed ottennerla ri- 
facendo i danni dell'arso castello e cacciando della loro 
città i fuorusciti (2). I più si ridussero a Brianza, ed 
occuparono il castello di Tabiago, ove furono assediati 
e presi prigionieri da' Milanesi e dalle loro amistà di Cre- 
mona, Brescia e Novara. Il popolo li volea tutti ammaz- 
zare ; ma Martino della Torre s interpose e disse : « Io 
non ho saputo giammai fare un uomo, né voglio disfame 
alcuno 9; ed e' furono mandati a* confini a Parma, a 
Mantova e a Reggio (3). Giunto in quel mezzo alla corte 
del papa Ottone Visconti, uomo ambizioso, scaltro, vio- 
lento, di nobile casato e di scarsa fortuna (4), per le 
commendatizie del cardinale Ottaviano, Urbano IV, in- 
frangendo l'antica consuetudine della chiesa milanese, lo 
elesse arcivescovo (5) : « ed in questi tempi , come sog- 



(1) Galtanos Flamma, Man. Fior., e. 297; — GiuuMi, Mem. Stor. 
di MUanoy l Vili. 

(2) Noo erano più di novecento: la Motta si era rinnita alla Credenza; 
de'nobili molti si erano sottomessi a'nuovi ordini del comaoe ed erano rien- 
trati in città. 

(3) Galtanos Flamma , Jlfan. Fior., e 298 ; — Annalei MedioXa- 
fieniet; — STBPBA7IARDUS DB VicoMEBCATO, Po€ma\— MCRATOBi, Script. 
Rer. Ital, t. X. 

(4) AzARius, Chronieon; — Mdbatori/ Aer. Ital. Script, t. JVI. 

(5) • La Inoga discordia de*nostri ordinarj fu ad essi molto nociva, 
perchè a cagion di questa sofferà un gran crollo il loro antico insigne dritto 
di eleggere Tarcivescovo •. Giulini, ilfem. Stor. l. Vili — L'cleiione era 



126 STORIA D ITALIA 

giunge il Muratori, comiociarono i papi a metter mano 
nella elezione de vescovi , con giunger fino a tirarla tutta 
a sé, quando nel secolo undecimo tanto s era fatto per 
levarla agli imperatori e re cristiani, e restituirla a ca- 
pitoli e popoli, secondo il prescritto degli antichi cano- 
ni (4) ». Il nuovo arcivescovo venne in Lombardia, e 
si stabili in Arona sul Lago Maggiore, e vi si afforzò 
e munì; ma Martino della Torre, col marchese Oberto 
Pela vicino, andò ad oste contro quella terra, e coli oro 
e col ferro la ridusse in suo potere. L* arcivescovo usci 
patteggiando, e se ne tornò in corte del papa. Martino 
spianò la ròcca di Arona, non che quelle di Anghiera e 
di Brebia^ ch'erano dell* arcivescovado e ne occppò tatti 
i beni; per la qual cosa il papa mise sotto F interdetto 
la città di Milano. Poco tempo dopo Martino della Torre 
cessò di vivere j non senza pria avere ottenuto che i Mi- 
lanesi gli eleggessero successore il suo fratello Filippo, 
non avendo egli figliuoli (2). 

L* apparato di guerra di Carlo d'Angiò fece mutar 
parte a Filippo della Torre, il quale assunse il titolo di 
podestà perpetuo del popolo di Milano. Staccatosi da' ghi- 
bellini e ravvicinatosi a* guelfi, egli licenziò Oberto Pe- 
lavicino, la cui condotta era terminata. Oberto, che ne 
sperava la conferma, si parti mal disposto e crucciato, 
e giunto a Cremona, fece prendere e sostenere tutti i 
mercadanti milanesi che passavano il Po , e si collegò 
cogli usciti dì Milano. Non per questo scemò la potenza 
di Filippo, al quale volontariamente si sottomise Como 



slata sempre libera agli ordinarj, e fa quella la prima voltf in cui il papf 
vi s'intromise •, Verri, Storia di Milano, e. X. 
(1) Annali, an. 1263. 

(2; STEPBANARDU6 DE VlGOMBRCATO, Poema^ — CAfOfltCOfl PlaC^n- 

tinum, apud Moratoricm, Rer. Hai. Script., t. XVI, 



SORGEBE db' PRDfCIPATl i27 

nel 4263^ e successi vameote Bergamo, Novara, Vercelli 
e Lodi: su queste ciuii egli esercitò il supremo potere 
con vaij titoli e magistrature: non voile solo del prin- 
cipato il nome ; che anzi, imitando quanto avea fatto suo 
fratello in riguardo al marchese Oberto, e fece dare il 
nome dì signore di Milano a Carlo d*Angiò, e fece ve^ 
nire de* soldati provenzali ed un podestà provenzale , il 
quale non potea avere altra autorità, se non quella che 
giovava a Filippo eh* egli avesse (i). Anco Brescia, nel 
i265, tentò sottrarsi alla signoria di Oberto Pelavicino, 
e sottòporsi a quella del Tornano; e fu fatta una con- 
giura perchè in un di convenuto, i Bresciani levassero 
il rumore, ed i Torriani in loro aiuto accorressero. Or 
accadde che in quel di appunto Filippo morì improvvisa- 
mente. I Bresciani, non soccorsi come speravano, furono 
vinti dal marchese, il quale molti ne fece crudelmente, 
ammazzare, e più assai rinserrare nelle carceri di Cre- 
mona. Non ancora il cadavere di Filippo era stato de- 
posto nel suo sepolcro nel monastero di Chiaravàlle, che 
Napo o Napoleone della Torre, figliuolo di Pagano, si 
facea proclamare signore di Milano (2). Oramai la libcrlà 
milanese era spenta: l'elezione non era che un infingi- 
mento del principato, obbligato ancora a coprirsi colle 
apparenze della libertà. 

Lo stesso dicasi di quasi tutta la Lombardia. Nel ses- 
santUno il popolo di Piacenza dette la signorìa della città 
per quattro anni ài marchese Pelavicino , il quale presone 
possesso con grande e fastoso acoompagnameto , se ne 

<1) Galtakos Flamma, Man. Fior. e. 300; — Annalei Mediolanen- 
ns; — Chronieon Placentmum; —Rovelli, Storia di Como; — Giclini, 
Afem. Storiche, l. Vili. 

(2) Maltecios, Chronieon Brixianum; Annales Afadiolonensef. — 
Filippo avea un figlio di nome Salrido, ma egli era ancor troppo giovine per 
governare- 



i28 STORIA D* ITALIA 

tornò a Cremona, lasciandovi per suo vicario Visconte 
Pelavicino sno nipote: il quale, seguito da molta gente 
armata, andò a Tortona, e quel popolo persuase ad 
eleggere per proprio signore il marchese Oberto, e cosi 
egli fece [i). Anco in Parma la parte ghibellina pro- 
ponea la signoria del marchese ; ma i guelfi avversa- 
vanla. Dopo lungo contendere le due parti accordaronsi ^ 
sarebbero amici del marchese , lo aiuterebbero cogli averi 
e le persone quantunque volte occorresse e gli paghereb- 
bero mille lire tutti gli anni , a patto però eh* e* non ve- 
nisse giammai in Parma senza il consentimento del po- 
polo. II papa disapprovò questa pace, e a cagione di 
essa lanciò Y interdetto sulla città. La parte guelfa , la 
quale era sempre capitanata da Rossi, montata in super- 
bia per la vicina venuta de Provenzali , e per gF incita- 
menti del papa, cominciò a contraffare a quell* accordo 
e ad offendere i ghibellini: seguirono varj tumulti e zuffe 
sanguinose ; ma da ultimo i guelfi prevalsero , e crearono 
due podestà dì loro parte, i quali furono Giberto da 
Correggio e Iacopo Traversieri (2). 

E avvegnaché fosse spenta la casa degli Ezzelini , 
nondimeno la marca di Treviso non posava. Il conte di 
San Bonifazio cogli usciti veronesi e il marchese d'Este 
co* Ferraresi , nel i26i, tentarono occupare Verona, e 
non riuscirono che ad occupare un qualche castello, 
ma nell'anno seguente i Veronesi elessero loro capitano 
Mastino della Scala, il quale bandi i guelfi, né più 
permise che rientrassero in Verona i conti di San Bo- 
nifazio (3). E mentre il marchese d'Este tentava farsi 

(1) Chronieon Placentinum. 

(2) Chronieon Parmeme} — Muratori, Rer, Hai Script-, t. IX- 

(3) Paris de Cereta ,s Chronieon Veronense i — Muratori , Ber, 
Hai Script , (. Vili 



SORGERE DE PRINCIPATI >129 

signore di Verona, Giacomazzo da Trotti, già parli- 
gÌRBO di SaliDgHerra , con altri della medesima fanone 
eoogiuravano per cacciar da Ferrara il marchese d*Esle, 
ma la congiura fu scoperta , ed i congiurati ebbero moz- 
zato il capo (i). 

Bologna era stata rìbenedetta, ed avea ottenuto dal 
papa la conferma de' suoi privilegi. Fu in qad tempo che 
s'istituì in quella città T ordine militare della beata Ver- 
gine di Loterìngo da Andalò e Gruamonte de* Cacciani- 
mìci nobili bolognesi, da Schianca de'Liazari e Berar- 
dino da Sesso nobili reggiani e da Rinieri degli Adelardi 
nobile modenese. Furono dal popolo detti frati gaudenti , 
perchè tenevano le loro mogli , serbavano il possesso dei 
loro beni e viveano gozzovigliando senza fatiche e peri- 
coli (S). Frattanto le dissenzioni duravano e s'inacerbivano, 
e neirnno sessantatre si venne al sangue e più di da- 
gento persoae furono bandite (3). Imola sperò profittarne, 
» levò a rumore e cacciò i Brìzzi guelfi, ed il podestà 
ed il capitano dd popolo , eh* erano bolognesi ; ma i Bo- 
lognesi andarono con oste poderosa , e recuperata la città , 
disfecero i serragli , colmarono i fossi , e vi costituirono 
dne podestà y uoo della parte de' Lambertazzi e 1* altro di 
quella deOeremei. E* ricondussero ancora sotto la loro 
ubbidienza la città di Faenza, la quale, cacciati i guelfi 
Acarisi 3 avea scosso il loro giogo (4). 

Neil* anno seguente cessò di vivere Azzo VII marchese 
d Este , nell' età dì anni cinquanta. Ventiquattro anni Fer- 
ii) Chromkoon ut&UBy Muratori, Her. IttU. Script,, f. XV, 
(2) Chnmieon Bononteiue, Muratori, Rer. Ital. Script.^ t. XVIUf 
— Ghirardacci, Istoria di Bologna. Verameote rordiae del quale è pa- 
roU ebke il sbo principio ia Lingoadoca, nel tempo della guerra contro gli 
AHngesi : i caTilieri portavano uno scodo bianco eoo la croce rosea. 

(3) MATinARUS DB GRIFPONIBCrfi, Jfem. BoflOtl., MURATORI, /• C 

(4) M. DR GRIFP0N1RUS, I. C. ~ SIG0NIU9, Oe Meffm) iUU.<, I. XIX. 

La Farina, T. VI. 17 



^30 STORIA d' ITALIA 

rara avea sopporlato la saa signoria, che certo non fu 
né mite ne soave [ì); ma il popolo, abituatosi alla ser- 
vitù, ritornando dal suo mortorio, si radunò in piazza e 
gridò suo signore con ampia balìa il giovinetto Obizzo ^ 
nipote ed erede del marchese , e figliuolo di quel Rinaldo , 
che mori nelle prigioni di Manfredi (2). La prima impresa 
del nuovo marchese d Este fu di andare a Modena coi 
Ferraresi , con Ludovico di San Bonifazio , che avea seco 
i Mantovani , e cogli usciti toscani di parte guelfa, e di 
aiutare gli Aigoni, i quali poterono cosi cacciare i Grasolfi 
ghibellini e tutti i loro seguaci , e ridurre Modena a parte 
guelfa (3). 

I perìcoli , che già minacciavano Manfredi , gli facean 
perdere molti amici, e molti nemici gli manifestavano: 
Fano, Sinigaglia, Ancona, Macerata e Tolentino gli si vol- 
tavan contro. In Camerino dominavano i Varani guelfi. In 
Ravenna era morto Guglielmo figliuolo di Paolo da Traver- 
sarà, e di quella ricca e possente famiglia non era rimasta 
che una donna moglie di Stefano figliuolo del re d' Unghe- 
ria e di Beatrice d' Este ^ il quale prendea il titolo di si- 
gnore della casa de' Traversar! e teneasi stretto in amistà 
cogli Estensi. Perugia avea cacciato Bainiero de* Baschi in- 
viato di Manfredi ; e Sutri Pietro Vico che I* avea occupata 
in nome del re. Per Manfredi non rimaneano che que'di 
Montefeltro, e qualche altro signore ghibellino di poca 
potenza e rinomanza (4). 

(1) Daote Io colloca in inferno accanto ad Ezzelino. 

(2) MONACHUS PATAVINUS, CAfon.;— MURATORI, Ànt. Ett^P.U,C. 2. 

(3) Annoiti Velerei J^utmenseSf Muratori, Rer. ital. Script, t XI; 

— Memoriale Potest. Begiens.^ Muratori, o. c, t. Vili ; — Ricordano 

MALASPINA, C 174. 

(4) Monachus Patayinus, Chronicon; — Ricobaldos, Pomarium; 

— RUBEUS, HUt Raven., l VI; — Matthabus DE GRiFFoifiBus, Jfem. 
Bonon.; — Muratori, AntichUà EsUmi, /. e.; - Sa'vìolì, Annali della 
ciità di Bologna, f. HI. 



SORGERE de' PRINCIPATI iol 



XXII. 



DRLLiI TOSCANA B DKLLA VBNITA M' PROVENZALI 

IN ITALIA. 



L' unica provÌDcia d* Italia , sulla quale coDtiDuava ad 
esercitare dell autorità il re Manfredi, era la Toscana. I 
Sanesi, aiutali da Manfrediani, occuparono Grosseto, Mon- 
talcino , Montepulciano ^ e forzarono colle armi a ritornare 
alla loro ubbidienza i conti Aldobrandescbi , i Pannocbie- 
schi e que^di Campiglia signori di forti e numerose ca- 
stella. 1 Pisani ripresero Ripaf ratta, ad onta della proi- 
bizione del papa (i); 11 conte Guido Novello, vicario del 
re Manfredi, di settembre del dS6i, fece oste contro 
Lucca, asilo de fuorusciti guelfi, e occupò Castelfranco, 
Santacroce, Santamaria e Montecavoli; ma non potè pren- 
dere Fucecchio (2). Vi ritornò nellanno seguente co' Pi- 
sani, prese Castiglione, e sconfisse i Lucchesi ed i fuo- 
rusciti fiorentini , de* quali molti rimasero prigionieri : di 
poi con poca difficoltà prese Nozzano, Ponte a Serchio, 
Rotaia e Sarzana. Spauriti i Lucchesi per tante perdite, 
cominciarono a trattare segretamente di pace col conte 
Guido, e con lui accordaronsi in questi patti: sarebbero 
a Lucca restituite le terre, le castella ed i prigionieri ; 
entrerebbe nella lega ghibellina di Toscana; riconosce- 

1) G. Villani, l. VI, e. 83; - Malavolti, htor. di Sima; -- ToM- 
1IA81 fitor. di Siena. - TtONCi Memorie htor. della eiUà di Pi$a. 

(2) RICORDANO MALA8P1NA, C 171. 



d32 STORIA D ITALU 

rebbe il vicario del re Manfredi; caccerebbe gli usciti 
guelfi che dimoravano nelle sue mura^ ma non già alcun 
lucchese. Cosi si fece; ed allora non rimase in Toscana 
città o castello che non si reggesse a parte ghibellina ; 
e niente giovò che il papa vi mandasse per suo legato 
il cardinale Guglielmo, per bandirvi la crociata contro 
ì suoi ufficiali e fautori. 1 guelfi fiorentini , non avendo 
più luogo sicuro in Toscana , se ne andaron tutti colle 
loro famiglie in Bologna , ove furono bene aC'Colti e molto 
onorati. Gli usciti sanesi tentarono rientrare in Siena colle 
armi in mano , ma e furono rotti alla Badia di Spineta, 
e molti di loro rimasero prigionieri, né riebbero la libertà 
che a prezzo d oro (i). E tanto crebbe la poteoza e l'ar- 
dire di Guido Novello, che e' non esitò ad ordinare ai 
Sanesi di far indire i guelfi da Orvieto, e di far guerra 
e dar molestia con ogni possa a quella città, nella quale 
papa Urbano avea trasferito la sua sede (2). 

Molti guelfi fiorentini, o stanchi delle discordie ci- 
vili o non adatti alle armi, passarono le Alpi e andarono 
in Francia, ove facendo da banchieri e cambiatori di- 
vennero quasi tutti riccfaissiisi (3); ma i più, cogli altri 
banditi toscani, si unirono a JMiodenesi ed agli usciti reg- 
giani, e andarono ad oste contro Reggio, ove domùna- 
vano i ghibellini. 1 nobili Fogliani e Roberti aprìron loro 
le porte : i Sassi e gli altri ghibellini si difesero valoro- 
samente, combattendo per le vie e per le piazze: era con 
loro il famoso Cacca reggiano, un gigante dotato di forza 



(1) Ricordano Malaspina, c. 173; ~ Ann. Pisani, Moratobi^ Her. 
Ifdl. Script., t. VI; — Ptolomaeus, Lucens., AnnaL Brev ; — Chronicon 
Sanens., Muratori, o. c-, t. IX. 

(2) - Et facere eis guerram et molestiam tcto pos€e » Archivio Dipi, 
di Siena, Califfo Vecchio, f. 456. 

(3) G Villani, /. VI, e. 86. 



SORGERE DE* PRINCIPATI 433 

mirabìiissima , che rotando iioa mazza smisurata atterriva 
col suo aspetto i nemici; ma dodici gentiluomini fioren- 
lioi gli si pittarono addosso tutti in una volta, e colle 
coltella ammazzaronlo. I ghibellini per quella morte sgo- 
mentati , e dal numero de* nemici sopraffatti , uscirono fug- 
gendo dalla città 9 la quale cominciò a reggersi a parte 
guelfa {i). 

Sul finire ddl' estate del 4265, T esercito provenzale 
crocesegnato , sotto il comando di Roberto Ggliuolo del 
conte di Fiandra, passò le Alpi e discese in Italia. La 
cronaca di Parma lo dice forte di sessantamila combat- 
tenti , quella di Bologna , di quarantamila : gli antichi an- 
nali di Modena notano cinquemila cavalli, quindicimila 
fanti e diecimila balestrieri (2). Favorito dal marchese 
di Monf^rato , col quale Carlo d* Angiò s era stretto in 
lega (3), e fornito di vettovaglie da' Milanesi, T esercito 
si avanzò per la Lombardia, certamente per evitare la 
Toscana, ove dominavano i manfrediani. Il marchese 
Oberto Pelavicino e Buoso da Doara co* Cremonesi , Pa- 
vesi , Piacentini ed altri ghibellini lombardi , ed il 
conte Giordano Lancia, con schiere scelte di cavalieri 
pugliesi , disegnarono contrastargli il passo a Soncino; ma 
che le loro forze non fossero ali* uopo bastevoli , o che 
i Provenzali girassero per altre vie, o che qualcuno dei 
capi, come allora fu pubblica voce, e particolarmente 
Buoso da Doara, per moneta ricevuta tradisse (4), certo 



(1) Memoriale Fot. Hegien., Muratori, Rer ilal. Script.^ t Vili; 
- Ricordano Malaspina, c. 174. 

(2) C/krofitcon Poxmen&e , Muratori, Aer. Hai. Script. , I. iX ; — 
Chronieon Bononieme, Moratori, o. e., i- XVIII; — Annales Veter. Muti" 

fMfl., MORATORl, 0. e, (. X/. 

(3) Benvenuto da san Giorgio, Chronaca del Monferrato. 

C4) Dante pose in Inferno, neirAntenora , fra' traditori della patria, 
quel da Onera, a piaogerc « r argento de'franceschi ». Inf. e. XXX II. 



434 STORU D ITALU 

egli è che a giornata non sì venne , e che i Provenzali , 
ninno contrastante, giunsero a Montechiaro, ove li atten- 
devano Obizzo d*Este co' Ferraresi, e Lodovico di San Bo> 
nifazio co' Mantovani. Tutti uniti varj luoghi forti espugna- 
rono e disfecero , depredando le ville, guastando le campa- 
gne, riempiendo tutto di rovine, d'incendj e di sangue. 
Passato il Po a Ferrara , ebbero con loro quattrocento ca- 
valieri guelG di Toscana, capitanati dal conte Guido Guer- 
ra (4), e vi è chi dice anco diecimila Bolognesi (2). I guelfi 
fiorentini, pria di unirsi co* Provenzali , passarono da Peru- 
gia , ov* era il papa , per ricevere la sua benedizione. « Dal 
detto papa furono graziosamente ricevuti , e volle che per 
suo amore la parte guelfa di Firenze portasse sempre la 
sua arma propria in bandiera e in suggelli , la quale fu il 
campo bianco con un aquila vermiglia sopra un serpente 
verde Quando i Francesi gli vidono , si maravi- 
gliarono di sì bella gente, e si riccamente guarniti d'arme 
e di cavalli , e la compagnia loro ebbono molto cara (3) ». 
L'esercito, cosi ingrossato, traversò la Romagna, la 
Marca d'Ancona e Spoleto, e giunse a Roma verso il gen- 
naio dell anno i266 (4). 

(1) Matteo da Giovenazzo , Diurnali ; — Maltecids, Chronicon 
l^rtxtanum; — Ricordano Malaspina, c. 178. 

(2) SiGONius, De Regno Italico, l XX. Gli annali di Bologna non ne 
dicon nnlla. 

(3) Ricordano Malaspina, c. 186. 

(4) Molto discordi sono gli storici sulla via percorsa da questo eser- 
cito : Ricordano Malaspina lo fa passare da Parma, il che non può slare , 
s'è vero, come aCTerraano lutti gli altri cronisti, che passò il Po a Ferrara: 
Ricordano lo dice giunto a Roma ne) Natale del 1265 ; altri affermano che 
addì 9 dicembre di quell'anno Tesercito passava da Brescia. Saba Malaspina 
dice eh' e' giunse a Roma dopo la coronazione di Carlo, la quale ebbe luogo 
nel gennaio del 1266. Io sospetto che V esercito , per procurarsi più facil- 
mente le vettovaglie o per ragioni di guerra, si dividesse in due colonne, 
runa delle quali, passando per Parma, Modena e Bologna giunse in Roma 
nel dicembre, e TaUra, passando per Brescia, Mantova, Ferrara, giungesse 
nel gennaio. 



SORGERE DE PRI19CIPAT1 i35 



XXilI. 



DELLA GIORNATA DI BENEVENTO. 



Radunato tutto il suo esercito io Roma, re Carlo si 
trovò io gravissime angustie non avendo danaro corri- 
spondente alle paghe. E* ne chiese al papa , ed il papa 
gli rispose: « Scrivi ad Avignone perchè si vendano i 
tuoi mobili , se te ne rimane , e dà in pegno le tue ren- 
dite (i) ». Carlo ^ da questo consiglio non soddisfatto, 
domandò si dassero in pegno i beni della Chiesa : il papa 
ed i cardinali si mostrarono indignati della proposta, e 
due volte con acerbe parole la respinsero ; ma da ultimo, 
da necessità costretti ^ assentirono (2) , se non che il papa 
volle si esentassero i beni delle basiliche ed i cardinali 
quelli delle loro chiese (3), onde poco rimase da offrire 
per sicurtà a' prestatori , i quali non vollero dare al re 
più di lire centomila. Il papa cercò altri danari, e non 
potè trovarne; si rivolse al re di Francia, e questi non 
gli rispose (4) ; scrìsse a suoi legati perchè ne richiedes- 
sero da* vescovi , da' monaci , da cittadini , dagli usurai , 
e tutto fu invano (5). E frattanto Carlo, che mancava 



(1) ClemmU IV epist. 117 ad Reg. Skiliae , Martennb, Thesaur. 
Aneed., t. il, p. 173. 

(2) Ibid., ep. 135, p. 187. 

(3) Ihid., ep. 136, p. 189. 

(4) Ihid., ep. 181, p. 241. 

(5) Ibid, ep. 183, 186. 



^36 STORIA d'itaua 

Gno di vesli corrispoodenti al suo grado (4) ^ scongiurava 
il papa non lo volesse abbandonare, ed il papa gli ri- 
spondeva: « Noi non abbiamo monti né fiumi d'oro.... 
Inghilterra ci avversa, Alemagna ci ubbidisce appena, 
Francia geme e si querela, Spagna non basta (2) ». Il 
papa invili, e poco mancò non si disponesse, lasciata 
la guerra , a trattare la pace con Manfredi , tenendosi da 
Carlo quasi che tradito. Il perchè Carlo , acciocché il papa 
non si abbandonasse, deliberò, tolto ogni indugio, en- 
trare nel regno , e procurarsi col ferro quei danari e quei 
comodi, de' quali la benevolenza del papa non avea po- 
tuto fornirlo. I cardinali dettero a' Provenzali la plenaria 
assoluzione de* loro peccati , e la promessa di tutte le in- 
dulgenze solite concedersi a' combattenti contro gli infe- 
deli , e baciarono e benedissero il re , il quale in com- 
pagnia di Riccardo cardinale di San Angelo, si parti da 
Roma coir esercito , e mosse alla volta di C4q^rano (3). 
Non rimaneasi inoperoso Manfredi; ma incerto sulla 
via che terrebbe ì inimico per entrare nel regno , e facea 
scavar fossi ed alzare ripari ne* luoghi che pareangli pia 
minacciati^ metteva duemila Saraceni e miUe cavalli in 
Sangermano , e lasciava in custodia il passo di Ceperano 
a Galvano Lancia e a Riccardo d* Aquino conte di Caser- 
ta (4). Favoleggia il Villani , allorquando narra che Man- 
fredi, nel mentre il conte di Caserta era alle frontiere. 



(1) /6tU, ep. 165, p. 214. 

(2) • Nec montes, nec flavios habemos aareos Anglia adversaiur, 

Alemannia vii obedit, Francia gemit et qaeritur , Hispaoia non sufficit ». 
Ibid., ep. 116, p. 174, ep. 225, p. 274. 

(3) SABAS Malaspina, Uitt., Sic,, l. Ili, e. 7. 

(4) Cos^ la più parte de*cronisti: il solo Saba malaspina scrive: •• Sed 
praescitus ad malam obstinatas Manfredas^ qai apad Ceperannm gestis suae 
resistentiam ordinare debetMit, passos regni vacnos, et siae casCodia munì- 
tione reliquìt, at libet ad regnam aditus pateM inimicis ». 



SOROERE DE* PRUICIPATI >137 

seducesse la moglie di lai ManfrecKoa , o Zaffredina , sua 
propria sorella ; cbe il coote , risaputo ciò , si <sonsal- 
tasse co' casisti del campo nemico per sapere se sn vas- 
sallo abbia diritto di puoire il signore che T abbia oltrag* 
giato neir onore; ^ che sulla loro risposta affermativa, 
egli per vendicarsi di Manfredi, sgombrasse il passo 
air esercito provenzale (4). Certo egli è che i Francesi 
passarono Ceperano senza combattere; e che Rocca di 
Arce , la qual* era per natura e per arte fortissima e te^ 
Dcasi inespugnabile , non pria fu assalita che vilmente ai 
arrese , ed aprì le porte a nemici. Per la qual cosa gran- 
demente iscoraronsi i difensori del regno: le cittli, i 
castelli, i borghi posti nei dintorni di Sangermano si 
affrettarono a fare la loro sottomissione, dando abbon- 
danti vettovaglie allo esercito cbe patia la fame , e ric-^ 



(1) G- Villani, ÌFI7, e. 5. Da alcuni docameiiti deirAcchivio reale 
di Napoli resulta che vi fa una Zaffredina moglie di Tommaso , e non di 
Biecardo d'Aquino, figliuola di Marino d'Ebulo, alia quale re Carlo fece re- 
stituire de'beni confiscati al padre di lei da Manfredi. È notevole il seguente 
passo di Ottakero, nel suo poema in lingua bavarese: • Il diavolo aduprò 
la malizia e la perfìdia de'gueitì per rovinare il nobile Manfredi. Il conte 
Giordano (oh perchè non è stato soffogato nell'acqua del suo battesimo)! e 
il conte Tommaso suo stretto parente congiurarono la sua rovina •. Ausiriat 
Chronicon Germanicum. Il favore accordato da Carlo a Zaffredina moglie 
di Tommaso e le parole di Ottakero mi fan supporre egli, e non Riccardo 
essere stato il traditore a Ceperano. ( versi di Dante : 

« Se s'adunasse ancor tutta la gente 

Che già in su la fortunata terra 

Di Puglia fu del suo sangue dolente 
Per li Romani 

E l'altra il cui ossame ancor s' accoglie 
A Ceperan, là dove fu bugiardo , 

Ciascun Pugliese - 

farebbero credere ad una fiera ed aspra battaglia quivi accaduta, nella quale 
i Pugliesi tradirono; ma di questa battaglia nessun cronista fa parola. 

La Farina, T. VI. 1$ 



d38 STORU d' ITALIA 

chi doDÌ al re ed a' snoi cortigìaDÌ eh* erano nella mise- 
ria. Ciò non ostante, Carlo incitava i suoi al saccheg- 
gio e alle depredazioni, onde aizzare il naturale corag- 
gio coir avidità del bottino (d). 

Sangermano animosamente si difese^ e fu assaltata dalla 
parte del Bume, nel quale assalto, più che i Provenzali ^ 
dettero prove di mirabile valore i guelfi italiani, e fra 
questi Pietro di Vico romano , da partigiano di Manfredi 
divenuto ora suo nemico. Egli si appressò il primo alle 
mura, non ostante una terribile grandine di sassi che 
lanciavano i difensóri. Il suo coraggio eccitò Y emulazione 
degli altri Italiani, che lui seguirono, « e chi migliore 
schermo non avea, ismontavà di cavallo, e levavagli la 
sella , e con essa in capo andava infino a pie delle mu- 
ra (2) ». Quivi giunti , isfondarono una porta e irrupper 
dentro : Guido Guerra fra gli Italiani , e il conte di Ven- 
dòme fra* Francesi furono primi ad entrare. I Saraceni , 
che quella terra presidiavano, tentarono salvarsi colla fuga, 
ma da ogni parte accerchiati, e' furono quasi tutti ammaz- 
zati , ed i loro cadaveri oscenamente mutilati furono git- 
tati in pasto agli animali carnivori. I pochi, che pote- 
rono sottrarsi a quel macello^ ripararono a Benevento, 
ove Manfredi avea radunato il grosso del suo esercito. 
Saccheggiata Sangermano, senza prender riposo, non 
ostante che uomini e cavalli fossero stanchi, i Proven- 
zali mossero contro Benevento. « Era tanta , dice il 
guelfo Saba Malaspina, T avidità della preda, che ogni 
fatica ed ogni travaglio parea lieve ». Lungo la via ap- 
presentaronsi a Carlo ambasciatori della città di Napoli, 



(1) Vedi ciò cho scrive a questo proposito Saba Malaspina , storico 
guelfo e partigiano di Carlo. 

(2) G. Villani, *. K//, e. 6. 



SORGEEE de' PRinciPATI i39 

la quale odiava i discendenti di Federigo per le gravi 
offese che avea ricevute, e parteggiava per la Chiesa 
sotto il cui domioio sperava conservare i suoi antichi 
privilegi e le sue libertà. Le lusinghiere parole che disse 
loro il re Carlo, e che ben tosto per le vicine terre 
furono divulgate, destarono grandi speranze nel popolo, 
e fu universale opinione, che se egli vincesse, il regno 
sarebbe nelle sue libertà ristabilito (4). Manfredi mandò 
anch*egli ambasciatori a re Carlo con proposte di pace; 
ma questi superbamente rispose : « Dite al sultano dì Lu- 
cerà, che io con lui non voglio ne pace, né tregua, e 
che in breve o io manderò lui ali* inferno , o egli me in 
Paradiso (2) ». 

L'esercito francese si accampò su di un poggetto 
rimpetto la città di Benevento e da questa solamente di- 
vìsa dal letto di un fiume. Quivi , come solcasi air ap- 
prossimarsi delle grandi battaglie, re Carlo fece molli 
nuovi cavalieri. Di poi, congregati i capi, rammentò 
loro ch'erano molto dalla Francia lontani; che quelli, 
che gli aveano onorevolmente accolti nel venire, gli 
avrebbero fieramente perseguitati e morti nel ritornare; 
che i nemici erano scomunicati , ed eglino benedetti ; e do- 
po altre somiglianti esortazioni e persuasioni , soggiunse : 
« Cominciaiido a combattere, cercate di ferire i cavalli, 
e quando questi saran caduti co' cavalieri, accorrano i 
fanti nostri ed ammazzino i cavalieri rimasti impediti dalla 
gravezza delle loro armature e sbalorditi dalla caduta. 
Ogni nostro cavaliere abbia seco un fante o lyieglio due. 



(1) » Regnieoloram corda coeperant intra se molare non raodicom , 
et coDtra Manfredum cormnipi , et gaudere generaliter populares. Grede- 
bint enim quod regnimi iam esset ex advenla regis Karoli libertati resti- 
tatom •■ SllAS MALA6P1MA, i. iUy e. 7. 

(2) G. Villani, l VII^ e 5. 



140 STORU D ITALIA 

e non potendo averne prenda «tmeno de saccomanni , i 
quali occidano i caralli nemici e finiscano i caduti , af- 
finchè per la continua fatica non si stanchi: cobi i forti 
ed i prodi potranno lungamente combattere ». I crociati 
confessaron tutti le loro peccata a* frati f i^icatorì e mi- 
nori che gli accompagnavano: Guido di Hello, vescovo 
di Auxerre e legato del papa , esortò anch* egli i gner-* 
rieri a combattere arditamente i nemici di Gesù Cristo, 
dette loro la plenam assoluzione, e promise a chi mor- 
rebbe in quella giornata la gloria eterna del Paradiso (-1). 
Nel campo di Manfredi gli animi de baroni eran di- 
visi: molti eran poco disposti a combattere o per paura, 
perchè da moneta e da promesse corrotti ; altri diceano 
nelle tempeste rimanere al sicuro vincitore, chi le può 
temporeggiare ; i più animosi chiedeano con grande istanza 
di venire a giornata , dimostrando 1* indugio accrescerebbe 
i perìcoli. Giordano, Galvano, Federigo e Bartolommeo 
Lancia zii di Manfredi, e Teobaldo degli Annibaldi suo 
amicissimo (qualcuno de* quali era stato accusato di tra- 
dimento), diceano al re: « Se in questo istante bisognasse 
teco morire, noi non ti rinnegheremmo; e affinchè la 
nostra fede sia dalle opere giustificata , se ti piace , noi 
primi assaliremo V esercito nemico ». Allora Manfredi 
deliberò di non fuggire la batlagìia, e disse a suoi: 
< Ecco i nemici che da tanto tempo vi etano annun- 
ziati! Grazie al cielo oramai voi potete giudicare da voi 
stessi quanto e* siano della loro fama minori. Vedete i 
loro cavalli; magri, cattivi, piccoli; e se ve n'è alcuno 
di buona taglia , egli è cosi estenuato che non vai niente. 
Non aspettiamo che uomini e cavalli si riposino : piom- 



(1) SABAS Malaspina, Bist. Sic,, l III, e. 9; — Deicripiio V'ietfh 
fiat Reg. Caroli, Duchksnb, t F. 



SORGERI^ D£ PRINCIPATI Hi 

biamo loro addosso, sconfiggiamoli, o moriamo. I Fraa- 
cesi SODO audaci ne' primi scontri ; ma non costanti nel 
combattere , ed il loro coraggio non dura , che anzi ti- 
midi divengono quando incontrano resistenza gagliarda. 
gloriosa prole de* Romani I rammenta i tuoi avi. Non 
son questi i Galli , gente vilissima? Gli Italiani non sog- 
gìogarono loro, ed altri di loro più formìddiUì assai? 
Sarem noi degeneri de* padri nostri? Chi ci arresterà? Chi 
temiamo? Rompiamo i nostri nemici ; eetemmiiamoli daUa 
terra d* Italia (i) ». 

Era addi 26 di febbraio del i266; un corpo di 
arcieri saraceni, daUe parole del re incitati ^ senza at-* 
tendere il comando , con alte grida avanzaronsi , e prin-» 
dpiarono la battaglia saettando i fanti nemici , i quali in 
disordine si ritiravano ; ma Ruggiero Sanseverion, barone 
foorascito che combattea neir esercito provenzale , agitando 
in vetta alla sua lancia una camicia insanguinata, rìusà 
a riannodarli ; e Filippo Monf or te ^ gridando; « Monforte 
cavalieri! » investi furiosamente colla riserva i Saraceni 
e ne fece orribile strage. Allora il conte Giordano con 
mille cavalieri alemanni assali i cavalieri francesi , e iro^ 
vatili alquanto stanchi e sparpi^iati neir inseguimento dei 
Saraceni, senza molta fatica li vinse e ne fece macdlo. 
Carlo, da queste prime perdite non {scorato, comaodò 
81 avanzasse il grosso dell* esercito. Allora la battaglia 
divenne generale, Serissima e sanguinosa, si che fra 
tutti si udiva un grido misto di esortazione , di dolore e 
di allegrezza. Carlo e Manfredi facean V ufBcio non meno 
di buoni soldati che di valorosissimi capitani : quegli ina- 
nimava il desiderio di conquistare un regno, questi di 
difenderlo: amendue rendea feroce il combattere al co- 

(1) Sabas malaspina, /. e. 



iA2 STORIA D* ITALIA 

spetto dì tutta Italia ed il volere si chiarisse quale delle 
due parti in quella guerra prevalesse; ed i soldati, che 
amano più i capitani che si espongono accomuni perì- 
coli, che que'che lontani e sicuri come testimoni li ri- 
guardano , con uguale corso di ardire li seguivano , e fu- 
riosamente pugnavano. I Francesi , come narra Ricobaldo 
da Ferrara , invece dì spade taglienti , adopravano stocchi 
aguzzi , co* quali ferendo di punta aveano molto vantag- 
gio su loro nemici , e meglio aggiustavano i loro colpi 
e assai più micidialmente nelle congiunture delle corazxe 
e ne* vani che queste lascÌMano sotto le ascelle (4). I 
guelfi toscani , capitanati da quel Guido Guerra , « che 
in sua vita fece ed senno assai e con la spada (2) » , 
in quel di si coprirono di gloria : e E Manfredi , scrive 
Ricordano , domandò che gente eran quelli , i quali com- 
parivano tanto bene in arme e in cavalli, fugli detto 
eh* erano i guelfi usciti di Firenze e dell'altre lerre di 
Toscana .. La sua anima ne fu grandemente amareggiata, 
ed e disse: « Dov'è T aiuto che io ho di parte ghibel- 
lina, la quale ho tanto servito, e nella quale ho messo 
tanto tesoro? quella schiera di guelfi non possono oggi 
perdere ». — « Ciò venne a dire soggiunge Ricor- 
dano, s egli avesse vittoria, egli sarebbe amico de' guelfi^ 
veggendoli sì fedeli alla loro parte (3) ». Gli animi dei 



(1) RiCHOBALDos, Pomariutn; —Muratori, Aer. ItaL Script, t II, 

— FRAMCI8CCS PIPINDS, CAfontCOfl; — MUIUTORI, I. C 

(2) Dante, Div. Com., Infer. e. XVL Due codici danteschi , che ho 
trovato nella bibhoteca Vaticana , a questo passo hanno le seguenti anno- 
tazioni : • fece molto di senno e di spata nel tempo che re Karlo tenne 
a Firenze e in Toscana e fra le altre cose che si narra del decto Guido conte 
si dice che lo re Karlo per lo suo senno e prudenza vinse in Puglia lo re 
Manfredi >. Cod. Fai. n. 4776. • Fuit ille cajus prodentia Consilio et pro- 
bitate Garolus imperalor (ste) magnus sconflissit in campo regum Manfre- 
dum ». Cod, Urb- Vat., 367. 

(3) RICORDANO MALASPINA, C 179. 



SORGERE de' PRINCIPATI i43 

combattenti eran pari , ma dispari erano le forze , soper- 
chiando di molto quelle di re Carlo (4] , e già le schiere 
roanfrediane piegavano. Non disperava della vittoria Man- 
fredi , e comandava accorresse la riserva composta tutta 
di Pugliesi ; ma questi , parte per tradimento preparalo 
e parte per viltà, non ubbidirono e fuggirono senza 
aver combattuto (2). Dicono che T aquila di argento, 
che Manfredi portava sul casco , in quel momento si 
staccasse e cadesse a terra, e eh* egli a quella vista 
esclamasse: Hoc est signum Dei (3). Certo egli è, che 
allora il prode ed infelice principe , trasportato dal natu- 
rale ardire , amando meglio morire sul campo , che so- 
pravvivere alla morte de suoi ed alla propria rovina, 
spronò il cavallo , e rotando il ferro si avventò in mezzo 
della mischia , ove non più si scerneva il vinto dal vin- 
citore, né fu più da amici e da nemici riconosciuto. Al- 
lora cessò la battaglia e cominciò il macello: i proven- 
zali accerchiavano i vinti e a nessuno usavano misericor- 
dia , si che molti per non morire di ferro ^ armati ed 
a cavallo sì precipitavano nel fiume e vi annegavano. I 
vincitori non solo i vìvi ammazzavano , ma anco i ca- 
daveri dei morti ìsmembravano e nel loro sangue le mani 
ed il viso intridevano. La più grande strage fu di Sara- 
ceni e Siciliani (4). 

Re Carlo, incerto della sorte di Manfredi, col medesi- 



(1) • Ce qa'il y a de aùr, e' est que Tarmée de Charles d'Aajou était 
sapérieare en nombrc h celle de Mainfroy •. Saint-PRirst, Hisloire de la 
Ctmq. de Naples, l. VI. 

(2) • Fa scoofitlu e morlu re MaDfré per re Garlu, e per culpa di li 
napulitani, chi fageru et abandanarilu >. Cronaca Siciliana dal 629 al 1492, 
nella Raccolta di cronache Napolitane. 

(3) RICOBDANO MaLASPINA, C 180. 

(1) ■ Forti morti cloqaecento et cinquanta huumini di cuntu di Sici- 
lia a la dinaotera •. Chronaca Siciliana, L o. 



144 STORIA 0* ITALIA 

ino impeto col quale avea combattuto y corse a Beneveoto^ 
ove trovò grao parte del tesoro dello stato, le robe di 
Manfredi e quelle de' suoi baroni. « Si arricchiscono i Fran^ 
cesi y scrìve Saba Malaspina , ma non per questo spengono 
la loro sete di preda o soddisfanno al loro desiderio: e* non 
solo prendono le spoglie de' nemici , ma anco rubano la 
misera città, e ciò eh* è peggio uccìdono i cittadini, né ri- 
spanniano i forestieri che vi si trovano ». Senza differenza 
di condizione, di sesso e di età tutti que'che incontravano 
gli adirati ed impietosi vincitori passavano a fil di spada: 
morivano, misti a* guerrieri, donne, fanciulli, preti e fra- 
ti; e poco mancò listesso vescovo non fosse ammazzato, 
nonostante che coperto de paramenti pontificali. Le mona- 
che erano violate e poi uccise da soldati della croce. Que- 
sti saccheggiavano le chiese, e facean baldorie colle porte, 
co* pergami scolpiti, e co* palchi dorati, monumenti della 
pia magnificenza de' principi longobardi. U papa s indignò 
grandemente allorquando questo seppe, e rimproverò Carlo 
di essersi mostrato più crudele e feroce « del grande e 
malefico Federigo », il quale disfece le mura della città, 
ma non sparse il sangue de* cittadini [ì). Carlo per calmare 
il suo sdegno gli regalò due candelabri d' oro , ed il trono 
dell'imperatore Federigo, forse dorato, ma non certo di 
oro di massello incrostato di pietre preziose e di perle come 
piacque farlo agli storici (2). 

Si sparse e divulgò immediatamente la nuova che Man- 
fredi era morto; ma per tre di fu ricercato invano il cada- 
vere, finché fu a caso da un villano ritrovato. Si legge in 
un antica cronaca: « Re Manfredo fu portato morto per 



(1) Cltmentis IV ep. 262 ad Carolum Reg. Sieiiiae, Martennr, (. //, 
p. 306. 

2) SAiNT-PRiEST, Bistoirc de la conqu. de Saples, L VI. 



SORGERE DE PRIRCIPATl 445 

lotto lo campo sopra ud cavallo da uà Tillaoo y dicendo 
sempre: Chi vola comprare lo corpo dì Manfredo, e tatto 
qoesto per odio e mali portamenti. Tandem fa comprato 
da on signore francese per vii prezzo (d). Altri riportano 
qaest' altra narrazione : Galvano Lancia (2] , il conte Barto- 
lommeo Gesualdo ed il toscano Pietro degli liberti, rimasti 
prigionieri, videro dal loro carcere passare il cavallo di 
Manfredi gbidalo da un soldato picardo, e chiesero pian- 
gendo a costai notizia del cavaliero. Rispose il soldato, 
narrando eh* egli avea fatte di grandi prodezze, e che 
da ultimo caduto da cavallo era stato ammazzato da' ri- 
baldi , e mostrò loro una sciarpa , eh* e* riconobbero es- 
ser quella del re. Allora cominciarono a piangere dirot- 
tamente dicendo: « Ohimè! Ohimè I è ucciso l'agnello, 
il re, il duce, il signore nostro, il quale elesse di mo- 
rire co* suoi, invece che vìvere senza dì loro (3) ». Giunta 
a Carlo questa nuova, per mezzo del picardo e de* tre 
prigionieri e* fece ricercare il cadavere di Manfredi , e 
fu trovato coperto di ferite e di sangue (4). I cavalieri 
francesi chiesero pel prode onore di sepoltura ; ma Carlo 
rispose che non poteva, perchè egli era scomunicato. 
« Allora, scrive Saba Malaspina, il corpo bellissimo ed 
esanime di Manfredi è tolto dal luogo in cui era caduto, 
ed ivi vidno accosto a una chiesa in rovina, nel mede- 
simo campo del trionfo è deposto con gloria de* Fran- 
cesi: di sassolini e dì pietre si raccoglie un grande acer- 
vo , si accumula ed in questa guisa senza tumulo si sep- 



(1) Cronica de' re della cata d'Angiò, nella Raccolta delle Cronache 
yapolUane. 

(2) Forse Giordano Lancia, perché pare che Galvano si ritirasse in 
Caiabria co'pocbi rimasti fedeli, e cbe di là patteggiasse Tascita dal regno. 

(3) • Hea^ beu! occisos est agnos, rei, dai et dominus nosler, qui 
eligit cam suis mori putius qaam vivere sine ipsìs >. 

(4) Sabas Malaspina, Hi«(. Sict<., l III, e. 13 

La Farina, T. VI. 19 



i46 3T0RU DlTiaU 

pellisce (i) ». £ questa la grave mora della quale parla 
Daote, e sotto la quale più per onore che per dispregio 
stette il cadavere di Manfredi (2)^ Gndiè Y ira de' sacerdoti, 
che vuol vendicarsi de vivi e de morti (3), non venne a 
turbare il sacro riposo dell* estinto. L'arcivescovo di Co- 
senza, Bartolommeo Pignattelli, legato del papa e per- 
sonale nemico di Manfredi, fece riprendere il cadavere, 
e a lume spento, come usavano pe scomunicati, lo fece 
trasportare fuori i confini del regno e gittare alle sponde 
del fiume Verde senza un po' di terra che lo coprisse (4). 
Ma in quei giorni nella città di Firenze era nato un bam« 
bino, che divenuto uomo dovea infamare il pastor dì 
Cosenza e glorificare ^ non il condottiero alemanno, non 
r Hohenstaufen , ma il nemico de* papi , il principe eh* ebbe 
il pensiero magnanimo dell'unità italiana, e che il poeta 
non chiamò figlio di Federigo, ma « nipote di Costane 
inqperatrìce ». 



(1) Forroosum igitur corpus Manfredi exanime snblaloni est de loco 
exitus, et ibi de prope Joxla qaamdam eoclesiam ruinosam io eodem campo 
triampbi, com gloria deposilum Gallicerum, magno lapilloram et lapidum 
acerto coogeritnr, cooditor, et sine tornalo taliter sepelknr ••. 

(2) 11 catalano D' Esctot , non cerio partigiano di Carlo , dice : • re 
Carlo fece sotterrare il re Manfredi con grande onore •. e. 58 La medesima 
opinione pare abbia avuto ilGiannone: • Affinchè almeno in cotal guisa fosse 
noto a'posteri il luogo del suo sepolcro, e l'ossa non fossero sparse, ma ivi 
custodite •>. Storia Civ. di Napoli, l. XIX, e. 3. 11 Saint-Pbiest scrive a 
questo proposito: • Encore de nos jours, dans quelques localilés de Tinte- 
riear de la France et notamment en Bourgogne, lorsqu' un bomme meurt 
à la suita d*un duel ou d'un suicide, on l'ensevelit à Técart, loin du cime- 
tiére commun, et chacun de ses amis jette une pierre sur sa fosse •• 

(3) • Les rois ne se vengent que des vivans; Téglise se vengeait des 
vivans et des morts >. Voltaire, Essai, e. 6i. 

(4) Dante, Div. Commedia, Purg., e. ///. Boccaccio, nel suo trat- 
tato de'fiumi, là dove parla del fiume Verde, oggi Marino, riporta il fallo 
della codarda vendetta. 



SORGERE de' PRINCIPATI 447 



XXIV. 



DILLA OOlIQinSTA DEL RMiNO R DRL SUO NUOVO OltDiNiUlINTO 



La vittoria di Benevento fa il compimento della con- 
quista del regno come ne fu quasi il princìpio. Guido di 
Mirepoix, in nome di re Cario, prese possesso della Ca- 
labria ; Filippo di Mooforte, della Sicilia, ove a lui si soU 
tomise Corrado di Antiochia figliuolo che fu di un ba* 
stardo dell' imperatore Federigo. Non vi fu dttà del regno, 
né castello che osasse resistere al vincitore. La regina 
Sibilla co* suoi piccoli figli, dicono alcuni, si rifugiasse in 
Lucerà; altri, fosse presa a Manfredonia ; altri, a Trani, 
ove fu scoperta e fatta prendere da alcuni frati minori nel 
mentre ella cercava d* imbarcarsi su di piccina nave, che 
dovea trasportarla ad Epiro , presso la sua sorella (4). Il 
papa molto si rallegrò di questa cattura, erede com*egli 
era di quell'odio inestinguibile, il quale volea spenta tutta 
la posterità di Federigo (2). Gli storici del tempo credono 
che i figliuoli di Manfredi, i quali riducono a Manfredino 
e Beatrice, morissero da indi a poco; ma e' non seppero 
il vero : quegli infelici furon tenuti prigionieri lungamente 
e con molta segretezza in un castello di Napoli: eran 
quattro, ed avean nome Arrigo, Federigo, Enzo e Bea- 



ci) MoNACHUS Patavinos, Chronieonf — Jfem. PoUtt Regiens.; — 
Sabas Malaspina, Hisi. SieU., l. III. 

(2) ClwMntis IV ai Card* S. Adriani rp. 220, Martimmc, Thetaur. 



H8 STORIA D* ITALIA 

trice: la madre dovette morire dopo poco tempo; Beatrice 
fu liberata dopo diciotto anni; gli altri viveaoo ancora 
dopo trentun* anno di prigionia [i). 

Trovò Carlo nel castello di Capua il tesoro di Man- 
fredi quasi tutto in oro, ed ordinò al provenzale Ugo del 
Balzo {2)y che lo partisse colle bilance. « Non v*è bi- 
sogno di bilance b, rispose Ugo; e fattene col piede tre 
parti: « Questa, disse, sia di monsignore il re, questa 
della regina, e quest'altra de' vostri cavalieri ». La qual 
cosa tanto piacque a Carlo che gli dette la contea di 
Avellino (3). Di là il re andò a Napoli, ove con grandi 
festeggiamenti e tripudj fu accollo dal popolo, il quale 
credea di avere recuperato la bramata libertà e di essere 
vendicato e ristorato de* travagli patiti ne tempi di Ar* 
rigo VI, di Federigo II e di Corrado IV. L orgogliosa 
Beatrice entrò in Napoli < in una carretta coperta di vel- 
luto cilestro e tutta di sopra e dentro fatta con gigli 
doro », e con gran copia di damigelle splendidamente 
vestite, il che parve allora gran meraviglia (4). L* Anonimo 
siciliano e Francesco Pipino narrano le atroci vendette 
esercitate da Carlo e da san Luigi su Giordano Lancia, 
Bartolommeo Gesualdo, Bernardo Castanea e Pietro degli 
Uberti, i quali, secondo i detti scrittori, furono mandati 
prigionieri in Francia , ov' ebbero mozzo un piede ed una 
mano e cavati gli occhi , ne' quali tormenti miseramente 
morirono (5). In quanto agli abitatori del regno, ch'eransi 

(1) ]1 Buscemì nella sua Vita di Giovanni di Procida pubblicò uo do- 
cumento che li mostra vivi e prigionieri nel 1294 : da altri tre documenti 
pubblicati dal Saiot-Priest neWHigtoire d$ la Conqu. de Naplu e dallo Amari 
neir/«forta del Vespro risulta ch'e'viveano ancora nel 1299. 

(2) Forse Bernardo di Baux. 

(3) RlCOBDANO MALASPINA, C. 181. 

(4) Matteo di Giovenazzo, Diutnali. 

(5) Forse questo racconto noe è pienamente conforme alla verità : 
Bartolommeo si trova nel numero de'baroni cbe più tardi si ribellarono eoo- 



SORGERE de' PRINCIPATI H9 

hisingati con solo di godere quella libertà le tante volte 
promessa loro da* romani pontefici, ma anco d'essere dì- 
sgravati dalla enormezza dell' imposte fiscali , dovettero 
ben tosto accorgersi che per lo avvenire sarebbero smunti 
non meno di come erano stati per lo passato ; ed invero 
r anima del nuovo signore non era certo dotala di quella 
magnifica libertà di Manfredi, ed i suoi bisogni eran mag- 
giori : r esercito chiedea le paghe ; i creditori la restiti^ 
zione delle somme prestate ; il papa senza indugio liberali 
i beni della Chiesa dati in pegno a prestatori e pagato 
il censo convenuto colla minaccia della scomunica (d). 
Dair altra parte, il clero, che avea suscitato quella ribel- 
lione per avvantaggiarsene, non volea sopportare alcun 
peso: il famoso arcivescovo Pignatelli, che avea ricevuto 
in compenso de servigi prestati la ricca sede di Messina, 
leligava col nuovo re per il possesso di un giardino (2): 
i cisterciensi niegavansi di pagare a Carlo i sussidj or- 
dinati dal papa, ed il papa finiva con dar ragione amo* 
naci e con consigliare il re a contentarsi delle loro pre-* 
ghiere (3). Carlo, avuti i registri fiscali, non solo volle 
fossero mantenuti tutti i dazj, le taglie e le collette ed 
ogni maniera d' imposte , ma ne rese anco più dura la 
percezione creando assaissimi nuovi ufficiali del fisco, gente 
quanto più numerosa tanto più insopportabile. « Gli Aq- 
gioini, scrìve il Gregorio, non fecero che convertire in 
fondi certi e in fissi stabilimenti di rendita fiscale le ope- 
razioni d'industria e di privati traffichi dell* imperatore 

tro Carlo per seguire Corradino. Biblioteca dell'università di Palermo, MS. 
Q. 9, G. /. Questo. solo fatto non basta però a dimostrare calunnioso tutto 
il racconto de'due cronisti come cr(*de il Saint-Priest. 

(1) Clementis IV ep. 261, 265, Martbnnb, (. //, p. 295, 298. 

(2) Tahularium EceUtiae Mestanensit, nella Biblioteca deirunivers. 
di Palermo. 

(3) Clementis IV, ep. 259, Mahtbnkie, I. //, p. 304. 



d50 STORIA D ITAUA 

Federigo; e delio stato dqovo, ìd cui per le sue straor- 
dinarie circostanze avea questo prìncipe ridotte le collette, 
ne fecero gli Angioini un sistema ordinario di cliritto pub- 
blico e di governo (i) ». Saba Malaspina, fiero nemico di 
Manfredi, narra che i popoli del regno, dappoiché questo 
venne in podestà di Carlo dAngiò, andavan dicendo: e O re 
Manfredi, noi non ti conoscemmo vivo, ed ora morto ti 
piangiamo. Ci sembrasti lupo rapace fra le pecorelle di 
questo regno; ma caduti, per la nostra voltabilità sotto 
questo dominio, che tanto avevamo desiderato ^ noi ci ac- 
corgiamo che tu eri agnello mansueto. Ora si che cono- 
sciamo quanto era dolce il tuo reggimento in paragone 
delle presenti amarezze. Ci era grave che una parte delle 
nostre sostanze pervenisse alle tue roani ; ed oggi tutti i 
nostri beni, e, quel eh* è peggio, le nostre persone son 
divenuti preda di gente straniera (2) ». Il papa non al- 
zava la voce che in difesa di Benevento perch' era sua (3), 
e non avea viscere umane che pel clero: pariando delle 
enormezze fiscali colle quali Carlo dissanguava un popolo, 
che le promesse della Chiesa aveano spronato alla ribel- 
lione, e* scrivea al suo legato: « Lascisi per ora alla sua 
coscienza: non si sopporti però eh* e prenda dagli uomini 
delle chiese. Per ciò che riguarda gli uomini suoi, chei 
spoglia al di là delle promesse, tu puoi dissimulare T in- 
giuria. Queste altre lettere qui celatamente incluse leggile 
solo , e dopo di averne preso piena conoscenza , bru- 
ciale (4) ». Egli è vero che il papa dava al re nel me- 



(1) Gregorio, Considerazioni sopra la Storia 4i Sicilia. 

(2) Sabas Malaspina, Hist. SitH. l III. 

(3) CUmentis IV, sp. 262, Martenne, f. //, p- 307. 

(4) « Suae tamen ad praesens conscentiae relinqaatar. Quod autem 
ad homioibus ecclesiarum accipiat noD sustineas.... Veram homiDum snoram, 
quos citra promissiooein spoliat, dissimulare potes iojaria... Has aatem Ut- 



SORGEBB db' PRIHCIPATI i5i 

desimo tempo savj e prudeDli consigli iotorao la necetsita 
ddle udienze pubbliche, della imparziale giustizia, delle 
cortesi maniere, della mitezza delle imposte, della rego- 
lanti de giudizj e della libertà de matrìmonj e delle tu^ 
tele (-1); ma Carlo pe' vinti non avea che odio, diffidenza 
e disprezzo: i sqoi soldati spogliavano, saccheggiavano 
e guastavano tutti i luoghi pe' quali passavano e ne' quali 
mettevano i loro alloggiamenti; ed egli a* Saoseverino^ 
a Rnffo ed agli altri baroni banditi restituiva le loro si- 
gnorie, ma Avellino e' dava a Bernardo di Baux, Nola 
a SiaHMie di Monforte^ Lecce a Gualtiero di Brlenoe, ed 
i più bei feudi e le più cospicue e munite castella ai 
Joinville, agli Estendard, a Clermont, agli Chabaones e 
agli altri suoi cavalieri e baroni (2). 



XXV. 



DKLI BrFKTTI PRODOITI DALLA VIITORIA Di RI CARLO 
imiB ALTRR PARTÌ D' ITALIA 

Non pria Carlo entrò in armi nel regno, che il po- 
polo di Brescia si levò 2^ rumore e ammazzate o cacciate 
le genti del marchese Oberto Pelavicino, si rivendicò per 
poco in libertà; per la qual cosa il detto Oberto colie 
milizie cremonesi pose a ferro e a fuoco il Bresciano, 



tcras cUm iQlerclosas soHis legiio, postquam eas piene coUegeris comburea- 
das •. CUmentis IV. ep. 432, Martrnnb, f. //, p. 443. 

(1) C/emenfU IV ep, 380, Mabteni<ib, t II, p. 407. 

(2) Saimt-Pbibst, Histoire de la Conqu. de iVaf>/tf«, '• VII. 



152 STORIA D ITALIA 

disfacendo e ardendo le terre di Quinzano, Orci, Ponte*» 
vico, Voiengo, Ustiano e Ganedolo. Brescia richiamò i 
guelfi banditi, e chiese aiuti da Milano. Accorsero i Mi- 
lanesi capitanati da Napoleone e da Francesco della Torre, 
e dal loro zìo Raimondo vescovo di Como, a quali an- 
darono incontro il clero ed il popolo portante rame di 
ulivo : la città dette la signoria a' Torriani , e quivi ri- 
mase per governarla Francesco, il quale poco di poi andò 
in corte di re Carlo e fu fatto conte e cavaliere (i). Anco 
Vercelli gridò suo signore Paganino della Torre, fratello 
di Napoleone e di Francesco; ma i fuorusciti nobili di 
Milano entrarono inattesi in quella città, e lui presero, 
e menatolo in Pavia ammazzarono. Questo risaputo, il 
provenzale Emberra del Balzo podestà di Milano ^ messovi 
da re Carlo, fece prendere cinquantadue parenti degli uc- 
cisori, eh* erano sostenuti nelle carceri milanesi, e li fece 
tutti morire. Crudeltà atrocissima, per la quale Tistesso 
Napoleone della Torre esclamò costernato: « Ohimè I il 
sangue di questi innocenti ricaderà sul capo de miei 
figliuoli ! B ; ed il popolo ne senti si grande orrore, che 
levato il rumore cacciò via il podestà (2). 

Piacenza, come Brescia, tentò scuotere il giogo del 
marchese Pelavicino, e non potè ; ma qualche mese dopo 
Tìstesso marchese renunziò una signoria che si accorse 
di non poter più conservare, ed anco e' renunziò quella 
di Cremona j ove due legati pontificj erano riusciti a su- 
scitare discordie e nimistà fra lui e l antico suo amico e 
compagno Buoso da Doara (3). 

(1) Malyecius, Chronicon Brixianum, Muratori, Rer. Ital. Script, 
t. XIV. 

(2) Ànnales àiBdiolanensBs, MURATORI; Rer. Hai. Script., t. XVI; 
— Galvancs Flamma. Man. Fior.., e. 302. 

(3) Chronicon Placentinnm, Muratori, Rer. Ital. Script., t. XVI; — 
.ìiemor. Potest Regiens , Muratori, o. c, t. Vili. 



SORGERE DE* PRINCIPATI i 53 

Né i guelB dì Parma indugiarono a profiltare della 
vìitorìa di Carlo dADgiò, per la quale riiNreso animo, 
cacciarono que di parte ghibellina ed occuparono il reg- 
gifliìento del comune (1). Allora ì Modenesi, con loro col- 
legatisi e oon aiuti di Reggio , di Bologna e de* guelfi di 
Toscana, andarono ad oste al castello di Monte Vallaro, 
ricovero dei loro usciti, assediarono, e non ostante che 
accorressero in sua difesa ghibellini toscani, mercenaij 
alemanni e dugento cavalieri bolognesi della parte deXam- 
bertazzi, dopo cinque settimane, lo costrinsero ad arren* 
dersi (2). 

In Toscana la sconfitta di Benevento mutò i vincitori in 
vinti. Guido Novello , per quetare il popolo di Firenze che 
mostravasi contro di lui e di sua parte molto maldisposto 
chiamò per podestà due frati gaudenti di Bologna , i quali 
furono Loderìngo degli Andndo e Catalano de* Malavolti , 
r ODO ghibellino e Y altro Guelfo, e creò un consiglio di 
trentasei meohri , metà di parte gibellina e metà di parte 
guelfa. Voka però il conte Guido per sua sicurezza ac- 
crescere' il nomerò de mercenaij alemanni: il consiglio si 
oppose. Allora il conte tentò sciogliere il consiglio; ma 
il popolo si levò a rumore guidato da Gioanni dei 
Soldanierì e asserragliò alcune vie. Guido venne in piazza 
co* suoi cavalieri , ma vedendo che dalle case e dalle torri 
si cominciava a tirar sassi e frecce contro di lui e della 
sua gente, giudicò i nemici molto piò numerosi che in 
realtà non erano, s* impauri, e sconsigliatamente se ne 
usci co* suoi dalla città , e andossene a Prato. Di poi , 
avvistosi dell errore, volle V indomani rientrare e non potè, 
imperocché il popolo avea ben serrate e munite le porte, 



(1) Chronieon Parmense, Muratori, Rer. hai Script , t. II. 

(2) Annalet Veteres JUtifineniei, Muratori, Rer. Hai Script. (. XI. 

La Farina. T, VI. 20 



<54 STORIA O* ITALIA 

e messe numerose guardie sulle mura, oudegli dovette 
tornarsene indietro con suo dolore e vergogna. I due fra- 
ti gaudenti spiacquero a tutte e due le parti , come siegue 
sempre in somiglianti casi , parvero più concordi pel loro 
guadagno proprio che per il bene del comnoe, furono 
detti ipocriti, e cacciati vìa da* Fiorentini (i) , i quali fecero 
venire da Orvieto un nuovo podestJi^ che fu Orraanno 
Monaldeschi, concento cavalieri orvietani. I guelfi moderali 
si rappacificarono allora co* ghibellini moderati, e per sicurtà 
di pace strinsero fra loro molti parentadi (2). Pisa, sgomen- 
tata da questi mutamenti, si sottomise a comandamenti 
del papa, e col depositare lire trenta mila, ottenne d'essere 
sciolta dair interdetto e ricevuta in grazia della Chiesa (3). 
Allora Carlo d'Angiò mandò in Toscana Guido di 
Monforte con ottocento cavalieri provenzali ; al suo appres- 
sarsi i ghibellini fiorentini uscirono dalla città, ed i guelfi 
dettero la signoria a Carlo per dieci anni avvenire. Furono 
creati un consiglio di dodici anziani detti boonomini, un 
altro detto de* cento, un consiglio delle capitadini delle 
arti maggiori e della credenza un consiglio del podestà, ed 

(1) • Frati Godenti fummo, e Bolognesi, 

lo Catalano e costai Loderingo 
Nomati e da tua terra insieme presi. 
Come suol esser tolto un aom solingo 
Per conservar sua pace, e fummo tali, 
Ch'ancor si pare intorno dal Gardingo >. 

Div. Comm. Inf. e. XXIIi. 

r Anonimo , a questo passo, cosk comenta: • Il frate Loderingo cercava di 
fare i gbibellìni maggiori, onde il frate Catalano con suo trattato ed ordine 
il cacciò della terra con la parte ghibellina, della quale gli liberti erano ca- 
porali. Laonde le case loro andarono in terra, principalmente quelle le quali 
erano intorno e nella contrada detta il Guardigno •. 11 Villani però dice : 
• Questi sotto coperta di falsa ipocrisia furono in concordia più al loro 
guadagno proprio, che al bene del Comune •. 

(2) Ricordano Malaspina, c. 184. — G. Villani , l. F// , e. 13 ; 
— PTOLOMABUS LocEN , Annal Brev. Mckatobi, Ber. Hai. Script-, i. XL 

(3) Annaki Pisani, Mcratobi, o. c. t. VI. 



SORGERE DE* PRINCIPATI J55 

UD consiglio generale, che componessi di trecento membri. 
I beni de ghibellini banditi, col consentimento del re e del 
papa, furono divisi in tre partì, una delle qnali fu data 
al comune, una destinata alle spese di guerra, ed una 
assegnata alla parte guelfa che faceala amministrare da 
tre suoi consoli e da tre priori. 11 papa dichiarò suo vicario 
in Toscana il re Carlo per tre anni, e copri questa doppia 
usurpazione de* diritti imperiali e popolari dando a lui il 
nome di paciere, e facendogli promettere lascerebbe TuAB- 
cio appena che fosse fatto un re de Romani o un imperatore 
coir approvazione della Sede Apostolica (1). 

I Sanesi aveano estesa la loro dominazione sulla Val- 
dichiana e costretti alla ubbidienza i conti Manenti di 
Chianciano e Y abate di Montamiata. Gli usciti di Firenze 
furono da loro bene accolli ; ma di poi i detti usciti furono 
rotti e sconfitti a Sant'Ellero. Lucca, Pistoia, Prato j Vol- 
terra, Saugeminiano e quasi tutte le città di Toscana C/ac- 
ciarono i ghibellini. Siena e Pisa, rimaste nuovamente 
sole, per mezzo di guido di Montefeltro , tentarono strin- 
gere una lega con Arrigo di Gastiglia, di fresco eletto 
senatore di Roma, e col popolo romano (2). In quel tempo, 
stando ì Fiorentini ed i provenzali ali assedio di Poggibonsi, 
difeso da Sanesi e da^Pisanì, Carlo d Angiò, non ostante il 
parere contrario del papa, andò a Firenze, e fu ricevuto 
con grande onore e riverenza dal popolo, che gli andò 
all'incontro col carroccio e co* gonfaloni delle arti. Di poi 
e* fu condotto a visitare la casa del pittore Cimabue , il 
quale avea in quei di terminato il quadro della Madon- 
na , che oggi si vede nella chiesa di Santa Maria No- 
vella. Forse Carlo con quella visita, più che procurare 

(1. Breve CUmentit /T, quo Carolum Reg. Siciliae Paciarium Tu- 
sciae confftditf, Ldnig, Cod. hai Dipi, t. /, p. 1074. 

(2) 8 nov. 1267, Archivio delle Rifornì, di Firenze, n 867. 



i56 STORIA D^ITALIA 

uo piacere a se stesso, volle far cosa grata a' FioreDtini^ 
veri Ateniesi d* Italia , che giustameiite gloria vansi di pos** 
sedere il più illastre artista che vivesse in quei tempi : e 
tale per questo fatto fu la pubblica allegrezza, che d'allora 
in poi il borgo in cui abitava Cimabue prese il nome che 
serba ancora oggidì di Borgo Allegri. Carlo fece anco molti 
caviéieri , e da ultimo andò egli stesso alV assedio di Pog- 
gibonsi , la quale si arrese a patti nel dicembre del 4267, 
per penuria di vettovaglie, dopo cinque mesi di assedio. Al- 
lora Carlo discese contro i Pisani, tolse loro molte castella, 
ed ebbe porto Pisano, del quale disfece le torri, ma ne Pisa 
né Siena e* potè avere o ridurre alla sua ubbidienza (-1). 



XXVI. 



DI CORRADmO B DELLA SUA DISCESA IN ITALIA 



Vedemmo come i guelfi tentassero di opporre a Man- 
fredi Corradino, e come e fosse da loro invitato a venire 
in Italia. Ora però che Manfredi era morto, e che Carlo 
regnava, non più i guelfi, ma i ghibellini a lui si rivolgevano 
e fra gli andati in Alemagna a sollecitare la sua venuta, 
noi troviamo Galvano e Federigo Lancia , Corrado e Ma- 
rino Capece antichi e fedeli amici di Manfredi. Questo 
fanciullo , che alla sua nascita fu salutato sovrano deU' Eu- 
ropa e deir Asia, re di Gerusalemme e di Sicilia, duca di Sve- 
co Ricordano Malaspina, c 185. 



S0R6£R£ DE PimiClPATI i57 

?ia e futuro re de' Romani ed imperatore , per le bolle del 
papa e le armi di Guglielmo di Olanda : vi fu un tempo 
iD coi non ebbe una spanna di terreno nul quale posare 
il suo capo innocente. Air eleiione di Riccardo di Como- 
?agl», i prìncipi alemanni, moasì di luì a compassione, 
gli resero la sua eredità. Egli fu educato nella corte di 
Luigi duca di Baviera, che il nostro secolo avrebbe sopran- 
nominato il feroce, e che il secolo XIII soprannominò il 
severo. Sapendo di esser prole di re ed imperatori, e com- 
mosao e oltre ogni dke costernato allorquando sua madre 
si rimaritò a Meinardo di Gorizia e divenne contessa (i). 
Allora egli avea sette anni, e chi tratta di finzione le pa- 
role altere e rispettose, che narrano. i cronisti aver egli 
pronunziate in quella occasione, non sanno quanto possano 
i ragionamenti lusinghieri e affettuosi di cortigiani e fa- 
miliari suir animo di un fanciullo , che reputasi capo 
e speranza di una parte. Corradino, come in simili casi 
avviene, non ebbe infanzia: nella sua vita brevissima di 
sedici anni che cominciò colla scomunica e finì col palco di 
morte, agitaronsi tutte le umane passioni. Egli era bello e 
grande della persona, ed ereditava da* suoi maggiori il 
precoce ingegno, T ardire e la smodata brama di gloria 
e d'impero. Era poeta ^ e cantava: « Quando io mi discosto 
dalla mia donna ogni gioia muore neir anima mia. Ohimè I 
bisogaerk che io porti fino alla tomba il rimorso di averla 
abbandonata? Io non so, madonna, cosa sia un favore: 
r amore mi fa pagare a caro prezzo il defetto degli anni. 
Oh perchè sono io ancora un fanciullo (2)? » Egli vagava 



(1) • ComiBoUis et ultra qoain dici posset coste rnatos •* Job. Win- 
TEtTtoi, Chronkxm, Thesaur. BUI. Heìvet, 

(2) La canzone intera, estratta da an prezioso mMOScrittu della Bi- 
Mioteca Nazionale di Parigi, n. 7266, è pubblicata nella lingua originale nel- 
l'Appendice al I. "Vili dell' Bistoire de la Conqu. de Ifaples 



i58 STORIA 1> ITALIA 

di c2^stello io castello ne* suoi dominj dalle coDfische impo- 
veriti e dalla guerra devastati, e resi per lui malsicuri 
dalFodio di Roma e dalle mene deTrati : agitato da inquieta 
maliùconia, egli soffriva e sì tribolava per l' iuteroa lotta 
de desideij e delle speranze non appagati e degli impedi- 
menti deir impotenza. L'impazienza de' suoi partigiani lo 
accusava già di tradire la loro causa: la quiete forzata 
nella quale vivea gli era apposta ad ignominia, e di 
questo biasimo prematuro si fecer eco i poeti (i). Il duca 
di Baviera, suo zio e tutore, o per sincero ed impru- 
dente affetto , o per calcolo di snaturata avidità , lo fàcea 
andare per le città coperto col mantello reale, gli facea 
presedere le diete provinciali , lo trattava sempre come 
uomo UMituro , e con tutti i mezzi artificiali facea in lui 
rapidamente sviluppare il germe d* ambizione del quale 
lo avea dotato la natura. Avea appena dieci anni e già 
sottoscrivea il suo testamento, confermato tre anni dopo, 
col quale lasciava erede de* suoi beni il duc^ di Baviera (2). 
Per ottenere il consentimento e gli aiuti del duca per 
r impresa d* Italia , egli gli dicea: « Prendi, o zio, tutti 
i miei beni e me stesso: non ti sgomentino i pericoli 
ai quali andiamo incontro. Se io non pervengo alla di- 
gnità alla quale aspiro, io sarò sempre il tuo umile 
vassallo (3) ». Qualche cronista parla della moglie di 
Corradino (4); di certo però egli ebbe una fidanzata, e fu 



(1) • Qaielem enim quaesivil, et de hoc a valgo igDomiDiaro maltam 
sascepit , nam de eo carmiDa prava decantaveruDt •. Job. Wihtebtbor , 
/. e. 

(2) Monumenta Boiea, t. XXX, p. 335, 350. 

(3) Autiriae Chronieon Getmanieum. È ana luoghissiroa cronaca rit- 
mica in dialetto bavaro ed in 837 capitoli, attribaita ad OtUkero dì Hamek 
menestrello del ducato di Stiria. 

(4) PETRUS DE PRBTio, AdkoTtatio ad Enricum iUuttreniy Luffdtmi 
Batavorum, 1745; — ARENPEKit^s, Chran. Bajoar., Pkrtz, Thet. Aneed. Nov, 



SORGERE de' PRINCIPATI 459 

per ricompensare Y avido zio delle pratiche fatte per pro- 
curargli una sposa , eh* egli alienò in suo favore le più 
belle possessioni che avea nelFallo Palaiinato (-1). Così 
per naturale prodigalità (2) , per inesperienza ^ e per bi- 
sogno di consentimento e di aiuti e di denari , Corradino 
si spogliò in breve di tutti i suoi beni e diritti con gran 
profitto dello zio, e delle terre e de vassalli a lui 
soggetti. Ed era in tale stato allorquando giunsero al 
vecchio castello di Hohen-Schwangau i quattro usciti del 
regno , dei quali sopra è parola , presentandogli non solo 
voti e speranze , ma anco centomila fiorini d* oro , « per 
suscitare, come scrìsse un cronista guelfo, il cagnolino 
che dormiva (3) >. A queir invito Corradino non potè 
più contenersi: non valsero le preghiere della madre a 
rìteoerlo : congregò quattromila cavalieri e parecchie mi- 
gliaia di uomini a pie, e correndo Tanno 4267, passò 
le Alpi e scese a Verona , ove soffermossi per dar tempo 
ai ghibellini di accorrere in suo aiuto. In quello indugio 
finirono i denari che egli avea ; ai soldati mancarono le 
paghe: a poco a poco la più parte di loro venderono 
armi e cavalli e se ne ritornarono in Alemagna. Se ne 
partirono anco il duca di Baviera ed il conte del Tirolo , 
dopo avergli preso l' unica cosa che gli rimanea , l' avvo- 
cherìa della città di Augusta (4). Ha non lo abbandonò 
Federigo , figliuolo che fu di Ermanno margravio di Ba- 



(1) Alonutn. Boica, t. XXX, p. 35f. 

(2) « Tao qa'el plas larcs semblav'ab lai mendics *. ComplainU tur 
la mort de Conradin. 

(3) • Ad suscUandam calalum dormìentein •• Sabas Malaspina, Hùt. 
sua., l. Ili, e. 17. 

(k) - Pro defectu pecuniae veoditis eqais et armis, magDa pars exer- 
citos ad propria remeavil. Similiter Dai Bavariae, ac Comes de Tyrauio, ipso 
relieto, ad sedes proprias sant reversi *. Monacbus Patatinos, Chronicon, 
Muratori, Rer. Hai Script., t Vili; — I^onum. Boica, i- XXX, p. 365. 



d 60 STORU d' ITALIA 

den^ giovinetto a diciannove anni, pieno di ardire e di 
cortesia ^ rampollo della prima casa d* Austria della dina- 
stia di Bamberga. Questi due orfanelli teneramente ama- 
vansi per conformila d* indole e somiglianze di sventura : 
tutti e due erano stati scomunicati fin dalla culla ; tutti e 
due erano gli unici legìttimi dbcendenti di d«e famiglie 
odiate dal clero e dal papa perseguitate (d). 

Corradino ooiandò sue lettere per tutte le parti d* Italia 
e della Cristianità , nelle quali distesamente narrava tutti 
i torti da lui ricevuti dappoiché rimase orfanello : egli 
accusava T usurpazione d'Innocenzo, il tradimeoto di Ales- 
sandro , r inurbanuà di Urbano e Y incltmenza di Clemente, 
« che facea della croce no arma contro i cristiani. » Par- 
lando della scomunica , egli dioea : « Oh mio Dio ! noti 
basta che io sia stato dispogliato de miei beni ? O santa 
chiesa , o mia madre , che male ho fatf io ? Perchè ti 
mostri aiadrigna verso un figliuolo ubbidiente ,* che rima- 
sto orfanello fu confidato alla tua tutela? E tu, santo 
padre , perchè mi perseguiti ? che ti ha fatto questo in- 
nocente fanciullo? È forse in me delitto il vivere? Ohimè! 
io non me ne conosco altro che questo (2) >• A queste 
lettere , che molto commossero gli animi de* ghibeUioi ita- 
liani, rispose il papa con citarlo a scolparsi pel titolo 
che prendea di re di Sicilia, ed il quale «gli pret^idea 
poterà solo conferire dalla Sede Apostolica : la scomunica 
fu quindi rinnovata (3) ; ed il papa ordinò a tutti gli Ita- ' 
liani « di opporsi a fatui tentativi dello stolido adolescente 
Corradino , e di un c«rto nobile , che s intitola duca d* Au- 
stria , quantunque non possieda in quel ducato neanco tanto 



(1) Complainte sur la morie de Conradm, Raynouard, Troub., C V. 

(2) LUNIG, Cod, Hai Dépl, Aftpendix. 

(3) SABAS MALASPINA, {. HI, C. 17; -- MOMACHUS PATAVINOS, Chro- 

nieon. 



SORGERE DE'PRIIfCIPATI i61 

terreno da porvi il piede , perchè tatto posseduto dal no- 
stro carissimo figlio io Cristo T illastre re di Boemia {{) ». 
Frattanto Corrado Capece , col titolo di vicario del re 
Corradino . venia a Pisa per rianimare la parte ghibellina, 
e di là, imbarcatosi su di una galera pisana, andava a 
Tonisi* Quivi erano stati per qualche tempo al servizio 
del principe che vi comandava Arrigo e Federigo fratelli 
(li Alfonso re di Castiglia, il quale li avea sbandili dal 
regno : erano due giovani scaltri , audaci , avidi di av- 
venture e miscredenti, molto dal clero odiati e mollo 
da' trovatori lodali. Arrigo, dopo la giornata di Benevento, 
andò a Napoli , quindi in corte del papa , al quale chiese 
la sovranità dell* isola di Sardegna, e forse 1* avrebbe avuta 
se Carlo non gli si fosse opposto. Egli allora si ritirò a 
Roma con trecento cavalieri che Io acc^Mnpagnavano , e 
cominciò a parteggiare pe* ghibellini. Quivi, dappoiché 
Carlo divenne re di Sicilia , due senatori furono eletti 
del papa nemici (2). Il popolo , suscitato da' cardinali , si 
sollevò contro di loro , ed elesse un prefetto , che fu Ar- 
rigo Capoccia , al quale dette piena balla di nominare un 
senatore. Il nuovo prefetto , non ostante Y opposizione 
de' cardinali e del papa , elesse il caslìgliano Arrigo , col 
quale i Sanesi ed i Pisani trattarono di lega, come nel 
precedente capitolo è stato detto (3). Ora Corrado Capece 
facea dichiarare per Corradino ì altro fratello Federigo (4), 

(1) - Conalos falaos adolesceotis stolidi Corradini •. Clemeniis IV^ 
ep. 606, Mabtenne, t. 11^ p. 576. » Caidam nobili, qui ducem Austriae se 
appellai, licei nec passuro pedis teoeat in ducala, qaem in solidam possidet 
fllius Doster in Christo carissimus Bohemiae rex illuslris •. Ibid., ep. 608, 
p. 577. 

(2) n papa dice in ana sua lettera : » Duo facli suoi seoaiores prae- 
dones et fores intus et extra libere debaccantar •. 

(3) SABAS Malaspina, /. ///, c. l9; — Raynaldus , Annal. Ecel; 
an. 1266. 

(4) Beatrice regina di Castiglia e madre di due fratelli era figliuola 
di Filippo zio di Federigo II. 

La Farina, T. VI. 21 



iG2 STORIA D ITALIA 

e faltolo montare sulla sua galera , con una mano di av- 
venturieri spagnuoli e saraceni , sbarcava a Sciacca in 
Sicilia , e con mirabile ardire rialzava la bandiera della 
casa sveva. Seguirono quei moti Catania, Girgenti, Ter- 
ranova , Licata , Noto , Nicosia , Castrogiovanni , Centorbi, 
Augusta , Lentini e Piazza ; non cosi Palermo , Messina 
e Siracusa, oVe si ritirarono e si afforzarono gli an- 
gioini (-!]. 

Neir anno sessantotto, Corradino, « spronato dal valore 
e dalla povertà », come cantava Oltakero, con circa 
tremila cavalieri , passò Y Adda e andò a Pavia , e dopo 
d essersi ivi soffermato per altri due mesi , discese al 
porto di Vada , ove attendevanlo dieci galere pisane, sulle 
quali imbarcatosi arrivò a Pisa , addi 7 dì aprile , e vi 
fu accolto con tutti que' segni di onore, che usavano per 
gli imperatori. Pochi giorni dòpo sopraggiunse il giovine 
Federigo , che co' cavalieri venia per la via della Luni- 
giana (2). È veramente mirabile come questo piccx)Io eser- 
cito potè attraversare la Lombardia , della quale quasi tutti 
i comuni reggeansi a parte guelfa (3) : forse a molti pa- 
rea incerto il diritto de due rivali^ stando per luno l'ere- 
dità , per r altro V investitura della Chiesa. « Fra V aquila 
ed il fiore , cantavano i trovadori , il diritto è uguale : 
non valgono le leggi, non giovano le decretali. La lite 
sarà decisa sul campo: sul campo diverrà re chi meglio 
saprà combattere (4) ». 



(1) Bartholomaeus de Neocastro, Uìsìot.; — Sabìs Malispini, 
/. IV, e. 2, 3. 

(2) MONACHDS Patavinl'S, Chfonìeon; — AnnaU$ Genuensei, i Vili; 
Annales Pisani, Muratori Her. Ital. Script., t. VI. 

(3) Questo anco notò il monaco Padovano: • Nullo audcn(e ipsius 
transitum impedire, licet tota Lombardia, praeter Veronam et Papiam, fa- 
vere regi Carolo videretur ». 

(4) AICARTS ET FOSSATS, IN RAVNOtARD; (. IV 



SORGERE DE PRINCIPATI iG5 

Corradino fece dare il guasto al territorio della guelfa 
Lucca, di poi ribellatasi Poggibonzi a re Carlo ed a Fio- 
reotioi, egli andò a Sieoa. Guglielmo di Breselve, ma- 
resciallo di Carlo , mosse allora alla volta di Arezzo ; ma 
le genti di Corradioo assalironlo lungo la via, lo rup- 
pero, e de suoi soldati molti ne presero prigionieri e 
menarono a Siena (i). Fu in quel tempo, che i Sanesi 
ed i Pisani e la parte ghibellina di Toscana fermarono 
la lega già stata proposta con Arrigo di Castiglia senatore 
di Roma e co* Romani , della qual lega fu eletto capitano 
il detto Arrigo' colla provvisione di lire dieci mila , e con 
r obbligo di tenere assoldati dugente cavalieri e donzelli 
spagnuoli (2). 

Volea re Carlo muovere fin dapprincipio contro Cor- 
radino , allorché e trovavasi in Lombardia ; ma il papa , 
sospettando eh* e troppo s* ingrandisse, si oppose (3) , e 
pretese con grande ostinazione , non solo dettare le regole 
di condotta dell* Angioino , ma anco gridare la guerra 
dalla sua cella di Viterbo (4). Carlo non osò andare in 
Lombardia, ma non volea ritornare in Napoli, e rima- 
Deasi in Toscana: e frattanto i popoli del regno comin- 
davano a tumultuare , ed i Saraceni di Lucerà gli si ri- 
bellavano. Allora il papa ^ minacciando severamente , forzò 
a ritornare re Carlo , il quale , passando da Viterbo , ot- 
tenne il titolo di vicario imperiale, da lui tanto bramato (5), 
una dichiarazione di decadenza contro Arrigo di Castiglia 



(1) SABAS MALASPINA , 2. IV , C. 7 ; — RICORDANO MALASPINA , 
C. 190. 

(2) Archivio della riformagione di Firmze, n. 870, 871, 872, 875. 

(3) Clementis IV, ep. 606, 607, MABTimNB, Thesau. Àneed. , i. li, 
p. 576, 577. 

(4) ClemBniit IV, ap. 530, 531, 532, 581, 589, 592,602, MaBTENNB, 
/. e. 

(5) ihid., ep. 625, p. 582. 



164 srORU D ITALIA 

e la rioDovazione della scomuDica cootro Conadìoo e tuiti 
i suoi seguaci e partigiaoi (i). Il papa bandi anco la 
crociata contro Lucerà, ed il re la cinse d'assedio (2). 

Ed in quel mezzo Gorradino , non curante delle sco- 
muniche, cavalcava alla volta di Roma, e per giovanile 
vanità passava da Viterbo , ove soggiornava il pontefice, 
egli ed i suoi militi co* caschi coronati di mirto e di fiorì. 
E fu allora che papa Clemente, come narra il vescovo 
Iacopo da Varagine , che quivi era , disse : « Noe temiamo 
perchè sappiamo che questo giovine da cattivi uomini è 
menato , come agnello , al macello j e con tale scienza 
ciò sappiamo , che dopo gli articoli di fede non v' è mag- 
giore (3) ». Lo scomunicato Gorradino fu con grandissimo 
plauso ed onore accolto in Roma , ove non osavamo met* 
ter piede i pontefici: le milizie romane erano schierate 
alle falde di Monte Mario : cori di fanciulle gli andavano 
air incontro cantando inni in sua lode , e suonando i cem- 
bali come le antiche baccanti. E* passò sotto parecchi ar- 
chi trionfali , adorni , non come usano di fronde e di 
fiorì , ma di vesti di seta , di pellicce rare , di collane , 
di vezzi , di pendenti e di altri oggetti preziosi. Fra gli 
applausi e gli evviva del popolo ed i segni di riverenza 
dei magistrati , egli ascese il Campidoglio (4). Il senatore 
Arrigo s'era apertamente dichiarato in suo favore: c^lt 
avea fatto prendere Napoleone e Matteo Orsini , Giovanni 
e Luca Savelli , Pietro di Stefano , Angelo Makbranca ed 
altri partigiani del papa e parenti de cardinali, ed in- 
carcerare in diverse fortezze: egli avea assoldato delle 



.1) Ratnaldus, Annoi. Eooi, an. 1268 
^2) SlBAS Malaspinì, le, 

(3) Jago, db Vabaginb, Chronicon; — Muratobi, Rer, Ital Script., 
t. IX. 

(4) sabas Malaspina, /. IVy e. 6, 7. 



SORGERE de' PRlRaPATI 165 

milizie mercenarie 9 e per provvedere alle paghe avea 
spogliato le chiese de* vasi ed arredi sacri e degli oggetti 
preziosi che i ricchi cittadioi soleaoo in esse , per mag- 
giore sicurezza, riporre. Egli albergava nel Quirinale, e 
vi menava allegra vita in compagnia di vaghe donne, 
la qnal cosa dette occasione agli storici guelfi di scrivere 
che il senatore , nella sua dimora in Tunisi era divenuto 
seguace di Maometto, non ritenendo di cristiano niente, 
oltre il nome (i). 

A Roma accorsero molti potenti ghibellini per offrire 
i loro servigi a Corradino. Pietro Vico abbandonò Carlo 
di Angiò e segui lui, come avea abbandonato Manfredi 
per seguir Carlo di Angiò. I Pisani armarono ventiquattro 
galere , e con esse Federigo Lancia prese Castellamare 
e Sorrento, e poco mancò non prendesse anco Napoli per 
sorpresa, mentre si stavano celebrando i funerali della 
regina Beatrice, morta pochi di prima nella città di Nola. 
Di là Federigo alido co' Pisani a Milazzo per dare aiuto 
air impresa di Sicilia cosi felicemente cominciata da Cor- 
rado Capece, e forse, per la mala contentezza che re- 
gnava neir isola contro gli Angioini, e l'avrebbero fornita, 
se la discordia non si fosse messa fra il Capece ed il 
Lancia, tutti e due nominati vicarj di Corradino, T uno a 
Verona, T altro a Pisa (2). Carlo mandò a Milazzo ven- 
tidue galere provenzali e nove messinesi, ma le pisane 
con tanto impeto e valore le assalirono, che quelle di 
Provenza fuggirono, e le altre rimaste sole furon vinte. 
Federigo Lancia tentò profittare della vittoria ed assali 
Messina, ove arse molte navi nemiche^ ma i suoi sforzi 



(1) SlBAS MaLASPIHI, l. Ili, e. 18. 

(2) SABAS MALASPINA, l IV, C H. 



i66 STORIA D ITALIA 

furon vani, imperocché re Carlo avea ben munita la 
città 9 che io uo suo diploma chiamava « porto e porta 
del regno (-1) ». 



XXVII. 



DELLA GIORNATA DI TA6LIAG0ZZ0 E DELLA MORTE DI CORRADINO 



Gorradino^ dopo aver preso da santuari romani e dalla 
basilica di san Pietro, ciò che vi avea lasciato il sena- 
tore (2), mosse alla volta del regno. Eran con lui Fede- 
rigo duca d Austria cogli Alemanni, il senatore Arrigo 
co* mercenari spagnuoli, i conti Galvano e Gherardo da 
Pisa cogli aiuti pisani, gli Annibaldeschi , i Sardi ed altri 
capi della « moltitudine romulea », come la dice Saba 
Malaspina, altri ghibellini d altre parti d* Italia ed i no- 
bili usciti del regno: in tutto diecimila cavalli ed uomini 
a pie* in buon numero. Procedeano allegri e tripudianti, 
gittando festosi clamori che vinceano il suono de* cembali , 
de* timpani e delle trombe (3). Gorradino non andò per 
la consueta strada dì Ceperano; ma, persuaso che Carlo lo 
attenderebbe a Sangermano, disegnò entrare negli Abruzzi, 
correre a Lucerà, ingrossarsi co* Saraceni, e di là muo- 

(1) Bartholomaeus db Neocastro, tiist.; — Diploma del R. At" 
chwio di Napoli del 2 giugno 1268, citalo dairAMAHl, e. III. 

(2) Raynaldus Annal. Ecel, an, 1268. 

(3) Sabas Malaspina, I. IV, e. 8. 



SORGERE DE* PRIIICIPATl idi 

vere contro Napoli. A questo 6oe egli percorse l'aDtica 
via Valeria e aodò a Tagliacozzo, posta su monti, onde 
il fiame Salto si precipita in belle cascate non lungi dal 
lago Fucino. Di là egli discendea nella lunga ^ stretta e 
padulosa valle di Palenta, allorquando, con somma sua 
meraviglia, si vide comparire di faccia T esercito angioino 
sulle alture di Androssano. Carlo, avvisalo a tempo dai 
suoi amici di Roma della via presa da Corradino, avea 
levato in fretta T assedio di Lucerà, ed invece di andare 
a Ceperano, era venuto ali Aquila, fornendo in tre dì, 
con mirabile celerità, cento e venticinque miglia, e di 
là oKivea incontro a nemici , che lo credeano da loro ben 
lontano (-1). I due eserciti rimasero un giorno intero im- 
mobili, Tuno rìmpello ali altro. Corradino, per animare 
i suoi , fece comparire nel campo alcuni finti ambasciatori 
dell'Aquila , i quali simulavano di presentare al nuovo re 
le chiavi della loro città. Le grida di gioia dell'esercito 
ghibellino annunziarono questo fatto a Carlo , il quale ne 
fu grandemente costernato e confuso, imperocché temeva 
di esser chiuso in mezzo fra nemici ed i ribelli. E' però 
tacque e dissimulò, e venuta la notte montò a cavallo, 
e a briglia sciolta corse allAquila. Quivi giunto, picchia 
alla porta della città, e grida : « Per chi tenete voi ? » 
Rispondono le guardie: « Per re Carlo ». Ed egli : « Aprite 
adunque io sono il re ». Come'fu riconosciuto, tutti gli 
Aquilani gli fecer festa, ed egli rassicuratasi ringraziolli 
di loro fedeltà, e disse loro portassero al campo delle 
provvisioni : non trovandosi in città delle bestie da soma 
abbastanza, molte donne presero in capo de corbelli ripieni 
di pane e di frutta , e portaronli a soldati (2). 



(1) Ricordano Malaspina, c. 192. 

(2) JllCORDANO MALASPIRA. t. C. 



468 STORIA D* ITALIA 

L* esercito di Carlo era minore di quello di Corra-» 
dino, e venire a giornata in quel luogo fu una di quelle 
arditezze che la prudenza consiglia, imperocché se i ne- 
mici si fossero inoltrati nel regno, tant* erano maldisposti 
i popoli, che Carlo sarebbe stato perduto. Trovavansi nel 
campo francese il vecchio Erardo di Valéry, reduce di 
Terra Santa, ove avea per venti anni militato. Egli avea 
fatto volo di non combattere che gli infedeli ; ma quando 
seppe che i nemici di Carlo erano scomunicati, credette 
poter cedere alle istanze del re, ed aiutarlo co* suoi con- 
sigli e colla sua spada. Erardo consigliò che un corpo di ca* 
valieri scelti si tenesse nascosto dietro un poggio, che separa 
il territorio d'Alba da piani di Palenta,e che prese allora e 
ritiene anco oggidì il nome di Monte Felice, e che di là atten- 
desse gli eventi della battaglia per trarne a tempo profitto. 
Cosi si fece. Era addi 23 di agosto. I Francesi scesero 
dalle alture di Androssano : era con loro Arrigo di Cou- 
sance, il quale avea un mantello di porpora sulle spalle 
od una corona di oro sul casco, per far credere fosse il 
re, al quale moltissimo somigliava. Carlo con Erardo di 
Valéry ed ottocento cavalieri scelti fra migliori dell'eser- 
cito slavasi dietro il poggio, e propriamente nella piccola 
valle di Capello. La battaglia fu molto fiera: i Francesi 
prevaleano per disciplina, ordine e confidenza nel capi- 
tano : l' esercito di Corradino, avvegnaché composto d' Ita- 
liani, Spagnuoli ed Alemanni, non bene ordinato, e co- 
mandato da un capitano al quale mancavano T esperienza 
e le arti della guerra, nondimeno era troppo numeroso 
per aver paura degli avversar). Sperando i Francesi nella 
virtù del loro capitano, sperando i loro avversar] nella 
grandezza dell'esercito, di maniera adeguarono la balta- 
glia, che amendue le parti tenevan sicura la vittoria, la 
quale or da quella parte ora da questa facea sembiante 



SORGERE DE PRINCIPATI i69 

d'inchìoarsi; ma da ultimo, prevalendo il numero, i Fran- 
cesi cominciarono a piegare, quindi disordinaronsi e fu- 
rono rotti e sconfitti , ed il maresciallo Arrigo di Cou3ance 
pagò colla vita l'onore di aver rappresentato il suo si* 
goore. Carlo, dal luogo ove stava, vedea la battaglia, 
eh' era paventosa ed orrìbile, e la terra coperta di cavalli 
e d'uomini francesi, ed udiva le loro grida disperate: 
volea accorrere in loro soccorso, e da Erardo rattenulo, 
piangea di dolore, digrignava i denti e non sapea cosa 
fare. Erardo rimase immobile per lunga ora; ma allor* 
quando vide tutti i vincitori sparpagliati , s^l(*4ini inseguendo 
i fuggenti , altri menando via i prigionieri , altri saccheg- 
giando il campo Francese e dispogliando i morti, si ri- 
volse a Carlo e gli disse: « Ora è tempo o Signore: la 
vittoria è nostra. I cavalieri, che dietro il poggio eran 
nascosti e rimpiattati, spronarono i cavalli, lanciarono 
contro i nemici , e senza dar loro tempo di rannodarsi e 
riordinarsi, si furiosamente assalironli, e si aspro noAcello 
ne fecero che in pochi istanti mutarono le sorti della 
giornata ed i vinti vincitori divennero. I ghibellini ca: 
deano in gran numero sotto i ferri de* nemici, o eran 
presi prigionieri fuggivano: l'esercito scomparve^ Cor- 
radino e parecchi de* capi, stanchi per la fatica e per la 
calura di quel giorno, e sicuri della vittoria, s eran ca- 
vati gli elmi e lietamente prendean riposo, allorché pel 
subito mutare della fortuna, rimasti quasi soli, dovettero 
precipitosamente fuggire. Giunti a qualche distanza dal 
campo, cambiarono vesti per non essere riconosciuti, e 
presero la via delle Maremme Pontine per ridursi a Roma 
a Pisa. Fu questa la fine della giornata da alcuni detti 
d'Alba, da altri di Scurcola e più comunemente di Taglia- 
cozzo (i). 

(1) Ricordano Malaspina, c. 192; — G. Villani, I. VII, e. 24, 26, 

LA FARINA, T.' VI. 22 



170 STORIA d" ITALIA 

Carlo ordinò si edificasse presso il ponte del Salto ^ 
nel laogo ove la strage era stata naaggiore, una chiesa 
ed un monastero j sotto il titolo di Nostra Donna della 
Vittoria : di questo grande e ricco edifizio scomparvero 
in breve anco le ruine , per vendetta divina direbbe il 
poeta, per mobilità del suolo molle, e paludoso dice lo 
storico. Dal crampo di battaglia ripieno di morti, ch'ei 
dicea più assai che non furono quelli di Benevento, scri- 
vea al papa : « padre Clementissimo , io annunzio una 
gioia grande a te e alla nostra madre la Santa Chiesa. . . . 
Sorgi , o padre , io te ne supplico: vieni e mangia la 
caccia che ti ha apparecchiato il tao figlio (i) ». Ed il 
papa, fuori di sé per la gioia, gridava nella chiesa di 
Viterbo: « Correte, correte, o fedeli, afferrate i nemici 
di Santa Chiesa, che sono stati vinti e che fuggono ». 
E frattanto Corradino, il duca d* Austria, i Lancia ed 
il conte Donoratico di Pisa , dicesi giungessero sconosciuti 
a Roma , e quivi saputa la morte o la prigionia de* capi 
di parte ghibellina e veduto giungere Pietro Vico coperto 
di ferite e moribondo, non si credesser sicuri e si par- 
tissero. Certo egli è che andarono ad Astura, e che là 
montarono in una barca : riconosciuti per uomini di alta 
condizione, e sospettati fuggitivi, furono inseguiti da uno 
de* Frangipani , eh' era signore di quel castello. Corradino, 



"27; — SABA8 Malaspina, l IV, c. 13; — RicobALDOS, Pomarium; — Bar- 

TBOLOMAEUS DE NBOCASTRO, C. 9. 

• a Tagliacozzo 

nove senz'arme vinse il ▼ecchìo Alardo •. 

Oante, Div. Comm. Inf. e XXV HI. 11 nome è, come abbiamo detto, Erar- 
do di Valéry : egli era coDDestabite di Champagne. Vedi l'edizione delle OEu- 
ììrts de Rutebauf pubblicata da M. Inbinal in Parigi, lS39. 

(1) Caroli Reg. ad Ckm. IV, epiit, 690, Martenne, Thesau. Anecd , 
t. II, p. 623. 



SORGERE DE PRINCIPATI i71 

che forse avea letto nelle cronache di casa saa T antica 
amistà degli Hohenstaufen co* Frangipani^ e che forse 
ignorava i nuovi odj nati qaando Federigo tolse loro il 
principato di Taranto, vedendo uno di quella famiglia, 
si credè salvo, e saltando nella sua barca gridò: « Io 
sono il re Gorradino ». Ma e fu preso , incatenato e 
chioso co* compagni nel castello di Astura. Sparsasi la 
tiuova di quella cattura, Roberto di Lavena, T ammira- 
glio provenzale eh* era fuggito da Milazzo , quivi approdò 
reclamando la consegna de prigionieri, mentre un cardinale 
giungea seguito da gente armata , e li richiedea in nome 
del papa. Carlo dette danaro, promise feudi e li ebbe, 
e se li trascinò dietro a Roma, ov'egli entrò da trion- 
fatore. Tornando con si mutata fortuna in quella città, 
che tanti applausi pochi di innanzi gli avea prodigati , si 
adi il misero Gorradino ripetere: « Ohimè! ohimè I oh 
madre mia! Ella deplorava il figlio esposto a tanti peri- 
coli , presaga della sorte che lo attendeva : oh V infelice 1 » 
Carlo riprese I' ufficio di senatore. Arrigo di Castiglia era 
fra* prigionieri , ed i trovadori piangevano la sventura 
« di queso senatore franco e di bella compagnia , di questo 
cavaliero il più ardito che fosse da Burgo, sino iu Alema- 
goa (1) »9 il* quale, mentre visse re Carlo, non potè re- 
cuperare la libertà. Il re scrivea a Lucchesi: « I prigio- 
nieri non troveranno presso di noi e presso della Sede Apo- 
stolica che quel perdono che pe* loro eccessi meritarono (2) ». 



(1) • BeD deu esser marrida tota Espanha 

E Roma tanh e cove be que planba 
Lo seoador frane e de bella companha 
Lo più ardit de Burcx tro eo AllemaDba •. 

PiULET DE MAaSEILLE, RAYNOOARD, Throubùd., t. IV. 

(2) • Apud sedem apostolicam et apud ous, non alìam inveoiant ve- 
Diam, quam prò suìs cxcessibus roeruerunt •. Lettera di Carlo d'ÀngiòÓBi 



472 STORU d' ITALIA 

Né queste erano vane minacce. Nel castello di Geo zane 
erano centotrenta prigionieri : Carlo ordinò fossero loro moz- 
zati an piede ed ima mano; ma poi « per più savio 
consiglio »^ come scrìsse Saba Malaspina^ li fece rinser- 
rare in una casa di legno , e qaivi ardere tatti (1). Gal- 
vano Lancia fu costretto ad assistere alla morte di suo 
figlio , e di poi fu' decapitato. Il papa con grande istanza 
rìchiedeviai fossero jpodti nelle sue mani i prigionieri presi 
sul territorio della Chiesa ; ma Carlo diffidava del papa^ 
e non sapea se Corradino in podestà di Clemente sarebbe 
una vittima o una minaccia. Per sottrarlo alla giurisdi- 
zione di lui 9 che lo reclamava anco come scomunicato , 
il re lo fece sciogliere dalla scomunica da un cardinale 
suo partigiano e lo menò seco a Napoli. Il papa disap- 
provò quanto avea fatto il cardinale, dichiarò sussistente 
la scomunica (2). V inesorabile Carlo , potendo gastigare 
coir impero, volle punire colle apparenze della giustizia, 
e convocò un gran parlamento, o magna curia, in cui 
sedettero i giureconsulti , i suoi baroni ed i sindaci delle 
città demaniali della Puglia. I giureconsulti, e principal- 
DÒente Guido dà Suzara, celebre lettore di leggi in Modena 
e in Reggio, diceano pon potersi condannare a morte Cor- 
radino , il quale venia per recuperare un regno che i suoi 
maggiori aveano tolto in giusta guerra ai Saraceni ed ai 
Greci: diceano non aver egli commesso alcun delitto, uè 
potersi chiamare in colpa pe' delitti de* suoi parenti. Il pro- 
tonotario Roberto di Bari, eh* era devotissimo al papa, 
il quale lo avea dato al re come uomo buono a servirlo (3), 

un codice della Bibl. Angelica di Roma, pubblicata dal Saint-pbiest, Hisi. 
de la Gong, de Naplet, App. M> 

(1) SABAS MALASPINA, I. /F, C. 14. 

(2) ClefMnXis IV ad Reatinos epitt 692;~ Sabas Malaspina; I. IV 
e. 15; — FRAHCISCUM PiPiNDS, Chronicon. 

(3) Vedi GianooDe, il qaal<* cìia uoa lettera di Enrica d'isemia. 



SORGERE de' PEIHCIPATI i73 

accasava CorradiDO di ayer violato la pace della Chiesa^ 
dì aver^ assunto il Dome di re 5 di avere attentato alla vita 
del re legittimo, di aver fatto saccheggiare chiese e mona- 
steri. Rispondeana gli; altri : non costare questi maleficj 
essere stati ordi^iati da Gorradino ; e in ogni caso aver fatto 
altrettanto e anco peggio i soldati di Carlo. Il giovine 
Roberto di Bethun, noD ostante che genero del re, non 
potè rattenere la voce della sua coscienza, e parlò animo*- 
samente in favore del prigioniero: gli altri baroni si tacquero. 
Dicitori vi furono assai: le voci si raccolsero: tatti' i giure^ 
consulti dierono le loro a favore di GorradlBo; un solo Io 
disse reo di morte, un provenzale del quale la storia non 
serbò il nome, ed al parere di costui si attenne re Cariò. 
Gorradino e il duc>a d'Austria, stavano giuocando àgli 
scacchi^ allorquando il vecchio signore di Nangey, cavaliere 
provenzale di grande riputazione, apportò loro la nuova 
triste e non attesa. I due gipvinetti chiesero tre di per pre- 
pararsi a morire crìstiaDamiente, e ftron loro concedati. 
A' parenti, che lo aveano dispogliato e nel pericolo abban- 
donata, lasciò Corradino per testamento quel polche gli 
rìmaoea. Lo stesso fece Federigo. L'unoe Taltro de legati a 
chiese emonisteri, nà dimenticarono i poveri (4)^ Ambrogio 
Sansedoni di Siena, che la Chiesa onora fra beati, corse a 
Viterbo, e si giltò a piedi del papa, e tanto pregò e pian- 
se che ottenne fossero prosciolti dalla scomunica pria di 
morire: cosi poterono confessarsi e ricevere Y assoluzione e 
i sacramenti (2). 

Addì 29 di ottobre del d268, nella piazza del mer- 



(1) I due testameoti si coDservaDO negli Arcbivj di Wurtemberg. Un 
altro testamento di Gorradino si legge in due codici manoscritti di lena e di 
Goetlingue, ma si crede apocrifo. 

(2) Vita B. Ambrosii Senensis , apud Bollano. , Acta Sanct. , 20 
marr. 



ili STORIA D' ITALIA 

cato di Napoli^ si rizzava un alto palco, tulio coperto di por* 
pora, ultimo seguo di opore serbato al nipote dell* imperatore 
Federigo. Su quel palco stava il carnefice con orrido aspet- 
to, colle braccia e le gambe ignude (i). Corradino lo ascese 
con passo fermo e con viso sereno; ma quando udi Ro- 
berto di Bari leggere la sentenza che Io dichiarava tra- 
ditore , e* non potè frenare la sua indignazione (2) : poi ri- 
voltoci al popolo si scolpò de* delitti che falsamente gli 
erano apposti , dicendo eh* egli non ebbe volontà mai di 
offendere la Santa Chiesa , ma solo di recuperare il regno, 
che a lui apparteneva, e del quale a torto era stato dispo- 
gliato. Detto questo, abbracciò il duca d'Austria e gli altri 
condannali, gittò un bacio agli spettatori, che con grande 
commozione aveano ascoltato le sue parole , baciò il car- 
nefice in segno di perdono, chiamò sua madre, piegò il 
collo invocando il nome di Dio, e la sua bella e giovine 
testa rotolò boccheggiante sul palco (3). I baroni francesi 
inginocchiaronsi, e pregaron pace per T anima sua. Cadde 
poco dopo la lesta del duca d* Austria , quindi quella di 
altri nove baroni: uqdici cadaveri ingombrarono il palco 
insanguinato. Dall'alto di una torre assisteva il re Carlo a 
quello spettacolo scellerato (4). Narrano che il genero del 
re , trasportato da ira generosa , uccidesse con un colpo di 

(1) • Aspeciu borridu», nudos pedes et bracbia •. Bartolomaeus db 

NBOC ASTRO. 

(2) Narrano cbe rivoltosi a lui, gli dicesse : • Serve oequam tu reum 
fecisti filium regis, et nescis quod par in parem non babet imperium -. 

(3) Secondo alcuni autori il primo ad essere decapitato fu Federigo 
duca d'Austria, il cui capo prese in mano Corradino, e dopo averlo bagnato 
di amare lacrime, baciollo e se lo strinse al petto. Questa versioni^ si trova 
anco nel poema di Ottakero. 

(4) G. Villani, l VII, e 28, 29; — Sabas Malaspina, Hist. Sic, 
l. IV; — Bartholomaeus de Neocastro, Hist. e. 9, lO; — Francisccs 
PiPiNUS, Chronicon; — RicoBALDUs FERRAR., Pomariumi — Anonymus 
LeobÌbnsis, Chron. Pbz, Rer. Amir» Script.; — Auslriae Chron. Germa- 
nicum. 



SORGERE DE PR119GIPATI 175 

Stocco Roberto di Bari aatore dell ioiqua senteDza , e che 
Carlo DOD si curasse di vendicarlo [i): cLe Corradino git- 
tasse io mezzo della folla uo guanto o ud auello, e che 
coD quest'atto iutendesse dare TioTestitura del regno a Pie- 
tro dì Aragona marito di Costanza, 6gliuoIa del re Manfre- 
di (2). Aggiunge qualche antico comentatore di Dante al 
Terso: « Che vendetta di Dio non teme suppe », Carlo 
dAngiò, per antica superstizione di Francia, mangiasse 
una zuppa sul cadavere di Corradino, perchè credeasi que- 
sto rito bastasse o a purgare dell'omicidio, o a troncare 
il corso alla vendetta (3). 

Carlo non volle che morti si onorassero coloro che 
vivi avea cotanto odiati. Corradino ed i suoi compagni 
furono sotterrati alla spiaggia del mare, presso la foce del 
fiume Sebeto, il che farebbe sospettare che il papa non li 
avesse prosciolti dalla scomunica (4). 

Una pietosa tradizione narra, che dopo la morte di 
Corradino entrò nel porto di Napoli una nave dipinta nera, 
con nere vele e con nera bandiera, e che da quella di- 
scese una donna vestita di nero. Era la madre dell' infelice 



(1) Di Rot>erto di Bari si tvovaDO aUi posteriori a quell'epoca .- o il 
racconto è favoloso, o egli non fu che ferito. 

(2) Questo racconto , con poche variazioni si trova nel Collenuccio , 
nel Manrolico e in molti altri, e più distesamente in Enea Silvio Piccolo- 
mini, poi papa Pio II» il quale, scrivendo storie, non sapea tralasciare quelle 
finzioni che piacevano ne suoi romanzi De Duobus Amantibus De Gui- 
scardi et Sigismunda tractatus etc. 

(3) • Questo dice perchè erano certe genti erroniche, che credevano 
e credono, e cos^ si dice per loro^ che quando uno ha morto un altro , e 
poi faccia la zuppa^ e mangi sopra quel corpo morto , che mai poscia non 
se ne fa vendetta. E questa usanza arrecò Carlo di Francia -. Al Purg. 
e. XXXIII. 

(4) 11 Villani, il Fazello, il Collenuccio ed altri dicono che il papa con- 
sultato da Carlo intorno a ciò che dovesse farsi di Corradino rispondesse 
con qtMste brevi e sinistre parole: • Vita Corradini mors Caroli; roors Ca- 
roli vita Corradini «. Il Costanzo, il Rainaldo, il Summonte credono il con- 
trario. 



i76 WtOUA D ITALIA 

Gorradiao , k quale profferta tutti i suoi tesori per riscat- 
tare il flgliuolo , che credea àocora prigioniero. Risaputa 
la sua morte , ella ottenne di potere edificare una chièsa 
dedicata alla Madonna del Carmine nella piazza ove fu 
decollato Gorradino. Quivi, sotto lattare si vede anco 
oggi un sepolcro, che racchiude le ossa del reale gio' 
vinetto , e vi si legge una ismzione , la quale rammenta 
r aquilotto a cui il leone tolse le peone ed il capo {i); 
ma né la chiesa , né il sepolcro , né la statua della ma- 
dre , rappresentata con una borsa in mano , sono di quel 
tempo; né v*é alcun cronista contemporàneo che di que«- 
sto pietoso viaggio faccia parola (2). Al re Carlo fu in 
Roma innalzata una statua , la quale , nel pontifica- 
to di Sisto IV y fu traspoitata nella gi^an sala del Cam* 
pidoglio , ove si vede oggidì (3). La morte di Gorradino 
commosse tutta la Cristianità: TAlemagna maledicea i 
Francesi , re Carlo e papa Clemente (4) : menestrelli te- 
deschi si fecer l' eco del dolore popolare , e dettarono 
su questo argomento un poentia in ottocento trenta capi- 
toli (6). Dal Reno al Danubio si narrava un* aquila essere 
discesa rapidamente dal cielo mentre cadeva la testa di 
Gorradino, avere intriso le sue ali in quel sangue innocente 
ed esser quindi rivolata al cielo (6). I trovadori di Spa- 
ti) • Asturis ungue leo puUum rapient aquilinum 
Eie dBplumavit acephalumque dedit •. 

(2) La cappella di CorradìDo fa fondata e abbellita da*ma«slrt ddVarte 
conciaria Del secolo XV4L V iscriziopQ cbe allora si pose risente la domi- 
nazione austriaca t Federigo di Baden è detto con errore istorico Federigo 
di Habsbourg. L'ait^iale re di Baviera ottenne pochi anni or sono il permesso 
d'innalzare un mausoleo alla memoria di Gorradino. 

(3) L'iscrizione che yì si legge porta all'anno 1481. 

(4) Vedi WOLFANG lAEGRR, Geichichte Konradi. 

(5) Il poema di Ottakero di Harneck fu pubblicalo quasi nel medesimo 
tempo dell'ultima redazione dei Niebelungen. 

(6) lOHANN. VITT0DDB4MDS, Ckron Hclvet. 



SORGERE DE l^EUiaPATl 477 

goa e di Provenza caotavano esser cosa mirabilissima che 
la terra dod si fosse aperta per orrore (4); ed i croni- 
sti francesi non poterono celare la popolare indignano- 
oe (2). Fra noi non tardò a suonare la terrìbile ironia 
di Dante: e Carlo venne in Italia e per ammenda — Vit- 
tima fé di Gorradino » ; e la storia condannò sema indul- 
genia colui che condannò senza pietà. 



XXVIII. 



DBiLB VBNDBTTI DI RE GIRLO B DEL SUO SECONDO lATRIIONIO. 

Le vmdette di re Carlo non rimasero nelle sole 
cerchia di Napoli circoscritte, ma di \h per tutto il re- 
gno si propagarono. A Gallipoli molti baroni furono cru- 
delmente macellati: a Potenza il popolo ammazzò i no- 
bili perchè partigiani di Conradino ; di poi vennero i pro- 
venzali e la città saccheggiarono e devastarono : a Corne- 
to , terra di Puglia , i cittadini presero a tradimento molti 
uflBdali e cavalieri dell* esercito ghibellino , e li consegna- 
rono a Ruggiero Sanseverìno e a Pietro Beaumont, i quali li 
fecero tutti impiccare ^ uno a costo delf altro , a' merli 
di una torre, che rimase per qualche tempo di cada- 
veri incoronata. Aversa fu disfatta, quasi tutti i castelli 
di Puglia e di Basilicata furono crudelmente distrutti: 
quasi tutti i prigionieri con diverse generazioni di morti 



(1) Vedi U raccolta dei Trovatori del Rayaouard. 

(2) GuiLLAOMK DB NAMGI8, loiNViLLE, id. du louvre, p. 262. 

LA FAMICA, T. VI. * 23 



I 



175 STORIA O ITALU 

furono spenti ; desiatasi in Carlo la cupidità di vendicare 
non solo le fresche ingiurie , ma anche quelle degli anni 
precedenti , e di arricchire sé ed i suoi baroni colle spo- 
glie de* baroni del regno {i). Egli perdonò quando non 
^bbe più alcuno da punire (2). 

Guglielmo d^Estendart, uomo di sangue e ferocis- 
simo (3), ricondusse F isola di Sicilia alla ubbidienza di 
Carlo. I cittadini di Augusta, aiutati da dugento cava- 
lieri toscani, lungamente e valorosamente si difesero; 
ma da ultimo sei traditori aprirono le porte della città 
air adirato Guglielmo, che il Malaspina dice « più cru- 
dele di ogni crudeltà, e dispregiatore di ogni pietà e 
misericordia ». Augusta fu saccheggiata : uomini e donne 
passati a fil di spada dopo aver sofferto i lascivi oltraggi 
de barbari vincitori. E quando i soldati stancaronsi , Gu- 
glielmo chiamò un carnefice robustissimo, e gli ordinò 
di ammazzare tutti i prigionieri; e perchè meglio resi- 
stesse alla feroce fatica , lo riconfortava con larghe tazze 
di vino, che il carnefice bevea misto al sudore ed al 
sangue onde tutto grondava. Nessuno rimase in vita^ 
neanco i sei traditori. Una piramide di teste recise sor- 
se alla riva del mare. La città rimase per lunghi anni 
vuota di abitatori (4). 

Corrado Capece con poche schiere di Alemanni e 
di Toscani, si difese per qualche tempo nel castello di 
Centorbi; ma la sua gente sbigottita dell eccidio di Au- 



(1) Matteo di Giovbnazzo, Diurnali^ - Sabas Malaspina, HUt. 
Sie.y l IV, e, 17. — L'Amari nella sua storia del vespro cita molte godcqs- 
sioni di feudi tolti a' ribelli io quel tempo. 

(2) Capitoli <M regno di Napoli^ p. 14, Miierieordiam eie. 

(3) • Vir erat saoguiois, miles atroi, feros, pogii, saeTusgae pogoa- 
tor Goatra iofldeles regios, omni crudelitate crudelior, et totins pietatis et 
misericordiae vilipeosor •. Sabas Malaspina, (. /K, e 18. 

(4) Sabas Malaspina, l e 



SORGERE de' PRINCIPATI 479 

gusla , si accordò segretamente coir Esteadart ^ e \' h 
chi dice per mezzo di Alaimo di Lentini , e gli consegnò 
il Capece , che fu accecato e poi impiccato ad una forca 
altissima nella marina di Catania. Giacomo e Marino suoi 
fratelli morirono sulle forche a Napoli. Federigo di Casti- 
glia sì ridusse a Girgenti , di là foggi a Tunisi , di poi 
ritornò io Spagna, ove fu fatto strozzare da re Sane io 
suo nipote. Federigo Lancia capitolò in un castello presso 
Messina, e s imbarcò per la Grecia (-1). 

Era quello il teoipo opportuno per domare i Sara- 
ceni di Lucerà: re Carlo convocò un grande esercito, per 
esterminare, c^dicea, i settatori di Maometto: i nobili 
dovean venire con buoni cavalli , i cittadini con armi adatte, 
gli artigiani co* loro strumenti da lavoro, i contadini con 
zappe, vanghe e falci (2). Dopo sei mesi di assedio ani- 
mosamente sostenuto , i Saraceni , dalla fame costretti do- 
vettero arrendersi. Carlo si contentò di farli uscire da Lu- 
cerà, e di spargerli in varie città e terre del regno; ma 
quanti cristiani trovaronsi in loro compagnia tanti e' ne 
fece inesorabilmente morire. 

La regina Beatrice avea istituito erede della contea 
di Provenza il suo figliuolo maggiore, e tutore il ma- 
rito (3). Due erano i figli e tre le figlie : Carlo giovinetto 
gracile, malaticcio e zoppo, e in nulla al padre somi- 
gliante, marito di Beatrice figlia unica di Ladislao re di 
Ungheria; Filippo, il quale per le ragioni dotali della 
moglie Isabella di Villebardouin, intitolavasi principe di 



(1) Sabas Malaspina , l. e.; — Bartholomaeos de Neocastbo , 
Bist. Siculi e. II. 

(2) DAVAMZATi, Della seconda moglie di Manfredi, doe. XVI. 

(3) Testamentum Beatricii Beg. Sieiliae , Lunio , Cod. Hai. Dipi. 
f. Il, p. 966. 11 suo cadavere era stato trasportato e seppellito io Provenza: 
Papon, Bitl. Ginér. de Provence, t. III. 



180 STORU DITALIA 

Acaja ; Bianca moglie di Roberto di Bethone ; Beatrice y 
che ancor faDciallina era stata sposata a Filippo di Gonr- 
tenay re nominale di Tessalonica, e la piccola Isabella. 
Carlo avea quarantadue anni^ né volea lungamente ri- 
manere nella vedovanza. II papa gli proponea diversi pa- 
rentali, con maggiore istanza quello di Maria figliuola del 
re Giacomo di Aragona (i); ma quando gli ambasciatori 
del re Carlo giunsero alla corte aragonese, la fanciulla 
era morta. Allora il re chiese la mano di Margherita di 
Borgogna, figliuola del contedi Nevers, giovinetta soave 
e timidissima, la quale venne in Italia, accompagnata dal 
duca dì Borgogna suo avo. Ella traversò Y Italia , ricevuta 
dappertutto con molto onore e gran dignità: grandissime 
feste si fecero in Napoli: i cavalieri e le donne ornate 
ballavano per le vie, e cantavano lietamente, e tanta fu 
rebrezza di quei tripudj, che la timida Margherita ed il 
severo Carlo, « che quasi non ridea 'giammai », come 
scrisse il Villani, vollero anche essi cantare, applauden- 
dosi fra di loro a vicenda (2). 



XXIX. 



DI ULANO B DELU LOIBARDIil. 

Durava già da quattro anni la città di Milano sot- 
toposta air interdetto, quando Napoleone della Torre ed 



^1) Clementis /T, ep. 548, Martenne, Th9Sau. Àn9C(L, I. l/,p. S47. 
(2) Sabas Malaspina, l V, e. 4. 



SORGEBE db' PRinClPATI dSl 

il popolo milaDese mandaroDO loro ambasciatori io corte 
del papa per trattar di pace. Dapprincipio Clemente IV 
Don volle riceverli, ma essendo intervenuti in loro favore 
ambasciatori del re Carlo, il papa accordò loro udienza, 
e dopo di avere ascoltato le loro ragioni e quelle deirarci* 
vescovo Ottone Visconte, promise revocherebbe F interdetto, 
a patto che 1* arcivescovo fosse onorevolmente ricevuto ed 
i beni arcivescovili a lui fossero restituiti. Assentivano gli 
ambasciatori; ed un legato del papa fu mandato a Hi'* 
lano, ove una lega guelfa era stata fermata fra quel co* 
mune, i marchesi d*Este e di Monferrato ^ ed i comuni 
di Vercelli, Novara, Como, Ferrara, Mantova, Vicenza, 
Padova, Bergamo, Lodi, Parma, Brescia, Cremona e Pia- 
cenza [i). 

Poco di poi, Milanesi e Bergamaschi co* loro carrocci 
andarono a Vigevano, terra de* Pavesi, assediaronla, e for- 
zarono ad arrendersi (2) ; ne alcuno mosse in sua difesa, 
il che mostra quanto in quel tempo fosse abbassata la 
parte ghibellina in Lombardia. II marchese Oberto Pelavi- 
dno, che potea risguardarsi come il capo^ sta vasi rinchiuso 
Delle sue castella minacciate da* Parmigiani, dolente e 
vergognato , com* e dicea , d' essere stato vinto da un pre- 
te ; e questo istesso prete, cioè il legato del papa , il quale 
per cacciare da Cremona il marchese si era servito di 
Buoso da Doara , così astutamente inaneggiavasi che an- 
che costui fu carnato. Furente per la rabbia, Buoso ra- 
dunò quanta più gente potè, e tentò rientrare in Cremona, 
ove avea molti seguaci , ma i Parmigiani , i Modenesi e 
i Reggiani eh* erano ali* assedio di Borgo San Donnino , 

(1) STEPHANARDUS, Po9ma, MUBATOBi, Rer. Ital. Script., t. IXf — 
Galvahus Flauua, Man. Fhr. e. a03; — GiULiiu, Mem. Stor. di Mi- 
lano, L Vili. 

(2) CoRio, ìttoria di Milano. 



i82 STORU D ITALIA 

accorsero io aiuto del legato, e Buoso fu sconfitto e 
le sue case disfatte U). 

La città di Piacenza , non ostante che fosse inc^lusa 
nella lega guelfa , trattava in quei di segreti accordi con 
Pavia ; ma il legato giunse a tempo , non solo per im- 
pedire ogni trattato, ma anco per far cacciare il conte 
Ubertino Landò e suoi aderenti di parte ghibellina , far 
disfare le loro case , e far ricevere un podestà in nome di 
re Carlo (2). Nel medesimo tempo Ivrea e Tortona cacdavano 
i ghibellini e accoglieano come loro signore Guglielmo 
marchese di Monferrato (3). Tutto questo era accaduto pria 
della giornata di Tagliacozzo , T esito della quale dette in 
Lombardia Y ultimo crollo alla parte ghibellina già tanto 
indebolita e scaduta. 

Nel novembre del i268 giunse a Biilano il legato 
apostolico per riconciliare quel popolo colla Chiesa e coli ar- 
civescovo Ottone. Promisero i Milanesi starebbero a' coman- 
damenti del papa, riceverebbero Y arcivescovo, gli rendereb- 
bero i beni, non graverebbero con alcuna imposta le chiese 
ed il clero, e furono ribenedetti dal legato, il quale lieto 
si parti ; ma essendo appunto in quei giorni morto papa 
Clemente, i Milanesi non vollero più stare a patti, né 
vollero ricevere un arcivescovo eletto dal papa con pre- 
giudizio grave de diritti d* indipendenza sino allora goduti 
dalla chiesa di Milano (4). 

Ritornavano frattanto i Parmigiani all'assedio di 
Borgo San Donnino, ov*era il marchese Oberto, e co- 



(1) Memor. Poteste Regien., Moratobi, Rer. Ital. Script. I. Villi — 
Annales Vet. Mutin. Ibidt., t. XI; — Chronieon Parmense, /Md-, i- IX; — 
AnnaUs Genuen$., l Vili- 

(2) Chronieon PlaemHnum, Muratori, Ber. Ital Script., t-XVI. 

(3) Annaìes Genuenses, l. Vili. 

(h) Galvands Flamma, Jlfan. Fior. e. 304. 



S0R6EEE DE* PRINCIPATI i83 

striDgevaDO gli abitatori a cacciar via il marchese e ad 
arrendersi a patti : di poi spergiarando la fede avean 
data, smantellavano e guastavano quella terra, divideano 
gli abitatori pe' castelli e per le terre vicine, e facean 
decreto che Borgo San Donnino non si potesse mai più 
riedificare (i). Nel medesimo tempo i Piacentini facean 
guerra ad Ubertino Landò ed agli altri usciti , a* quali 
prendevano i castelli di Seno e di Scipione e li disf accano 
col ferro e col fuoco (2). Anco ì Bresciani vollero cac- 
ciare i ghibellini e perchè Francesco della Torre e Rai- 
mondo della Torre vescovo di Como tentarono opporsi , il 
popolo si sollevò contro di loro , e li costrinse a uscire 
dalla città, della quale discordia si approfittarono i Vero- 
nesi per impossessarsi di Desenzano, Rivoltella e Paten- 
golo (3). 

Oberto Pelavioino da indi a poco cessò di vivere (4) , 
e Buoso da Doara fu costretto a cedere al comune di Cre- 
mona V ultimo suo asilo, cioè il castello della Rocchetta, 
il quale fu da' Cremonesi disfatto : egli si ritirò allora sui 
monti, tentò rifare un esercito, ma rimase quasi solo e dopo 
un anno mori nella povertà e nell abbandono , odiato dai 
guelfi e creduto traditore dai ghibellini (5). 

Quando re Carlo vide cotanto abbassata la parte ghi- 
bellina in Lombardia, sperò farsene signore, e per suoi 
ambasciatori fece congregare in Cremona un gran parla- 
mento j nel quale fu apertamente esposto il suo desiderio , 
cioè di avere il dominio di tutte quelle città, che seguivano 



(1) Chronicon Parmense, 

(2) Chronicon Placentinum. 

(3) MALYBCIU8, Chronicon Brixianum, Mubatobi, Rer. Hai Script., 
t. XIV. 

(4) Chronicon Placeniinum, 

(5) ànnaks Veteres Mutinensef, Mcratort, Rer. Hai. Script-, t. XI. 



i84 STORIA d'itàua 

la parte della Chiesa. Assentivano i Piacentini, i Cremonesi, 
i Parmigiani , i Modenesi y i Reggiani e i Ferraresi ; ma 
furono di contrario parere Milano, Como, Vercelli, Nova- 
ra, Alessandria, Tortona, Pavia, Torino, Bergamo, Bolo* 
gna ed il marchese di Monferrato: diceano bramare di 
avere re Carlo per amico, ma non volerlo signore, nella 
quale sentenza alcuni conveniano per amore della propria 
libertà , altri per non spiacere a signori propij. Per questo 
disparere niente si concluse, e Carlo dovette contentarsi di 
quella podestà che per mezzo de suoi uflBciali e partigiani 
vi esercitava [i). 

Accadde in queir anno (1269), ohe Napoleone ddla 
Torre , andando a Lodi , città della quale era signore , 
ebbe a patire gravi oltraggi- dalla potente famiglia dei 
Vestarini , che lo gittarono giù da cavallo e vitupero- 
samente lo cacciarono. La vendetta non indugiò. Napo- 
leone ritornò a Lodi coli* esercito milanese , prese e menò 
seco a Milano Sozzino de* Vestarini , fece morire due suoi 
figliuoli , edificò due fortezze per tenere in freno i Lodi- 
giani , e molto esaltò la famiglia guelfa de Fissiraga , la 
quale col tempo occupò la signorìa di quel comune (2). 
Vollero anco i Torriani vendicarsi di Brescia , ond' erano 
stati con loro vergogna cacciati, ed entrati in arnii nel 
Bresciano presero le terre di Capriolo e di Palazzuolo. 
S* interposero Filippo arcivescovo di Ravenna e legato del 
papa^ Obizzo marchese d'Este e Ludovico conte di San 
Bonifazio. I Torriani voleano fossero richiamati gli usci- 
ti: i nobili consentivano; ma il popolo si levò a rumore, 
e molti di costoro imprigionò, altri ne cacciò fuori. 
Carlo mandò suoi ambasciatori come pacieri; lo stesso 



(f) Chronioon Placentinum. 

(2) GUALVANUs Flamma, Man. Flor.f e, 305. 



80R0B1E DE PRinCIPATl i85 

fecero i Bolognesi, ed un accordo fa concluso, per lo 
qoale i nobili furono mandati a confini nella città d* Alba , 
della quale era signore il re di Sicilia ; ma lungo il viag- 
gio , Buoso da Doara (cbe in quel tempo ancor vivea) li 
liberò tutti, prendendo prigionieri cento cavalieri che li 
scortavano. L* anno di poi Brescia acclamò per suo signore 
re Carlo , il quale mandò per governare il comune il 
vescovo di Santa Severina , con buon numero di cavalieri 
provenzali (i). 

Frattanto in Verona Mastino della Scala combattea 
contro gli usciti veronesi, eh* erano aiutati dal conte di 
San Bonifazio, e vi esercitava autorità quasi di prìnci- 
pe (2) ; in Mantova i conti di Casalalto e Pinamonte dei 
Bonaccorsi cacciavano la potente famiglia de'Zanicoli ed 
i suoi seguaci; di poi Pinamonte cacciava quei di Casalalto e 
si facea signore del comune, escludendovi quei di San Bo- 
mfazio , che da molto tempo vi aveano esercitata grande 
autorità (3). Insomma le antiche divisioni delle parti guelfe 
e ghibelline si andavano dappertutto cancellando : in loro 
vece sorgeaoo le divisioni di famiglie: i popoli non più 
combatteano per la Chiesa o per T Impero, non più per 
la libertà o per T unità, ma pel tale o tale altro signo- 
re, e correvano alla schiavitù con tanta fretta e ostina- 
zione, che parrebbe impossibile se la storia con indubi- 
tabili prove non lo accertasse. 



(1) Malyeciits, Chron Brixianum; — Ànnalet Genumtes, l Vili' 

(2) Paris db Ciebta, Chranieon YwoMnse^ Muiatobi, B$r. Ital^ 
Script., t Vili 

(3) Platina, Hi$t. Mantuana, Muratori, Rer. Ital Script, y t.XX. 



La Farina, T. VI. 24 



i86 STOEIA D ITALIA 



XXX. 



ORILA €ltOCim DHi H SAN Ullfii 



Dovendo, secondo l'ordine de lempi, parlar qui del- 
l'impresa d'Affrica tentata da re Carlo, i necessario, per 
la intelligenza di questa storia, toccare pria de' fatti dbe 
la precedettero e che in parte la cagionarono. Vedemmo 
come per la saviezza e per la tolleranza religiosa di dae 
grandi principi la pace si ristabilisse in Oriente : i cristiani 
officiavano nella chiesa del Santo Sepolcro, da dove il 
fi^uolo di Dio ascese al cielo; i mussulmani pregavano 
nella moschea del Tempio, da dove il profeta di Dio mosse 
per il sno ultimo viaggio. A questa pace mise Gne l'in- 
vasione de'Carìzimieni, i quali, cacciati da*MongoUi, en- 
trarono nella Siria. In una sola giornata tutti gli ordini 
militari furono pressoché esterminati ^ e la ferocia de vin- 
citori sorpassò quanto di più barbaro s' era fino allora ve- 
duto o udito dalle genti cristiane. Luigi IX re di Frauda 
congiungea aUa virtù, che lo rese un gran prindpe, una 
fede religiosa, che pochi o punti de suoi contemporanrì 
sentivano. Egli guidò la sesta crociata collo zelo arden- 
tissimo de tempi di Pietro ì Eremita : fermamente credea 
al buon laico non convenirsi il ra^nare coli' infedele, e 
a chi dice male della legge di Cristo doversi cacciare nel 
corpo la spada « tanto più dentro che la possa entrare (i) »; 

(1) Egli dìcea a JoinYille: • L'orikme iay qaaod il ot medire de la loy 
cbrestieone, oe doit pas deflèodre la loy chrestieone» ne mais qae de Tespée, 
de qaoi il doit doooer parmi le ventre dedeos comme elle y peat entrer •• 



SORGERE DE* PRINCIPATI i87 

e la baooa fede colla qoale operava ^ se non io assolve, 
lo scusa di aver fatto versare tanto sangue e tant* oro alla 
Francia^ per una eroica follia, della qaale egli stesso fu 
vittima. Luigi andò in Egitto con mille e ottocento navi, 
sulle quali erano novemila e cinquecento cavalli e oenio- 
trentamila fanti (i): egli prese Damiala, e fu questa la 
prima e lultima delle sue vittorie. Dopo lunga dimora > Teser- 
cito crociato mosse contro la capitale dell Egitto : sotto gli 
occhi del prode re, i prodi suoi baroni compirono prodigi 
di valore, ma quasi sempre era questo dalla prudenza 
scompagnato. Il conte di Artois si discostò arditamente 
daO* esercito, e prese di assalto la città di Massora : pie* 
doni messaggieri volano di là al Cairo: i fuggenti si 
riordinano, nuove schiere accorrono, Massura è ripresa, 
il conte muore combattendo e della sua gente si fa orri- 
bile macello. L* esercito rimane quasi chiuso e impedito 
dalla inondazione del Nilo : gli Egiziani occupano le pia- 
nure vicine e impediscono il passaggio delle vittuaglie: 
la fame, le malattie ed i ferri de nemici fanno strage 
de' cristiani ; il fuoco greco gli sgomenta e atterrisce, e 
quando la ritirata fu giudicata necessaria , la era divenuta 
impossibile. Il re fu fatto prigioniero co' suoi fratelli, il 
ooole di Angiò ed il conte di Poitier, e colla più parte 
de suoi baroni e cavalieri. Chi non potea ricomprarsi, o 
dii non era valido alle fatiche della schiavitù era morto : 
una filza di teste cristiane ornò i merli delle mura del 
Cairo. Colla restituzione di Damiata e con ottocentomila 
bizantini d* oro re Luigi ed i suoi compagni ottennero la 
libertà (S). Allora e' si ridusse in Palestina coiresti de' suoi 



(1) CùA Joinfille ed i croDisti arabi, ma fbrse esagerano, il primo per 
amplificare le forze francesi, gli altri per esaltare il coraggio mussnlmano. 

(2) Vedi Joinfille e Matteo Paris fra gli storici cristiaDi; Macrisi e 
Abnlfeda fra'Mnssnlmani. Joinville assicura che i Mamalnccbi YOleano eleg- 



d88 STORIA DITALU 

vassalli e del suo esercito^ e vi stette quattro aDoi^ né 
ritornò in Francia che dopo la morte della regina Bianca 
sua madre. In tredici anni egli riparò tutte quelle rovine , 
che s eran fatte nel tempo della sua assenza ; ma egli era 
sempre tormentato dalla ricordanza della disfatta patita e 
spronato dalla brama ardentissima di ritornare a combat- 
tere gli infedeli. I papi lo incoraggiavano: Clemente IV 
gli accordava una decima sulle rendite del clero per tre 
anni; ed e parti una seconda volta, ma non più per la 
Palestina o per l'Egitto, ma per Tunisi. Suo fratello Carlo 
d*Angiò, che dovea seguirlo, facea cosi servire la sem- 
plicith eroica di san Luigi a* suoi disegni, e sperava im- 
possessarsi di quella parte dell* Affrica, col pretesto che il 
sultano di Tunisi gli dovesse qualdie annualità del tributo, 
che pagava a re di Sicilia. Il re Luigi ^erava poter con- 
vertire alla fede di Cristo il sultano, e farsene un utile 
alleato nella guerra santa. « Io mi metterei nelle vostre 
catene, se il vostro signore si facesse cristiano », dicea 
egli agli ambasciatori del mussulmano, e questo desiderio 
era in lui rinfocolato dalla speranza di poter rìstau- 
rare la chiesa di Cartagine e rialzare la cattedra di santo 
Agostino (i). A queste folli speranze rispose il sultano 
con far mettere ne ferri parecchie migliaia di mercadanti 
e di schiavi cristiani. 1 Francesi presero il castello di Car- 
tagine e vi si afforzarono, attendendo i promessi aiuti di 
Carlo d'Angiò (2); ma attesero invano un mese, e frat- 

gere il re Laigi per loro sultano : Voltaire crede questa una favola; Gibbon 
ha contraria opinione, tenendo conto della condizione de' Mamaluccbi origi- 
nar] della Tartaria, schiavi comprati in tenera età ne'mercati della Siria , 
più belve che uomini, i quali dopo di aver vinto i cristiani ammazzarono il 
loro proprio signore. 

(1) F. Gaufridus db Bbllolco, Vita S, Ludovici ng., Ddcbesne, 
Rer. Frane, t. V. 

(2) Vedi una lettera del re Luigi al re Carlo in Saint-Psirst, Hiit. 
de la Conqu. de Naphi, Aftp, Q, 



S0R6EEE DE* PRINCIPATI iS9 

tanto il caldo eccessivo, la penuria delle ac^ne, le febbri 
maligne ed i flussi di sangue faceano di loro orrìbile strage. 
Mori Giovanni Tristano figliuolo del re, mori Rodolfo 
cardinal legato, morirono gran numero di baroni, e addi 
25 di agosto del i270 morì il re san Luigi. In quel 
medesimo giorno arrivò il re Carlo con ragguardevole 
naviglio. E* discende nella spiaggia, e con grandissima 
meraviglia la vede deserta : monta a cavallo e si spinge 
innanzi : su quella terra biancastra e arsiccia s* incontra in 
qualche crociato pallido, sfinito e. malaticcio. Con tristo 
presentimento chiede notizie del re: gli rispondono che 
e sta per morire. Sprona il cavallo, giunge alla tenda 
reale, entra e trova circondato dai baroni, che amara- 
mente piangeano e facean cordoglio, il cadavere del re steso 
sulla cenere, ov'era morto, come dice Voltaire, « colla 
pietà di un religioso e col coraggio di un grand'uomo ». 
Da quel momento Carlo fu il capo della crociata, e Luigi 
ne fu il santo protettore. Le sue ossa le prese con se il 
figliuolo ; la carne fu cotta nel vino e conservata ; il cuore 
e le viscere, come narra il confessore della regina Mar- 
gherita, furono dal re di Sicilia donati alla badia de be- 
nedettini di Monreale, presso Palermo. Carlo, fatto rico- 
noscere come re di Francia Filippo primogenito di Luigi , 
cinse d* assedio la città di Tunisi. Tre volte il sultano usci 
a combattere in giornata campale, e tre volte fu sconfitto; 
da ultimo chiese pace, e l'ottenne a questi patti: paghe- 
rebbe cencinquanta mila once d'oro per spese di guerra, 
metà subito e metà fra due mesi ; libererebbe gli schiavi 
cristiani; permetterebbe nel suo stato il libero esercizio 
della religione cristiana; accorderebbe a mercadanti cri- 
stiani le medesime franchìgie che a mussulmani ; paghe- 
rebbe ventimila dubli di annuo tributo al re di Sicilia. 
Fatto questo, l'esercito crociato, rimontato sulle galere 



190 STORIA D ITALIA 

si parti da lidi affricaDi e dirizzò le prore alla vidoa Si* 
cilia, non senza grande scontento de* più, i quali dioeano 
re Carlo non avere avuto alcun pensiero di Terra Santa, 
aver tradito la causa della croce, essere un nuovo Achi- 
tofelle, il sangue de crociati e Toro delle chiese avere 
adoprato per suo proprio vantaggio. Non lungi da Trapani, 
la flotta carca di morti e di malati fu assalita da fierìssima 
tempesta, che sommerse diciotto navi e più assai gittò e 
ruppe sul lido: vi morirono quattro mila crociati, si perde 
molta roba ed il denaro pagato dal sultano, che i più 
zelanti diceano « pecunia scellerata ». Erano in quell'ar- 
mata circa diecimila Genovesi. L' avaro Carlo tutto quanto 
sì polfe recuperare dal naufragio prese per sé, allegando 
una legge del re Guglielmo, e T antica iniquissima con- 
suetudine deir albinaggio. Invano i Genovesi, per riavere 
le loro robe, rammentavano esser venuti in servìgio della 
Croce e del re, ed i trattati esistenti che assicuravano 
alle loro cose e alle loro persone sicurezza e protezione 
nel regno, anco in caso di naufragio : re Carlo, avendo 
perduto il danaro de* mussulmani, volle compensarsene su 
cristiani [i). 



(1) Nangids, Getta PhUippi 111; — Goilielmds de Podio, Gesta 
S. Ludovici i — G. Villani, l VII, e. 37 ; — Sabas MALASnif a , l V , 
e. 1 ; — MONACBOS Patayinus , Chronicon ; — Grandes Chroniques de 
Saint-Denit ; ^ Epitt. Petri de Condito ad Martinum Abbatem apud 
D'ACHERY, Spicilegium, L III; — MaIlbizv, in MiCHADD, Bibl. des Croi- 
tadet; — Giannonb, Storia Civile di Napoli, l XX, e 3 ; -^ De Saci , 
Mim. tur le Traiti de Tunit, Mem. de Vlntlit. d* Insertpt. et BéUes Let- 
tres, t. IX. 



SORGERE de' PRinClPATI i9i 



XXXI. 



DILLA lUtUONB M PAPA fiRMMMUd X. 



Papa Clemente IV era morto in Viterbo addì 29 di 
Novembre del iS68 (i), e la sede apostolica era rima- 
sta vacante sino al 4S7i , non essendosi i cardinali po- 
tuti accordare nella elezione del snccessore. Nel principio 
di queir anno Filippo re di Francia e Carlo re di Sicilia 
vennero a Viterbo per procnraiie che avesse termine quella 
discordia ; ed avean con loro cinque casse mortuarie , nelle 
quali erano i resti di san Luigi, ed i cadaveri del suo 
figliuolo morto in Affrica, del re e della regina di Na- 
varrà che seguirono il re di Francia nella crociata e mo- 
rìrona a Trapani , e della moglie del re Filippo , Isabella 
di Aragona , la quale viaggiando in uno stato molto inol- 
trato di gravidanza, era caduta di cavallo presso Catanzaro 
ed era morta a Cosenza. E fu allora che accadde in Vi- 
terbo un fatto memorabile, la fama del quale andò per 
tutta la Crìstianitii. Era quivi , reduce anch' egli dalla cro- 
ciata, Arrigo figliuolo di Riccardo di Cornovaglia im- 
peratore e nipote del re d* Inghilterra ^ e vi s era recato 
anco Guido di Manforte vicario del re Carlo in Toscana. 
Odiava fieramente costui i reali d* Inghilterra , i quali 
avean fatto ammazzare il padre suo Simone ; e per 
prenderne vendetta , un di che il giovine Arrigo assistea 

(1) BBINAIDCS CMìB,, Vita Clemmiit IV. 



i92 STORIA d'italia 

io chiesa a' divioi afficj , gli si avventò addosso e Y uccise, 
e preso il cadavere pe*capelif lo trascinò fnorì e Io gittò 
sulla pubblica piazza. Il re di Francia ed il re di Sicilia non 
punirono Guido con pena corrispondente alla sua reità; 
solo Carlo gli tolse il vicariato di Toscana , ed incamerò 
ì suoi beni feudali (i). Gli Inglesi rizzarono una colonna 
in Londra sulle sponde del Tamigi, ed in cima ad essa, 
in una coppa d*oro, riposero il cuore trafitto del gio- 
vine principe, quasi a ricordo di attesa vendetta (2). 

I due re niente poterono contro lostinazione decardinali, 
e si partirono ; ma il popolo di Viterbo, per consiglio di fra 
Bonaventura Fidenza di Bagnarea , detto di poi il dottore 
serafico (3), prese i cardinali, ch*eran quindici, e li rinchiuse 
in una sala del vescovado, in piccolissime cellette di legno 
fatte costruire apposta (4). « Bisognerebbe almeno scoper- 
chiare la sala perchè possa discendere lo Spirito Santo » , 
disse per celia il cardinale di Porto; ma il pòpolo, che non 
celiava, tolse il tetto e lasciò esposti alle intemperie i car- 
dinali, i quali scrivendo al podestà ed al capitano del comu- 
ne, perchè permettessero V uscita al cardinal vescovo d'O- 
stia gravemente infermatosi , datavano la loro lettera dal 

(1) Ricordano Malaspima, c. 196; — Raynaldos, Annal Eeel^ 
an. 1271. 11 diploma della iocoronazione è del 23 marzo 1271 e si cooserva 
Del Reale Archi?io dì Napoli: vedi Amabi, r /, p.'SO. Alcani storici accu- 
sano re Carlo di compliciU o almeno di connivenza in questo omicidio : 
vedi Benvenuto da Imola, Coment, della Divina Commedia. 

(2) ■ Mostrocci un'ombra dall'un canto sola. 

Dicendo : Colai fesse in grembo a Dio 

Lo cuor, che 'n so 'I Tamigi ancor si cola •. 

Div. Comm.9 Infer., e. XII . 

(3) • lo son la vita di Bonaventura 

Da Bagnoregio, che ne'grandi ufici 
Sempre posposi la sinistra cura ». 

Div. Comm., Paradisot e. XII. 

(4) Bossi, Ittoria della città di Viterbo. Nella sala del vescovado si 
vedono ancora le buche, nelle quali erano confitte le travi delle celle. 



80R6fillC da' PRmClPATI i93 

pakmzo scoperto (4). Vedendo la loro oslinaiiòtte, il capi- 
tano ddiberò vineerli coHa fame, e fu allora che i cardinali, 
non potendosi accordare, dettero piena balla a sei di loro, i 
qoali , addi primo di settembre , «lessero Tebaldo de* Vi- 
sconti >di Piacenza, non cardinale e neanco Vescovo, ma 
seaqdice arcidiaeoqD di Liegi, il quale ' troVavasi co* croc- 
ciati in Soria. Parve a oontemporanei questa ètecfone nii- 
racolosa , imperocché Tebakb non era conosciuto da alcun 
cardinale; ma questo siegqe spesso nelle elezioni, quando 
gli elettori sono troppo avversi per accordarsi , e ciascuna 
parte troppo debole per vincere la contraria : allora Y ac- 
cordo non diviene possibile che su di uno sconosciuto o 
di un uomo che niente vaglia, e di somiglianti esempj 
sono piene le storie de* papi/ Tebaldo assunse il nome di 
Gregorio X, e si parti da Tolemaide per venire in Italia, 
intuonando il salmo: « Resti attaccata la mia lingua al 
mio palato, se io non mi ricordo di te, o. Gerusalemme, 
se non metto Gerusalemme in cima d^ogni mia alle- 
grezza (2) ». 

Nel. capo d'anno' del 4272, il nuovo papa arrivò a 
Brindisi, e di là paesò a Benevento, ove fu con grande' 
onore e riverenza accolto dà re Carlo, il quale Volle acconf^ 
pagnarlo per tutto il resto del sio viaggio/Non ostante che 
pregato daHomani ad entrare nella loro città, egli andò diret- 
tamente a Viterbo, e solo vèrso la fine di marzo venne 
a Roncia per consacrarsi e ricevere il giuramento di omag- 
gio e fedeltà dal re Carlo; e fatto questo si jparA e se 



(1) • In ptlatio discoperto Episcopatus Viterbieosis ». La lettera, che 
si trova oeirarchivio della città di Viterbo è pubblicata dal Saint-Pribst, 
Bi$t- de la Conqu. de Naplei, l. XI. 

(2)'Ptolobiaeu6 Locsmsis , Annal. Brev. , Muratori , Rer. Ital 
Script,, t. XI; — RTCOBALDU8, Pomariumf Ibid., f. IX; — Sabas Mala- 
spina, /. K, e. 8. 

La Farina, T. VI. 25 



i94 8T0IUA D ITALU 

ne andò ad Orvieto , non di altro premuroflo die 4aUa 
Terra Santa, la qoale era in cima de'sooi pensieri. In- 
timò egli a questo oggetto un concilio generale da te- 
nersi nella città di Lione ^ e chiese da Pisa^ da Genora, 
Venezia e da Marsiglia gli aiuti navali necessarj ad una 
nuova crociata {i). E perchè l'Àlemagna potesse concor- 
rere a questa impresa , egli promosse V elezione di un 
nuovo re de Romani , e fu questi Riddfo dEbbdiourg, 
il quale, ninno contrastante, prese la corona in Aqui- 
sgrana (2). 



XXXH. 



PAPA 6M60RI0 X VA Al GMGILIO DI UONR. 



Correndo Tanno i273 papa Gregorio si mosse da 
Orvieto, accompagnato dal re Carlo d'Angiò, dall' im^ 
paratore di Costantinopoli e dal re Eduardo d* Inghilterra , 
che allora ritornava dalla Palestina , e venne in Toscana , 
ove dopo la morte di Corredino erano non pochi mota- 
menti seguiti. Nel giugno del sessantanove i Senesi an- 
darono ad oste al castello di Colle in Valdelsa, colle 
masnade tedesche e spagnuole, con aiuti pisani e con 
fuorusciti fiorentini, capitanati dal conte Guido Novello 
e dal senese Provenzano Salvani, uomo eh* ebbe gran 



(Ij RATiiuiNis, Annoi» Bcclf an. 1272. 

(2) PTOLOHABI78 LUCIlf8I8« iimol. Brw^ -* COKB» jraifOfl «TitteH- 
•h», (. I; — RATNALDU8, Oli. 1273. 



SORaiHE MPABfOIFATI 495 

ripulasiooe in tutta Toscana , che capitanò i Sandsi nella 
giornata di Mootaperto , e che aspirava ali* aisolota signo- 
ria di quel comune {i). Mkme contro di loro Giamber- 
tddo 9 vicario del re Carlo co' suoi Proventali , co* Fio- 
rentini e cogli ainti delle città gnelfe > e li ruppe e scon** 
fisse con grave loro danno, e a Provenzano, rimasto prì- 
gioDiero ^ fece mozxare il capo , e confittolo a un* asta 
lo fece portare in giro per tutto il campo. Poco di poi 
i Lucchesi, aiutati da Fiorentini , tolsero a' Pisani il ca- 
stello di Asciano j e giunti sino alle pòrte ddla loro 
eittà , per far loro dispetto e vergogna , vi batteron mo- 
aeta (9). Da necessità costrette, Pisa rappacificossi con 
Lucca (3), e Siena con Firenze; ed allora i Senesi ri-^ 
conobbero 1* autorità di Guido di Monforte vicario dd 
re Carlo , e giurarono fedeltà a patto che ofe il re né il 
suo vicario entrerebbero nella loro città, ionancichà il reg- 
gimento del comune non si fosse riformato col buono 
accordo delle due parti : promisero anco di risevere quel 
podestà e quel capitano sceglierebbe il vicario in quattro 
persone da loro proposte (4). I guelfi richiamati in Siena, 
non stettero a patti, ma cacciarono ì ghibellini, e per 



(1) • Colai, elle dal cammiD sì poco piglia 
Dinanzi a te, Toscana sodò tatta, 
Bd ora a pena in Siena seo pispiglia, 
Ond'era Sire, quando fu distratta 
La rabbia fiorentina, che superba 
Rn a quel tempo, A com'ora è putta. 



Quegli è rispose, Provenzan SaWani, 
Ed è qui, perchè fu presuntuoso 
A recar Slena tutta alle sue mani ». 

Dante, Inf. e. Xl. 

(1) aiCOteANO MAtASflMA, e. 194. 

(3) protoMAtos LocBiisis, Annal Brev. 

(4) 4 Agosto 1270: ArehMo delle Bifarm. di firenze, n. 8S6. 



4 96 SXORiA D* ITALIA 

ordine dì Carlo le loro case .disCecero (i), e darameote 
li aggravarono (2].. Moptalcino. si soUpimae alla Chiesa 
ed al re di Sicilia (3); il bello e forte castella di Poj^ 
gìbopzi fu da Fiorentini disfatto , ed i sdoi abitatori oo- 
strelti a discen^ier in un borgo al piano (4). Abbassata 
così la parte ghibellina^ re Carlo trasse dalla Toscana 
il maggior danaro eh* e* potè (5); ma i Pisani, ripreso 
animp dopo qua$i due anni di pace, niegaronsi ricono- 
scerlo qual vicario del papa , ed .ocóuparoBO alcuni luo- 
ghi in Sardegna, per la qual cosa papa Gregotio minac- 
ciò loro le censure ecclesiastiche e la soppressione deir ar- 
civescovado , mentre Siena , ridivenuta guelfa , scio^ea 
dal r interdetto , ma in ammenda; del suo. aortico fatto con- 
dannava in once d* oro seimila a beneficio del re di Si- 
cilia (6). . > 1 
Tale era lo stato delta Toscana ^ allorquabdo: papa 
Gregorio giunse.in Firenze luldi 48 di giugno, A lai;si 
rivolsero gli usciti gbibelUni^ ed espostigli i malie le( tri- 
bolazioni gravissime cfaei pativano, lo pregarpn di- pace; 
ed egli, dalle loro parole <;ommosso e . impietosito , pro^ 
pose fra le due parli, un accordo (7) : a tal fine: vepneco 



(1) U diploma è in Buchon, Nouvelles recher. histor. sur la prhi" 
eipauté Frangais de Motée, t. I, p. 27. 

(2) IQ UD diploma dell'arch. di Firenze (d. 895) re Carlo dice a'Sa- 
nesi : « Ribelles quanto durìus poteretis aggravetis •. 

(3) 10 nov. 1269: Arehiv. di Firenze, n. 881. 

(4) Annal Senens., Mdbatori, Ber. Ital Script, t XV, 

C5) Diplomi del 9 maggio, 30 giagno e 10 novembre 1272, 28 marzo 
e 20 giogDO 1274 e molti altri : Archivio di Firenze , n. 897 , 899 , 924 , 
927 

(6) Ptolomaeus LrcENSis, Annal Brev., — Diplomi del 14 loglio, 
del 25 e del 27 aprile del 1274 : Archivio di Firenze, n. 892, 898, 903. 

(7) Santo Antonino nella sua storia riporta ao lango discorso , che 
dice pronunziato dal papa in quella occasiooe contro la matta e feroce di- 
scordia de'guelfi e de'ghibellìni; ma forse più che documeoto isterico qa< 
discorso sarà opera dello storico: Hist- Par. Il, t«(. 20, e 2. 



SORGERE DE PRINCIPATI d 9 7 

io FireDie siodachi di parte gbibellÌDa 3 e co' loro avver- 
sai] si dettero il bacio di pace, ma essendo corsa voce 
vera o faka che fosse, re Carlo avere ordinato al sao^ 
maresciallo di prenderli tutti e farli morire , e frettolo- 
samente sì partirono e niente si concluse. Il papa adi- 
ralo si parti aoch* egli da Firenze , lasdando la città sot- 
toposta air interdetto , e se ne andò in Mugello pressò 
il cardinale Ottaviano degli Ubaldini, ove dimorò fino al 
settembre, e Carlo se ne tornò in Pnglia (4). Di poi 
Gregorio ai^ a Reggio, e di là passò a Milano (2). 
La fortiioa che fino allora era ^ stata propizia a Tor- 
riani cominciava a rivolgersi contro di loro. I Comaschi 
levatisi a rumore presero Accursio Cotica vicario di Na- 
poleone della Torre, né vollero liberarlo, se pria non 
fu rimesso in Liberta Simone di Locamo, loro concitta- 
dino, il quale da nove anni era ritenuto prigioniero in 
Milano in una gabbia di ferro. Nel medesimo tempo le 
nobili e potenti. famiglie oiilanesi de' Castiglioni e de' Bi^ 
rago si collegarono co* nobili usciti contro Napoleone, il 
quale entrò in armi, nel Seprìo e disfece il castello di Ca«- 
stigKone, ina non potè costridgere a ritornare all'antica 
amistà quelli che non poco aveano contribuito all' esalta- 
mento di casa sua (3). E* dovette anco oonsbattere coltro 
Guglielmo marchese di Monferrato, al quale Alfonso re 
di Castiglia avea dato in moglie la figliuola sua Beatrice 
ed il titolo di suo vicario in Italia, rammentandosi d'es- 
sere re de* Romani , o almeno di averne comprato il nome. 
Ottocento cavalieri castigliani eran quindi venuti in Mon- 
ferrato , e col loro aiuto il marchese Guglielmo non poca 



(1) BlCORIUIfO Malaspina, e. 198. 

(2) 4fe«ior. Pofeit. A0j|iefi., MORATOii, Ber. UaL Sen'pl., r. Vili. 

(3) Annalu Mediiolan. y Muratori, Rtr. Ital. Scripi., t. XV!; — 
GiLTAIi(US FLAMMA, iff<in. FloT, c 307. 



i98 STORIA D*1TALU 

moleslia dava a' Torrianì (i), mentre gli oioiii milanesi , 
unitisi co' Comaschi, ed eletto per loro capitano Simone di 
Locamo, uomo di grande riputazione nelle armi e de* Tor« 
riani inimicissimo , dall* altra parte li nunacoiavano (9). E 
fu per loro fortuna che i Bresciani, occupati a eondMt* 
tere i loro usciti , per intromissione dell* arcivescovo d* Aix 
legato del papa , contentaronsi di rappacificarsi con loro 
pagando lire imperiali sei mila e trecento (3). Papa Grego- 
rio grato de grandi onori e festeggiamenti, co* quali Io 
accolsero in Milano i Torriani , promosse al riodiissimo 
patriarcato di Aquileia Raimondo della Torre vescovo di 
Como (4) : molto dovette questo spiacere air arcivescovo 
Ottone , il quale avea accompagnato il papa per una parte 
del viaggio, sperando di essere coli* autorità di lui messo 
in possesso dell* arcivescovado , ma egli era rimasto de» 
luso, imperocché il papa, o che volesse favorire i Tor- 
riani , o che veramente temesse per la vita dell* arcivesco- 
vo , minacciata come diceasi , da' Milanesi , gli avea ordi- 
nato di soffermarsi a Piacenza , ne 1* avea voluto menar 
seco a Milano : per la qual cosa molto in prosa ed in versi 
biasimarono il papa i partigiani di Ottone Visconti (5). Do- 
po non lunga dimora in quella citta , papa Gregorio passò 
le Alpi e discese a Lione , ma pria di discorrere del con- 
cilio che ivi si tenne , dirò de* mutamenti subiti e delle 
guerre sostenute dalle due piò cospicue città della Roma- 
gna e della Liguria , Bologna e Genova. 

(1) Benvenuto da S. Giorgio , Cronaca del Monferrato , Mura- 
tori, Ber» Hai Script.^ U XXllì; — Galtancs Flahma, e. 906. 

(2) AnnaUi MtdManeme», 

(3) MALVECI08, Cron. Brixianum; — Muratori, Ber, Hai Script., 

t. xir. 

(4) GiDLiNi, Memorie Storiche di Mitano, t. Vili 

(5) Stephanardos, Poema, MIdratoii, Aer. Ital Script., l IX; — 
Galtanus Flamma, Man, Flor,^ e, S09. Il Cork) dice che il papa si partì 
da Milano adirato contro i Torriani, ma dagli atti non pare. 



SORGBRB DE PRIRUPATI i99 



XXXIIL 



M BOLOflNA. 

Aveano i Ferraresi, i Padovani ed i TreTÌsani niegato 
a Veneiia soccorsi di frumenti in nn tempo in cui el- 
l'era dalla carestia travagliata. I Veneziani, per vendicarsi, 
imposero nuovi daq sulle loro merci, e fecero guardare 
i porti deir Adriatico , aifindiè non s'immettessero vetto- 
vaglie se non per la loro dttà. Spiacque ciò a Bolognesi 
per il danno cfaé ne risentivano, e vedendo che i Vene- 
nani non curavano i loro reclami, nel 427i radunarono 
on esercito di quarantamila combattenti e andarono al Po 
di Primano , ove edificarono una ben munita fortezza, non 
ostante che i Veneziani colle loro navi e con mangani 
avessero tentato d* impedirli (4). L'anno seguente Vene- 
ziani e Bolognesi ritornarono in armi nel medesimo luogo 
e vennero a giornata con grave perdita delFuna parte e 
dell' altra, se non che la fortezza rimase, e le tende e le 
falmerie de* Venezittii caddero in mano de Bolognesi (2). 
I quali, nel medesimo anno, rotta la pace che avean giu- 
rato con Modena , presero per sorpresa il castello di San 
Cesareo, e di poi quelli di Savignano, di Montecorone e 
di Honteombraro che atterrarono. I Modenesi, pieni d'ira 
uscirono a furia dalla loro città, ripresero San Cesareo, 
ammazzarono o imprigionarono i Bolognesi che lo custo- 
divano, ed avuti aiuti di Parma, respinsero i nemici, che 

(1) DAifDiiLcs, Ckronieon, Mcbatoki, Jlar. /fd. Script t. Xil. 

(2) DANDULUS , I. <y. — ÀWHiki BmumkiM y MoiAToai , a«r. ifal. 
Script., t. XVHL 



20Q STORIA D* ITALIA 

eransi inoltrati sino a poeti di Santo Ambrogio e di Na- 
vicello (1). Cagione o pretesto di queste continue guerre 
con Modena era un falso pnvilégio di Teodosio augusto, 
secondo il quale il territorio bolognese dovea estendersi 
sino al fiume Scultenna o Panaro. Bologna pretendea ri- 
prendere ciò che dicea suo, ed a ^oi podestà facea pre- 
stare giuramento di recuperare il territorio conceduto dal- 
r augusto Teodosio . (2). 

A queste guerre esteme de' Bolognesi si aggiunsero 
interni mutamenti, i nobili montati in sup^^bia teneano 
oppressi i popolani, e molto inghiriavanli . nelle loro per- 
sone e nelle loro donne: stancatosi il popolo di soppor-* 
tare, si levò a ruipore, mandò a confini ottanta de* pri- 
mari fra la nobiltà, e formò UQa lega o una compagnia, 
che intitolò delia Giustizia, dichiarando tutti fodli che 
partecipavano a quella riforma imoHini da sindacato, ed 
inviolabili nelle loi^o persone, ed in quelle de' loro figli 
e nipoti (3). Duravano ciò non pertanto le i parti de^Ge- 
reipei guelfi e de .Lambertazzi ghibellini ; ma questi più 
degli altri poteano, è per loro consiglio un «forte esemito 
fu congregato contro Modena. I Modenesi richiesero al^ 
lora d'aiuti i loro alleati: Cremona mandò cento uomini 
d^arme con tre eavalli per ciascheduno; Parma un esercito 
numeroso ; Reggio ch'era in lega con Bologna, non mandò 
le milizie del comune, ma permise che . andassero schiera 
di volontari; il marchese d' Este apcorse co' Ferraresi. I 
Lambertazzi , vedendo forti e ben muniti i nemici , ed i 



(1) Annalei Veteres JUtitmetuei, Muratori, Rer. Hai Scrifit, , t.ii> 
— Fu ìD qaei tempi , che Bartolomeo Pico veodè i beni che avea oel mo- 
deotse e ne comprò altri su qael di Bologna, entrando cos^ in possesso della 
sovranità di Mirandola, onde prese nome la casa de'Picbi della Mirandola. 
Raumrr, Hohen$taufen, IV. 
« (2) muratori, Aniiq. Hai. Mtìdii /£vt, dii- XXIV. 

(3) Annales Bononiemes; — Savioli, (. Ul, par. I. 



SORGERE de' PRINCIPATI 201 

Geremei deliberali a dod preoder parte in quella guerra , 
giusUmeote temerooo, che se uscissero da Bologoa per 
combattere, i loro avversar] interni avrebbero certamente 
occupato il reggimeoto del comune e loro esclusi : per la 
qual cosa non solo guerra non fecero , ma anco alle loro 
pretese contro Modena renunziarono (4). 

Cooie la guerra alla guelfa Modena volean farla i 
ghibellini Lamberlazzi , cosi neir anno seguente la guerra 
alla ghibellina Forlì la fecero i guelG Geremei, della 
qaale la cagione fu questa. La città di Forlì, per aver 
dato aiuti a Guido di Modìgliana contro Faenza, s*era 
tirato addosso, non solo le armi dei Faentini, ma anco 
quelle de Riminesi e de Gesenati. I Bolognesi , che avean 
diritto di tenere in Forlì un loro podestà, s interposero, 
e quella guerra per allora non ebbe seguito; ma essendosi 
accese delle inteme discordie fra gli Ordelaffi ed i Golboli 
a cagione delle capitarne del contado , Bologna cercò pro- 
Gttame , e ordinò quegli uffici sarebbero occupati da nobili 
bolognesi. Allora quei di Forlì le si ribellarono , e cacciati 
i Ck)lboii ed il podestà bolognese, si collegarono con Guido 
di Montefeltro. I Geremei voUero vendicare T offesa , ed 
invano s interpose Eduardo re d* Inghilterra, che ritornando 
dalla Palestina , passava in quel dì dalle Bomagne per an- 
dare in corte del papa: la guerra continuò^ non ostante 
r opposizione de Lambertazzi (2). Nel maggio del settan- 
taqnattro le due parti vennero alle armi , e molti uomini 
furono morti e assai case arse. In aiuto de'Geremei accor- 
sero le milìzie di Parma , di Crema-, di Reggio e di Mo- 



(1) Annales Bononimset; — Ghibardacci, htoria di Bologna; — 
Memor. Poiett. Regien., Moratori, Ber, Ital Script, t. Vili; ~ Rico- 
BALDOS, Pomarium, ibid, t. iX; — Fhanciscus, Pipiiius, Chronioon. 

(2) Chronkon Parrnmió, MUftAToai, Ber. Hai. Script,, t. Vlii; — 
Ànn9l$s Bononiensu; — Sa violi, t. lìl^ par. 1. 

LA Farina, T. VI. 26 



202 STORIA D ITALIA 

Jena , sgomentati i Lambertazzi , acordaronsi co loro av- 
versar] , pria che quelle giungessero ; ma la pace fu di po- 
ca durata ^ e ben presto ritornarono alle vicendevoli offese. 
Si mossero altravolta i Modenesi, i Parmigiani ed i Reggiani, 
non che i Ferraresi ed i Fiorentini. Risaputo ciò i Lam- 
bertazzi si partirono da Bologna , e furono condannati ne- 
gli averi e nelle persone e le loro case furono disfatte. Di- 
cono le storie di Bologna che gli usciti furono più di quin- 
dici mila : i pib se ne andarono a Forlì , e quella citta 
difesero dagli assalti de guelfi bolognesi; gli altri chi qua e 
chi là per le varie terre d* Italia (i). 



XXXIV. 



DI GENOVA. 

Dopo la morte di Federigo II, i Fiescbi di Genova, 
i quali aveano un papa del loro casato e possedeano le 
più fertili terre in quel comune poste fra Chiavari e Sar- 
zana , fecero richiamare i Mascherati loro antichi alleati. 
Savona , scoraggiata per la morte dell' imperatore , si sot- 
tomise a Genovesi : lo stesso fece il marchese del Garetto. 
La guerra continuò solamente co' Pisani sino al 4264, 
anno in cui una pace fu conclusa , fra Genova , Pisa , 
Lucca e Firenze (2). Posavasi da due anni la repubblica , 
allorché i nobili si levaron contro il podestà Filippo della 
Torre , e fecero decretare la creazione di un capitano del 

(1) Annales Bononienses^ — JHemor, Potesl. Regien.; — Chronieon 
Parmense; — [Ghirabdacci, Istoria di Bologna. 

(2) Annal Genuenses, l Vi ^ UbertusFolietae, Geittieni. JEft#r. 



SORGERE de' PRINCIPATI 203 

popolo ^ ufficio che dovea essere occupato da un nobile 
genovese^ ed al quale si aggiunsero quattro anziani di 
ogni compagnia, un cavaliere, un giureconsulto, dodi«;ì 
guardatori e cinquanta serventi. Guglielmo da Boccanera 
fa eletto capitano per dieci anni avvenire, Raniero dei 
Rossi di Lucca , podestà. Fu questa una vera rivoluzione 
molto somigliante a quella di Milano, se non che in Milano 
era prevalsa la parie dei popolani, qui prevalea quella della 
nobiltà. Contro questo nuovo potere congiurarono i Fieschi 
ed i loro partigiani ; ma e' furono sc^operti, vinti e costretti 
a salvarsi colla fuga ; ed il capitano fece disfare parecchie 
delle loro case , e prese per se quella di Obizzo del Fiesco, 
eh' era nella piazza di San Lorenzo , e che fece fortificare 
e munire co* danari del comune (i). 

Dopo qualche anno una guerra si accese in Oriente fra i 
Genovesi ed i Veneziani. Invano s interpose mediatore papa 
Alessandro IV; i Veneziani fecero lega co' Pisani, co' Pro- 
venzali e co* Marsigliesi e ritornarono in quei mari , ove 
addi 34 di giugno del Ì25S dopo duro e sanguinoso 
combattimento, presero venticinque galere genovesi, e 
saccheggiarono i magazzini che aveano in Tolemaide i 
mercadanti di Genova. Nuovamente e con maggiori istanze 
s interpose allora il papa, intimò una tregua, ottenne 
da' Veneziani la libertà de' prigionieri , e stabili una con- 
cordia :, i cui patti parvero di troppo aggravio per loro 
a Genovesi (2). 

Nell'anno 1264 Costantinopoli fu tolta a' Latini dal 
greco Michele Paleologo , e Y imperatore Baldovino fuggi 
a Negroponte sulle navi de Veneziani. I Genovesi , per 
vendicarsi de' loro rivali , aiutarono con galere e con 



(1) Annoi. Genumses^ L VI. 

(2) Ibidem. 



204 STORIA d' ITALIA 

persone il Paleologo, il qaale concedette loro io com* 
penso la città di Smirne , e molti privilegi ed esenzioni 
nell'impero greco. Per la qoal cosa papa Urbano IV li 
scomanicò ; ma e la scomunica non curarono , e conti- 
nuarono a combattere i Veneziani e a soccorrere i Gre- 
ci (i). Fra i yaij combattimenti che allora seguirono è 
notevole quello del 4263, nel quale i Genovesi tentando 
d* impedire a* Veneziani di portar soccorsi a Negroponte, 
furono rotti e perderono quattro galere, ritornando le altre 
a Genova , ove dal popolo furono ricevute con molte in- 
giurie e villanie (2). Grandi mutamenti erano allora av- 
venuti: la rivohizione, vinta nel cinquantanove, avea 
trionfato nel sessantadue : Boccanera fu assalito , combat- 
tuto, perdette TulBcio, e poco mancò non perdesse la 
vita. Martino da Fano fu eletto podestà secondo T antico 
statuto; ma lo scandalo di una signoria era stato data, 
e tutti gli uomini potenti bramavano ristabilirla in loro 
vantaggio. Simone Grillo lo tentò nel sessantaqoattro ; 
ma gli furono d* impedimento i Fieshi ed i Grimaldi , ed 
allora si fece una riforma, per la quale i membri del 
gran consiglio furono regolarmente eletti daHe compagnie, 
e non più secondo il volere delle potenti famiglie (3). 

Nel 1266 ventisette galere genovesi, delle quali era 
ammiraglio Lanfranco Borborino , approdarono a Trapani 
in Sicilia , ove riseppero cbe un* armata veneziana era an- 
corata nel porto di Messina. I più prodi voleano si andasse 
a combatterla, ma i codardi, cb* erano in maggior numero, 
cotanto invilirono, che abbandonale le galere a terra si 
rifuggiarono. Sopraggìuafi i Veneziani ed accortisi del 



(1) brinai. Genuenses, l. VI. — MONACHUS PATAVINOS, Chranieonf 
Raynaldds, affinai. Ecel. an. 1261- 

(2) Dakdolos, Chronicon; — Annales GmmnHs, i VI. 

(3) Annal Genuenses, l Vi. 



SORGERE DE* PRINCIPATI 205 

terrore de* nemici , iovestirono le loro galere y e (re oe 
arsero e ventiqaallro ne presero cogli uomini ch'erano 
rimasti a difenderle. Arrivala a Genova la dolorosa nuova 
di si grave perdita, i Genovesi armarono in fretta altre 
venticinque galere , che furono comandate da Obertìno 
d* Oria , il quale entrò nell' Adriatico , e non trovando i 
nemici , prese ed arse la Canea e se ne tornò a Genova. 
Gli Annali Genovesi e le Cronache Veneziane di quel 
tempo registrano i danni gravissimi che Y un popolo fece 
ali* altro, e che qui sarebhe inutile il narrare (i). 

Nell'anno seguente, pontificando Clemente IV, la città 
di Genova fu sciolta dall* interdetto; ed ivi andarono am- 
basciatori del re di Francia e del re di Sicilia ed un legato 
del papa come mediatori di pace, ma nulla poterono con- 
dodere. Venticinque galere genovesi , predate in alto mare 
due galere veneziane , arrivarono ad Acon , occuparono la 
torre detta delle Mosche, e assediarono quel porto. Lu- 
Ghetto Grimaldi, che le comandava, con poca prudenza, 
andò allora a Tiro con dieci galere, per trattare una lega 
con Filippo di Honforte signore di quella citta ; ma non 
appena egli sì parti, che sopraggiunte ventisei galere ve* 
neziane ne preser cinque delle rimaste, e le altre costrin- 
sero a fuggire (2). 

Nell'anno 4270, per cagione della podesteria di Ven- 
limiglia, scoppiò un gran tumulto nella città di Genova. 
I Dona e gli Spinola presero le armi contro i Grimaldi 
ed i Fieschi ed occuparono il palazzo del podestà, il quale 
si rifugiò in casa Fieschi; ma non gli valse, imperocché 
quivi e* fu preso, e di poi messo fuori della città. Allora 
furono proclamati capitani della Repubblica con mero e 



(1) AnnaL ^efiuanies, l. Vti. — Dandulds, Chronieon. 
2) Annalei Gentietisef, l Vili 



206 STORIA d' ITALIA 

misto imperio Oberto Spinola e Oberlo Doria , i quali erano 
di parte ghibellina [i). Nel reggimento di costoro, il re 
Carlo predò le robe de Genovesi , che fecero naufragio a 
Trapani, ritornando da Tunisi, come altrove è detto. I due 
capitani ordinarono allora a Siciliani, Pugliesi e Proven- 
zali dimoranti in Genova di partire nel termine di qua- 
ranta giorni. Carlo, il quale bramava un pretesto di guerra 
per soggiogar Genova, come avea soggiogato Alba, Ales- 
sandria, Ivrea, Torino, Piacenza e Savigliano, non lasciò 
sfuggirsi questa opportunità, tanto più che i Grimaldi. ed 
i Fieschi, venuti alla sua corte, gli offrivano la signoria 
del comune, a patto li aiutasse contro i loro avversai]. 
Il vicario provenzale della Toscana, co' Lucchesi, Fioren- 
tini, Pistoiesi ed altri guel6 toscani, assali il territorio 
genovese dalla parte di levante (2); i Provenzali da po- 
nente; gli Alessandrini ed altri popoli e feudatarj guelfi 
del Piemonte da settentrione. Piacenza si niegò di prender 
parte in quella guerra. Pavia, perchè ghibellina, mandò 
suoi aiuti a Genova ; la quale con grandissimo valore si 
difese dai ribelli e dai nemici, e seppe conservare la sua 
libertà (3). Fu anco fortuna pe Genovesi, che nel me- 
desimo tempo re Carlo tentasse sottoporre alla sua auto* 
rità il ricco comune dAsti. Aveano gli Astigiani nel d270, 
con tremila fiorini d'oro, comprata da lui tre anni di trc- 



(1) Annales Genuemes , l. IX; — Chronicon Placentinum , Mu- 
ratori, Rer. Hai. Script. ^ t. XVI. 

(2) Una leltera di re Carlo Del 1 marzo 1273 ordina a'SaDCsi di ac- 
correre coDtru i GecoYcsi. Archivio di Firenze, filza 2. li coosigliO segreto 
si adunò e fu deliberato di mandarsi cinquanta militi stipcndiarj, o di dare 
il danaro corrispondente alle loro paghe se cos^ facessero gli altri comuni 
toscani. Ibid. Consiglio dilla Campana, voi XVI; 18 aprile 1273. lire vo- 
lea cento militi e ottocento fanti , ma si stette al risoluto, ibid. 17 lu- 
glio 1273» voi ATI/. 

(3) Annales Genuenses , (. /X ; — Chronicon Astense , Mdratori , 
Rer. Hai. Script , t. XI 



SORGERE de' PRINCIPATI 207 

gua. Spirata questa Del seltaotatrè , e' oe cornpraroDo una 
proroga di altri tre anni pel prezzo di fiorini undicimila ; ma 
accadde in quei giorni, che Jacopo e Manfredi marchesi del 
Bosco a Gassano predarono de panni e delle tele, che mer- 
cadaoti d*Asti portavano a Geoova. Gli Astigiaoi andarono 
ad oste a Cassano con mediocre esercito ; ma mentre eran 
quivi, e furono assaliti e rotti da un esercito provenzale 
di guelfi lombardi comandato dagli ufficiali del re Carlo; 
e forse anco la loro città avrebbe corso perìcolo, se i Pa- 
vesi non si fossero affrettati a soccorrerla. Si dolsero gli 
Astigiani col siniscalco del re Carlo della tregua violata , 
e richiesero la liberazione de loro prigionieri. Rispose il 
siniscalco : ubbidissero al re. Compresero allora gli Asti- 
giani quanto sia malsicura e perigliosa la pace coir oro 
comprata e non col ferro ottenuta : assoldarono mille e 
cinquecento uomini d' arme di diversi paesi , chiamarono 
io loro aiuto il marchese di Monferrato, che menò seco 
dagento cavalieri castigliani^ si strìnsero in lega co* Ge- 
novesi e co'Pavesi,e non solo poterono difendersi, ma anco 
nuocere al loro comune nemico , senza curarsi delle sco- 
muniche, che contro di loro lanciò il papa, « quasiché, 
come ben dice il Muratori, fosse un delitto il difendersi 
dalla prepotenza del re Carlo, né fosse pia lecito a' prin- 
cipi e alle città libere d'Italia dì far delle leghe (d) ». 
Né miglior fortuna trovò Carlo sul mare : presero bensì 
le sue galere il castello di Ajaccio in Corsica, il quale al 
comune di Genova apparteneva ; ma i Genovesi se ne ven- 
dicarono, ardendo tutte le navi che trovarono nel porto 
di Trapani , saccheggiando \ isola dì Gozzo eh* era del re 



(1) Ventcba. Chronicon Astensei — OGERio Alfieri, Chronicon 
Àstense, Moratobi, Rer. Hai Script., t. XI; - Raynaldos, Ann. Eccl , 
an. 1273; — MOBATORI, Annali, an. 1273. 



208 STORIA D* ITALIA 

dì Sicilia, giUaodo in mare con grida di scherno la ban- 
diera reale peiristesso porto di Napoli, prendendo alcune 
galere del re e ritogliendo a lai la città di Venlimiglìa, 
senza che la numerosa armata reale, venuta sino all' im- 
boccatura del porto di Genova, potesse ottenere alcun van- 
taggio (i). 



XXXV. 

DKL CONCILIO DI LIONB DBL ^274. 

Aprivasi frattanto il nuovo concilio di Lione, con- 
vocalo e preseduto da papa Gregorio X, ed in esso se- 
devano cinquecento vescovi, settanta abati e mille fra 
priori, maestri in divinità ed altri ragguardevoli ecclesia- 
stici. Fu celebre quel concilio per la riunione, come al- 
lora si disse, della chiesa greca colla latina. Giovanni di 
Brenne finché visse mantenne saldo col suo valore il trono 
di Costantinopoli, meritando d'essere paragonato da un 
vescovo poeta ad Ettore, ad Orlando e a Giuda Macabeo (2). 
Baldovino suo successore andò girando per tutte le corti 
cristiane per accattare uomini e danari, ed ora Io tro- 
viamo seduto alla destra del papa nel concilio generale 

(1) AnnaUs G9nuenses, l. i\. 

(2) Filippo Mouskes vescovo di Tournai, ìd un suo poema fiaroaiin^o 

cantava : 

• N'onc EctoT, Rolì, ne Ogiers, 

Ne luda$ Maehabeut li fiett 

Tant ne fit d'armes en estors 

Com fisi li rois lehans cél. Jort ». 

DucANGK, Uisloire de Villehardoum. 



SOEGERE DE PEOVaPÀTI 209 

che scomoDicò Federigo II, ora rìteouta quasi prigioniero 
a Douvre , o v* era passato senza permesso del re d* Inghil- 
terra: per ventiquattro anni e' strascicò la porpora impe- 
rìale in ogni capitale della cristianità. Ck)l prezzo ricavato 
dalla vendita del marchesato di Namur e della signoria 
di Courtenai, soli resti della sua eredità^ assoldò un pic- 
colo esercito che menò seco in oriente; ma il danaro ben 
presto terminò, i soldati se ne tornarono alle loro case, 
ed egli fu necessitato, con molta sua vergogna, a far lega 
co* Turchi e co*Comani, dando sua nipote in moglie al 
soldano di GognL Questo successore di Costantino e di 
Giustiniano dovette prendere le travi de suoi palazzi per 
accendere il fuoco e scaldarsi, vendere le lastre di piombo 
che coprivano i tetti delle chiese, e dare in pegoo Fi- 
lippo suo figliuolo per avere in prestito un po' di danaro 
dagli usurai veneziani (i). Più tardi, da maggiore bisogno 
costretto, vendette la pretesa corona di spine di Gesù Cri- 
sto, eh* era stata data in pegno al veneziano Niccola Qui* 
rini per tredicincùla e quattrocento perperi. Il re san Luigi 
non la comprò ( il che sarebbe stata simonia ) ; ma pagò 
il creditore , la ricevette in dono , e donò diecimila mar* 
chi air imperatore : cosi con uno scambio di parole si evi- 
tava con molta facilità il peccato. La corte di Francia andò 
sino a Troyes per ricevere la preziosa reliquia: il re la 
portò in trionfo per le vie di Parigi, a piedi scalzi ed 
in camicia, e spese ventimila marchi per fondare la Santa 
Cappella, alla quale T imperatore Baldovino, per altri da- 
nari ricevuti in dono, donò un pezzo di legno della santa 
croce, le fasce di Gesù bambino^ la lancia, la spugna, la 
catena della passione, una parte de tanti crani tenuti in 



(1) M. PARIS, Hi$t. Anglic.! — Ioinvillb, idit. du Louvre; — Sa- 
ixuTo, Secreta Fidel. CmeiSf — Ddgangb, Bist. Comtantin., I. IV- 

La Farina, T. VI. 27 



210 STORIA D'ITALIA 

veoerazioDe di san Giovanoi Battista ed anche la verga 
di Moisè. I miracoli, che si dissero operati, sino al se- 
colo XVII, provarono T autenticità di qaeste reliquie, e 
salvarono per allora Port-Royal dalla vendetta de'Gesuili (4). 
Vatace, imperatore greco di Nicea, cacciò i Bulgari 
da* monti della Macedonia, e ritolse a* Latini gran parte 
deir impero orientale. Il regno tumultuoso del suo Ggliuolo 
Teodoro e la minorennità di Giovanni suo nipote ritar- 
darono il ristabilimento delP impero greco. Michele Paleo- 
logo, col nome dì tutore del suo nipote Giovanni, tolse 
a* Latini le terre che ancora possedeano, e Alessio suo 
generale sorprese Costantinopoli e se ne rese padrone. Bai- 
dovino desto dal sonno dalle grida del popolo, che au- 
gurava « vittoria e lunga vita a Michele e a Giovanni 
augusti imperatori », fuggi su di una galera veneziana, 
e venne in Italia , e ricominciò la sua vita vagabonda , 
questuante e mendica (S). Venti giorni dopo. Michele Pa- 
leologo entrò da trionfatore in Costantinopoli, e fece ab- 
bacinare e chiudere in una torre il giovinetto Giovanni 
suo pupillo e collega. Il patriarca Arsenio scomunicò 
r usurpatore, il quale, avendo otteauto ciò che bramava, 
potè, senza perder nulla, mostrarsi pentito e penitente. 
Egli sì fece assolvere da' suoi vescovi e chiese perdono 
a Dio; ma non per questo ridette la libertà a chi avea 



(1) DUCANGB, Hitt- Constantin^ l IV; — Fleort, Hist Ecelét., t. 
XVlìì}^ Mélanges tirés d'un$ grande Biblioteque, t, XLill. Nel 1656 aoa 
oipote di Pascal sì disse gaarita di un'aloera per mezzo della pantara di 
una spina della santa corona. Arnand e Nicole, nomini illustri , erano pre- 
senti e attestavano il miracolo : i gesuiti rimasero confusi e non osarono 
metterlo in dubbio : Bacine, Hist. de Port-Royal; — Voltaire, Skch d» 
Luti XÌV, e. 37; — GiBBON, Hitt, de la Dee., e- 61. 

(2) Georgids ACROPOLiTA, Historia; — G. Villani, I. VI, e. 71 ; 

— GDILIELII06 DB NAN6I8, Annoi. ; ~ DucANOE, Hitt. Constantinop. I. e; 

— GiBBON, Hitt de la Deead., e. 61. 



SORGERE de' PRINCIPATI 211 

egli tolto la vista, il troDO e la libertà. Mioaccialo da 
Qoa crociata, egli, con somma astuzia e cod iafiDgimenti 
e menzogne, ottenne che una parte del clero assentisse 
alla riunione delle due chiese (4): cosi ottenne il favore 
del papa, cosi tolse il pretesto di molestarlo a* principi 
latini, e particolarmente a Carlo di Angiò. Il quale Carlo 
sin dal 4267 avea fermato un trattato coli imperatore Bal- 
dnino ne seguenti termini : dentro sei anni il re di Sicilia 
manderebbe un possente esercito in Oriente per recupe- 
rare r impero greco, del quale e* terrebbe per sé il prin- 
cipato di Acaja e di Morea ed il regno di Tessalonica, 
non che la terza parte della preda : estinguendosi la casa 
de* Courtenay , all'impero orientale succederebbe re Carlo 
i suoi discendenti; Beatrice figliuola del re Carlo spo- 
serebbe Filippo unico erede di Baldovino. Questi sponsali 
celebraronsi nel 4273. Ora nel concilio di Lione il papa 
ricevea il giuramento degli ambasciatori greci , che abiura- 
vano lo scisma in nome dell' imperatore Paleologo, e can- 
tava in greco ed in latino il simbolo di Nicea coli* ag- 
giunzione del fiiiaque. In quel tempo Baldovino moriva, 
e Carlo d Angiò riconfermava con suo genero il trattato 
del sessantasette, e molto spiacioto di quella riconciliazione 
delle due chiese, preparavasi alla guerra (2). 

Si trattò nel medesimo concilio dell impresa di Terra 
Santa; ma lo spirito delle crociate si era estinto uè vi 
era umana potenza che più potesse richiamarlo io vita (3). 
Vennero anco ambasciatori di un Albenga principe mon- 
gollo per presentare una lettera di lui al papa. Altre so- 



li) Vedi gli autori sopracilati e Gibson., e. 62. 

(2) Il primo trattato è pubblicato dal Bocbon, odio aunotazioni alla 
Cronaca di Morea: il secondo , che è sottoscritto iu Foggia, addì 4 uoTetn- 
bre 1274, è in OucANGB, HUt Constantin- 

(3) RATNALDOS, ÀnnaL Ecel., an. 1274. 



212 STORU D*ITALU 

migliaDti lettere avea ricevuto Clemente IV , e san Luigi 
avea sperato giovarsi de* Tartari per la recuperazione 
della Terra Santa. Papa Gregorio fu lietissimo per la ve- 
nuta di questi ambasciatori mongoli! , a* quali dette col 
battesimo ricchi regali, ed egli credette vedere la con- 
versione di un gran popolo alla fede di Cristo nella ri- 
bellìone di qualche piccola tribù {i). 

In questo concilio, il papa confermò la elerione a 
re de* Romani di Rodolfo di Habsbourg. Egli era uomo 
religioso ed audace, d ingegno sottile, d'indole perse- 
verante ed astuta , affabile e mite ne modi , gretto ne co- 
stumi sino a rimendarsi i vestiti colle sue proprie mani (2). 
Egli era signore dell* Alsazia e di buona parte della Sviz- 
zera, ed avea maritate sei sue figliuole a sei principi 
di Alemagna; ma in Italia non potea vantare seguaci, 
né partigiani , il che alla corte romana molto piaceva. 
La sua elezione era stata riguardata in Alemagna come 
la prevalenza de* Teutopici sugli Slavi. Rodolfo confermò 
alla Chiesa tutti gli stati menzionati ne diplomi di Lu- 
dovico Pio, Ottone Ij Arrigo I, e Federigo 11^ e si ob- 
bligò a non molestare re Carlo nel possesso del regno 
di Sicilia. Il Concilio avea stabilito i confini degli stati 
della Chiesa , i quali doveano estendersi da Radicofani a 
Ceperano, e comprendere 1* Esarcato, la Pentapoli, la 
marca di Ancona o di Camerino, il ducato di Spoleto, 
la contea di Bertinoro e le terre matildiche ; e fu d* al- 
lora che cessò in quelle provincie Tesercizio di quella parte 



(1) Abel Rèmcsat, Sur le$ relations des Chritiens avec les Mongoli, 
IHém. de Vlnstitut, t. VII. Le lettere dirette a ClemeDte IV si cooseryano 
( io credo noo ancora tradotte ) in quell' immenso tesoro dell' Archivio del 
Vaticano. 

(2) Barra Hist. d'Àkmagnei — Fischer, Biographie Rudoipht von 
Habsburg. 



SORGERE de' PRINCIPATI 2d3 

di diritti sovrani che avean serbato gli imperatori ed i 
re de' Romani (1). 

Fra Tommaso d* Agnino , gran lume di sapienza di 
qnel secolo , invitato dal papa , s' era mosso da Napoli 
per venire al concilio di Lione, ma infermatosi per via 
si soffermò nel monistero de' Cisterciensi di Fossanova, 
e quivi morì nell* età di quarantanove anni , e fu gene- 
rale credenza in Italia, eh egli morisse per lento veleno 
fattogli dare da Carlo d* Angiò (2). Nel medesimo tempo 
perde la Chiesa un allr uomo insigne, fra Bonaventura 
da Bagnarea dell* ordine de' minori , già creato cardinale 
e vescovo di Albano, il quale mori a Lione, addi io 
di luglio dell'anno Ì2H (3). 



XXXVI. 



MILA MORTE DI PAPA GRE60R!0 X> E DE! PAPI INNOCENZO V , 

ADRIANO V E 6RE60R10 XXI. 

Sciolto il concilio papa Gregorio , ad istanza di Al- 
fonso re di Castiglia , andò in Linguadoca per abboccarsi 
con lui. Si dolse Alfonso della elezione di Rodolfo, che 



(1) Raynaldus, Annai Eccles., an. 1274; — Muratori, Annali, 
an. 1274. 

(2) « Carlo venne in Italia e per ammenda 

Vittima le di Corradino, e poi 
Al ciel spinse Tommaso per ammenda ». 

Dante. 

(3) BOLLANO; Aet. Sanci. ad dkm 14 luì 



2 14 STORIA D ITALIA 

dicea falla in pregiudizio de' suoi dirilti ; aia ii papa si 
scusò come meglio seppe e lo indusse a renunziare ad 
ogni pretesa. Altri dicono ciò non esser vero. Ma o che 
non renonziasse, o che si pentisse di aver rennnziato, 
certo egli è che ritornato in Gastiglia continuò à intito- 
larsi re de Romani e futuro imperatore , e a mantenere 
delle corrispondenze coir Italia, e particolarmente col mar- 
chese di Monferrato. II papa risaputo questo, lo minac- 
ciò di scomunica , alla quale minaccia pare eh' e' s acque- 
tasse [i). 

Altro abboccamento ebbe il papa in Losanna col 
re Rodolfo, il quale riconfermò alia Chiesa romana il 
possesso de* suoi stati , e promise che nell* anno seguente 
verrebbe a Roma con duemila cavalli, ove nel di d'O- 
gnissanti cingerebbe la corona imperiale (2). 

Di poi papa Gregorio, ripassate le Alpi, venne a 
Milano. Napoleone della Torre avea mandato suoi amba- 
sciatori al re Rodolfo, ed offertogli il dominio della 
città : ed il re lietissimo di questa offerta , avea dichia- 
rato suo vicario Napoleone, e gli avea inviato parec- 
chid schiere di mercenari alemanni , delle quali avea 
fatto capitano Gastone della Torre , figliuolo di esso 
Napoleone (3). Dì questo buono accordo pare rima- 
nesse molto contento il papa che non pia curandosi 
dell'arcivescovo Ottone, il quale adirato assai si ritirò 
a Biella, se ne andò a Piacenza sua patria (4); e di 



(1) Vita Gregorii X, Muratori, Ber. Hai. Script., t. ///, p. 1; — 
Raynaldos, Annal Eccles., an, 1275. 

(2) Ptolomaeus LocENSis, Bittoria Ecales.f — Bernardus Gcido- 
Nis, Vita Gregorii X. 

(3) Galyanus FlaMMa , Man. Fior. , e. 310 ; ~ AnnaUs Medio- 
lanenses. Muratori, Ber. ItaL Script., t. XVI 

[h) Chronicon Placentinunit Muratori, Ber. Hai Script, t. XVI; — 



SORGERE DE PRINCIPATI 215 

là, per la via di Parma, se ne venne iu Toscana. Av* 
vegnachè i Fiorentini , neir ottobre dell* anno precedente 
avessero fermato una lega co* Lucchesi e co*Sanesi, 
e per la esaltazione della Santa Chiesa (;1) », nondimeno 
essendo la città ancora sottoposta ali* interdetto , il papa 
non volea entrarvi; ma essendogli stato detto ^ che per 
essere TAmo troppo grosso , non 1* avrebbe potuto attra- 
versare che su' ponti fiorentini, egli passò per la città. 
Alla gente che accorrea a vederlo e a fargli riverenza, 
egli dava la sua benedizione; ma uscito appena dalle 
mura , e confermò 1* interdetto (S). Giunto ad Arezzo , ei 
dovette soffermarsi per grave infermità sopravvenutagli, 
e quivi mori, addi iO di gennaio del 4276, con fama 
di santità , per la quale e pe* miracoli che si dissero oprati 
sol suo sepolcro , la Chiesa V onora col nome di beato (3). 
Il concilio di Lione avea ordinato, che, dopo la 
morte di un papa, i cardinali si adunassero fra dieci dì 
in conclave, senza alcun riguardo per gli assenti; che 
gli adunati non avessero alcuna comunicazione colle per- 
sone di fuori ; che se l' elezione non avesse luogo in tre 
di, i cardinali non potessero ricevere per loro desinare 
che una sola pietanza ; che indugiando più di cinque di , 
Don ricevessero che solo pane e vino. Secondo questa 
costituzione i cardinali adunaronsi in- Arezzo ^ ed eli eb- 
be si grande eflBcacia , che entrati in conclave addi 20 , 
addi 21 fu proclamato il nuovo papa, che fu Pietro 
da Tarantasia , dell ordine de frati predicatori , vescovo 
d' Ostia « il quale si chiamò Innocenzo V. Andò egli a 



(1) Le copie di qoeslo traluto si ordinò fossero fatte da Brunetto 
Latini e da altri notari. Arehmio di Firatise, n. 92S. 

(2) Chronicon Parmmte, Muratomi, Aar. Ital. Serip., t, IX; — 

ItlCOIDANO MALA8P1NA, C 202. 

(3) RATNALDns, Annal. Ecehi , an. 1276. 



216 STORIA d' ITALIA 

Roma 9 e yì fu consacrato ; ma Y unico fatto , che di lui 
possa registrare la storia d' Italia , è la doppia pace per 
sua mediazione conclusa fra* Fieschi e Grimaldi col comu- 
ne di Genova, e fra la parte guelfa di Toscana col comane 
di Pisa , cioè un atto di piena sottomissione ali* arbitrio 
del ponteGce (i). Infermo sin dà pria della sua elezione, 
e cessò di vivere addi 22 di giugno del i276, dopo cin- 
que mesi di pontificato, con grave dispiacere di Carlo di 
Angiò , che gli era amico , e che a sue spese gli fece in- 
nalzare un sepolcro di porfido (2). 

Anco più breve pontificato ebbe il suo successore Ot- 
tobuono del Fiesco genovese, nipote che fu d' Innocenzo IV: 
eletto addi 42 luglio, assunse il nome di Adriano V, as^ 
solse dair interdetto la sua patria Genova , e mori a Viter- 
bo addi i8 di agosto, non consacrato né ordinato sacer- 
dote , essendo egli semplice diacono. Lasciò fama di uomo 
avarissimo (3). 



(1) • Dantes.... sommo pontifici liberam moram, et plenariim pote- 
statem arbìtrandi, diffiDìendi, ordinandi^ stataendi, proTidendi, laadandi, de- 
cerneDdi, diceodi, seotentiaDdi, atqae mandandl saper premissis omnibus 

et singnlis servato jare ordine vel non servato, partibus vocatis ant non 

vocatis, presentibos, vel non presentibus, aut altera non presente, in scriptis 

vel sino scriptis , die feriato vel non feriato etc. Archivio delle rifar' 

magioni di Firenze, CL il, die. I, cod, 26. 

(2) Ptolomaeos Ldcens., HiiU Eecif — Annales Genuenees, i IX; 
— Raynaldds, Annal. Ecel, an. 1276. 

(3) Ptolomaeds Lucensis, l. e; — Raynaldus, ^ e. 

• Intra Sìctri e Chiaveri s' adiroa 

Una finmana bella, e del sno nome 
Lo titol del mio sangue fa sua cima. 

Un mese e poco più provai io come 

Pesa '1 gran manto a chi dal fango 'I guarda 
Che piume sembran tutte l'altre some. 

La mìa conversion, omè! fu tarda; 
Ma come fatto fui Roman Pastore, 
Così scopersi la vita bugiarda. 



SORGERE de' FRINCIPATI 217 

I cardioali per la tei*za volta ìd quell* anno entravano 
in coBciave; ma perchè discordi erano nella scelta del 
DQOvo pontefice, deliberarono di scemare il rigore di quella 
costituzione regolatrice de conclavi pubblicata da papa Gre<* 
gorìo X nel concilio di Lione. Risaputo questo , i Viterbesi 
impedirono che cibo di alcuna guisa fosse apportalo ai 
cardinali, ì quali , dalla fame costretti , dettero le loro 
voci al portoghese Pietro di Giuliano, comunemente co- 
nosciuto col nome di Pietro Ispano (1). Egli era vescova 
Tusculano, ed avea fama di dottissimo in filosofia ari-* 
stotelica e in medicina, assunse il nome di Giovanni XXI (2), 
andò a Roma e vi fu consacrato, revocò la costituzione 
di Gregorio X intorno i conclavi, rinnovò le scomuniche 
contro Verona e Pavia, interpose la sua mediazione fra 
Venezia ed Ancona , Camerino e Tolentino , Fano e Ca- 
gli, Camerino e Perugia.... e se ne tornò a Viterbo. Q^ivi 
e si fece costruire una bella ed adorna stanza accosto al 
palagio del comune; ma sventura volle che il palco ro- 
vinasse , ed egli che là trovavasi rimase cosi pesto e 
malconcio, che dopo pochi giorni, addi 16 di maggio 



Vidi che h non s'acquetava il cuore. 

Né più salir poMesi io quella vita ; 

Perchè di questa in me si accese amore. 
Fino a quel punto misera e partita 

Da Dio anima fui, del tutto avara ;. 

Or, come vedi, qui ne son punita •. 

Dante, Purgatorio XIX. 

(1) • Concitarunt maxime eam procellam tum aulae pontiflcìae ge- 
rendi muneribus praefecti, tum nonnulli alii praesules quos maxima videndi 
novi pontiicis cupiditas urebat, ob qaam indigna plura ad urgendam illius 
electionem in cardinales perpetnarnnt -. Ratnaldcs, I. e. 

(2) Si sarebbe voluto intitolare XX. Fra Adriano V e lui pare ci sia 
stalo un altro papa morto il giorno istesso della sua eleiione, Visdomino 
de'Visdomini di Piacenza, del quale si vede il sepolcro in San francescodi 
Viterbo: nell'epitafllo si legge.* -Una Petri soliura lux feretrumque dedit •. 
È possibile ch'egli avesse assunto il nome di Giovanni XX. 

La Farina. T. VI. 28 



2i8 STORIA D* ITALIA 

del 4277, miseramente mori (-1). Strana fatalità che in 
sedici mesi fece rapidamente passare sulla cattedra apo- 
stolica quattro papi , e che dette occasione al cronista di 
Forlì di scrivere queste brevi e terrìbili parole: « Morti 
quattro papi, due per giudizio divino, due per veleno (2) ». 
I frati cronisti dicono che papa Giovanni XXI era vani- 
toso , indiscreto, imprudente, lo accusano di aver profes- 
sato delle opinioni ereticali in un libro che ninno de' con- 
temporanei né de posteri afferma aver letto, e che forse 
non esistè giammai : aggiungono il palco della sua stanza 
essere stato rovinalo dal diavolo , per presto imposses- 
sarsi deir anima sua. La cagione di quest* odio era la 
manifesta avversione del papa pe monaci e pe frati (3) ; 
e noi abbiamo potuto accertarci ne* nostri giorni come 
duri sempre il vezzo di quegli ipocriti , i quali si proster- 
nano innanzi a papi e li proclamano infallibili e santi 
allorquando secondano i loro interessi e le loro passioni, 
e li bandiscono stolti, miscredenti ed eretici se li con* 
trastano. 



XXXVIl 



DI PAPA NICCOLÒ III. 



La vacanza della Sede apostolica durò sei mesi, ed 
in quel tempo de' gravi dispareri manifestaronsi fra Ro- 
dolfo re de* Romani e Carlo re di Sicilia. Avea Carlo 



(1) Bbinardds G01DON18, Vita lohan. XXI f — Ptolomaeus Locbn- 
8is, Bist Eeel.f — Raynaldus, AnnaUs Eeeles., an. 1276-77. 

(2) Chronicon ForoHvien.f Muratoki, Ber. Hai. Script, t. XXil- 

(3) Ptolomaeus LCCENSlS, l. e.; — SlGiPRlDCS, Chronicon 



SORGERE DE* PRINCIPATI 219 

promesso e giurato rilascerebbe tutto quanto apparte- 
oeasi air impero , appena eletto e dai papa approvato 
un re de* Romani o un imperatore ; ma or spiaceva- 
gli assai deporre quella autorità per più anni eserci- 
tata io quasi tutta Y Italia. I cardinali ,. forse per fargli 
cosa gradita, indugiavano ad eleggere il nuovo papa, e 
cosi differiano la venuta di Rodolfo in Italia e la sua in- 
coronazione; gli scriveano in oltre non venisse pria di 
avere stabilito una buona concordia con Carlo re di Si- 
cilia. Ma il popolo di Viterbo, il quale parca essersi as- 
sunto r ufficio di affrettare Y elezione de papi , ricorse al 
consueto espediente, e presi i cardinali, li rinchiuse in 
conclave e li costrinse per fame ad accordarsi. Cosi fu 
eletto Giovanni Gaetano del nobile casato degli Orsini 
di Roma, cardinale diacono di San Niccolò in Carcere 
Tulliano, il quale, al contrario del suo predecessore, 
amava assai i frati e specialmente i minori. Egli prese 
il nome di Niccolò IH e fu ordinato e consacrato a Ro- 
ma, addi 26 dicembre dell'anno d277 (!]. 

Era allora in. Italia un Rodolfo cancelliere del re de'Ro- 
mani , il quale in nome del suo signore avea ottenuto il 
giuramento di ubbidire a' precetti della Chiesa e di ser- 
bar fede air Impero da* popoli di Milano , Cremona , Pia- 
cenza, Parma, Reggio, Modena, Crema e Lodi, non 
che di altre città della Lombardia e della Romagna. Or 
il re Rodolfo, riconfermando nel settantacinque il pos- 
sesso de suoi stali alla Chiesa, avea nominativamente 
menzionato la Romagna, non ostante che la Romagna 
per lo innanzi non riconoscesse in diritto la sovranità 



(1^ PTOLOMAEUS LUCENSIS, Uiii, Ecci; - BERNA&DUS GUIDONIS, 

VUa Nicolai llli— Mem. Potest. Aeyìen.; — Ravnaldcs, AnnaL Eccles., 
an. 1277. 



iJyO STOniA D ITALIA 

della Chiesa; ma ben presto egli avea la sua proowssa 
oblialo : ciò non pertanto , papa Niccolò seppe cosi bene 
maneggiarsi che Ridolfo gli cedette il desiderato domi- 
nio (i) ; ed a questo proposito scrisse Y antico cronista dì 
Parma: « Sempre i romani pontefici vogliono smongere 
qualcosa dalla repubblica , quando gì imperatori sono as^ 
sunti air impero (2) » , ed il guelfo Giovanni Villani : 
« Quello che i cherici prendono tardi sanno rendere (3) ». 
Ottenuto questo dal re de' Romani, il papa si pro- 
pose di abbassare la potenza di Carlo dAngiò. Ricordano 
Malespini dice che il papa avea richiesto la mano di 
una nipote del re per un suo nipote, che Carlo rispose 
non esser degna la fomiglia di un papa d'imparentarsi 
con quella di un re, non bastare « i piedi rossi » per 
uguagliare un sovrano elettivo con un sovrano eredita*^ 
rio (4). La narrazione non è improbabile, perchè « il 
figlrnolo deir orsa » , come lo chiama Dante ^ era « molto 
cupido di avanzar gli orsotti (5) », ma certo egli è che 
il troppo ingrandimento di Carlo , e l* antorità oh' egli 
esercitava su tutta Italia non esclusa Roma , dovea spiace- 



(1) Gabzata, Chron. Regimse, Moratobi, HerMal Script., t. XVIII. 
— Gobio, htoria di Milano; — Chronicon Foroliviem ; — Ptolomabds 
LtJCEifSts, Bitt. Ecel; — MCBATOBI, ÀnnaV^ an. 1278. 

(2) > Seiii|[>er roaiaoi podtifices de republicà aliqatd voluiit emoogere, 
quam imperatores ad impcrium assumunlur -. Chronicon Parmense. 

(3) Lifs VII, e. 53. 

(4) HicoBBANo MALA8P1NA, c 204; — S. Antonikos, DìsL PorMquei 
pie rossi per le fiamme , che Dante vide a papa Niccolò in Inferno sono 
una allusione a questo aneddoto La risposta dì Carlo sarebbe conforme alle 
^pinioBi francesi di quel tempo: gli ambasciatori di San Luigù come altrove 
narrai, dissero a Federigo 11, che un re di Francia non potea invidiare la 
dignità di un Imperatore, perché il regno era ereditario e V impero elettivo. 

(5) Dante, Inferno XIX. Gli scrittori moderni che hanno osservalo 
Carlo non avere avuto in quel tempo nipoti in età di prender marito, di- 
menticano che gli sponsali contraevansi allora anco nella pia tenera in- 
fanzia. 



S0R6EBE DE* PRUtrCIPATI 22i 

re assai a papi , la polìtica de quali consisteva in abbas- 
sare qual principe divenisse troppo potente e suscitar- 
gli nn rivale. Altra cagione di discordia erano le cose 
deir impero d' Oriente , al dominio del quale aspirava 
Carlo , col pretesto di difendere i diritti del suo genero 
Filippo. Lo scaltro pootefice sapea bene che il Paleologo 
lottava solo contro il suo popolo ed anche contro la sua 
propria famiglia per sostenere la riunione delle due Chiese, 
e si affrettò a venire in suo soccorso con un trattato, 
nel quale dichiarando di conientarsi della introduiione 
nel credo delle parole fUioqm procedU ^ abbandonava ogni 
pretesa sai rito, la liturgia, le ve^imeata e le altre 
spedaKtà della Chiesa greca. Carlo ne fa molto contri- 
stalo , ma dissimulò ; e nel medesimo tempo e* fu coMrelto 
a renonziare al vicarialo della Toscana e alla dignità 
seoaloria di Roomi , pubblicando il papa una ooalìtttEione , 
cdla quale, dopo di avere allegato la falsa dMaaioae 
£ Costantino , ordinava non poter essere per Y avvenire 
senatore di Roma alcuno imperatore , re , priocìpe ^ duca , 
marchese o qualsivoglia altra persona potente. Carlo do- 
vette di più sopportare le lodi certamente ironiche del 
papa, il qoale acrìvea « teoer egli la felicità dalla casa 
di Francia ^ la perspicacia dell ingegno dal regno di Spa* 
gna e la discrezione delle parole dalla pratica di Roma (4 ) ». 
Per intendere le ragioni di qoesta docilità del superbo ed 
ambinoso Carlo d'Angiò i necessario conosoere i igravi 
nutaraenti arvvenati mi quel tempo nella Lombardia. 

• 

(1) BArNALDOS, Annat. Kccl, an. 127S. 



222 STORIA D ITALIA 



XXXVIII. 



DELLA LOMBARDIA : GUERRA DP/ TORRIANI 
E DB* VISCONTI. 



La città di Piacenza , stanca della guerra che faceanle 
e delle molestie che davanle i suoi sbanditi capitanati 
dal conte Ubertino Landò ^ si rappacificò con loro e giurò 
fede al re Carlo (1); ma poco dopo ch'ella divenne 
guelfa , Mantova ridivenne ghibellina , avendone occupato 
il reggimento Pinamonte de* Bonacossi , il quale cacciò i 
capi della parte avversa e si uni co* Veronesi (2). Modena 
era molto discorde e divisa: nel d274 prevalendo la fa- 
zione de*Rangoni e Boschetti, i Grassoni, e quei da 
Sassuolo e da Savignano co' loro aderenti furono obbligati 
ad uscire dalla città. Ingrossatisi cogli altri sbanditi, ven- 
nero fino al Montale e ruppero i loro avversai] ; ma non 
poterono rientrare che due anni più tardi, per un trat- 
tato di pace, che fece posare le armi, ma non spense 
gli odj e le nimistà (3). Quell anno (i276) fu in Lom- 
bardia memorabile per naturali calamità: da piogge e 
terremoti molti edificii commossi rovinarono , e non poca 
gente sotto loro oppressero; i fiumi trarìparono, deva- 
stando le campagne e sommergendo uomini ed animali; 
moltissima neve cadde la vigilia di sant'Andrea e durò 



(1) Chronicon Placentinum, MCBAToai, Aer. Hai Script. (. XVi. 

(2) Chronicon Parmeme^ Mobatobi, o c, t. IX. 

(3) Annales Veteres MutinenseSf Muratosi, o. c, (. XI. 



SORGERE DE* PRINCIPATI 223 

senza sciogliersi sino al mese di aprile dell* anno seguen- 
te (4) : ma anco più memorabile fu per i mutamenti av- 
venuti nella città di Milano. 

Correndo Tanno 4275 i Pavesi, i Novaresi e gli 
usciti di Milano, cogli aiuti spagnuoli del marchese di 
Monferrato aveano occupato il ponte munito edificalo sol 
Ticino da' Milanesi; e non ostante che i Torriani aves- 
sero fermata una lega con Lodi , Como , Piacenza , Cre- 
mona , Parma , Modena , Reggio , Crema e co* guelfi 
usciti di Novara , e li vinsero in varj fatti d* arme (2). 
Era capo degli usciti milanesi 1 arcivescovo Ottone Vi- 
sconti, il quale dimorava a Biella, ma li guidava nei 
combattimenti Godifredo conte di Langusco, il quale, 
radunata quanta pih gente potè, s impossessò delle due 
rocche di Arona e di Anghiera sul Lago Maggiore. Ga- 
stone della Torre , colle schiere alemanne del re Rodolfo 
ed altri mercenarj, le cinse di assedio, ed il conte di 
Langusco e molti nobili milanesi, che tentavano soccor- 
rere gli assediati , prese prigionieri , e quarantotto di loro 
fece decapitare a Galierate: era fra questi Teobaldo Vi- 
sconti , nipote deir arcivescovo Ottone , e padre di Mat- 
teo Visconti. L* arcivescovo , dolente e corrucciato per la 
morte del nipote, che moltissimo amava, andò a Vercelli, 
e fattosi capitano degli usciti, radunò gli atti alle armi 
a Novara , e tentò espugnare il castello di Seprio ; Ria il 
suo esercito fu rotto da' Torriani, e a lui, che cercava 
un rifugio a Como, furon chiuse in viso le porte. Ri- 
dottosi a Canobio sul Lago Maggiore , armò una piccola 



(1) Atknalu Ginuemes; -^ Chronicon Plaetntinum; — Jlfemor. Po- 
Uit. Regimi. y MuiATOKi, o. e., t. Vili. 

(2) AnnàU» MMolanenHi Mubatoki, o. e. , t. XVI t — Galvanus 
PLAMiiA, Jlfan. FloT.f 0. 301; — Cotto, Utorùi di Milano ; — Muratobi , 
Ànnaliy an. 1275. 



224 STOaiA D ITAUA 

flotta , riprese Àogbiera , che aveano occupato i Torriaoi , 
e tentò riprendere Aropa, cogli aiuti di Pavia, di No«- 
vara e del marchese dì Monferrato; ma gii fu avversa 
fortuna. I Comaschi eran divisi : gli uni per Y arcivescovo 
parteggiavano , gli altri co' Torriani voleano rimanere 
amici , e dopo luogo contendere colle parole e colle armi, 
quelli capitanati da Simone di Locamo rimasero vinci- 
tori , e questi furono scacciati e banditi. Allora l arcive- 
scovo Ottone fu onorevolmente ricevuto nella città, e quivi 
cominciò egli a prepararsi ad imprese maggiori (i). Egli 
nominò capitano de nobili milanesi il conte Riccardo di 
Lomello , il quale venne a Como con buon numero di 
cavalli e di fanti di Pavia e di Novara; e con partigiani 
e con mercenari un grosso esercito fu ordinato. Lecco 
ed altri castelli caddero in mano dell* arcivescovo , il quale 
s'inoltrò fino alla terra di Desio, ove addi 2i gennaio 
del 4277 sorprese e die una terribile rotta allesercito dei 
Torriani. (n quella memorabile giornata rimasero prigionieri 
quasi tutti i membri della famiglia della Torre, Napoleone^ 
Mosca suo figliuolo , Guido , Rocco , Lombardo e Game- 
vaie: Francesco fu ammazzato da* contadini. Gastone, il 
quale con cinquecento cavalli trova vasi nella terra di 
Cantù , risaputa la sventura de' suoi , corse a Milano ; na 
il popolo , stanco della dominazione de* Torriani e delle 
gravi imposte che pagava, gli chiuse le porte: egli le 
atterrò, ed entrato io città vide che le sue case erano 
saccheggiate ed arse: tentò difenderle, ma dal numera 
degli assalitori sopraflTatto, dovette uscire da Milano. A 
Lodi non fu ricevuto; a Cremona i cittadini pregaronlo 



(1) Ànnaks Mtdiolanm$9»; — Galvanos Flamha, Man- Fhr,, e. 
311; STBFHANA1D08, Po9ma, MlTBAfoai, Ber, Hai Script, f. /X; — Ga« 
ZATA, Chronieofìf Mobatoii, o. c, t. XVIII. 



SORGERE DE PROCIPATI 225 

DOD si soffermasse nella loro citlà, si che gli convenne 
ritirarsi a Parma, e frattanto T arcivescovo Ottone Vi- 
sconti entrava come trionfatore a Milano, gridando il 
clero ed il popolo : « Pace , pace I » Egli ordinò ninno 
de* nobili si vendicasse delie ingiurie avea ricevute, ma 
i Torriani prigionieri fece serrare in gabbie di ferro : fu 
acclamato signore di Milano ; il conte di Lomello fu eletto 
podestà, Simone di Locamo capitano del popolo (i). 

Questa rivoluzione, non ostante che avesse per capo 
un arcivescovo, togliea la più parte delle città di Lom- 
bardia dalla lega guelfa e le facea entrare nella ghibel* 
lina; per lo che nell* aprile e nel maggio del medesimo 
anno (4277) si vide 1* esercito milanese, unito a quello di 
Pavia, combattere le milizie di Parma, di Reggio, di 
Modena e di Brescia (2). Gastone della Torre, radunati 
i partigiani e gli aiuti tedeschi , prese Lodi , vi si pro- 
clamò signore e vi si afforzò. Assediarono i Milanesi 
cogli aiuti di Pavia , Novara , Como e Vercelli ; ma 
e* dovettero ritirarsi appena comparve Raimondo della 
Torre patriarca di Aquileia, con un corpo numeroso di 
cavalieri e balestrieri friulani e colle milizie di Cremona, 
Parma , Reggio e Modena. I particolari di questa guerra 
Irovansi registrati negli storici lombardi in modo disor- 
dinato e confuso: sappiamo solo di certo che T arcive- 
scovo Ottone condusse per capitano delle milizie milanesi 
per cinque anni Guglielmo marchese di Monferrato , colla 
provvisione di lire diecimila ali* anno, e con cento lire 
di più per ciascun giorno che egli dimorasse nella città 
nel contado (3); eh* egli entrò in oflBcio addi 46 ago- 



(1) Annales Mediolanentes; — Galvancs Flamha, Man. Flor.^ e. 
313; — Stephanabdus, Poema; — Afem. Potett, Régim, 

(2) Chronicon Partnente- 

(3) Gli Annali Milanesi portano Ja somma al doppio , mi parlano di 

La Farinai T. VI. 29 



22C STOHIA D* ITALIA 

Sto 4278 , giorno io cui Napoleone della Torre cessò di 
vivere nella sua orrìbile prigione; che Gastone della Torre 
prese Marìgnano, Triviglio, Caravaggio, Cassanio e Va- 
vrio; che arse Crema, saccheggiò le campagne pavesi, 
giunse fin sotto le mora di Milano , ed in segno à' odio 
e di spregio scagliò la sua asta contro porta Ticinese {i). 
Il marchese di Monferrato, disperando di ottener 
vittoria colle armi, si rivolse agli inganni , trattò di pace 
co*Torriani, ed accordaronsi di liberare yambievoilnente 
i prigionieri e reddere i beni a chi erano stati tolti. Li- 
berarono i Torriani i nobili milanesi eh' eraù loro prigio* 
nieri ; ma il marchese non solo non fece il somigliante , 
ma tolse agli avversar] Trezzo e 1* isola di Folcherio. I 
Torriani con pubblico manifesto , diretto al papa, a* re 
ed a* principi cristiani, si dolsero con acerbe parole di que- 
sto tradimento. Di poi GolTredo delia Torre espugnò il 
castello di Ozino e fece molti prigionieri, e dette una 
grave rotta a Pavesi. Il marchese di Monferrato riprese 
Ozino e disfecelo, e cominciò a far scavare an nuovo 
letto air Adda, affinchè Lodi rìmadesse priva delle sue 
acque ; ma accorsero sul luogo i Torriani con quei di Lodi, 
di Parma e di Cremona, impedirono quei lavori, e gli 
avversar] cacciarono in fuga (2). 



lire lerzuoli, mentre Benvenuto da San Giorgio parlerà certamente di mo- 
nete astigiane o nionferrine. 

(t)i4nfiaief M9diolaneni€S; - GalVanos FuìhIa, Man, Fior, e. 3lS. 
— Gobio, Istoria di MHanof — Chronicon Parmente; — Ckronieon Pia- 
eentinum; - GioLiNi, Memor. Stor., l. Vili; - ROSMIKI, Istòria di Sti- 
lano; - M0KATOR1, Annali, an, 127S- 

(2) Ànnaks Mediolanenses; - Galvanos Flamma , Man. Fior,, e. 
316; - Memor, PotBtt. Regi9n. ; - Vbntora, Ckronieon Àstense, Mcba- 
T0I1, Aer. Hai Script.,, t. Xlil, 



SORGERE db' PRIIKIPATI 227 



XXXLX. 



DIUK ÈLTK PROVUiCIS D' ITUU DURANTE IL POKTIFKITO 

M NICCOLO' III. 

Stavano così dìsordioale e confase le cose di Lom- 
bardìa, che non era facile prevedere da qual parte si 
volgerebbe fortuna; dod cosi in Toscaoa, ove oellaQDO 
otIaDtaoo Firenze, Lucca, Siena, Pistoia, Prato e Vol- 
terra fermaroDO una lega duratura per dieci anni^ « per 
la esaltazione della Chiesa romana (i) ». Nella qi^l lega 
Bon ai fece menzione alcuna del re Carlo; ma non per 
questo fu riconosciuta 1* autorità de* vicarj mandati dal re 
Rodolfo : trovo anzi che per non recar vergogna al nome 
DOD ubbidito del loro signore, e* dettero facoltà a' Sanesp 
di sospendere gli effetti del gioramealo di fedeltà che 
aveano a lui prestato (2). Il ponte6oe avea escluso Ci^'lo, 
non per avvantaggiare il re Rodolfo, ma se stesso da 
ambiziosi disegai animato. 

Gli statuti del comune di Bologna erano stali rifor- 
mati: fu istituita una balia, alla quale ciascuoa corpora- 
zione e eempagnia d'arme mandava due membri, e di 
essa fu capo Rolandìno de* Passageri , caldissimo pppotaoQ 
della parte de' Geremei : la nobiltà fu esclusa dagli uffizi 
pubblici : due compagnie d'arme, che aveano difeso i Lam- 
bertazzi furono disciolte. Cosi ordinato il comune a parte 
guelfa potea contare sugli aiuti di Parma, Reggio, Mo- 



1) 8 febb. 1281 : 4rehwio di firen^t, n lOOS 
(2) 22 l««Uo I2t2 : !bid., n 1026. 



22S STORIA D ITALIA 

dena, Ravenna, Cesena, Rimini ed Imola, ond erano stali 
cacciati ì Hendoli ghibellini. I saoi avversai] erano aiu- 
tati da Forlì e da Faenza e da quelle città sulle quali 
poteva il conte di Montefeltro (i). Dopo vaij fatti darme, 
le due parli vennero a giornata non lungi dal ponte di 
San Procolo: erano i guelfi capitanali da Malatesta da 
Verucchio cittadino de maggiori di Rimini; capitanava i 
ghibellini Guido conte di Montefeltro, il più scaltro uomo di 
guerra che avesse allora l Italia. La battaglia fu aspra e 
sanguinosa, e avvegnaché d'ambe le parli gagliardamente 
si combattesse, nondimeno prevalse Tarte di Guido, e 
r esercito guelfo fu sconfitto: de soli Bolognesi ne mo- 
rirono in quel giorno più di tremila e trecento, e delle 
loro amistà nobili e popolani assai ; il Dumero de* prigio- 
nieri ascese a parecchie migliaia; ed il bottino fu immen- 
so (2). Dopo questa vittoria. Cervia e Bagnacavallo si 
sottrassero alla signoria del comune di Bologna, e si 
dettero a Forlì; Cesena si strinse in lega co* vincitori; 
i Lambertazzi s impadronirono di varie castella; Guido 
da Polenta si fece signore di Ravenna (3)> 

I Geremei con segrete pratiche tentarono mutare lo 
stato di Forlì , ove per loro parteggiavano le potenti 
famiglie degli OrdelaflB e degli Argogliosi ; ma questi 
furono vinti e costretti a cercare un asilo in Firenze 
cogli altri capi forlivesi di parte guelfa (i)» Quivi, dai 
Fiorentini aiutati, continuarono a congiurare co* Geremei, 



(1) SAYIOLI, Annali di Bologna, III. 

(2) Annales Bononienses, Muratori, Ber, Itàl Script, t. XVilt; — 
Memor. Potest. Regiens., Muratori, o. c, r. Vili; — Ricobaldus, Poma- 
rium, Muratori, o. c, t. l\; - Matthaeus db Griffonibus, Memor. 
Bistoricum. 

(3) Chronieon Foroliviense, Muratori, o. c, L XXII; — Ricobal- 
DUS, Pomarium; — Rubeus, flìse. Ravenn., l VL 

(4) Chronieon CaesBnaU^ Muratori, Aer. Hai. Script., t. XIV. 



SORGERE DE PRUfCIPATI 229 

ì quali dettero come ostaggi , per sicurtà della loro fede , 
ventiquattro giovinetti di cospicui casati , e in pegno 
per due anni le gabelle del comune per aver danaro da 
assoldare un esercito. L'impresa di Forlì fu deliberata, 
e al tempo convenuto il podestà di Parma colle milizie 
di quel comune, con quattrocento usciti ravegnani, e 
con dugento cavalieri di Reggio ed altri di Modena, si 
uni a' Bolognesi, e tutti insieme andarono ad Imola, 
mentre il conte Selvatico di Dovadola , colle milizie assol- 
date in Firenze e cogli usciti di Forlì, passava gli Ap- 
pennini, ed occuparono più terre e castella di quel co- 
mune. Ma il conte Guido di Montefeltro si mosse colle 
milizie di Forlì ed espugnò Civitella, eh' erasi ribellata 
per seguire la parte guelfa : la qual vittoria siffattamente 
sgomentò il conte Selvatico ed i suoi compagni , che 
abbandonate le salmerie ed i bagagli, non che parte dc^i 
loro cavalli , più che di fretta ripassarono gli Appennini : 
ed allora i Bolognesi ed i loro alleati invilirono, e senza 
avere , non che combattuto, veduto i nemici, si ritirarono 
con molta loro vergogna (4). 

In quel tempo papa Niccolò HI mandò a Bologna fra 
Latino dell'ordine de predicatori suo nipote, cardinale ve- 
scovo d'Ostia e legato apostolico, il quale, colla coope- 
razione di Bertoldo Orsini fratello del papa, che intito- 
lavasi conte della Romagna, riesci a far concludere un 
accordo fra* Geremei ed i Lambertazzi. Questi rientrarono 
io Bologna addi 2 di agosto del 4279, e addi 4, con 
grandi festeggiamenti , si fece la pubblica pace (2). Anco 
in Faenza fra Latino rappacificò gli Accarisi co' Manfredi, 



(1) ChToniCùn Forolhienst. 

(2) Matthaegs OB GRiFroifiBOs, Memor. Histor.i -Ghirabdacci, 
hUtria di Bologna! - Sigonids, Z>e Regno IlaUco, i X.Y. 



230 STOBIÀ d' ITALIA 

mentre in Ravenoa il conte Bertoldo facea lo stesso coi 
Poleotaoi e co' Traversar! (i). Quella pace fu in Bologna 
di breve durata : la discordia ridivaoapò ^ le armi si ri- 
presero: primi i Lambertazzi scesero in piazza, ammaz- 
zavano chiunque degli avversar] cadea nelle loro mani , e 
saettavano il fuoco nelle case de' Lamberliui. Accorsero 
i Geremei , e con si grande impelo e valore assalirono y 
eh' e furono sbaragliali e costretti a fuggire dalla città. 
Vi furono morti dell' una parte e dell altra assai. Le case 
de Lambertazzi furono saccheggiate ed arse ; ed eglino a 
Faenza si ridussero sbigottiti e costernati (2). 

Risaputi i casi di Bologna, papa Niccolò, il quale 
intendea esercitare pinna signoria sulla Romagna, e vol- 
gea in mente vasti concetti di dominazione , oomineiò 
ad apparecchiare i mezzi corrispondenti; ma e' non potè 
inetterli in opera, imperocché morte improvvisamente 
lo tolse a Soriano presso Viterbo , addi 22 di agosto 
del 4280 (3). 

Niccolò III e risguardato come il principio di quella 
piaga vergognosa degli stati della Chiesa, ohe più tardi 
prese il nome di nepotismo; e se della storia di quel 
male , e non di altri che sono più antichi , parla fra Fran- 
cesco Pipino , bene egli dice che papa Niccolò ne scrìsse 
la prima pagina (4). Egli , sotto pretesto di eresia , dispo- 



(1) Chronicon Foroliviente; — BUBEUS, Bi$i. Ravenn,!- VI. 

(2) Matthaeus de Griffonibcs , l. e. ; - Mem. Pot. Regien. ; - 
FRANciscUM PiPiNDS, Chronicon, Mcbatobi, Aer. Hai Script., t. XVill; 
•> RicOBALDCS, Pomarium; — Annaies Veteres Mutin9nsui " Chronicon 
Parmense; — Chronicon Foroliviente; — Chronicon Caesenate. 

(3) Bebnabdus GuiDONis, Vita Nieeol. Ili; - Ratnaldos, AnnaL 
Eccl., an. 1280 

(4) • In ìslo romaDo p*)ntiB€e NicoUo 111 libelhis qui inliiulaiur: In- 
cipit iniliìtm malorum. habet eiordiom; et ìq ipso libello ipst poolifei ei 
DODDDlli ej09 succesf ores vtriis modi» suoi efl^iati cum obacuriastmis sub- 



SORGERE DE PRIRCIPAl I 2o 1 

gliò i sìfDorì di Soriano ed altri Dobili romani de loro 
donofirj per iavealime i suoi nipoti : tolse alla CUesa Ga- 
stel Sant'Angelo e Io dette ad Orso suo nipote: tolti 
quei suoi parenti, cheran cherici^ e fece cardinali. « Egli 
imprese molte cose per fargli grandi, scrive Ricordano 
Maiaspina; e nella soa corte si fecero molti acquisti per 
gli suoi paresti; oode gli aggrandì molto di possessione 
e di castella e di moneta sopra tutti i Romani in poco 
tempo eh* egli Tivette ». £i nonùnò suo fratello Bertoldo 
conte sulla Romagna : edificò un magnìfico palagio presso 
San Pietro in Vaticano ^ con ampio e vago giardino, 
cìnto di muri e di torri a guisa di una città ; un altro 
a Hontefiascone , e questo, dicono, co* danari della Cro- 
ciata : e si fece dichiarare senatore perpetuo di Roma , 
il che nessun papa avea ancora osato di fare; ma i tempi 
erano mutati, ed i principati, sotto varj pretesti e nomi, 
e con varie forme ^ dappertutto sorgeano (i). Gli storici 
gli attribuiscono un ardito disegno, che dicono da lui 
proposto al re Rodolfo : si dividesse 1* impero romano io 
qoaltro ragni : quello di Alemagna, divenuto eredftario re- 
stasse alla casa dì Habsbourg, il Viennese, che oomprendea 
il DelGnato e parte dellantica Borgogna, si dasse in dote a 
Clemenza figliuola di Rodolfo, maritata di poi a Carlo Mar- 
tello nipote di Carlo di Angiò ; quello di Toscana e quello 
di Lombardia, a due nipoti del papa (2). Questo volea dire 
dare il dominio temporale di tutta Italia alla Chiesa, impe- 
rocché facile sarebbe stato a* papi colle forze di tutta la 



scripliooibiis -. Franciscds Pipihus , Chronieon , MoaàTOSi, Aer. Ital 
Script., L Via. 

(1) FBàMciscos PiPiNCS , Chronioon ; — Ricosdano Malaspina , 
e. 204 ; — Ptolomajbds UJCBinsis , Biit. BetUs. , Moratobi , Aer. Uai 
Script. , t. ìXi — BsRfiARDUS GUID0N18, Vitu Nic^ùlai IH 

(2) PTOLOMAIOS LDCCN816, Hiit Eccl 



232 STORIA d' ITALIA 

penisola , soggiogare il regno di Sicilia , sul qaale han 
sempre preteso avere diriui di alta sovranità. Per questo 
papa Niccolò opponea a Carlo Rodolfo, a Rodolfo Xarlo 
e a lutti e due la Chiesa , per questo togliea a Carlo il 
vicariato della Toscana e a Rodolfo la sovranità della Ro- 
magna ; per questo impedia che il Tedesco venisse in Ita- 
lia ed il Francese andasse in Grecia , com' egli ardente- 
mente bramava (i); e forse questa avidità d'impero, 
più che la privata avarìzia di Niccolò , intendea infamare 
Dante nostro, in quella terribile invettiva contro i ro- 
mani ponte6ci che si legge nel canto XIX delllnferno (2). 



XL. 



DBLLA EIEZIONE DI PAPA MARTINO IV. 

Papa Niccolò avea creato suo vicario, neir officio 
di senatore di Roma, il suo nipote Orso; ma appena 
egli cessò di vivere, gli Annibaldeschi levarono il ru- 

(1) Ratnaldus, Annal Ecci, an. 1271-80. 

(2) • E se non fosse, che ancor lo mi vieta 

La reverenza delle somme chiavi. 

Che tu tenesti nella vita lieta. 
Io avrei parole ancor più gravi. 

Che la vostra avarizia il mondo attrista, 

Calcando i buoni, e sollevando i pravi. 
Dì voi Pastor s'accorse il Vangelista, 

Quando colei, che siede sovra Tacque, 

Pottaneggiar cu' regi a lui fu vista; 
Quella, che con le sette teste nacque, 

E dalle dieci coma ebbe argomento. 

Fin che virtute al suo marito piacque. 



SORGERE DE* PRINCIPATI 233 

more , ed otteonero fossero eletti due seoatori , \ uno della 
loro famiglia e \ altro della famiglia Orsina. Nel mede- 
simo tempo il popolo di Viterbo cacciava dalla podesteria 
dì quel comune un altro Orsino; ed il somigliante in 
altre città avventa (d). 

Re Carlo, eh* erasi accorto del pericolo, fece ogni 
sforzo per ottenere la elezione di un papa francese e 
suo amico, adoprando anco la violenza contro i cardi- 
nali ch'eransi radunati in Viterbo. Opponendosi a suoi 
desideij i cardinali Matteo e Giordano, tutti e due della 
Casa Orsina, egli si maneggiò in guisa che i Viterbesi 
e Riccardo degli Annibaldeschi , eh* erasi fatto loro si- 
gnore , presero loro , e di poi anche il cardinale Latino , 
li serrarono in una stanza col pretesto che voleano im- 
pedire l'elezione, e <piivi li tennero, Onehè gli altri cardinali 
italiani , o impauriti o corroti , si accordarono a fare il 
volere di Carlo. Cosi addi 22 di febbraio del d28d , 
dopo più che cinque mesi di sede vacante, fu eletto 
papa Simone cardinale di Santa Cecilia, natio francese, 
il quale assunse il nome di Martino IV (2). A questa 
elezione, la quale fu risguardata come il trionfo della 
parte francese , ed alle feste che seguirono , assistevano 
Carlo ed i maggiori fra* suoi baroni: e portavano al di- 
sopra delle loro armature vesti di seta di gran prezzo 
ricamate in oro , e cambiavanle parecchie volte in un di. 



Fatto Y'a?ele Dio d*oro e d'argeoto: 
E che altro è da voi air idolatre. 
Se DOD ch'egli udo e voi n'orate cento? 

Ahi, Constantin, di quanto mal fu maire. 
Non la toa conversion, ma quella dote, 
Che da te prese il ricco primo patre ! • 

(1) BSBMASDUS GU1D0NI8, Vita Niccolai NI. 

(2) Ratn ALDOS, Annoi. Eeel, an. 12SI. Vedi i particolari di questa 
eleiione in Ricordano Malaspina, Giovtnoi Villaoi e santo Antonino. 

LA FARINA, T. VI. 30 



234 STORIA D^lTÀLU 

Tanto aveaoo smunto in pochi anni i] regno di Sicilia , 
che r antica povertà erasi mutata in scandalosa ricchezza. 
Era con loro 1* omicida Guido di Honforte, ritornato in 
grazia della Chiesa e del re, il quale lo mandava in 
Alemagna , per accompagnare Clemenza figliuola di Ro- 
dolfo, la quale venia in Italia sposa a Carlo Martello, 
figliuolo del primogenito del re Carlo [i). 

Papa Martino , per serbare le apparenze , scomunicò 
i Viterbesi che aveano fatta violenza a' cardinaK ; ma ei 
mise il papato al servigio di Carlo. E* cominciò con farsi 
eleggere senatore a vita di Roma colla facoltà di sosti- 
tuire un altro in sua vece, e contraffacendo alia costi* 
tuzione del suo predecessore , sostituì il medesimo Cario. 
Tutti gli alti ufficj e le signorie delle città dalla Chiesa 
dipendenti dette a' parenti e a* partigiani di quel re. Per 
assicurare la prevalenza della parte francese ne consigli 
e, nelle future elezioni de* conclavi, creò un gran numero 
di cardinali francesi. Da ultimo, per far piacere al re e 
facilitargli T impresa disegnata contro T impero greco, 
e* ruppe la fresca unione delle due Chiese , per la quale 
tanto eransi travagliati i suoi predecessori, e scomunicò 
il Paleologo (2). Ma pria di narrare come tutti gli ar- 
diti ed ambiziosi concetti di re Carlo fossero tronchi ed 
impediti da quella memorabile rivoluzione, che porta 
nella storia il nome di Vespro Siciliano, è utile breve- 
mente discorre de vaij mutamenti in quel tempo avve- 
nuti in Lombardia, in Toscana e in Ronoagna. 

(1) CONTiNUATOR Sab. Malaspinae, Histori(u Siciliae. 

(2) VUa Martini IV, MURATORI. Ber. ItcU. Script^ t. IH, p. 1; — 
loRDANOS, Chronicon; — Ptolomaeds Lucensi8, HisU Eed,; — Conti- 
NDATOR Sabab MALA8P1NAE, Bist. Siciliac; — D'BscLOT, Cronaca CatO' 
lana, e. 64; — Vitale, Storia d^Senatori Romani; — Papon , Hist de 
Province , t. ili, -^ Vedi i diplomi citati e pubblicati nel Catalogo delle 
Pergamene del Reale Archivio di Hapoli, t. Ili, e quelli cKatì dall' Amari 
Storia del Veepro SkUimno, l /» p. 7$, 79. 



SORGERE db'priucipati 335 



XLI. 



DELLA LOIBARMA , DRLIA TOSCANA B DILLA R0IA6NA 
MI PRINCIPIO DBLL' ANNO 4S82. 



Nell'anno 1279^ essendo slata arsa in Parma, per 
sentenza dell* inquisitore , una donna cbe diceano eretica, 
un baon numero di Parmigiani assalirono e saccheggia- 
rono il convento de Predicatori , percuotendo quei frati, 
de* quali uno fu morto. I frati andarono processionai-* 
mente da Parma a Firenze a presentare le loro querele 
al cardinal Latino, che ivi in quel tempo trovavasì; e 
non ostante cbe i Parmigiani gastigassero i colpevoli, 
rifacessero i danni e mandassero loro ambasciatori, gli 
ufficiali del comune furono scomunicati , e la città fu sot- 
toposta air interdetto (1). Ciò non pertanto Parma rimase 
guelfa , ed i suoi 'cittadini , unitamente a Reggiani , an- 
darono nel d280 in aiuto de' Torriani, i quali erano mi- 
nacciati in Lodi da Guglielmo marchese di Monferrato e 
da' Milanesi. Nel medesimo tempo Vercelli cacciò i ghibel- 
lini , e la ghibellina Verona fu in guerra con Padova: Ve- 
rona ubbidiva allora ad Alberto della Scala , itnperocòhè 
Mastino suo fratello era stato assassinato nellanno set- 
tantasette, ed egli era accorso a tempo colle milizie di 
Mantova, della quale era podestà , per vendicarne la morte, 
e succedergli nella signoria. Padova fu aiutata da Obizzo 

(1) Chronìcon Parmenu, Muratori, Rer. Ital. Script.. (. IX, 



236 sa'OEU d itaua 

marchese d'Este e signore di Ferrara ; e la guerra dod ebbe 
alcun resultato che sia degno di storia [i). 

In quei giorni il marchese di Monferrato ^ andando in 
Spagna colla moglie, fu ritenuto prigioniero da Tomoiaso 
conte di Savoja, e per ottenere la sua liberazione dovette 
cedergli le ragioni che vantava su Torino ed altre città 
del Piemonte, pagarli seimila lire e dargli ostaggi in sicur- 
tà. Giunto in Castiglia, ove mori la moglie sua, chiese 
nuovi aiuti dal re Alfonso suo suocero , e ritornò in Italia 
con cinquecento cavalieri castigliani, cento balestrieri e 
buona somma di danaro (2). Quivi uni le sue forze a quelle 
de' Milanesi nuovamente minacciati da' Torriani. Erano eoo 
Gastone della Torre i Lodigiani, i GreaH)nesi ed il pa- 
triarca di Aquileia con cinquecento uomini d'arme del 
Friuli. I due eserciti vennero a giornata addi 25 di maggio 
del d28i , ed in quella battaglia i Torriani furono rotti 
e sconfitti, e perderono la vita Gastone della Torre ed 
altri assai di sua parte spenti di ferro o annegati nelle 
acque dell Adda. Il marchese di Monferrato, co' Milanesi 
e con aiuti di Vercelli, Novara, Tortona ed Alessandria, 
si rivolse contro Lodi, e forse l'avrebbe occupata se non 
fossero accorse in suo aiuto le milizie di Parma e di 
Cremona (3). 

In Toscana continuava a signoreggiare la parte guelfa, 
la quale, nel 1276, dette una nuova fiera rotta a'Pisani, 
e li forzò a chieder pace e a richiamare gli usciti guelfi (4). 
Due anni dopo essendo nata discordia fra vincitori, il car- 

(1) Gazata, Chronicon Regiense, Muratori, Atr. Hai Script. ^ t. 
XVlll; — AnnaL Estens., Muratori, o. c, I. XV. 

(2) Bekyekcto da S. Giorgio, istoria del Monferrato. 

(3) Ànnales Mediolanenset; — CoRio , htoria di Milano ; - Ven- 
tura, Chronicon Estense - Chronicon Parmense; — Chronicon Foroli" 
viense. 

(4) Ricordano Malaspina, c. 205. 



SORGE» DB*PRniaPATI 257 

dioale Laiino^ nipote di papa Niccolò, Tenne in Firenze 
co) titolo di paciere, e qualcuno de promotori dì scand&li 
fu bandito. Anco una pace fu nell'anno seguente fermata 
cogli usciti ghibellini , i quali riebbero parte de loro beni ; 
ed allora il consiglio de dodici fu accresciuto a quattor- 
dici, e furono otto di parte guelfa e sei di parte ghibellina (i). 
Cosi posaronsi le armi fino fU* ottantuno, anno in cui i 
Lucchesi andarono ad oste a Pescia, e arserla, col pre- 
testo eh' ella ubbidisse al cancelliere del re Rodolfo, senza 
il consentimento del papa ; mentre al contrario papa Mar- 
tino avea scritto a tutti i comuni toscani che al cancel- 
liere ubbidissero. Il vero egli è che il papa ordinava questo 
per infingimento, e che tutte le città di Toscana, se togli 
Pisa e Samminialo, niegavansi di giurar fede al re Ro- 
berto, e seguivano i consigli di re Carlo (2). 

Gravi mutamenti erano allora seguiti in Romagna. 
In Faenza, città che reggevasi sempre a parte ghibellina, 
era Tibaldello, figliuolo naturale di un Zambrassi, nobile 
casato di quella città. Egli era nemico deXambertazzi quivi 
rifuggiati, dicono, ma forse è favola, a cagione di una 
porchetta che gli era stata rubata. Tibaldello andò segre- 
tamente a Bologna, e congiurò co*Geremeì. Tornato a 
Faenza, di nottetempo apri una porta della città alle mi- 
lizie di Bologna e di Ravenna, le quali corsero la terra, 
e quanti de* Lambertazzi poteron prendere tanti ne am- 
mazzarono. I Parmigiani, i Reggiani ed i Modenesi ven- 
nero anch'essi fino ad Imola per aiutare i Geremei, so 
bisognasse. Il traditore ebbe in compenso la nobiltà bo- 
lognese e molti privilegi; e pare che da questa vittoria 



(1) Giovanni Villani^ l VìU e 55. 

(2) Ptolomabds Lucensis» ilnna/.Hrev., muratosi, Aer. Ital.Scrìpl., 
'• A7; - Giachetto Malaspina, c. 213; - Raynaldcs^ Annoi. Ecci, an. 1281. 



238 STOBU D*IT4LU 

ingloriosa prendesse origine la festa della porchetta^ che. 
celebravasi in Bologna nel di dr san ' Bartotommeo [i). 

Dopo la perdita di Faenza, i ghibellim della Roma- 
gna si ridussero tatti a Forìk, e Guidò di Honlefeltro, 
eh* era capitano di questo comune, occupò per sorpresa 
Sinigaglia, ove fece morire più di mille e cinquecento 
persone, e dava continue a\plestie e moHi danni arrecava 
a' Faentini ed a Ravennati. Grandi apparecchi di guerra 
fecero re Carlo e papa Martino. Il comune di Forlk e la 
parte de' Lambertazzi mandarono loro ambasciatori in corte 
del papa , ma e* furono vergognosamente scacciati ; ed il 
papa creò conte della Romagna Giovanni dì Eppa, un 
francese familiare del re Carlo. Il conte congregò le mi- 
lizie di Bologna, Imola e Faenza e cominciò a cor- 
rere, saccheggiare e guastare il territorio di Forlì: il 
papa sottopose questa città all'interdetto, ordinò uscissero 
tutti gli ecclesiastici, scomunicò i cittadini, e dichiarò 
proprietà della Chiesa tutti i beni degli scomunicati. Dalla 
cronaca di Parma sappiama che in quella città fu pub- 
blicata la scomunica anco contro chi avesse roba de* For- 
livesi e non la consegnasse a nunzj del papa, pel quale 
peccato non v* era assoluzione in vita , né in punto di 
morte (S). Narrerò più innanzi i fatti che seguirono , chia- 
mandomi r ordine de' tempi a discorrere delle cose di Si- 
cilia. 

(1) Chronicon BononUnse, Mubatoai, Ber. Hai. Scrtpf;, t. XVnt; — 
Memor. Potest. Reg., Ibid., t. Vili; ~ Annaies V€t$res Mutinemes, iòf4., 
t. XI; — Chronicon Parmense; — Ghirabdacci, Istoria di Bologna ; — 
MI7RAT011, Annali, an, 128(^. ~ Dante trova Tibaldello nella Bolgia de' tra- 
ditori delta patria : 

e Tebaldeilo 

Che apr) Faenza quando si dormia •. 

Inf.y e. XXXIII. 

(2; Gazata, Chronicon Regimse; — Chronicon Forolitiense; — An- 
nate» Veterts 9iulin$n$99; — Chronieon Parmense. 



S0R6£R£ de' PRinClPATI 239 



XLII. 



DILU TiRANniA ESHtaTATA BA RB CARLO IN SICILIA. 



L* avaro Cario fio dal suo primo eotrare nel regno 
contraffece a patti che avea giurati al pontefice : egli ri- 
scosse dal clero le comuni gravezze , non rese alle chiese 
i beni stati loro tolti dagli Hohenstaufen , e non curò le 
ammonizioni ed i reclami di Clemente e di Gregorio (-1). 
Se questo fece colla Chiesa che gli avea dato un regno 
è facile immaginare ciò che facesse co* soggetti. E* chiese 
dai baroni la presentazione de* titoli primitivi de' loro 
feudi, e questi mancando o non trovandosi nella forma 
voluta da fiscali ^ senza alcun riguardo per la vetustà del 
possesso , il re occupava quei feudi e a* cavalieri francesi 
li donava; i quali non ebbero la magnanimità del vec- 
chio Erardo di Valéry, che rifiutato il dono delle signo- 
rìe di Amalfi e di Sorrento , colle sue armi e co* suoi 
compagni, prestamente partendosi , fece ritorno in Fran- 
cia (2). Le confische per delitto di fellonia non avean 
modo, e ben può dirsi che la più parte de* beni de* Si- 
ciliani passarono in mano de* nuovi dominatori , i quali 
smungevano i vassalli, taglieggiavano i viandanti, ag- 
gravavano con imposte insopportabili le industrie , tenean 



(1) Sabas Malaspina, Hist. SieU.j l. Vi, e 2. 

(2) SABAS MALAsriNA, l c; - Fpiit. Clementi IV ad Carolum Reg., 
in Ràttialdus, Annal. Eeel, an. 1267-1266 ; - Vklfon, Bist. de Provence; 
" Capbcelatro, storia di NapoU, 



240 STORIA D ITALIA 

carceri private; ciascun di loro schiavo al re, ed a* po- 
poli liraobo (i). Il guelfo Saba Malaspina dice re Carlo 
« arso d* idropica sete di danaro » , ed i suoi baroni 
« lutti intenti a succhiare il sangue e i midolli degli abi- 
tatori del regno (2) ». 

Clemente IV, il quale vide re Carlo essersi messo per 
una via che lo menerebbe a rovina , gli scrisse : e Ti 
consigliamo di convocare i baroni, i vescovi ed i mag- 
giori delle cittì, di esporre lord i tuoi bisogni e le ne- 
cessità della difesa del regno , aflBnchè col loro consenti- 
mento sia stabilito il sussidio a te dovuto. Rimani a que- 
sto e a tuoi diritti contento , e lascia viver liberi i sud- 
diti (3) ». Ma Carlo a questi sayj consigli non dette 
ascolto : a chi non potea prontamente pagare eran tolte 
le robe , gli animali , gli strumenti agricoli ; altri abban- 
donavano le terre, la cui rendita era minore dell'impo- 
sta (4). A volte i debitori del fisco vedean disfare le loro 
case, erano incarcerati e lasciati privi di cibo affinchè 
pagassero o morissero, o erano marchiati in fronte col 
ferro rovente. I regj riscuotitori portavano appesi air ar- 
cione della sella collari di ferro per metterli al collo 
a' non solventi e trascinarseli dietro. Spesso i ricchi erano 
obbligati a pagare per tutti , lasciandosi a loro il carico 
di esigere dagli altri le imposte. Lo stesso praticavasi 



(1) Giovanni Villani, l Vii, e. 30; - Capitoli del Begno, p. 39 , 40. 
De^dipiotni d' investiture date a' Francesi se ne trova un gran Domerò nel 
R. Archivio di Napoli e nella Biblioteca di Palermo. 

(2) Sabas Malaspina, Hist . 5ict7.; — Vedi anco il suo continuatore 
in Gregorio, Bibl. Aragon.^ t. Il, 

(3) Raynaldus, Annal. Eccl an. 1267. 

(4) Capitoli del Regno di Napoli, an. 1272. In un diploma del 16 set- 
tembre 1269, il quale si conserva nella Biblioteca Comunale di Palermo si 
legge che gli abitatori di alcuni casali di Calabria, appartenenti al moni- 
stero del santo Salvadore di Messina, abbandonano le loro terre • Dom 
Doiialenus possint tam gravia onera sostioere ». 



SORGERE de' FRUIGIPATI 24 i 

CO* giustizieri , co* segreti , co' portulaoi : chi niegavasi an- 
dava io prigione, e per recuperare la libertà dovea pa- 
gare, DOD solo la somala della colletta o dell* imposta , 
ma aoco il riscatto per la colpa dì avere disubbidito. 
« Ob lasciassero a coltivatori almeno un tozzo di pane! 
(scriveano più tardi i Siciliani a papa Martino). Ob man- 
giassero , ma non divorassero ! La perdita della persona 
non assicura il possesso de* beni , né la perdita de* beni 
assicura la libertà della persona. Tutto bevono , tutto suc- 
chiano queste sangnisuche insaziabili. Appena ci è conce- 
duto disputare a corvi i brani putridi delle carogne (i)! » 
Il re fece coniare una nuova moneta , che da lui 
prese il nome di carlini , la quale volea avesse il mede- 
simo valore degli antichi augustali d*oro, non ostante 
che molto meno valesse : pena a chi ooatraffacea a que- 
sto editto^ per gli uiBciali la perdita de* beni e il taglio 
della mano, pe* cittadini il marchio in fronte impresso 
colla medesima moneta arroventata (2). Di poi coniava 
altra moneta con rame e poco argento , gli dava il pre- 
gio qual se fosse tutta di argento, e forzava i comuni 
a cambiarla con moneta di buona lega ; nel qual baratto 
il fisco guadagnava T ottanta o il novanta per centinaio, 
ed i comuni erano rovinati (3). Quelli che diceansi nuovi 
statuti e traffichi privati dell'imperatore Federigo, non 



(1) NlCOLAUS SPECIALEi I. /; — BàRTOLOHAEUS DE NEOCASTRO , C. 

12, 13; — CONTINOATOR SABAE MALASPiNAE , 0t'«(; - D'BSCLOT, Cronaca 
Catalana, e. SS; — Capitoli del Regno di Napalù p- 26 ; — Capitoli del 
Regno di Sicilia^ e. S, di re Giaeomos — AMARI, doc n. VII. 

(2) ■ Karoleo9t8 ponatnr in igne ut acceodatar, et sic totus calidus et 
aceeosus ab igne imprimator in facie illios rei iltorom qui karolensem prò 

minori qoantitate qaam prò ano augustali dederint vel eipenderiot >. 

RmU Arehivify di NapoH, Reg. di Carlo I, i2SS, A. fògli 127. 

(3) Capitoli del Regno di SieUia^ e. 10 di re Giacomo; — Capitoli 
del Regno di Napoli, p. 2^; — Bart- db Neocastro, c. 12; -^ D'Esclot, 
e. $8. 

La Farina, T. VI. 31 



242 STORIA d'italia 

solo Carlo manteane, ma ampliò, rinvigorì, e da gra- 
vissimi eh erano fece divenire insopportabili: non si po- 
tea macinare frumento che ne* mulini del re; ed in certi 
luoghi il re solo avea il diritto di fare e di vender pa- 
ne (i). Queste rendite egli dava a fitto , e non trovando 
fittaiuoli , forzava i ricchi a prenderle al prezzo da lui 
stabilito , che solea ragguagliare ne* suoi tempi calami- 
tosi a quello dell'ultimo anno del regno di Manfredi (2). 
Anco i suoi vasti terreni e dava in aflBtto per forza agli 
agricoltori vicini; cosi pure gli armenti, le mandre, i 
polli e gli alveari delle pecchie: le greggi che rìtenea 
per conto proprio eran menate a pascere non che nei 
prati 3 ne' campi e nelle vigne altrui y e chi doleasi era 
gastigato (3). Né questo bastando a soddisfare alia sua 
cupidigia , e lasciava che tutti i regj uflBciali rubassero e 
con proibiti guadagni arricchissero , e quando queste 
spugne erano bene inzuppate, e le strizzava a suo pro- 
fitto con ammende, composizioni e condanne (4). 

L* aggravio de* personali servigi crebbe si che giam- 
mai in tutta la Cristianità s era veduto il somigliante. 
Son chiamati a servire sulle navi del re marinari e non 
marinari: chi fugge è perseguitato, e se non trovan lui, 
prendono il padre , i fratelli , i figli , e anco le mogli , 
le sorelle e le figliuole (5). Gli uflBciali del re obbligano 
i cittadini a far da corrieri e da carcerieri; prendon 



(1) Diploma del 6 agosto 1281: Elenco delle pergamene del R. Ar^ 
chivio di Napoli, t. /, p. 228. 

(2) Capitoli del Regno di Sicilia, e II, di re Giacomo. 

(3) Bart. de Neocastbo, c. 12; — ANONYMUS, Chromcon Sieulum; 

— D*E8CL0T, C. 88; 

(4) Comprovano queste scelleratezze molti diplomi cootenoti nel re- 
gistro del R. Archivio di Napoli, segnato an. 1283. 

(5) Bart. de Neocastro , c. 12 ; — Capitoli del Regno di Sicilia, 
e. 44 di re Giacomo; — Capitoli del Regno di Napoli, p. 26. 



SORGERE DE PRINCIPATI 243 

carri ^ barche e cavalli e doq pagano ; abusano il diritto 
di albergo, portando via le masserizie, guastandole o 
gittandole in viso a* padroni ; costringono uomini rag- 
guardevoli per virtù o per casato a portare sulle spalle 
le loro robe y e nobili giovinetti a girare lo spiedo dell' ar- 
rosto nelle loro cucine ; e chi si niega è ribelle , e co- 
me ribelle punito. Ne la pena colpisce solamente il reo; 
ma i suoi figli non potranno prender moglie senza \ as- 
senso del re, perchè la razza de liberi uomini si spenga, 
mentre le ricche donzelle o debbono cedere i loro beni, 
maritarsi a* Francesi (i). 

Fra vizj di Carlo non è annoverata la lascivia , che 
anzi egli avea fama di continente e di casto ; ma perchè 
niente mancasse alla tirannide onde Sicilia era travagliata 
ed afflìtta, era appunto in questo che più sfrenavansi i 
suoi baroni e soldati; uè i mezzi di appagare le loro 
brame mancavano : gli imprigionamenti arbitrar) , le per- 
quisizioni per cose fiscali o di stato, i permessi di ma- 
trimonio , e poi la potenza che sgomenta le timide , 
Toro che attira le corruttibili, la cortigianeria che al- 
letta le vanitose, la forza che vince le caste. Mogli, 
sorelle e figliuole sono vituperate sotto gli occhi de ma- 
riti , de* fratelli e de' padri : chi tenta difenderle è per- 
cosso , ferito , caciato in bando o imprigionato ; ed il 
re quelle scelleratezze scusa come errori giovanili, e a 
volte gastiga gli accusatori (2). 

Invano papa Clemente scrisse al re lettere di pre- 
ci) CONTINUATOR SABAB MALìSPINAB, HtS(. 5tet<.; — D'ESCLOT , C. 
88; — SPECIALE, Z. /, c 1, 2, 11; — Capitoli del Regno di Napoli, p. 23; 
— Capitoli del Regno di Sicilia, e 19, 20, 22 di re Giacomo} — Epistola 
CkfMntit tv, Ratnaldus, an. 1267, §. 4; — Gallo, Annali di JUettina, 
t. II, p. 105; — Rimostranza d&Sieiliani, AMARI, doc. Vii. 

(2) G. Villani, (. VII , e. 57 ; — Babt. de Neocastro, c 22; — 
AMOKiMOS Chron. Sicul-, - Speciale,/. /, e. 2, 11; - Epist. Ckmenti5lV,l e. 



$44 STORIA D ITALIA 

ghiera e di rampogna ; invailo papa Gregorio gli minte- 
oiò la pena riservata a* tiranni. Egli rispondea: « Che 
voglia dir tiranno non so; ben so che Dìo mi ha gai- 
dato, ed ho fede eh* egli non mi abbandonerà (i) ». Il 
concilio di Lione rimase inorridito alla descrizione dei 
mali del regno , che ivi fece Y arcivescovo di Capaa , e 
deputò a lai suoi legati per richiamarlo al dovere : pre>* 
gollo caldamente sao fratello il re san Luigi , pregollo 
suo nipote il re Filippo : egli non dava ascolto ne a* pa- 
renti, né a papi, né al concilio, e pessimo dapprincipio 
divenne tutti i di peggiore (2) ; e allorquando , sedente 
papa Martino , il vescovo di Patii e fra Giovanni da Mes- 
sina vennero a lui ambasciatori degli oppressi, egli in 
altra guisa non rispose che col fargli gittare in orrido 
carcere , ov erano dall* inedia macerati (3). 

Non dee però tacersi che la parte continentale del 
regno era dell isola meno oppressa e tribolala; si cbe 
mentre ì Siciliani non rammentan di Cario che la scel- 
lerata ed atroce oppressione, gli abitatori della terra ferma 
trovano qualche compenso nella riparazione di molte 
strade , nella riedificazione deir Aquila , nella fondazione 
di Villanuova, nell* asciugamento di parecchi paduli, ed 
in varie franchigie municipali. Carlo voHe nel regno nna 
Parigi colla sua università e colla sua Bastiglia. Gli 
Hohenstaufen aveano preferito risola il cui soggiorno 
era air imperatore carissimo. A Carlo la Sicilia era so^ 
spetta, perchè in essa erano sempre tenoti in gran ve- 
nerazione i nomi di Costanza , di Federigo e di Manfredi : 
a lui più gradia il soggiorno di Napoli, città che nei 
suoi diplomi dicea amenissima, e che avea il vantaggio 

(1) ANOifTHUS, Annal Eccl, an. 1267-68. 
2) Sabas Malaspina, /. r/, e. 3, 4, efc... 

(3) SFRCIALR, l. /, e. 3. 



SORGERE DE FRINCIPATl 245 

d'essere piò viciBa a Roma^ a Piredze e a Milano ^ 
scopo a suoi ambiziosi disegni: e Napoli egli lastricò, 
omo, abbellii ^ e la sua nniversitii , accrebbe , e quivi , 
sul disegno della Bastiglia di Parigi , ediBcò il Castel 
Nuoto il quale da sei secoli attende il suo ^4 luglio. 



XLIII. 



DI PIRTRO DI ARAGONA R DI 8WVANNI DI PROCHM* 

Mentre Todìo popolare preparava nel suo segreto le 
vendette , un raggio di speranza agli oppressi venia dalU 
lontana Aragona. Pietro di Aragona marito di Costanza 
Sgliuota di Manfredi , aspirava alla corona di Sicilia come 
erede della Casa Sveva. Egli reggeva Aragona^ Valènza 
e la contea di Barcellona , ma principe assoluto non era, 
iMperoccbfe i prelati, i baroni, i cavaNeri e i deputati 
delle città ne) prestare giuramento al nuovo re diceano: 
« Noi, che vagliamo quanto te e che possiamo più di 
te , ti facciamo nostro re e signore perchfe mantenghi la 
nostra libertà, se no, no (i) ». E questo giuramento 
risponde a quei semplici costumi descritti dai contentpo- 
raneo don Raimondo Muntaner, là dove dice: « I sud- 
diti de re di Aragona hanno poi questo vantaggio, che 
ognuno può parlare al suo signore ttrtte le voUe chfe 



(1) « Nos, qoe yalemos tanto come yos , j qoe podemos mas qoe vos 
US nemofi nocstro rey y seoor, con tei qoe gnardeis iwestros faeros, se no, 
DO ». 



246 STORIA D ITALIA 

gliene venga la voglia , ed è sempre ascoltato con bene- 
voglienza , e n* ha risposte cortesi e graziose. Da un al- 
tro lato se un maggiorente, un cavaliero, un onesto bor- 
ghese vuol maritar la sua figlia, e li prega di onorare 
la cerimonia colla loro presenza , questi signori anderanno 
in chiesa, o altrove, dove piacerà più a chi T invita. 
Ugualmente se alcuno muore , o se ne celebra V anniver- 
sario, vi andranno come se si trattasse di un loro pa* 
rente; ne questo fanno davvero gli altri signori. Di più 
nelle grandi feste, invitano in copia la gente dabbene, 
né si fanno schifi di accogliere ai loro banchetti in pub- 
blico e nel luogo stesso dove mangiano tutti gli invitati, 
e neppur questo si vede mai altrove. Poi se un maggio- 
rente , se un cavaliero , un prelato , un cittadino , un bor- 
ghese, un lavorante od altri offre loro in dono o frutta 
o vino altre cose, non saranno schizzinosi a prenderne, 
e nelle loro case, nei casali e nelle ville, accettano gli 
inviti che loro si fanno, mangiano di ciò che si pone 
loro davanti, e giacciono nelle camere che loro sì as- 
segnano. Ovunque vadano a cavallo, nelle città, luoghi 
e borgate , si mostrano a' loro sudditi , e se la povera 
gente, uomini e donne, dice loro di fermarsi, si fermano, 
l'ascoltano, l'aiutano nelle sue strettezze (4) ». 

Re Pietro erasi acquistato molta rinomanza nelle guerre 
di Valenza e di Murcia , e comandava ad un popolo uso 
a star sempre colle armi in mano. AH* impresa di Sicilia 
gli erano sprone le preghiere , le rampogne e le lagrime 
delia moglie, la quale ardentemente bramava vendicare 
il sangue del padre e del cugino , e Y esterminio crudele 
della casa sua. Confortavanlo anco due usciti del regno, 
Ruggiero Loria e Corrado Lancia, a proposito de quali 

(1) Munta NER , Cronaca Catalana , traduzione di Filippo Jfoiie, 
e. 20. 



SORGERE DE PUWCIPATI 247 

scrive il cronista sopracitalo : e Era venuto colla reina 
Costanza don Ruggiero di Loria, il quale era di ottima 
famiglia , e uscito da cavalieri banderesi. Sua madre chia- 
inavasi Bella , avea educato la detta reina , ed era venuta 
con lei in Catalogna . . . Don Ruggiero fu educato alla 
corte : era fanciullo quando venne : la sua baronia era in 
Calabria e componeasi di ventiquattro castella riunite, 
ed il luogo principale di questa baronia chiamavasi Lo- 
ria. 11 detto don Ruggiero fattosi adulto fu uomo avve- 
nente, e molto amato dalla reina e da tutta la corte. 
Era venuto nel medesimo tempo colia reina un altro fan- 
ciullo di onorevole casato , figlio di conte e parente della 
reina , il quale chiamavasi don Corrado Lancia .... Era 
de* più begli uomini del mondo, de* più facondi e de più 
istruiti , di modo che dicevasi allora che il più bel cata- 
lano era parlato da lui e da don Ruggiero Loria. . . Il 
signor infante don Pietro li vesti ambidue cavalieri, e 
dette in isposa a don Ruggiero la sorella di don Cor- 
rado, ch'era savia, buona ed onesta donzella (1) ». Ai 
conforti di costoro univansi certamente quelli di Giovanni 
di Procida. Egli nacque e fu educato in Salerno; visse 
io corte di Federigo II e di Manfredi , e v' ebbe alto 
grado (2) ; tenne la signoria feudale di Procida , onde 

(1) MONTANEB, C. 18 

(2) Fra testtiDoni, che sottoscrissero il testamento di Federigo li im- 
peratore, si legge il nome di maestro Giovanni da Procida. Da un marmo 
pubblicato dal Sammonte e appartenente alla chiesa di Salerno, si vede che 
egli, verso il 1260, per ordine di Manfredi fece costrairc il molo dì quella 
città. L'ingegnere Francesco Saverio Cavallaro di Palermo scoprì e disegnò 
ona piccola figura inginocchiata in un mosaico della cattedrale di Salerno , 
sotto la qaale figura si legge : 

• Hoc studiis magnis feeit pria cura hhannis 
De Procida dici fn$ruitque gemma Salerni *. 

Bgli sottoscrisse come testimone nel giuramento di fedeltà prestato da' Sa- 
nesi a re Manfredi nel 1259 ; Archivio dipfomatico di Sitna, per. 706. Un 



248 STORIA D ITALIA 

pr^^ il Qope ; fu medico di grande riputazione (1) , e 
tradusse o. compilò un libro di massime e detti degli an- 
tichi filosofi morali (2). Narrano ch'egli uscisse dal re- 
gQQ per aver veduto la moglie e la figlinola contaminate 
dalla libidine de* Francesi ^ ed il figliuolo ammazzato nel- 
Tavar voluto difendere o vendicare \ onore della sorella e 
della madre (3). I documenti lo mostrano uscito e di- 
chiarato ribelle innan^ù Tanno i270 (4), e potrebbero 
far ^spettare non odiata da Francesi la moglie , la quale 
rimale nel regno , e non isdegnò i favori del re Carlo (5). 
Procida trovò asilo e sommo favole nella corte di 
Pietro e Gostanza di Aragona > da* quali ebbe le signorie 
di Luxen, Benizzano e Palma (6): il suo nome, le sue 



diploma del R. Arcbivio di Napoli colia data del 1270 , oel qaale si legge 
trascriUo an diploma del 1265 , prova cbe Giovanoi fa cancelliere del re 
Manfredi r amaei, r. i, p. 90. 

(1) Il Xoiinl dia «d docoraeiKo dal quale si vede cbe MaUeo Car«o- 
ciola domandò licenza al re Carlo li di andare in Sicilia per farsi curare 
da Giovanni di Procida, allora già vecchio : Degli Ammiragli del Regno. 

(2) L^Amari ne ba trovato un codice fra MSS. deHa Biblioteca Nazio- 
nale di Parigi, n. 6069, V, cbe comincia j « Incipit liber pbilosopbomiB ma* 
ralium antiquornm et ditta seu castigationes Sedecbie, prout inferius conti* 
netar, quas transtulit de greco m latinum magister lobannes de Precida •. 

(3) Q' Villani, l VU, e. 54; ^ Pbtbaica, Itimr, Siriae.; — Boccac- 
cio, De Casibus Virorum lllust., l /J, e. 19. — Vedi anco il comiacìamento 
deHa storia anonima della congiura di Giovanni di Procida , tralasciato dal 
Gregorio, e pubblicato dal Buscemi, Vita di Giovanni di Procida. Nessuno 
degli scrittori contemporanei del regno accenna a questo fatto* 

(4) Oiploma del 29 gennaio 1270 per la inquisiaione de' beai confi- 
scai a'ribelli^ fra quali è U nome di Procida : Bo^cam» doo, 2. 

(5) Da un diploma p^blieato dal Buscemi si vede che re Carlo, nei fahr 
braio del 1270, le accoirda un sussidio sa'beni dotali che remo stati confiscati 
• come non partecipe alle colpa dei marito , reo d* «Ho tradioieotQ •. Un 
altro diploma pubblicato dall' Aoiari dà la medeiima attestaaione in (avoee 
di lei, un terzo infine, citato ne* Discorsi di do» Ferrante ddla Jlairro, or- 
dina cbe sian pagate dal fisco onze cento prestate a Landolfina da un tal 
Caracciolo. 

(6) SoBiTA, Annali di Aragona, l IV, è. 13. •— Negli Arcbivj di Bar- 
cellona, cbe si dieserò distnifttii dal canoone di Bsparftero , ma che sono 
intatti, si trovano molti diplomi riguardanti quei feudi: 



SORGERE DE PRiaCIPATI 249 

relazioni co' partigiaDi della casa sreva rimasti nel regno 
o sbanditi^ il desio di vendicarsi o dì risalire ali antica 
grandezza dovettero non poco conlriboire a far si che il 
re si deliberasse di entrare in qneirimpresa. « Si dette 
egli danque, come scrive il Hantaner, a provvedere a 
Ire cose, cioè: primo, die nessono potesse venire ad in- 
quietarlo nel suo reame; secondo, di preparare la mo- 
neta necessaria; terzo, che il suo divisamento non fosse 
noto ad alcuno ». Egli concluse una tregua col re di 
Granata, fermò nna pace col re di Gastigiia, riattivò i 
lavori degli arsenali di Valenza, Tortosa e Barcellona, 
allestì navi, preparò armi, chiese e ottenne sussidj da suoi 
baroni e dai suoi borghesi; ma copri sempre i suoi dir 
segni , s* è vero dò che scrisse più tardi Cariò d' Angiò , 
e* gli si addimostrava in quei tempi più amico che per 
lo innanzi e proponeagli un parentado (4). 

Narrano istorici meno autorevoli in riguardo a luo- 
ghi e a* tempi, che Procida andò a Costantinopoli a rn 
confortare il Paleologo spaurito dalle minacce del re Carlo ; 
che da lui ebbe centomila once d* oro ; che fintosi scac- 
ciato da quella corte ritornò in Sicilia travestito da frate, 
per accendere le ire degli isolani ; che quivi congiurò con 
Gualtiero da Caltagirone, Alaimo da Lentini, Palmiere 



Febbraio 1278 (1279 uso cornane): diploma agli uomini di Palma e di 
Lnlxeo per ricenoscere per loro signore il diletto e famiHwe del re Gio- 
vioot di Procida: Reg. 40, fogi, 68. 

* — Concessione al ftdéle eoneigliere Giovanni di Procida delle signo- 
rie di Palma, Benlzzano e Lntxen per i molti e grati servigi resi, e per la 
fede pura e dé9ozi&m sineera per tire e per la regina : Reg, 40, fogl. 06, 70. 

Aprile 1280 : lettera del re , daMa quale resulta che Procida avea gran 
parte nel goremo del regno df Aragona: Reg, 47, fàgl 95. 

(1) MONTANSR, e, 36-44; — O'BSCLOT, C. 76 ; — BART. DK NEOCA- 

6TR0, e. 16; — SUBITA, {. e. — Vedi il maiiifesfo df Carlo d'Angiò in Mr- 
BATOii, AnXiq. Hai. Medii jE^i, dis. XXJIX. 

La Fabina, T. vi. 32 



250 STORIA D* ITALIA 

Abate ed altri baroni ; che di là andò segretamente in corte 
del papa, e comprò coli* oro greco 1* assenso di papa Nic- 
colò air impresa che ordivasi contro TAngioino; che con 
lettere del papa e de* baroni si recò in corte del re di 
Aragona e decise il re a farsi capo dell* impresa. Aggiun- 
gono eh* e* ritornò dalla Spagna, sbarcò a Pisa, rivide il 
papa a Viterbo, i baroni siciliani a Trapani, il Paleologo, 
a Costantinopoli ; che da costai ricevesse altre trentamila 
once d* oro per gli armamenti del re Pietro ; che ritor- 
nando dalla Grecia seppe per via la morte di papa Nic- 
colò ; che rianimò i baroni siciliani , i quali eransi scon- 
fortali, e li fece vergognare di loro viltà in una segreta 
adunanza eh* ebbe luogo nell* isola di Malta ; e che quivi 
fu messo e vinto il partito della insurrezione, e stabilito 
il di ed i modi (4). In tutto questo è probabile che ci 
sia del vero: certo egli è che delle pratiche segrete vi 
furono fra il Paleologo ed il re di Aragona, e che il Pa- 
leologo dette danari (2) ; forse Giovanni di Procida ne fu 
il mediatore; è naturale che i baroni siciliani congiuras- 
sero contro una dominazione odiata e dalla quale erano 
i più stati dispogliati de loro feudi , e tutti tenuti in ver- 
gognosa ed insopportabile servitù. Il resto par favola; né 



(1) Ricordano Malaspina, c. 206-208; — G. Villani, l. VII , e. 
57-60; >- Cronica anonima della cospirazione di Procida; — FRAnciscus 
PiPiNUS, /. in, e 11, 12. 

(2) Ptol. Ldcbnsis, {. JT/F, e. 4. Le monete greche farono in qoel 
tempo alterate dal Paleologo, dicono gli storici « per fornire sossidj agli 
Italiani •. Gborgius Pachtmbres, Historia rerum a Wchaele Palaeologo 
gestarum, l. VI, e. 8. II Saint-Priest, per proyarecbenessnna corrisponden- 
za passava fra il Paleologo ed il re Pietro , pubblica ona lettera di Pietro 
air imperatore, nella quale si dice cbe ambasciatori greci eran yenuti a chie- 
dere la mano della figliuola del re pel figlio dell'imperatore, e cbe avendo 
saputo Tela troppo tenera della fanciulla, non s'erano creduti autorizzati a 
concludere il parentato. L'argomento non parmi abbia lutto il valore che 
gli attribuisce lo storico francese. 



SORGERE de' PRUHCIPATI 251 

pare che Pi ocida avesse in Sicilia pria del vespro ne par- 
licolari relazioni^ né grande autorità, né possessi (i). 

Gli armanìeDti del re di Aragona destarono sospetti 
in tatti i princìpi della Cristianità, e principalmente in 
re Carlo, il quale ordinò che forze navali guardassero il 
littorale del regno, e che fossero ben munite e fomite le 
fortezze dell isola (2). Filippo re di Francia chiese al re 
Pietro lo scopo di quegli apprestamenti di guerra, gli si 
profferse compagno se disegnasse combattere gli infedeli, 
ma avversario se quelle armi apparecchiasse contro Carlo 
suo zip, o il prìncipe di Salerno suo cugino (3). Rispose 
Pietro: non si volgerebbero quelle armi contro Francia, 
né contro i suoi alleati; contro chi lo mostrerebbe il 
fatto (4). La stessa risposta fu da lui data a* re di Ca- 
stiglia e d'Inghilterra, non che al re di Maiorìca suo 
proprio fratello (5). Martino IV, che tutto facea secondo 



(i; 1 poeti, cbe ban trattato questo argomento secoodo la tradizione, 
faao sentito il bisogno di fiir Procida Siciliano. Gasmiro Delavigne gli fa 
dire: 



la patrie 

Je Vaime, et la veux libre, et pour sa libwté 

En un jour, hiens, parenti, amiSyj*ai tout quHU >. 



E il Niccolini 



« B rimirai piangendo il sol nascente 
Della mia patria illuminar le torri, 
Tutta coprir Palermo. Ab tu non sai 
Quanta dolcezza ba il nat^o loco 

(2) Vedi due diplomi del 13 marzo e del 6 agosto 1278 citali dair Ama- 
ri, p. 99. 

(3) • E si ¥06 avés autre eoteocion il veot qne vos sacbés qoe qui- 
quonques feret guerra bo autre ennuyement le roy di Sitile sòn onde e lo 
prince di Salema son cousin illi deplaret forment », 

(4) Archìvio della corona di Aragona in Barcellona , Beg. hi , 
fogl, 118. 

(5) CONTINUATO! SABAE MaLASPINAE , Hittofia ; — MUNTANEB , 

c. kk-kl. 



252 STORIA d' ITALIA 

i desideri di Carlo, mandò un suo legato in Aragona per 
dire al re che s' egli intendesse di far la guerra agli in- 
fedeli la Chiesa gli sarebbe propizia, ma avversa se a 
principi cristiani. Il re rispose : « Prieghi il santo padre 
per l'esito della guerra eh' è giusta; ma non mi chieda 
altro : se la mia mano sinistra sapesse il mio segreto , colla 
destra la mozzerei ». Secondo il Huntaner il papa fece 
dire a re Pietro che se volea confidarsi a lui avrebbe fa- 
coltà di andare ove meglio gli piacesse, e eh* egli sarebbe 
pronto a offrirgli moneta ed indulgenze. 11 re gli rispose 
essergli molto obbligato delle sue offerte, ma piegarlo 
a non volersi avere a male se nel momento non potea 
svelargli i suoi disegni ; che fra poco tempo il potrebbe, 
e allora lo pregherebbe di soccorrerlo con danaro e con 
indulgenze {ì). Non ostante la taciturnità ostinata del re 
Pietro, in Italia indovinavansi i suoi disegni, e per miezzo 
di Andrea di Procida scudiero del marchese di Monfer- 
rato, pervennero in Aragona lettere del conte Guido No- 
vello, di Corrado di Antiochia e di Guido di Montefeltro, 
che sollecitavano il re a a recuperare il regno di Sicilia » : 
e questi documenti, che serbansi negli archivj di Barcel- 
lona, sono coQtrasegnati dal signor Giovanni^ il quale è 
certamente Giovanni da Procida (2). Frattanto re Carlo 
preparava anch*egli navi, uomini ed armi, che dicea de- 
stinati al riacquisto della Terra Santa, ma che lo erano 
invece alla conquista dell* impero greco, e forse anco alla 
difesa di Sicilia e di Provenza. E* fermò una lega co*Ve- 
nezianì ; apparecchiò cento galere, dugento uscieri o navi 
da trasporto , e legni minori assai : radunò diecimila ca- 

(1) Croncica della Cosptro^tone di Procida^ — Ricobdimo Mala- 
spina, e. 208j — G. Villani, l VII, e, 60; Muntanbb, c. 47. 

(2) Archivio della Corona di Aragona in Barcellùna , Beg. ii7 , 
fogl. 115. 



SORGERE DE* PRINCIPATI 253 

Talli e molta gente a pie' : grandi materiali di guerra mise 
io pronto negli arsenali di Messina e di altri porti del 
regno [i). 

Questi nuovi armamenti furono cagioni di nuove 
estorsioni : piò oppresso fu il popolo ; più insolenti i do- 
minatori, a Oh fuggiamo, esclamavano i miseri Siciliani, 
fuggiamo dalle case nostre; andiamo a nasconderci nei 
boschi e nelle caverne; che sarà un viver men durol fug- 
giamo anzi la Sicilia, eh] è terra di dolore, di povertà e 
di vergogna. Non fu pia schiavo di noi il popolo dlsdraello 
sotto il giogo di Faraone ; ma e si alzò e ruppe le sue 
catene. A che rammentare la gloria degli avi nostri? Vili 
bastardi siamo noi dalle discordie e dai vizj infiacchiti; 
noi della Cristianità siamo il popolo più abietto ! » Acerbe 
e disperate parole che la storia registrò (2). « Febbrili 
batteano i polsi, dice una rimostranza del popolo siciliano 
diretta a papa Martino, incerti scorreano i giorni, ansiose 
le notti; fino i sogni conturbava il minaccioso aspetto 
degli oppressori: non vivere potevano, né pur morire tran- 
quilli .... Pendean mute le arpe siciliane appese al ca- 
prifico ed al salice (3) ». La Sicilia era divenuta un vasto 
sepolcro; ma il gigante popolare, che in esso stavasi rin- 
chiuso, rovesciò la pietra che lo copria e risorse. 



(1) Giovanni Villani, /. VII, e. 57; — continuatob Sabae Mala- 
8FINAE, Bistorioi — BccHoW , R$ehtrches pour sertnr à une hiitoire de 
la domination francaise aux Xtlt.^y XIV,* , et XV* siécles dam les prò- 
ììincei démtmbréts de l' empire grec. 

(2) CONTimJATOR 8ABAB MaLASPINAE, HiStOVia. 

<3) AMABi, doe. vii. Sai misero slato della Sicilia in qael tempo ve- 
di : SPECI alb, I. /, e. 2, 4$ — De Neocastbo, c. 13$ — AN0NTMD8, Chro- 
nieon Sicul. 



254 STORIA D ITALIA 



XLIV. 



DEL VESPRO SICILIANO. 



Era addi 34 di marzo dell* anno i282, lanedi di 
Pasqua (4), ed il popolo di Palermo, per consaeto fe- 
steggiamento, andava alla chiesa dello Spirito Santo, 
posta a mezzo miglio fuori le mura, su a un ciglione 
del fiume Orelo, in pianura vaga d orti e di giardini. 
Quivi uomini e donne siedevano in lieti crocchi suU* erba^ 
rizzavan tavole air ombra degli aranci , intrecciavan balli , 
cantavan canzoni , quando sulF ora di vespro comparvero 
i famigli del giustiziere, e cominciano, come soleano, 
a maltrattare gli uomini, ad oltraggiare le donne con 
parole e con atti (2). Mormorano e si adirano i giovani 
più animosi. Dicono i Francesi: « Armati sono questi 
paterini ribaldi , che osano rispondere » ; e ne frugan 
molti e ne parcuotono qualcuno. Droetto francese Tede 
una giovine di rara bellezza e modestia, le si avvicina, 
le chiede se abbia armi nascoste, e come per accertar- 
sene, le mette in seno le mani. A questo oltraggio la 
vereconda donna si svenne. Grida il marito , che 1* era 
accosto : « Oh muoiano , muoiano questi Francesi I » Un 

(1) La Pasqua in queiraono cadde adcfi 30 di marzo : GiovaDoi Villa- 
ni e Bartolomeo di Neocastro dicono il Catto accadalo lanedi; Niccolò Speciale 
e il d'Esclol martedì; rAnonimo cronista Siciliano e gli Annali di Genova il 
martedì 3l. 

(2) • Ultra qaam decet (ripudiantiam honestatem *, dice il continuatore 
di Saba Malaspina. 



SORGERE DE PEinCIPATI 255 

giovioe esce allora dalla folla, si avventa addosso a Dro et- 
to e r ammazza. S* odono molte voci di : « Morte , morte 
a* Francesi I » L* ira compressa divampa , e la tremenda 
strage incomincia. Tali avvenimenti è facile immaginare 
e descrivere; ma ove un ordine di battaglia non v*è, 
quando ciascun uomo è capitano a se stesso, quando 
dappertutto si combatte e si dà e si riceve morte, la 
storia a* particolari non iscende: dirò solo che dugento 
eran quivi i Francesi, e ne furon morti dugento (4). I 
vincitori rientrano in città gridando: < Morte a* Fran- 
cesi! », perchè in somiglianti casi o non cominciare, 
fornire. Il popolo si leva a rumore , corre per le piazze 
e per le vie, e quanti Francesi incontra tanti ne am- 
mazza. Il giustiziere Giovanni di Saint-Remy si chiude 
ìd palagio e vi si afforza, ma i Palermitani abbattono 
i ripari e le porte , egli è ferito nel viso , ed ha fortuna 
di salvarsi sconosciuto, e di riparare nel castello dì Vi- 
cari. Le tenebre della notte non miser modo alla strage, 
la quale l'indomani rincrudelì, come sempre avviene 
ne sollevamenti popolari, essendo ì primi ad accorrere i 
più magnanimi , gli ultimi i più feroci. In quelF impeto 



(1) 11 Maotaner non parla di qaesta doDoa in particolare, ma dice che 
i Francesi fmgavan le donne ; « Los metian la ma, e les pecicavan per les 
mammelles • (e. 43). Lo stesso ba il D'Bsclot. e. 81. Nello Speciale T insal- 
to è più brutto , e con troppo chiare parole descritto , ma si riferisce ad 
nna sola donna: • temerarius illam in titillavil > I. i , e. 4. Vedi Bart. 

DE NBOCASTRO, e. 14; — GIACHETTO MALASPINA, C. 209; — G. VILLANI, 

I. VII, e. 61. Il Saint-Priest crede vedere contradizione fra gli storici che 
parlano della sola ricerca delle armi , e qoelli che riferiscono r oltraggio 
folto ad ima o a parecchie donne ; ma Tnna cosa non esclude V altra , anzi 
la spiega. L'Amari crede che i Siciliani fossero senz' armi ; il Saint-Priest 
crede il contrario : io son di accordo colto storico francese , e credo che i 
ferri notati da Saba Malaspina, più che i sassi de'qaali parla Bartolommeo 
di Neocastro spegnessero i Francesi; ma non parrai qnesto provi l'esistenza 
d'un exéerable guet^apens , come dice il Saint-Priest. La Sicilia del 1848 
spiega benissimo la Sicilia del 1282. 



256 STORIA D ITALU 

furono morti duemila Francesi, a quali niegossi T onore 
di cristiana sepoltura (i). I yendicatori dell'eccidio di 
Augusta irruppero ne conventi de' frali predicatori e mi- 
nori, e quanti ne trovarono che parlavano la lingua 
francese tanti ne fecer morire (2). Narra la tradizione 
che i Siciliani i sospetti d* esser francesi forzassero a 
pronunziare la parola cicirij affinchè il sibilo della natia 
pronunzia li scoprisse (3). Né arrestossi il macello arsoli 
adulti y imperocché anco i lattanti erano scannati in brac- 
cio alle madri; né vi fu misericordia per le donne, ed 
alle Siciliane gravide di francesi il ferro siciliano squar- 
ciava le viscere e in jssse ricercava il mìsero fratto di 
quel mescolamento di ^ngue di oppressori e di op- 
pressi (4). 

Nella medesima notte di queir eccidio , il popolo di 
Palermo proclamò il reggimento a comune, e aggiunse 
« sotto la protezione del papa » » forse per placare 1* ira 
del papa , e per rispondere all' accusa de' Francesi , che 
dicean Sicilia mezza saracena e mezza eretica. E questa 
subita deliberazione del popolo prova la congiura frai 
baroni ed il re di Aragona aver poco contribuito alla 
rivoluzione , ovvero che i popolani , divanzando nelle 



(1) BART. DB NBOCASTBO, C- 14, 15; — CONTINUATO B SABAB MALA- 

sPiNAE, Hist.; ^ Mcntaner, /. c ; — D'EscLOT, l, c, - La Cronaca della 
cospirazione di Procida dice 3,000. Più tardi si scavò per qnei cadaveri una 
fossa presso la chiesa de'santi Cosmo e Damiano: Fazello^ Dee. 2, h Vlìl^ 
e. 4. 

(2) • Andaru a li lochi de li frati minori e frali predicatori, e quanti 
ci odi truvara chi parlassira cu la lingna franeisca li aoccisiru 'atra li ete- 
sii •. Cronaca anonima della cospirazione di Procida. 

(3) Tuttavia in Sicilia la frase fari diri eieiri ( far dire ceci ) soont 
ammazzare o far capitar male. 

(4) CONTINDATOB Sabab Malaspinae , Hiitoria ; - B. DB Nboca- 
STRo, e. 14; - G. Villani, l. Vili - e. 6i ; - Giachetto Malaspina , 
9. 209; — RicoBALDCS, Pomariuntf — f, PiPiNUS. Chronieon, 



SORGERE DE* PRINCIPATI S57 

azioni i disegni de' congiurati , mutaron natura ,, a quei 
moti. Ruggiero Mastrangelo , Arrigo Barresi , Nicoloso 
d* Ortoleva ca?alierì e Niccolò d* Ebdemonia fui^ono eletti 
capitani del popolo. AI grido di: e Buono stato e li- 
bertà » fu inalberata V antica aquila palermitana, alla 
quale , per riverenza alla Chiesa , si aggiunsero le chiavi 
d'oro [i). 

Il giustiziere Giovanni di Saint*Remy tentò resistere 
co' Francesi nel castello di Vicari : i Palermitani gli prof- 
fersero patti ch*ei rifiutò; dì poi gli richiese.^ e non li 
ebbe : ed il castello fu espugnato , e tutti quanti eran 
dentro ammazzati (2). Gorleone fu la prima a seguire 
r esempio di iPalermo , oiFrl a Palermitani patti di unione 
e di fratellanza che furono con somma gioia accettati, 
ed armò tremila cittadini, i quali cominciarono a cor- 
rere il paese , espugnando castella ed ammazzando Fran- 
cesi, con tal furore, dice il continuatore di Saba Mala- 
spina, c^che parca ogni uomo avesse a vendicare la 
morte del padre, del fratello o del figliuolo (3) ». Le- 
yavansì in armi le città e le terre vicine , uccideano gli 
stranieri , si proclamavano in libero reggimento e man- 
davano loro ambasciatori a Palermo. Ruggiero Mastran- 
gelo consigliò si dividessero tutti gli armati in tre schiere, 
r una prendesse la via media dell* isola , e muovesse 
verso Castrogiovanni ; le altre due percorressero il litto- 
rale in opposta direzione: cosi si fece, e la rivolta or 
precedendo ed or seguendo il giungere di quelle schiere, 



(1) B. DE NEOCìSTRO, C. 14; - SPECIALE l I, C. 4; — ANONTMUS, 
Chron. Sioulum; — AHABI, doc IV. 
(2) B. DB Neocastro, c. 15. 

(3) CONTINUATOB SABAE MALASPINAE, HJftOfia; — AMARI , (ÌOC IV, 

CorleoDe era in qael tempo citte molto importante: nella distribaiione di 
una colletta, nel 1279, era stata lassata quasi no terzo di Palermo. 

La Farina, T. VI 33 



258 STORU D* ITALIA 

per tutta risola si dilatò. AFraocesi si dava la caccia 
come a bestie feroci ; ma costoro che dod seppero unm- 
Damante governare, seppero invece valorosamente com- 
battere e onoratamente morire (4). Fu però notevole il 
caso di Guglielmo Porcelet, che dicono signore di Ca* 
latafimi , il quale per essere stato giusto ed umano (noa 
dico io gìh y come gli storici di quel tempo , il solo giu- 
sto ed umano), non solo dal popolo non fu offeso, ma 
anzi ebbe onorevole e sicuro imbarco , perchè tornar po- 
tesse in Provenza (2). 

1 Francesi cbe ritrovavansi innanzi alle schiere siciliane, 
che procedendo ingrossavano j si rìdusser tutti ali estremo 
angolo deli* isola , in Messina , e vi si. afforzarono e mu- 
nirono. A* Messinesi scriveano i Palermitani un epìstola, 
la quale cosi cominciava: « A' nobili cittadini dell'egre- 
gia Messina, sotto re Faraone schiavi tenuti nella poi- 
vere e nel fango , i Palermitani augurano salute e riscossa 
dal giogo di schiavitù colla forza della liberta. Sorgi , 
sorgi o Sgliuola di Sion e riprendi la tua fortezza, tm 
che dispogliata delle vesti della tua gloria meni giorni 
di calamità , di miseria , di amarezza e d' ignominia. Non 
voler più far vano cordoglio; ma riprendi le tue armi, 
arco e faretra, e rompi i lacci che hai al colio (3) ». 
Eriberto d'Orleans, cbe governava la cittk, mandò con- 
tro Palermo sette galere messinesi , capitanate da Riccardo 
Riso, le quali, unite a quattro altre amalfitane, lancia- 
vano saette ed ingiurie contro i Palermitani. Ma questi 

(1) Contino ATOR Sabae Malaspinae, /. c.;--D'Esclot, c.81;--ano- 
NTMUSy Chronicon Siculum. 

(2) B. DE Neocastro, c. 15. 

(3) È pubblicata nella cronaca dell'ADODimo Siciliano. Il D'EscIot ne 
dà OD sunto : il Villani paria di questa bella tpistola. L'Amari ne ba trovalo 
un codice nella Biblioteca Nazionale di Parigi, lo ne bo veduto pareccbie an- 
tiche copie nella Biblioteca Vaticana, nelle quali vi sono delle varianti. 



SORGERE DE PRINCIPATI 259 

ri^Ddeaoo : dod renderebbero le ingiurie pè i colpi ; 
fratelli essere i Messinesi ed i Palermitani, sol nemici i 
tiranni: e in segno di amistà accanto all'aquila palermi- 
taaa inalberavano la croce messinese. Né quest'atto ma- 
gnaniaio attese lungamente il meritalo compenso ; e addì 
28 di aprile il pq)olo di Messina levò il grido di : « Morte 
a Francesi, nM)rte a chi li vuole! » « E andaron tutti per 
ia città correndo, scrìvea il D'Esclot, come uomini ar* 
rabbiafti colle armi in pugno , e ammazzarono tutti i Fran- 
cesi che V erano [i) ». L* indomani fu proclamato il reg- 
gimento a comune sotto la protezione della Chiesa, fu 
eletto capitano del popolo Baldovino Mossone ^ a cui si 
aggioosero quattro consiglieri , fra' quali era lo storico 
Bartolomeo di Neocastro: tutti i pubblici offici, quello 
del carnefice non escluso , furono affidati ad uomini nuovi: 
inviarònsi a Palermo messaggi di amistà e di federa- 
zione (2). Eriberto chiusosi nel castello capitolò: salve le 
persone di lui e de' suoi soldati a patto se ne ritornas- 
sero in Provenza ; ma e* contraffece , e disbarcò nella vi- 
cina Calabria: la qual cosa fu cagione che i Messinesi 
non tenesser fede a presidj francesi di Matagrifone e della 
Scaletta , che s erano resi a patti , e che ad onta di 
questi furono macellati [3]. 



(1) Chranaca Catalana^ e. SI. 

(2) B. DB Nbocastro, c. 24, 25, 30- Questo autore dice cbe Messiae, 
• Domioe lesa Christi et Bominae Matris Ecclesiae infocato, ▼exillam com- 
mniis solenmiter elevavit •. Secondo il Caruso i più erano oontrarj ai do- 
nioio della Chiesa; Memorie Storiche, par. Il, voL II Uo diploma Messi- 
nese, del 15 agosto 1282, a favore de'Siracxisani, porta la seguente iotesta- 
liooe: • Tempore Domioii Sacrosantae Romanae Bcclesiae, et felicis Com- 
monitatis Messanae anno primo feliciter. Amen ». Gallo, Anndli di Met' 
tina, t. II. 

(3) CONTIMOATOR SAB MALASPINAB, Hittorta; — B. DE NEOCASTRO, 
e. 27-30. 



260 STORIA D* ITALIA 

E cosi dentro il mese di aprile fu cominciata e com- 
piuta questa grande rivoluzione, narrata da storici, cantata 
da poeti, mirabile per impeto, per ferità e per concor- 
dia (i). In pochi d\ divennero repubbliche tutte le città, 
anco le feudali, perchè il feudalismo straniero rovinò colla 
straniera monarchia, ed il feudalismo siciliano era stato 
troppo da re Carlo abbassato per poter presto risorgere 
e dominare. Tntte queste città si strinsero in unica lega, 
si che tutta l'isola divenne una confederazione di liberi 
e indipendenti comuni (2). Col correre degli anni le tra- 
dizioni popolari confusero congiura di baroni, rivolta di 
popolo, strage di Francesi, arrivo degli Aragonesi: Procida 
fu il protagonista di questa epopea, nodo la congiura di 
un popolo intero, catastrofe l'uccisione di tutti i Francesi, 
non che in un giorno, in un* ora, al suono di quelle cam- 
pane del vespro il cui eco fa impallidire i tiranni (3). 



(1) SecuDdo la tradizione sola Sperlioga serbò fede a re Carlo, onde il 
dettato popolare in Sicilia: • Quod sicnlis placait, sola Sperlinga oegavit •. 
Gli storici del tempo non ne dicon nulla : forse tacquero per non perpetuare 
una ricordanza spiacevole. Un diploma pubblicato dall'Amari prova che la 
tradizione è veritiera. Il Saiot-Priest dice t • Honneur à cette petite ville , 
impercetible sur le globe 1 Cette petite ville a été grande; ce qu'elle a re- 
fuse e' est du sang! ». Sperlinga javea un numeroso presidio francese: ciò che 
i Siciliani cbiamaron colpa fu forzata; e ciò che il citato scrittore chiama lode 
non fu libera. 

(2) « Et missis sibi invicem nuntiis, conjuraverunt se ad invicem >. 
Annalet Genuenses; — Speciale, 1. 1, e. 4; — CoifTimcATOR Saba e Mala- 
SPiNAE, I. e; — ANONTMOS, Chron. Sic. 

(3) Arrigo IV di Francia dicea ad un ambasciatore spagnuolo : • S« 
stancate la mia pazienza , io anderò a far colazione a Milano e a desinare 
a Napoli >. — « Vostra maestà potrebbe arrivare in Sicilia per Torà del 
vespro •, rispondea lo Spagnuolo. 



SORGERE DE PRINCIPATI 26 i 



XLV. 



DRLL' ASSEDIO DI MSSIIM. 



Carlo Irovavasi io corte del papa, allorché ao messo 
dell'arcivescovo di Monreale gli aDounziò i casi di Pa- 
lermo; de* quali prevedcDdo egli le coosegaenze, eoo molto 
rammarico esclamò: « Siore Iddio, dappoi ih piaciuto 
farmi avversa la fortuna, piacciati che il mio calare sia 
a petìtti passi (i) w. Ritornato in fretta in Napoli, seppe 
da indi a poco la ribellione di Messina : crebbe \ ira sua 
col crescere del periglio, ed i cronisti lo descrivono di- 
grignando i denti, rodendo un bastone che tenea in mano, 
ruggendo come un leone (2). Egli chiese soccorsi dal re 
di Francia ; rivolse contro Sicilia le armi che avea con- 
tro r impero greco apparecchiate. Papa Martino bandì da 
Orvieto, ninno osasse favorire la siciliana ribellione; i 
disobbedienti, se vescovi o abati sarebbero deposti, se 
principi o signori, privati degli stati e de feudi, sciolti i 
loro sudditi dal giuramento di fedeltà : fossero tenute come 
nulle le confederazioni e le leghe delle città siciliane: ri- 
tornassero i ribelli all'ubbidienza del re Carlo, se no, 
sarebbero scomunicati ed esterminati (3). Gli ambasciatori 



(1) Villani, i. VII, e. 61, 62. 

(2) • IracQoda ferYìdtis^ dentibos frendens, rodens rolMir quod io fii«Du 
teoetMit.... Umqoam leo rogieos >. B. di Niocastro. c 31- 

(3) Ratnaldcs, Annoi- Beel, an. 1282- 



S62 STORIA AITAUA 

siciliaDÌ veDQli io corte del papa^ cosi bene le ardite ri- 
sposte coD rispettose parole ricoprivano, che il papa disse 
loro: « Voi fate a me come i Giudei al Cristo: salute 
o re de* Giudei, e gli davano uno schiaffo (1) ». Ciò non 
ostante, vedendo che avea a fare con gente risoluta ed 
ostinata, mandò suo legato in Sicilia il cardinale Ghe- 
rardo da Parma, al <}aale scrivea : « Mossi da sviscerato 
amore per la Sicilia , e dolentissimi degli scandali co* quali 
la tribola il nemico del genere umano, te mandiamo, o 
fratdio, come angelo di pace: svelli, struggi, dissipa, 
disperdi, edifica, pianta, osa di tutta Tautorità nostra per 
r onore di Dio e la rìsiaurazione del regno (2) ». E frat- 
tanto Carlo adunava le sue genti nella vicina Calabria : 
quivi convennero le milizie feudali, e merceoarj francesi, 
mille saraceni di Lucerà, aiuti di Firenze condotti da Guido 
di Battifolle e di altre città guelfe di Toscana e di Lom- 
bardia, galere di Napoli, di Genova, di Pisa e di Pro- 
venza; in tutto circa quindicimila cavalli sessantamila fanti 
e cencìquanta o dugento navi (3). Minacciava Messina oste 
^ grande, alla qvale era guida un re famoso nelle armi e 
sino allora fortunato, incitamento vm cardinale ripiene le mani 
di sconraniche e d* indulgenze. Munivano i Messinesi la città. 



(t) G. Villani, l VII, e. 63. 

(2) Ratnaldgs, Annal Eeel, an. 1282. 

(3) Questo nomerò pare esagerato , ma ecco le tesUmoniaDze degli 
scrittori contemporanei: pe'cavalli Neocastro dice 24,000; gli Annali di Ge- 
nova 22,000; PAnonimo Siciliano, il Montaner e il D'Bsdot, 15,000; lu scrit- 
tore delle Gesta de'Gonti di Barcellona, 14,000; il solo Villani dice 5,000. Per 
gli nomini a pie il Villani dice popolo senza numero ; il Montaner fanti 
senza numeTO\ il D'Esclot, 150,000: il Neocastro 90,000; gli Annali di Ge- 
nova , 60,000 ; il Continuatore di Saba Malaspina dice che rimasero 60,000 
fanti dopo le stragi delVasseéia lo qvaoto elle navi lo speciale dice 300, il 
Villani , 130 legni grossi tenza contare gli altri di Hrvigh ; il MaoitiDer , 
100 navi; il D'Bsclot 80 gal9r$ senza i legni minori. 



SORG£A£ DB P AinCIPATl 363 

eoo catene e travi galleggiaDli cbiudeaiìo il porto> e nelle 
vicine campagne rayinftvaD le case e abbaltean gK dberi 
e guastavano i coltivati affinchè di niente potesse giovarsi 
rinioiico (i). 

Addì 24 di giugno i conti di Brìenae e di Catanzaro, 
Eriberto d* Orleans e Bernardo d'Aceorsio, capitani del. re 
Carlo, s'imbarcarono so di una parte delle navi ce* cin- 
quecento cavalli e mille fanti, girarono il capo del Faro 
e drizzarono le prore a Milazzo costeggiando il liltorale. 
U Mossone capitano del popolo osci da Messina con cìn* 
qoecento cavalieri e buon numero di fanti, e mosse a 
quella volta: stancbe per la lunghezza del cammino, per 
il calore della stagione e pel peso deUe acmi le sue genti 
andavaiDO disordinate e sparpagliate: se ne accorgono i 
Francesi, approdano, sbarcano in fretta, li assalgono, e 
De fan macello (2). Il popolo, risaputa quella disfatta si 
vendica sa alcuni partigiani di Carlo, che tenea insprìgio* 
nati, toglie T ufficio di capitano al Mussooe, e lo dà ad 
Alaimo di Lentini, al quale Y età canuta non iscemava forza 
e valore. Egli era nomo di ako stalo e di considerevole 
ricchezza, avea servito Manfredi, di poi era stato da lai 
sbandito. Carlo d'Angiò lo fece giustiziere; ma l'afficioi 
gli fu tolto nel i275 perchè scoperto a' Francesi nemico. 
Tal' era la sua riputazione, che anco Caia aia e tutti i com- 
muni di qaid vasto tratto di paese, che si stende; da Tasa 
ad Augusta, lo vollero per loro capitano (3). 

Grandi apparecchi di guerra si fecero dall' una parto 
e dall' altra , e addi 2S di luglio re Carlo passò colFeser^ 



(1) B. DE Neocastro, c. 32. 

(2) B. DE Neocastro, c. 35, 36; — Speciale, l. /, e. 5; — G. Vil- 
lani, I. rn^ e. 66. 

il) B- DB NEOCAStlO, c. 36, 37, 4il; — SPBClALr, I. l, 6. S; — GAtLO» 
Annali di Mtiiina, I. //, éipL M 15 Agosto 1282. 



264 STORIA D ITALIA 

cito in Sicilia^ sbarcando quattro miglia fuori Messina, 
alla badia di Santa Maria di Roccamadore salla spiaggia 
di mezzogiorno. Il popolo volea uscire incontro a Fran- 
cesi; ma lo raffrenò la prudenza di Alaimo^ il quale 
fece anzi abbandonare il borgo detto allora di Santa Cro- 
ce, ed oggi della Zaera, e ritirare le sue genti dentro 
le mura , si cbe Carlo potè avanzarsi sino al piccolo 
torrente di Porta di Legni, e quivi accamparsi (d). Addi 
8 di agosto i Francesi assalirono ed occuparono il monte 
della Capperina , cbe signoreggia la città a libeccio , e 
che Alaimo con fossi e steccati area fatto munire. Dopo 
terribile battaglia i Messinesi riguadagnarono il monte; ma 
i Francesi che avean veduto come preso quel monte fosse 
facile prendere la città, venuta la notte tentarono per 
sorpresa ricuperarlo. Protetti dalle ombre saliron Terta, 
sorpassarono i primi ripari e già potean credere la loro 
impresa felicemente fornita , allorquando furon veduti da 
alcune donne che facean da scolte per dar tempo ai 
combattenti di riposarsi. Una di loro gridò, all' armi , e 
rotolò un enorme sasso, cbe scendendo giù per la china 
molti degli assalitori fortemente percosse; un'altra co- 
minciò a suonare a stormo una campana che, quivi era. 
Chiamavansi Dina e Clarenza ; ma altro di loro la storia 
non registrò. A quel grido, a quel suono accorsero in 
gran numero i cittadini armati: la zuffa fu asprissima e 
sanguinosa : i Francesi furono ricacciati , macellati , in- 
seguiti fin presso il padiglione del loro re. Quella vitto- 
ria parve miracolosa : vi fu chi disse aver veduto in vetta 
a quel monte una donna vestita di bianco, raggiante 



(1) SPECIALE, I. /, e. 7; — B. DB NSOCAKTRO , C. 38; — O'BSCLOT, 

e. 82. 11 generale Filangieri fece il medesimo sbarco nel 1849 ; i Messinesi 
però uscirono: non vi fu nn Alaimo, e v'era invece una cittadella. 



. SOHGAAE DE FIIINCIPATI 266 

di loce celeUtìàle; tèi MessÌMsi ediBcarono più tardi ìa 
quel hiogo «na oiiiesa, cht ratiiolaroDO alla MadoDoa 
della Vittoria (i)^ A scaTar fdssì , rizzar ripari , costruire 
steccati affalicaTaiifii nobili e popolani , legisti e merca- 
daali, guerrieri e frali; uè maDcarao le doooe « per 
trasportar pietre e cakina > , come uq antico canto ri« 
corda (2). Ed eran quelle donne vissute nelle mollezze 
di ricca eitli e per lusso famosa (3)^ vestivano dì broc^ 
calo d* oro e portavano in capo delle pettinature a guisa 
di torri (A) ; ed ora le più gravose fatiche sopportavano , 
e chi meno delle altre poteva curava i feriti ^ recava pane 
e vino a combattenti , gli esortava ad esser prodi gri- 
dando : « Animo cittadini , nel nome della beata Vergine, 
che difende Messina • ; parole che non può scrivere senza 
profonda commozione chi le ha udite dopo sei secoli ri- 
petere in akra guerra molto aH* antica somigliante. Nar- 
fWDO anco che le donne recidessero le lunghe trecce dei 
loro capelli per farne corde agli archi, e che altri ri-^ 
stori mancando dessero il loro latte a combattenti. Cosi 



(1) B. DE Neocastro, c. 39, Wj — G. Villani, I. VII , e 68$ -> 
PiBio, Sicilia SaarcL^ t. I, fi. 407. Fa istiiaiui «llora una festa religiosa, 
cbe si celebra aocora tutti gli aoni. 

(2) È Doto a tutti gli Italiani il prìDcipio di quella canzone riportato 
da Oiovaoiù ViUaiii : 

« Dbe com'egli è gran pietate 
. Delle donne di Messina 
Veggiendo iscarmigliate 
Portando pietre e calcina. 
Iddio gli dia briga e traveglia 
A chi Messina vuol guastare •. 

(3) V'è una legge del re Carlo nel 1272 • ad compescendum loxum 
Messanae •• 

(4) Niccolò Speciale così le descrive.* • Dicat nunc obsecro nova ilia 
curiositas messanenSfum dominarum : erat se tnnc illis curae in auratis ve- 
8t\bus firmata trabere, aut macbinabantar in turritiscapilibus superbis gres- 
sibos ambulare ». 

La Farina, T. VL U 



266 siORU d'italu 

quella cillà che UgODe Falcaodo , per le feste , pe' giuo* 
chi e per le volatià , descrisse come tuia nuova Coriolo, 
seppe emulare T eroica . virtù dell* antica Sparta (i). 

Il cardinale Gherardo ^ o da Carlo mandato o da* Mes- 
sinesi richiesto ^ entrò in Messina ^ e con grandi onori e 
molla riveren^ fu condotto in Domo ^ ove i cittadini gli 
offrirono le chiavi della dita ed il bastone del comando, 
dichiarando che intendeano reggersi a comune sotto Tallo 
dominio della Chiesa. Rispose il cardinale : gravi essere 
le loro peccata ; ma, purché si sottomettessero a re Carlo, 
le assolverebbe la Chiesa : non parlassero di patti , che 
non patteggia co' suggelli il signore: fidassero nella sua 
clemenza; e concludea: « Messina s*è data alla Chiesa, 
in nome della Chiesa io la rendo a re Carlo ». — « A 
Carlo no » , gridò Alaimo di Lentini , strappandogli dalle 
mani il bastone del comando. « No, no ! > urlò il po- 
polo ; e tal tumulto si fece , e tanto gli ankni s' infuria- 
rono, che il cardinale si ritirò impaurito, gridandogli 
un vecchio popolano : « Voi pastore consigliate ali* agnello 
che offra la gola al ferro del beccaio. Quante ore dura 
la clemenza di Carlo ? Voi preti ci vendeste al Francese; 
noi colle nostre armi ci riscattammo. Vi profferiamo ora 
la signoria della Sicilia; e papa Martino la sprezza? ed 
e* si fa mezzano di Carlo ? Ritorna al tiranno , e digli 
che Messina non vuol più leoni, né volpi ». E dopo 
altri tenlativi , che riesciron vani , perchè i Messinesi 
voleano « dare al re ciò che i loro antichi avean dato 
al buon Guglielmo », e Carlo rispondea « questo voler 
dire togliergli la signoria » , il legato si parti , scoiDuni- 



(1) SPECIALE, l. /, e. 7; — COMTINDATOR SABIE MALASFIKAB, BisL; 
— G.VlLLANI, l VII , C. 68 ; — BART. DE NEOCASTRO, C 42; - UGO FAL- 

CANDDS, De Tyrannide Siculorum. 



SORGERE DE PRIHCIPATb 2G7 

caodo la citU , ed ordinando cbe tutti gli ecclesiastici 
ascissero da quella in tre di , e che i rettori del cornane 
fra quaranta di comparissero in corte del papa. Aggiunge 
il Villani , che , non ostante ciò , il legato pregasse con 
molte istanze Carlo ad accettare i patti che da* Messinesi 
gli erano proflTertt: « Diceagli il legato avendo egli la 
terra con volontà de' cittadini medesiaii ^ ogni di potrebbe 
sUargare i detti patti , il quale era sano e buono consì- 
glio; ma lo re Carlo si adirò fortemente ». Erano per 
lo appnnto la volpe ed il leone de quali il vecchio po- 
polano facea parola (i). 

Seguirono vai] fatti d* arme con vantaggio de* Messi- 
nesi , i quali cominciavano a ricevere aiuti di uomini e 
di vittovagKe dalle altre città siciliane, e principalmente 
da Siracusa (3), Gochè, ginnta la nuova ddl* arrivo di 
Pietro di Aragona a Trapani , Carlo d* Angiò deliberò as- 
salire con ogni suo sforzo la città, addì i4 di settembre, 
per terra e per mare. Al sorgere del giorno , le sue navi 
spinte da gagliardo vento di tramontana , si lanciarono a 
piene vele e a gran forza di remi per rompere col loro 
abbrio le catene che chiudevano il porto ; ma alcune ri- 
mangono impigliate in certe reti sottomarine apparec-^ 
(èiaie apposta , alle altre stanno contro quattordici galere 
messinesi e sei grosse navi , sulle quali sono rizzati man- 
gani ed altri ingegni , da* quali , e dai sassi e fuoco greco, 



(1) Bart. de Neocastro , e. 4i; — Contini] ator Sabae Malaspi- 
RAI , BUItìfia; - ANomiiOS Chron, Siculum.^y — N. Sficialy, 1. 1, e. 9; •- 
G. Villani, L Vii, e. 66, 67; - Maorolico, Bes. Sican., l. IV» 

(2) I Messioesi accordaroDO per questo a' Siracasaai molti privilegi 
nella loro città. Il diploma è co9\ intestato : • Nos Alayrans de Leootino Ni- 
les CapiUDeos Cifitatom MessaDae, Cataaiae et a Tosa nsqae ad Aguliam 
Aogostae, CoDsiliam et Gommone praedictae Civitatis Messanae >. Gallo, 
annali di iHiMtna, an. 1282. 



268 STORIA D'ITALIA 

che lanciano da terra , sono cosi guastò ed me ohe deln 
bono ritfarsi. Nel medesimo lempo l'eseioìto friancese aa*« 
sale la città : con arieti , con gatti , imi peftràere , cod 
Oiangani e con altre macchine da battere le mura e dh 
lanciare fieramente le dan travaglìon: rompon murij soih 
vano vie sotterranee, tentano scialate. Si: dGGen^oaoicit^ 
ladini con frecce, sassi, olio bollènte, pece liquefatta e 
fuoco greco. Al gride di « Mesaiiia e i libertà »^ respìiig0aa 
più volte i Francesi, che all'assalto' ritornanb oen più 
impeto e accanimento di pria. Ndi fitto della misdiìa vet 
deansi donne accorrere co' grembiuli colmi/ di sassi e dt 
frecce e fornirne a ohi ne mancava, e portar cibi e be- 
vande agli stanofai, e fasciar le piaghe a^ferpti: abre 
guidavan per mano le timide fanciidle , poitavatio in oollo 
i teneri bambini , ed esortavano i padri , i manti , i f ra*^ 
telli a combattere in difesa di eì pura innocenza, noa 
che di vite si care. Re Carlo , fermo sulla soglia di una 
chiesetta vicina, animava col gesto e cotti| voce ìi suoi 
soldati, e coloro che ritenevansi ricacciava innanzi eòo 
promesse, preghiere e minacce. Un maestro Bonacoorso 
lo scorge dalle mura, lo aggiusta con un .mangano, e 
un enorme sasso schiaccia due cavalieri eh* erano aocoèto 
al re ^ il quale spaurito si ritrae e fa suonare a raccolta. 
Allora i Messinesi escono dalle mura , inseguooo i fìig-» 
genti, ne fan macello, e ritornano à, notte àviwttta in 
città ricchi di gloria e di preda. Carlo invilito e scon- 
fortato, come ultimo mezzo, tentò la fede di Alaimo, il 
quale in quei di avea meritalo la lode e la riconoacenaa 
di tutti; profferivagli il re perdono e pace per Messina, 
a lui diecimila once d'oro, una rendita annua di oqc^ 
dogento d' oro, enormi somme in quel tempo, onori e 
dignità a suo grado. Alaimo rispose qual dovea un anima 



S01611E DE* PRIRGIPATI 269 

de(^ de pUi bei tem[M ddla greea ^ detta latina litertà; 
e Hessiiia salva dalle armi, anco dlil tradimento fu 

laWa (t). ^ : 



XLVI. 



DIUÉ VHRJTA M PIRRO M MMGONil f!» SICIUA. i 



I barmu «sicìliaBi, ch*»an8Ì con^nrati con dietro di 
AràgoBa, voleano profittare di qoeQa rìrolazione ithe 
ayean forse €0ptrib|DÌto a suscitare , ma cbe di ceiio non 
guidavano. Non osando svelarsi apertamente , diceaad al 
popolo: « Boona e reità è la vìa che avelie sedto; ma 
9e la Chiesa rofisana aop vuole riceverci era kióni patti, 
f$nkh il papa i francese e di re Carlo fautore, cbe 
(arem noi 2 Apriamo ddle pratiche con qmdoke re am- 
MiùosD» perchè ci ace^a e ci difenda; e precipbanaente 
o^n^ìamo in Ic|Mi|[na fedeli méssi , e trattianso o cvol re 
di Gsisiij^ia , il cui padre è temHo in carcere dal re CarliQ, 
col signor Pietro re di Aragona , il quale è genero del 
nostro re Manfredi ». E qui rammentavano la nimistà 
(leir Aragonese coli* Angioino, gli armamenti e le prodezze 
di Pietro (2). Ed in quel mezzo , Pietro con dieci o do- 
dici mila fra cavalieri e fanti , col prelesto di combattere 
gli mfedeli, sbarcava sulle coste dell'Affrica presso Co- 
staotina, e mandava suoi ambasciatori a papa Mairtinp 



(1) BART. DB NBOCASTBO, e. 41, 43; -^ N. SPECIALE, I. /; €, 14. 

(2) CONTINOATOR Sabae Mala61*inar, BMorÌQ Sk. 



S70 STORIA D*1TALIA 

cbìedeodo gli aiuti spirituali solili concedersi a* crociati. 
I quali ambasciatori , dicendosi dal vento sforzati ^ appro^ 
dano a Palermo, appunto quando i baroni e i sindachi 
delle ciltà, radunati, a parlamento, trattavano de provve- 
dimenti da prendere , costernati e confusi per 1* assedio di 
Messina , che non isperavano avrebbe prospero e glorioso 
fine. Allora Pietro Queralto, uno degli ambasciatori, si 
presentò agli adunati, esortandoli a chiamare il re di 
Aragona , erede per Costanza della casa di Svevia , prin- 
cipe ardito e di alta mente, seguito da un esercito ag- 
guerrito e vicino. Piacque la proposta a* consapevoli che 
Tattendeano, a timidi che la speravano: fu vinto il par- 
tito di chiamar Pietro, si mandarono a lui ambasciatori; 
méntre gli ambasciatori aragonesi continuavano il loro 
viaggio, giungeano in corte del papa, parlavan d'Af- 
frica, e di Sicilia taceano [i). 

Pietro indugiò qualche giorno, e forse attendea ri- 
sposta del papa che presagiva e sperava contraria alla sua 
richiesta, di poi accettò T offerta. L impresa parca a molli 
de* suoi baroni diflBcile e perigliosa ; ma il re arditamente 
disse : che ancorché tutti lo abbandonassero , egli andrebbe 
solo. Alle qoali parole gli Aragonesi gridarono : « In Si- 
cilia I in Sicilia ! non lasciamo perire questo popolo ». 
Inginocehiaronsi sulla spiaggia, recitarono ad alla voce 
la Salve Regina ^ montarono sulle navi e salparono; an- 



(1) Contino ATOR Sabab malaspinab, l e; — anontmus, Chron, 
Sieulum.; ~ MCNTANEB, e. 49-62; — D'ESCLOT, e. 79-85 ; — N. SPKCIALK, 
/. /, e. S, 9; — Annalei Genuemu^ Mobatori, Iter. Hai Seripi.^t. VI; 
— G. Villani, l VII. e, 69. Il Villani fa ambasciatore a Pietro GioTao- 
ni di Procida; ma ciò non è yero : Procida non si trovava in Sicilia in quel 
tempo: egli sottoscrive come testimone nel testamento che fece il re Pietro 
pria di lasciare la Spagna, nel Giugno del 1282. Per altro gli storici sicilia- 
ni di qnel tempo danno S nomi degli ambasciatori , che furono Niccolò Cop- 
pola da Palermo e Pain Porcella catalano. 



SORGERE DE'PRIHaPATl 271 

Ruoziaiido il re a principi crìsliani, che costretto a la- 
sciare r impresa d'Affrica pe' soccorsi Slegatigli dal papa, 
aadava in Sicilia a riveodicare i diritti di Costaoca sua 
moglie e de suoi figliuoli [i). Dopo cinqoe giorni di viag- 
gio, addi 29 agosto, il re Pietro approdò a Trapani, Tu 
rìcevoto con grandi onori, andò a Palermo, entrò fra* fe- 
steggiamenti , le luminarie ed i popolari trìpudj ; e dopo 
tre di, in generale parlamento, ricevette l'ìnvestitora del 
regno, giurando egli « di mantenere le libertà de tempi 
del buon Guglielmo », e giurando a lui fede i baroni, 
i militi ed ì sindaci delle città (2). Allora in nome della 
Scilia fu al papa scritta una lettera^ nella quale si nar- 
ravano le oppressioni patite, si rammentava il dominio del 
regno profferto alla Chiesa e non accettMo , si ragionava 
della necessità di rivolgersi ad altro pribcipe, e si dava 
lode al Signore, che invece del vicario di Pietro im altro 
Pietro avea alla Sicilia inviato. Nel medesimo tempo il 
nuovo re, per satisfare al pubblico desiderio che Messina 
fosse efficacemente soccorsa, e per mostrare il valore dei 
suoi Catalani, i quali, per la povertà delle vesti e delle 
armi, eran parsi al popob gente da non farne gran conio, 
inuovea per Nicosid e Randazio alla volta della città as- 



(1) D'ESCLOT, e. 38; — MONTANEB, c. 52, 53; — Bart. DK NEOCA- 
sno, e. 23; — N. Speciale, l /, e. 13; • So sita « Annal di Aragona^ 
f. iV, e. 22. ~ Nelle isinnioDi date dal re Pietro al suo amliBBClatore presto 
il re Rodolfo si dice che il re di Aragona non volle andare io. Sicilia pria 
che il papa gli nìegasse i soccorsi richiesti contro gli infedeli : ÀTchivio 
ditta corona di Aragona in Barcellona, Rcg. 47, fogl. 127. — 1 dne cro- 
nisti catalani sopracitati parlano dell'impresa d'Affrica come di cosa vera e 
di boooa fede cominciata. 

(2) B. DE NBOCASTBO, C. 23; — CONTINUATOE SABAB MlLASPUIAE; 

— ARoifTMUS, Chron. Siculum.; — N. Speciale, /. i, e. 13; — G. vil- 
lani, /. VII, e- 69. Non pare però che re Pietro s' incoronasse come nar- 
rano Giachetto Malaspina e Giovanni Villani ; sa di che vedi amasi , Slor, 
4el Veipro, t. /, p. 1S5. 



272 STORIA D ITALIA 

sedìata, inviava nello stretto del Faro le sae navi, e obid^^ 
mava alle armi tutti i Siciliani validi^ da qimdici a se»^ 
Sdnt'aoni^ coir obbligò di portar eiascuno per sé ^V«ri 
per un mese (i). 

Il re Pietro mandò suoi ambasciatori al re Carlos 
il quale fece, loco dire li riceverebbe fra due gtórni, e 
dette queir assalto del quale è discorso nel préoedeote cà^ 
pitolo. Dopo la vittoria dellesainesi, e'ii feo^ venire ael 
suo Hcainpo, trattandoli con grossolana osj^lalità: furono 
albergiati in una chiesa, non ebber letti per dormire, ma 
fieno steso a terra, e per desinare sei pani bruni, due 
maialini lirrosto, un caldaio' di minestra e due fiaschi di 
vino. Allorquando gli ambasciatori vennero alla sua ppe^- 
senza, egli era a giacere sul letto travagliato dalla febbre 
cagionatagli dal rammarico della rotta che avea toccalo. 
Richiesto da loro di sgombrare dalla Sicilia e di lasciarla 
aMegitlimo signore, montò in furore e rispose: Cicilia 
non essere > ne sua, né dì Pietro, ma della Chiesa^ ed «gK 
dèlia Chiesa campione punirebbe il temerario che tentasse 
occliparta (2). E frattanto Niccolò de^Palizzi messinese e 
Andrea di Proeida con cinquecenlp balestrieri ddl* wò 
Baleari eran mandati da Pietro in soccorso di Messina, 
e giunti a salvamento dentro la città erano accolti con 
molta allegrezza, e vi alzavano lo stendardo di Aragona (3). 
Allora Carlo, molestato continuamente da' Messinesi, e mi- 
naooiato aUe spalle dalF esercito che guidava il re Pietro, 
deliberò partirsi, in quel tempo i Messinesi fecero una 



(1) Contino ATOB Sabab Malaspinab. Hisloria; — Anonthos, Chron. 
Skul; — D'EsCLOT, e. 92; - SPKCIALK, l, /, e |6. 

(2) N. SPBCIALR, I. I, e 17 / - B. DK NeÒCASTRO , C. 45 C 49 ; - 

1U0NTANBB, e. 61; - D'ESCLOT, C. 92, 93; - CÒNTINUATOR SABAB MALA- 
SPINAB, Bisi. 

(3) Così lo Speciale: il Muotuier parla di 2000 almugaveri. 



r 



SORGERE DE PRINCIPATI 273 

sortita Dottorna, e ood orribile frastaono di trombe, tim- 
pani, caldaie e campane irruppero nel campo nemico. I 
Francesi mexzo ignudi e in grandissima confusione e scom-» 
piglio foggi vano su* poggi o sulle navi, e abbandonavano 
gli alloggiamenti che furono saccheggiati. Carlo affrettò 
la partenza : s iodbarcò prima la regina , venuta da pochi 
giorni a trovare il marito, e fu traghettata in Calabria, 
di poi le macchine, di poi il re. Allontanatosi Carlo, la 
partenza si mutò in fuga. AffoUavansi tutti confusamente 
per imbarcarsi: le navi eran colme di gente: i più pau- 
rosi per far presto, abbandonavano robe, armi e cavalli. 
I Messinesi, soccorsi dagli aiuti spagnupli , ritornarono ad 
assalire i nemici. U conte di Borgogna per assicurare rim- 
barco, fece costruire in fretta ripari e steccati sulla ma- 
rina; ma non bastarono: circa cinquecento furono i morti, 
e la preda fu grandissima, e fra cpiesta la gran bandiera 
del comuiie di Firenze, che fu appesa in voto allattare 
ddla Vergine nel duomo di Messina (4). 



XLVII. 



CONIINUAUONB MLLR COSI DI SICILIA. 

Il re Pietro, risaputa in Randazzo la partenza dell' e- 
sercito francese, andò a Milazzo, costrìnse quel presidio 



(1) B. DE NEOCASTRO , C 50 ; — N. SPECIALE , l I, C 14, 17 ; -- 

ANONYMOS, Chronieon Siculum. ; — Continoator Sabae Malaspinae, 
Bist; — G. Villani, l VII, e. 75 ; — Montaner, c. 65; — D'Esclot, 
e. 94. 

LA FARINA, T. VI. 35 



274 STORIA D* ITALIA 

ad arrendersi, e di là mosse verso Messina. Era con Ini 
Maoalda di Scaletta, seconda moglie di Alaimo di Len- 
tini. Eirera vedova di an conte GugIMmo d^Aiiiico, esnie 
al tempo degli Svevi: avea vagalo per diversi paesi in 
veste di frate minore : poi soggiornò in Napoli ed in Mes- 
sina con non buona riputazione di onestà; riebbe da 
Carlo i beni che l'erano stati confecati, e si rimaritò 
con Alaimo. Nel vespro stando in Catania, tradì i Fran- 
cesi, che a lei eransi affidati, tolse loro le robe e K 
consegnò al popolo; ed ella governò quella città in no- 
me del marito occupato nella guerra di Messina. Ma- 
calda si presentò s^re Pietro in Randazzo: andava coperta 
di piastre e di maglie di ferro, portava in mano una 
grossa mazza di argento; ed avvegnaché toccasse già i 
quarant'anni , Dondimeno, come scrìsse il D'Esclot « etta 
era molto bella e gentile, e valente del cuore e del corpo, 
larga nel donare, e, quando ne era luogo e tempo ^ ta- 
lea nelFarme al pari di un cavaliero (1) ». Il re rac- 
colse con molta cortesia , la ricondusse egli stesso ali* al- 
bergo, ma i desideri della donna o non intese, o dissi- 
mulò. Giunti a Santa Lucia, sulla via da Milazzo a Mes- 
sina, Macalda viene al re, dice non aver trovato ove 
passar la. notte, gli chiede voglia albergarla. Il re le 
cede le sue stanze e si ritira in altro luogo. Lo siegue 
Macalda; ed allora il re chiama i suoi cavalieri, s* in- 
trattiene in discorsi senza costrutto, come suole chi an- 
noiasi o voglia prender tempo, e da ultimo si addor- 
menta; offesa che risentì profondamente Macalda, la 
quale più tardi, per vendicarsene, rovinò sé ed il ma- 
rito, come a suo luogo sarà discorso (2). 

;i; Cronaca Catalana, e 96. 

(2) Il D'Esclot, che io tutto il racconto si mostra favorevole a Ma- 
calda, dice : « Qaando la donna vide il re, ne rimase innamorata mme di 



SORGERE DE PRIRCIPATI 275 

Magnifiche furono le feste colle quali re Pietro fu 
accolto in Messina. Poi ne seguirono altre per vittorie 
riportate sul mare dalle armate di Sicilia e di Aragona; 
e ben quel re ^be allora ragione di esclamare: « Si- 
gnore Iddio , padre nostro , siate benedetto per ayerci 
conceduto signoria sopra gente di tanto cuore ». 
Pietro ritenne prigionieri i Provenzali, ma gì* Italiani 
liberò tutti, forni di barche, viveri e danari, perchè, ri- 
tornando Decloro paesi, testificassero di sua clemenza ed 
esortassero i loro concittadini a mercanteggiare nell'isola: 
soggiungeano i Messinesi non temesser nulla gì* Italiani 
da Siciliani, nemici agli oppressori stranieri, non a quelli 
ch'erano trascinati a forza in una guerra ingiusta (4). 
Di poi Pietro andò a Catania e vi tenne un parlamento, 
Del quale abolì le collette arbitrarie ed altri aggraij; pro- 
mise per sé e pe suoi successori il re non leverebbe sus- 
sidi di propria autorità, richiese ed ebbe accordati i bi- 
sognevoli al proseguimento della guerra (2). 

Frattanto re Carlo mandava a re Pietro Simone daLentinì 
frate predicatore, ed accusavalo di slealtà e di tradigione 
dicendosi pronto a provar ciò colla spada. Rispondea lAra- 
gonese fra lui e Y Angioino aver da molto tempo dichiarata 
la guerra il sangue di Manfredi: tenere il regno per la ere- 
dità e per la elezione; Io proverebbe anch* egli colla spada. 
Lungamente disputossi sulle condizioni del duello; da ul- 
timo furon d* accordo si combatterebbe in campo chiuso 
in Bordeaux, che appartenea allora al re d'Inghilterra: 

«olni ch'era ? aleute e piacevole sifpore , dod già per cattifa inteoiioiie -. 
Ma BartolomiMO di Meocastro coociiUdino di Macalda la descrive come noa 

Messalina. 

(1) B. DB NlOGiaTRO, e. S3; — SPECIALE, { /, e. fS; — ANONTMOS, 
Ckron. Sieulum; — MONTANBR, e. 65^; — D*ESCL0T, c. 96-98. 

(2) B, Db Nbocastro, c. 54 ; — AMAii , Storia del Veepro, Dipi 



276 STORU D ITàLU 

quivi si troverebbero i due rivali addi primo giugno del 
4283; Don verrebbero alle armi che alla presenza del re 
d'Inghilterra; chi mancasse di comparire o fosse vinto 
sarebbe dichiarato traditore e perderebbe il nome e la 
dignità di re. Quaranta baroni dell'una parte e dell* al- 
tra giurarono procurerebbero l'osservanza de* patti (4). 

Non per questo la guerra cessava, e dopo molti 
sbarchi fatti da Siciliani e Catalani in Calabria, Carlo 
fu costretto ritirarsi fino al Metauro: di poi, colla scasa 
del duello, usci dal regno, lasciandovi per suo vicario 
il suo unico figlio, il quale anchegli chiamavasi Carlo, ed 
era e soprannominavanlo lo zoppo. Allora il re Pietro 
passò in Calabria con pochi cavalli e molti arcieri e ba- 
lestrieri , e più assai almugaveri , eh* eran fanti senz' or- 
dine severo di milizia, abili a combattere su' monti, au- 
dacissimi, gente quasi ignuda e scalza, senza scudo e 
senza palvese , che portavano un pane ciascuno per ogni 
di di viaggio. Con costoro re Pietro condusse delle ar* 
rischiate e fortunate fazioni (2). Ed appunto in quel tempo 
re Pietro manteneva delle segrete corrispondenze cogli 
usciti delle provincie che ancora a Carlo ubbidivano, i 
quali usciti eransi adunati a Terracina, e prometteano 
entrerebbero in armi in Terra di Lavoro (3). 

Arrivava frattanto in Sicilia la regina Costanza , 
co* suoi figliuoli minori, cioè Giacomo, Federigo e Jo* 

(1) Il fondo del fatto è questo; ma oe' particolari sono molto discor- 
di gli storici di quel tempo. Vedi B. de Nbocastro, c 54; — N- Speciale, 

l. I, e. 23, 24| 25; — CONTINUATOR MALASPINAE , Htf (. ; — D'ESCLOT, C 

99, 100; ~ MUNTANER, c. 72, 73; -~ MURATORI, Antiqu. Hai. Medii JBvi^ 
r. iil^ p. 655 ; — Rtmer, Ada, t. Il; — LUNIG, Cod. Ital Dipi, t. It; 
— RAYNALDOS , Antial. Eccl , an. 1283. 

(2) D'ESCLOT, e. 67, 79, 102, 103; — MUNTANER, C. 64, 70, 75; — 

B. DE NEOCASTRO, C. 61; — N. SPECIALE, C. 22. 

(3) Archivio della Corona di Aragona in BarCiUona, Reg. 53, fogl. 
29, 121, 122, Reg. 54, fogl 194. 



SORGERE DE* PRINCIPATI 277 

landa, e accompagnata da Giovanni daProcida, che or 
per la prima volta , secondo gli storici degni di fede , 
fece ritomo nel regno. Addi 25 di aprile del 1283 , re 
Pietro adunò un parlamento in Messina, nel quale an- 
nunziò che partiva per confondere innanzi a tutta la 
Crislianit k , colla spada in mano , il comune nemico ; e 
dopo aver discorso di quanto avea fatto per la Sicilia e 
di quanto proponeasi di fare^ ordinò che morendo lui, 
il suo figliuolo Alfonso avesse Aragona, Catalogna e Va- 
lenza, e Giacomo Sicilia. Ordinò anco, che nel tempo 
della sua assenza , il detto Giacomo e la regina Costanza 
governassero il regno : Alaimo di Lentini e* fece maestro 
giustiziere , Ruggiero di Loria grande ammiraglio , Gio- 
vanni di Procida gran cancelliere. Dette altri provvedi- 
menti a Siciliani graditi, e se ne andò a Trapam*. In 
quel tempo scoppiò in Noto e nelle terre vicine una ri- 
bellione della quale fu capo Gualtiero signore di fiuterà, 
uomo che avea acquistato riputazione nelle congiure dei 
baroni che precedettero il vespro. Alaimo accorse a Noto 
menando seco Y infante Giacomo , entrò in città senz'armi, 
e alle autorevoli parole di lui che tanto avea oprato in 
prò* della Sicilia, i ribelli resero onore all'infante e ri- 
tornarono volontaij all' ubbidienza del re. Di là egli andò 
a fiuterà, ov era in armi Gualtiero, che non osò resi- 
stergli, e che confuso e svergognato chiese ed ottenne 
perdono. Cosi vinta senza sangue la ribellione , egli andò 
a Trapani a ricevere i ringraziamenti del re , il quale 
addi ii di maggio si parti, menando seco il ricco e 
prode Palmiero Abate, dicono alcuni perchè gli fosse 
compagno nel combattimento di fiordeaux; altri, perchè 
sospettato consenziente alla ribellione di Gualtiero (i). 

(1) Bart. de neocastro, c. 61, 67; — D*ESCLOT, c. 103, 104/ — 
MeMTANIR, e. 75, 76, 79, 97, 99, 100; — N. SPECIALE, l. I, e. 25; — CON- 
TINO ATOR MALA8PINAB, Hiil. 



278 STORIA D ITALIA 



XLVIIl. 



DKL PABLAIBNTO DI Sili MARTINO. B DI CIO' CBB FBGB 
PAPA MARTINO IN FAVORB DI RB CARLO. 



Perchè 1* esempio de Siciliani dod trovasse imitatori 
negli altri popoli del regno che il giogo francese non 
aveano scosso, un gran parlamento di toscotì, abati ^ 
baroni e probi uomini era stato convocato nelle pianare 
di San Martino, ove addi 30 marzo del 4283 furono 
pubblicate delle nuove costituzioni. Il giovine Carlo, in 
nome del padre suo , confessava la crudelissima schiavitù 
che fino allora avea il regno sopportato , ma e' ne chia- 
mava in colpa l'antica tirannide degli Svevi ed il nuovo 
malgoverno deregj ufficiali (I). E restituiva acherici le 
antiche immunità ed esenzioni; moderava a baroni l'ag- 
gravio de' servigi militari e fiscali, togliea ogni impedir- 
mento al matrimonio delle loro figliuole, ristabiliva la 
corte de pari ; in vantaggio del popolo aboliva le dogane 
sul trasporto delle vettovaglie, promettea coniare moneta 
di buona lega, assentire al matrimonio delle figliuole 
de rei di fellonia, metter freno agli abusi deregj uffi- 
ciali ; ed in oltre ordinava il fisco non rivendicherebbe 
beni posseduti da cittadini altrimenti che per sentenza di 
giudice ; non confischerebbe le doti delle mogli degli 



(t.) - Ipsi eniro eraot qai in caria domioi patris Dosth vobis mala 
onmia procarabaot , ipsi qaotidie diversa gravamina et quaelibet eitortio» 
num gCDera saadebanl, ipsi vias omoes eicogitabaot per qoae ihsola Sid« 
liae a fide regia deviavit ». 



SQRGERE DE PRINCIPATI 279 

sbandili 5 non ccrtriDgerebbe gli artigiani a riaccomodare 
le navi del re , noo obbligherebbe le città a murare for- 
tezze: i giustizieri e gli altri pubblici ofiiciali, usciti d'uF- 
ficio, starebbero quaranta di a sindacato: per le collette 
e le imposte si farebbe come a tempi del buon Gu«^ 
glielmo; e perchè tutti di quel felice tempo parlavano, 
e non v era alcuno che ne conoscesse gli ordini e le 
leggi, fu pregato papa Martino che nel termine di due 
mesi ne volesse dare la descrizione a legati di ogni gin-* 
stiziere, che a tal fine andrebbero alla sna corte (4). 
Grandi riforme eran queste ^ e bastarono perchè quei 
popoli, non che unirsi a* Siciliani contro Carlo, lui di- 
fendessero e con ogni loro sforzo aiutassero. Aggìungetl^ 
che Napoli possedea T istituzione municipale delle Piazze, 
dette più tardi leggi , ove iscriveansi tutti i possidenti , 
istituzione che Carlo mantenne , contentandosi d' introdurvi 
i suoi compagni d*arme e di darle un ordinamento più 
militare qual conveniasi a principe conquistatore (2) ; che 
Ifaqpoli era stata da Carlo di molto ampliata ed ornata , 
che in essa spendevasi gran parte del denaro smunto a 
tatto il regno, e che molto godea di quelle feste conti» 
Due che vi si faceano , alle quali presedea la bella Mar«> 
gberita di Borgogna , e nelle quali cantavano ed anneg-^ 
giavano i più rinomati trovadori ed i più prodi cavalieri 
d* Italia e di Provenza (3). 

Papa Martino fin dal novembre del i282 avea sco** 
municato re Pietro , i suoi ufliciali e i Siciliani tutti , 
avea confermato la scomunica contro il Paleologo pro- 
nunziata , ed avea ordinato che se in certi termini da lui 



(1) Capitoli del Regno di Napoli^ l. li. 
{1) Tdttini, Dell'origine e fondazione de' Seggi di Napoli. 
3) Gì ANNONE, scorta C'tv. del Regno di iVapo/t, l XX, e. 1 



280 STORIA D* ITALIA 

Stabiliti DOD si fossero sottomessi , sarebbero eglino spo-^ 
gliati di ogni feudo , possessione o diritto , sciolti i loro 
vassalli dal giuramento di fedeltà, le loro persone ed i 
loro beni dati in balia di chi volesse prenderli (A). Addi 
i3 di gennaio del 4283, il papa riconfermò la scomu- 
nica, ed esortò tutti i cristiani a levarsi in armi in fa* 
vore della Chiesa e del suo figlio dilettissimo re Carlo, 
promettendo a que* che morrebbero in quella guerra piena 
remissione di tutte le loro peccata. Da ultimo, addi 49 
di marzo scomunicò per la terza volta re Pietro, rim- 
proverandogli i segreti armamenti, l'impresa d'Affrica, 
i messaggi a Palermo, le perfide ambascerie alla Sede 
Apostolica , la fraudolenta occupazione della Sicilia , terra 
della Chiesa , colpa gravissima per lui che della Chiesa 
era vassallo per T omaggio prestato dall'avo suo a papa 
Innocenzo III (2). 

Né a questo solo teneasi il papa contento. Egli vie- 
tava al re Eduardo d* Inghilterra di dare la figliuola in 
moglie al figlio del se Pietro ; sturbava i trattati di al- 
leanza che costui tentava stringere co' Veneziani ; consen- 
tia che Carlo differisse il pagamento del censo che dovea 
alla Chiesa, perchè quel danaro fosse adoprato nella 
guerra contro la Sicilia ; esortava i Castigliani a ribel- 
larsi; cercava dappertutto armi e moneta; ed accusava 
al mondo cristiano il re come reo di tentate sedizioni nella 
istessa città di Roma (3). La quale accusa era vera , ed 
esistono documenti, i quali provano che Pietro avea in- 
viato suoi segreti messi a conti, visconti , baroni, militi. 



(1) Raynaldus, Annal. Eecl an. 1282. 

(2) Raynaldos, 0. e. , an. 1283. 

(3) Vita Marlini iV , Muratori, Ber. Hai Script. , t. 111; — G. 
Villani, l VII, e 80; - Ptol. Locbnsis, Hi$t. Parv., Muratori, o. e., 
t. XI; — RAYNALDUS, enfiar EccL; an. 1283. 



SORGERE DE>RlffCIPATI S8i 

citudini ed al popolo di Roma, dichiarandosi pronto a 
fare « tatto ciò che potea toraare a loro di comodo ed 
onore ; mentre continuava a tenere segrete corrispondenze 
co'Doria, cogli Spinola , co* DellavoUa ^ co* Zaccaria e con 
altri potenti ghibellini di altre provìncie d^talia » {i). 

Nell'anno ottantaquattro il papa rinnovò le pronun- 
ziate scomuniche nel giovedì santo, nella festa dell' Ascen- 
zione e in altre feste successive ; assegnò a Carlo le 
decime non ancora scadute delle chiese di Provenzar e di 
Arles ; chiese in suo servigio da' Veneziani venti galere 
bene armate profferendosi pronto a pagare cinque mila 
once d'oro dal tesoro apostolico : ma i Veneziani risposerò: 
« Né al re di Aragona, né ad altri cristiani farebbero 
guerra senza cagione » , per lo che il papa gli soomu* 
nicò. Mise anchegli le mani nel tesoro della Crociata, 
e oe cavò per Carlo ventottomila e quattrocento once 
d* oro ; e nella cattedrale di Orvieto bandi la croce contro 
il re Pietro ed i Siciliani, aggiungendo alle antiche ac- 
cuse che Sicilia era asilo di eretici e che agli inquisitori 
simpedia di perseguitarli, ed ordinando al cardinale 
Gherardo di dar la croce a tutti quelli che volessero 
combattere questi ostinati nemici di Santa Chiesa, senza 
badare ad orìgine o a nazione (2). 



(1) AreMiìio della Corona di Aragona in Barcellona , Reg. 47 , 
fogl 125. 

(2) CONTINUATO! Malaspinab, Bistoria; — D'Esclot, c. 115; — 
RatnalmIS, Annoi. Fcel., an. 1283-84. 



La Fabina » T. VI. 36 



282 STORIA D ITAUA 



XLIX. 

VITTORIE DRLL' AHWIUfiLIO LORIA NBLLK AGQUB DI MALTA 

R DI NAPOLI. 



per gli ÌDcilameDti del papa^ o per invidia dei 
compagni saliti in alto stato, nell'anno 1283 ^ nuova- 
mente ribellossi Gualtiero di Caltagirone; ma il popolo 
gli fu contro , ed e fu preso co' complici , e per sentenza 
del maestro giustiziere Alaimo di Lentini , ebbero mozzo 
il ciqpo in Caltagirone , gridando i cittadini : e Ammazza^ 
ammazza (4) ». Tutto questo il cancelliere Giovanni di 
Procida scrisse , e la risposta di costui merita di essere 
per sommi capi qui riferita. Rispondea il re approvare 
quanto erasi fatto per Gualtiero di Caltagirone, si prò* 
cedesse contro gli altri baroni rei di ribellione: spiacergli 
il messaggio spedito dalla regina al figlio dell' imperatore 
di Costantinopoli, perchè non potea consentire a dare a 
lui in moglie la figliuola , nello stato in cui trovavansi i 
Greci colla Chiesa romana (2). In quanto a Napoli dicea 
nulla in quel momento poter fare ; ma se i nobili riescis- 
sero a fare ribellare quella città molto lo avrebbe gra- 
dito (3). 



(1) B. DB NBOCASTRO, C. 75. 

(2) • Qaia nos, maxime in isio tempore qoo Greci soQt taliter cam 
Ecclesia , nollo modo cooseotiremus ad faciendam cum eis de filia oostra 
precipae aliquam pareotelam ». 

(3) • De aliis nobilibas Neapoli qui iotendoot ciyitaiem Neapolim fa- 
cere rebellari, si perficere poterint, nobis plorimom erit gratiam •. Archi- 
vio della Corona di Aragona in BaraUona, Reg. 12, par. 2, ntim. mod, 
54, fogì. 178. 



SORGERE DE PRinCIPATI 283 

Frattanto Carlo lo Zoppo avea fatto armare novanta 
fra teride e galere; e Carlo sao padre avea fatto appa- 
recchiare in Marsiglia altre venti galere^ delle quali avea 
dato il comando a Guglielmo Cornut e a Bartolommeo 
Bonvin, il primo de' quali avea giurato prenderebbe o 
morto o vivo T ammiraglio siciliano [i). Risapute queste 
cose in Sicilia, Ruggiero di Loria usci dal porto di Mes- 
sina con ventidue galere e si diresse verso Malta, ove 
Manfredi Lancia assediava i Francesi, ch*eransi chiusi 
ed afforzati nel castello, ed ove sicuri avvisi dicéano 
aver rivolte le prore le navi di Carlo lo Zoppo uscite 
da'Porti della Puglia. Da due di erano queste arrivate 
a quell'isola, allorché sopraggiunse il Loria. La zuffa 
cominciò allo spuntare dell'alba, ed è cosi descrìtta dal 
D'Esdot, scrittore contemporaneo e accuratissimo: « Le 
galee catalane ( per comandamento di don Ruggiero ) non 
scagliarono armi, ma combatterono e sostennero i colpi 
delle galee provenzali che scagliavano si gran diluvio di 
lancie, di pietre e di calcina che era un dolore a vederle; 
ma i balestrieri catalani traevano cosi furiosamente che 
il rumore n*era duro a sentire. Questa pugna durò fino 
a mezzodi, e dall' una parte e dall* altra non sape vasi 
chi avesse il vantaggio; finché le galee de' Provenzali, 
che aveano sprecato le lancie, le pietre e la calcina, si 
dettero a scagliare gli utensili delle galee. Allora si ac- 
còrsero i Catalani che il nemico avea finito tutte le sue 
armi, e levarono di subito il grido: « Aragona I Arago- 
na! addosso! addosso! », ripresero vigore, e combat-, 
teron con furia, e scagliarono lancie e frecce con ferri 



(1) B. DB NBOCASTRO, C 74; — P'BSCLOT , C. 110; — MONTANEH, 

0. 81; — Continuato ■ Malaspinae, Bistor. Vedi i diplomi citati daU'AMA- 
ti, Scarta M Vespro, t. /, p. 234. 



284 STORIA O' ITALIA 

arroventati, ognuna delle quali valeva no niorabalino 
d*oro, ed ogni maniera d*armi; ed erano si treo^ndi i 
colpi che non valea contr* essi armadura ed usbergo. La 
galea di Bartolomeo Bonvin di Marsiglia, eh* era almirante, 
non sostenne lo scontro, e come meglio potè con sette 
delle sue galee si trasse fuora del porto e fuggì. I Ca^ 
talaoi corsero allora all'arrembaggio sulle altre galee ri- 
maste, vi saltaron su, e ferendo e tagliando, le presero 
e le sbaragliarono. Don Ruggiero di Loria, almìranle 
de Catalani pel signor re di Aragona, spiccò un salto 
sulla galea di don Guglielmo Cornut abiurante de Pro- 
venzali, e qui combatterono furiosamente sulla poppa, e 
don Ruggiero fu ferito sconciamente in una coscia da 
un colpo di lancia che gli scagliò don Guglielmo Cornut; 
ma don Ruggiero gli avventò una lanciata che lo tra- 
passò fuor fuora in mezzo al petto di più di un palmo; 
né valsero a salvarlo corazza e armadura di che era 
coperto, e cadde morto. Allora la zuffa ebbe &ne. I Ca- 
talani predarono tutte le galee de' Provenzali, ne gittarono 
a mare i cadaveri, e incatenarono i vivi scampati alla 
battaglia, i quali ammontarono a ottocentosessanta, e vi 
era fra questi molti cavalieri e onorevoli uomini di Mar- 
siglia e di Provenza (d) ». Don Ruggiero di Loria tornò 
a Messina, rimorchiando a ritroso in segno di spregio 
le navi nemiche: de prigionieri la regina scelse dodici 
cavalieri che mandò al marito in Aragona, e gli altri 
volle che lavorassero alle mura della città e per tutto 
ove facesse di bisogno. L'ammiraglio, dopo aver rice- 
vuto gli applausi della corte e del popolo, si rimise in 
corso, costeggiò la Calabria ed il Principato, entrò nel 
porto di Napoli, vi arse alcune navi, prese Capri ed 

(1) Cronaca Catalana e. 113. 



SORGERE DE PRinCIPATI 285 

Ischia e ricco di preda rilornò a sferoare in Sici- 
Ua (i). 

Non posaronai per questo le anni, e la guerra, so- 
spesa sul mare, oonlinuò nella valle di Grati e nella Ba- 
silicata, ove i Catalani e i Siciliani recarono gravi mo- 
lestie a nemici e ottennero parecchie vittorie e mollo 
bottino (2). Carlo lo Zoppo prìncipe di Salerno prendea 
in prestito del danaro colla sicurtà del papa e delle de* 
cime ecclesiastiche, mettea in pegno il suo vasellame 
d'argento 9 vendea grazie e privilegi, alterava nuovamente 
la moneta, assoldava gente di Toscana, Romagna e Lom- 
bardia, chiamava al servigio feudale i baroni, apparec- 
chiava navi, armi, macchine e vittovaglie (3). Trenta 
galere erano in pronto nel porto di Napoli, altre qua*- 
ranta a Brindisi; ma egli attendeva il padre suo, il quale 
gli avea comandato non tentasse alcuna fazione pria che 
ei giungesse coli armata provenzale, eh* era forte di tren- 
ta galere e navi minori assai (4). 

Questi grandi apparecchi di guerra non ignoravanai 
io Sicilia, e ne* consigli della regina fu vinto il partito 
di assalire gli Angioini innanzi che questi, riunite le lo^ 
ro forze, venissero ad assalire la Sicilia. Si armano in 
fretta nel porto di Messina trentaquattro galere e piò 
legni minori, montati da gente scdta di Sicilia e di Ara* 
gona, e capitanati dal Loria, il quale salpa le ancore, 
costeggia la Calabria, entra nel golfo di N^oli, e, predata 
ona Varca, che venia da ponente, sente che il re Carlo 



(1) D'ESCLOT, c. 114-16; — MONTANFR. c. 82-84, 93; — B. DE N«0- 
CASrsO, c. 76; -- N. SVHCIALI, i. I, 0. 26. 

(2) O'BSCLOT, 6. H9i *- CONTINOATOI MALASPfHAB, HUiOf. SiC 

(3> Vedi «B graD nomerò di docomenti ciiatl dall' AHAii, Siarta del 
Fejfro, t. /, p. 255 e ttg* 

(4) B. DB Neocastro, c 76; — N. Speciale^ l, /, e. 27. 



286 STOBU 0> ITALIA 

con trenta galere provenzali e dieci pisatie si appressava a 
quella volta. Allora, per attirare il figlio a combattere 
pria che arrivi il padre, comiqcia a predar navi^ a fare 
ingiurie a Napolitani. La città si commosse, le campane 
suonarono a stormo, il principe di Salerno ed il fiore dei 
baroni provenzali e bapolilani montaronio sulle galere e 
uscirono incontro a' nemici. Era addì 5 dì giugno del 4S84. 
L* astuto Loria finge fuggire verso levante per trarU in 
altomare. I Provenzali T inseguono« gridando: « Ove corri 
o prode? invano tenti fuggire: noi ti raggiungeremo ». 
Died miglia vogò Loria: poi tutto a un tratto soffermossì, 
fé voltare le prore^ suonar le trombe, e al grido di e Ara- 
gona e Sicilia! » investire i nemici, i quali, sorpresi e 
confusi , furono ben presto sbaragliali. Diciotto galere sal- 
viaronsi colla fuga: le altre rimaste valorosamente combat- 
tevano (i). « La galea su cui stava il principe, scrive 
il D Esclot , erasi slanciata ad investir quella su cui pu- 
gnava Talmirante del re di Aragona, e combatteano 
lerocissimamente , ed era orribile a vedere quanti ca- 
devano feriti di lancie, di quadrelli e di spada. Urta- 
ronsi poscia di prua' in modo cbe le ciurme della ga- 
lea dellalmirante si scagliarono più volte sulla galea 
de^ principe per \ arrembaggio , ma era lor forza tor- 
narsene nella loro ^ tanto v' erano stipati i combattenti , 
e non potettero saltarvi su , né spignerla innanzi. Alla 
fine un nocchiero della galea dell* almirante prese una 
manivetla e tanto e si gagliardamente die dentro di fianco 
alla galea del principe che ne schiodò una tavola e la spez- 



zi) Sai naroero delie navi non soo d'accordo i cronisti : il coolinoa- 
tore di Saba Malaspioa dice undici le siciliane e trenta le angioine; Speciale, 
qaarantuno e settanta; Neocastro, TeoCoUo e trenta; Villani, trentacinqne 
e quarantacinque ; Muntaner , quaranta e trentotto ; D' Esclot , trentasei e 
trenta. 



SORGEAE deVpbircipati 287 

zò, e OD marangODe, con yn palo aguzzo, la sfondò io sei 
lochi .... I cavalieri f raoceu , quando ^videro i marinari 
gìttarsi al mare , e la galea che fiecara la prua sott* acqua, 
n rifugiarono tuiti a poppa. L* almiraote e parecdii éei 
suoi saltarono sulla galea del prìncipe e menarono graa 
colpi, e quanti si paravan loro davanti oadevan morti o 
feriti. Allora ralmiranCe del prìncipe, che avea nome don 
Guglielmo TEstandart, d dette a gridare forte: « Bei signori, 
ecco il principe che s* arrende a voiàltri e ali* itoirante del 
re d'Aragona ». E di subito corse Talmirante, e n ebbe la 
spada, e presolo per la mano lo trasse nella sua galea, t 
conti e i baroni eh* eran con lui, Francen e Pugliesi, re^ 
aero le spade a' nocchieri e agli uonuni dell* ahnirante, e 
salirono sulla loro galea insieme col principe, la «galea 4el 
quale piena d* acqua sprofondò con tutta la. gente armata 
che V* era dentro, senza che vi fosse soooorso da darle. Le 
altre galee del principe erano, già sbaragliate e prese k 
Dal castello deir Uovo la moglie del principe di Salerno 
avea assistito piangendo a quel tristo spettacolo, ed igno^ 
rava se il marito fosse morto o prigioniero, quando quivi 
approdarono due galere siciliane. Ruggiero di Loria avea 
richiesto al principe e da lui ottenuta una lettera, colla 
quale ordinava fosse subito messa in libertà Beatrice, 6- 
gliuola di Manfredi e sorella della regina Costanza: ag- 
giungeano i Siciliani si rendesse loro senza indugio 1* or- 
faoella, o il principe avrebbe mozzo il capo nel. porto 
istesso di Napoli. Erano anche quivi ritenuti prigionieri 
i figliuoli di Manfredi , ma di loro nessuno si rammentò, 
forse perchè la loro liberazione avrebbe dato ombra a 
Pietro e Gostanza, che diceansi eredi di Manfredi (i). 



(1) Ch'erano ancora fiventi è foor di dubbio. In uo atto del R. Ar- 
chivio di Napoli del 26 aprila 1297 (cioè tredici anni dopo la battaglia ) si 



288 8T0EIA DITALIA 

La priocìpessa dì Salerno corse da sé a liberare la fan- 
ciulla , le regalò vestiti e gioje , le s inginocchiò d* inanri , 
per la salvezza del marito pregando lei meravigliata di 
questo sabito e non sperato mutar di fortuna. L*ammi* 
raglio 9 acct>lta sulla sua galera Torfanella di Manfredi, 
dirizzò la prora a Messina , ove fu accolto da trionfatore 
con ogni guisa di onori e di festeggiamenti. Carlo lo 
Zoppo fu chiuso nella Torre di Matagrifone; i baroni ed 
i cavalieri prigionieri furono albergati nelle case de migliori 
della città. In Napoli risaputasi la sconfitta « il popolo si 
levò a rumore, gridando: « muoia re Carlo, viva Ruggiero 
di Loria 1 » Ammazzò parecchi Francesi, saccheggiò molte 
case; ma quetossi raffrenato dalF autorità del cardinal legato 
e dalle armi de' nobili , e qualche giorno dopo fa dal fiero 
Carlo ferocemente punito (i). Ma pria che io narri il ritorno 
di re Carlo in Napoli e le sue vendette , dirò brevemente 
della sfida di Bordeaux, la quale fu cagione o pretesto 
eh* egli e re Pietro uscissero d* Italia , e de mutamenti 
in quel tempo avvenuti in Romagna, in Lombardia e in 
Toscana. 



I^ge : • Scriptimi est ad cfsteNvio castri Sanctae Mariae de Mootia, placet 
oobis et volumus, Yobisque maodamus, qaateoas Heoricam, Pridericum et 
Azzolinam flHos qaoDdam principis Manfredi, qai In dicto castre io conipe- 
dibus detinetor , statini ad ipsis oompedilmB liberantes, eos tractetis booora- 
biliter sicnt decet -. Saint-Pbiest, Hist. de la Conqu. de NapUs^ L Vii, 
(1) B. DB Neocastro, c. 76^77 ì — N. Speciale, l. /, e. 27: — 

CoifTIKUATOR MALA8P1NAE, Hi$i.; — GlACBETTO MALASPIHA, 0. 222 ; — 

Villani, (. F//, e. 93, 94; — O'Esclot, c. 119*29; — Mqiitarei, e. 113; 
— Memor. Poi. Regiens., Mobatori, Ber. ital Script, t, Viii; — Vita 
Martini IV, ibid., t, tiU — Chronieon Parrnm^t^ ibid , r. IX. 



SORGERE de' PRIHCIPATI 289 



L. 



DELLA SFIDA DI BORDEAUX. 



Giachetto Malaspina e GiovaDDi Villani y i qaali 
molto favoleggiano sol vespro siciliano e solla guerra 
che ne segui, dicono la sfida di Bordeaux pattuita alla 
presenza di papa Martino. Il vero è che il papa , non che 
approvare o assentire, si oppose, e scrìsse a Carlo es- 
sere una stoltezza e un* empietà il duello; non prova di 
ragione, ma di ferocia; e lo minacciò di scomunica. 
Simile minaccia e' fece al re Eduardo d'Inghilterra se 
osasse farsi guardiano del campo, o permettere che il 
combattimento avesse luogo in Guascogna (i). Alle re- 
plicate istanze del re Carlo , il re Eduardo rispose : 
« Sappiate in verità , che neanco per guadagnare tutti e 
due regni di Sicilia e di Aragona, noi saremmo guar- 
diani del campo; ma faremmo ogni sforzo perchè pace 
sia fra voi (2) ». Lo stesso egli scrisse al re Pietro (3). 
Da ultimo , per trarsi d* impaccio , ordinò al siniscalco di 
Bordeaux, che tenesse la città a comandamenti del re 
Carlo e del re di Francia, affinchè, cessando d* essere 
terra neutrale, il combattimento non seguisse (4). 



(1) Raynaldus , Annal. Eccl , an. 1283; — Rtmeb, Acta , t. II, 
p. 242. 

(2) RTMBR, (. //, p. 239. 

(3) /bfd., p. 241. 

(4) D*EsCLOT, e. 104. Questo solo cronista parla di questo fatto; ma 
la sua testimoaianza è autorevole, ed egli cita in proposito un atto del ma- 
resciallo di Bordeaux. Così tutto ciò che v'è di oscuro in questo affare della 
sflda diverrebbe chiarissimo. 

La Farina, T. VI 37 



290 ' STORIA d'itaua 

Frattanto i due re continaavaDO i loro preparameoll. 
Pietro commettea a suo figlio Alfonso la scelta de cam- 
pioni, che furono cencinquanta , perchè non mancassero 
i cento, eh' erasi convenuto dovessero combattere: v* erano 
Catalani, Aragonesi, Alemanni, Siciliani e di altre parti 
d' Italia e anco un figliuolo del re di Marocco , che pro- 
mettea si farebbe cristiano se fosse rimasto vincitore. 
Carlo fece fabbricare a Parigi cento armadure finissime, 
scelse sessanta campioni francesi e quaranta provenzali^ 
e poi altri dugento per supplire in caso di mancanza. Il 
re di Francia s' iscrisse fra costoro. Da tutta la Francia 
accorreano per assistere a quello spettacolo quanti eraoo 
uomini di guerra. Re Carlo fece costruire in Bordeaux 
uno steccato molto grande, girato di scalini a guisa di 
antico anfiteatro, con alloggiamenti pe' combattenti, lire 
Pietro, che vedemmo imbarcarsi a Trapani, dopo aver 
sofferto nna terribile tempesta, giunse a Valenza. Saputo 
che il campo non era guardato dal re d Inghilterra , ma 
dal ^uo nemico, usci dalla città segretamente , accompa- 
gnato da tre suoi fidatissimi eh. erano Blasoo Alagona, 
Berengario Pìetratallata e Corrado Lancia , e con Dome- 
nico Figuera mercante di cavalli. Travestironsi il re ed 
i tre cavalieri come familiari di costui, e cosi inosser- 
vati giunsero a Bordeaux addi 31 di maggio. Quivi era 
re Carlo con tutta la sua gente. Re Pietro, fingendosi 
messo del re di Aragona , chiese al siniscalco inglese se 
il suo signore potea venire in sicurtà. Il siniscalco rispose 
di DO, soggiungendo che il re d'Inghilterra avea dichia- 
rato che non vorrebbe, né potrebbe assicurare il campo, 
e che la città era piena di cavalieri francesi. Allora Pie- 
tro lo pregò gli facesse vedere lo steccato , ed entrato in 
esso si fece conoscere dal siniscalco, il quale cominciò 
a scongiurarlo se ne andasse senza indugio , per non ca- 



SORGERE DE PRIHCIPATI 291 

dere in maDO de' suoi oemici, con disonore e vergogna 
del re Eduardo. Pietro girò tre volle lo steccato, e chia- 
mato un notaro fece scrivere un attcstato della sua venuta 
e della risposta gli avea data il siniscalco ; e spronato il 
suo cavallo prese di corsa la via di Baionna. Quando re 
Carlo seppe questo, forte si adirò col siniscalco; ed in 
quel medesimo giorno , armato di tutto punto ed accom- 
pagnato da* suoi cento campioni, entrò nello steccato e 
vi stette fino a mezzodì. Di poi gridò ad alta voce che 
re Pietro era falso, traditore e codardo, ed uscl^ come 
dice il continuatore di Saba Mal aspina, « molto crucciato 
di avere ordito una tela di ragno ». 

I due re pubblicarono delle narrazioni, colle qoaU 
a vicenda si accusavano di tradimento: i partigiani àeU 
luna parte e dell altra fecero eco: i sayj compresero 
che oè Carlo ofe Pietro aveano gran voglia di venire a 
quella prova , e che tutta la loro astuzia adopravano per 
far conparire mancatore T avversario [i). 



(I) Contino AToa Sabae Malaspinae, Bistor.; — B. de Neocasteo, 
e. 67-69; — N. SPECIALE, l. /, e. 25; — ANONVniDS, Chronicon Siculum; 

— MCNTAKIS» e* 80, S5 ; — O'ESCLOT, c. 104, 105; — PTOt. LuceHSIS, 

HisL EccUr l- XXIV, e. 7, 8; — F. PiPiNUS, Chronicon, Mcratobi, Ber. 
Hai Script, t. IX; — Vita Martini IV, Ibid., t. Ili ; — Memor, Potest. 
Regien., ibid., t. Vili; — G» Villani , /. VII , e. 87; — G. Malaspina, 
e. 218; — MOBATOBI, Antiqu. Hai. Medii jEvi, dis. XXXIX. 11 Saint-Priest 
cita UD documento dell'Archivio di Aragona cosi intitolato : • Carta al noblc 
Jaan de Procìda respondiendole à direrentes pnotos qi|é le consulto, tocan- 
tes è las dependeocias de Sicilia, y cn la cual le dice S. M. qae en un papel 
iocloso le participa el sacedo del duelo de Burdeus, 4 agosto 1283 •. Il poeta 
Otlakero dice nel suo poema t • Pietro non volte fidarsi alla parola di Carlo 
perchè costui ha il papa a'saoi voleri per iscioglierlo di tutti i gmran^entì ». 



292 STORU D* ITALIA 



LI. 



M FORLÌ B DBLM ROMfiNA. 



1 Lambertazzi e gli allri faoniscitì gbìbeUinì , i quali 
aveano trovato asilo in Forti, non poterono profittare 
delle sventure di Carlo, imperocché erano da troppo pos- 
senti nemici circondati, e il comune di Bologna era di- 
venuto più forte col togliere i contadini dalla servitù 
de gentiluomini (i). Mandarono quindi altri ambasciatori 
a papa Martino, percbè avesse pietà di loro. Rispose il 
papa non perdonerebbe la città di Forlì finché un sol 
uomo o una sola donna di parte ghibellina rimanesse 
nelle sue mura. Replicavano indicasse almeno il papa un 
luogo, ove potessero quetamente ridursi, essendo tutti 
dalle loro patrie sbandili; ma il papa non volle saper 
altro , li scacciò vituperosamente , e ordinò al provenzale 
Giovanni d'Eppe conte della Romagna di ringagliardire 



(1) • la quest'anno ( 1282 ) il comaae di Bologna fece i fumanti del 
contado e comprò tutti i fedeli o servi o serve de' gentiluomini dì Bologna 

« 

pel prezzo di uno staio di frnmento per ciascheduno che avea buoi, e di una 
quartamola per cadauno braccente, ovvero di zappa. Allora furono fatte 
le podesterie di Sacco, le quaii ogni anno del mese di novembre si mandano 
a'brievi del consiglio delle voci di 4,000 cittadini. E cadauno del detto con- 
siglio, al quale toccava di una delle dette podesterie, avea in queir anno da 
cìaschedun fumante di quella villa, cioè da quello de' buoi uno staju e dal 
braccente una quarterola di frumento: e a questo modo il comune di Bolo- 
gna cavò i suoi contadini dalla servitù de'suoi gentiluomini • . Cronaca di 
Bologna, Moratobi, Rer. Ital Script,, t. XFIIL 



SORGERE de' PRlIfCIPATI 293 

la ^erra contro quegli scomunicati. Il conte, pel tradi- 
mento di alcuni di Forlì , entrò dentro la città , ma e fu 
rotto e sconGtto , e dovette salvarsi colla fuga , lasciando 
ivi gran numero di prigionieri e quasi duemila, morti, 
fra quali quel Tibaldello degli Zambrasi traditore dì 
Faenza (d). 

Questa vittoria profittò poco a ghibellini , imperocché 
il papa neir anno seguente, che fu il d283, mandò 
contro loro Guido di Monforte , il quale guerreggiò con 
miglior fortuna del suo predecessore. Forlì dovette cac- 
ciare i ghibellini ; ed il papa volle che le sue mura e le 
sue torri si disfacessero, i suoi fossi si colmassero, e 
lo stesso ordinò per Cesena , Forlimpopoli , Bertinoro , 
Meldola e Montefeltro , il cui conte fa mandato a* con- 
fini: ma egli, eh* era uomo di molto valore^ si ritirò a 
Meldola, vi si afforzò e gagliardamente si difese, man- 
dato anco aiuti ad Urbino , la quale in quel tempo era 
assediata da un altro esercito papale capitanato dal conte 
di Angoillara. Frattanto Gentile de' Varani, uno de' capi 
di parte guelfa , colle milizie di Camerino, riducea all'ub- 
bidienza della «Chiesa Recanati , Cingoli , Macerata , To- 
lentino, Montecchio, Belforte e San-Ginesio ; per lo che 
il papa lo facea rettore e conte della Campania (2). 



(1) Gli storici SODO molto discordi ne*particolari di questo fatto. Vedi 
Chronicon Forolhiense, Muratori, Rèr. Hai Script., t. XXII; — Chro- 
niean Parmeme, Ibid,, t. IX; — FRAHCIScos Pipikus, Chronicon, Ibid,, 
t. IXi — Vita Martini IV, Ibid., i. Ili; — G. MalaSPINA, c. 215; — G. 
Villani, l VlU e. 70. 

{2) Chronicon Foroliviente; — Chronicon EtlensB, Mdratori, Aar. 
/(ai. Script., i. XV; — Matthaeos db Griffohibds, Ibid., t. XVIII i — 
Chronicon Parmense; — Villani, l. VII , e. 81 / — Ratnaldus, Annal 
Bccl, an. 1283. 



294 STOniA d' ITALIA 



Lll 



DELLA LOMBARDIA. 



Mentre la parte ghibellina rovinava in Romagna, sor- 
gea in Lombardia. I Lodigiani s erano rappacificati coli' ar- 
civescovo Ottone Vis4*^nti e con Guglielmo marchese di 
Monferrato. I Cremonesi, da costui minacciati, convocarono 
un parlamento di parte guelfa, nel quale intervennero Pia* 
centini. Parmigiani, Reggiani, Modenesi, Bolognesi, Fer- 
raresi e Bresciani, i quali deliberarono di munir bene Cre- 
mona e di mandare ambasciatori in corte del papa per chie- 
dere gli aiuti della Chiesa. Di luglio dell' anno ottantadne, 
il marchese di Monferrato, con Milanesi, Astigiani, No« 
varesi. Alessandrini, Vercellesi, Comaschi e Pavesi, ven^ 
ne fino a Vavrio, e quivi accampossi. Gli usci contro 
r esercito guelfo cogli aiuti del conte di Romagna e del 
marchese d'Este. I due eserciti rimasero Tuno rimpetto 
all'altro parecchi di, quindi si ritirarono senza aver pom- 
battuto (1). Erano di già nati sospetti e gelosie fra l'ar- 
civescovo Ottone ed il marchese di Monferrato, il quale 
erasi fatto proclamare signore di Como, Crema, Novara, 
Alessandria, Vercelli, Alba e fors' anco Pavia, ed aspi- 
rava al dominio della città di Milano. Scaltro ed ambi- 
zioso egli era; ma T ambizione dell'arcivescovo non era 



(1) Galvanus Flambia, Han. Blor., e. 3t9; — Mem. Potest Regkn., 
Muratori, Ber. Hai Script., (. Vii!- 



SORGERE DE* PRIRCIPATI 395 

minore, e negli scaltrìmenti e superavalo di assai. Per 
lo che maneggiaU coti molta segretezza una oongiara 
co*GastiglioDÌj Carcano, Mondello, Posteria e altre po- 
lenti famìglie milanesi, addi 27 dicembre del d282, 
mentre il marchese era ito a Vercelli, montò a cavallo 
accompagnato da* suoi partigiani , occupò il palagio del 
comune, cacciò via Giovanni del Poggio podestà e vioa* 
rio del marchese, die T ufficio di podestà a Iacopo da 
Sommariva lodigiauo , fermò una lega con Cremona, 
Piacenza e Brescia^ ed intimò al marchese non osasse 
più tornare a Milano (1). E perchè prevedea che il mar- 
chese si 8ardi>be unito co* Torrìani , e^ si affrettò a man^^ 
dare suoi ambasciatori a Rodolfo re de Romani, per di- 
storlo dal favorire que* della Torre; e Rodolfo facilmente 
consenti a mutare amistà col nuntar della fortuna, e mandò 
air arcivescovo cento lance tedesche e cinquanta bale- 
strieri (2). 

Dair altra parte il marchese di Monferrato non tra» 
lasciava di procurarsi V aiuto di qualche potente principe 
forestiero, e all'imperatore Paleologo e* dava in moglie 
la figliuola, con in dote il regno di Tessalonica, cioè i 
diritti che su quel regno vantava ; e Y imperatore eh* era 
nemico del papa e del re Carlo, dava al suocero molta 
moneta e si obbligava di mantenere in suo servigio cin- 
quecento uomini d* arme (3). Il trovare che uo Andrea 
di Procida era in quel tempo scudiero del marchese^ che 
questo Andrea andò in Aragona con lettere segretamente 
scritte da capi di parte ghibellina a re Pietro, e che que- 



(1) Annales Mediolamnses. Muratori, Ber. Ital. Script., t. XVI ; 
— Galtaiios Flamma, c. 320; — Gorio, litoria di Milano; — Benve- 
NGTO DA S. Giorgio, Istoria del Monferrato. 

(2) Galvani)», plamma, c. 321. 

(3) Mcmor. Poteti. Regicnt, 



296 STORIA D ITALIA 

Sii Degozj erano maneggiati da Giovanni di Procida^ come 
risuUa da un documento citato nel capitolo XLllI, prova 
che la congiura precedente il vespro^ non solo nel regno 
di Sicilia, ma in tutta Italia si diramava. Ciò non ostante 
il marchese di Monferrato rimase pressoché inoperoso fino 
al i284, nel quale anno, per tradimento e sorpresa, oc- 
cupò la città di Tortona , ove molti cittadini furono fatti 
prigionieri o ammazzati^ e fra questi il vescovo^ Nel 
medesimo tempo il marchese si collegò co'Torriani, e 
da* Comaschi, che gli ubbidivano, fece liberare Antonio, 
Arenchio e Mosca delia Torre , che in quella città erano 
fino allora rimasti prigionieri: Guido della Torre era 
fuggito poco prima: Napoleone, Carnevale e Lombardo 
eran morti. Allora rivolse egli le sue armi contro Mila<- 
no; ma V arcivescovo Ottone seppe ben difendersi colla 
spada del suo nipote e vicario Matteo Visconti, il cui 
nome divenne più tardi famoso e temuto in tutta Lom- 
bardia (i). 



LUI. 



DBLU «(ORNATA MILA MBLORIA E DELL» COSE DI TOSCANA. 



Le antiche nimistà fra Genova e Pisa si riaccesero 
nel i282, e fu il pretesto che i Genovesi volean punire 
un Cinarca giudice in Corsica che gli avea offesi, e i 



(1) Galyamus Flamma, L c.fCkronicon Parmenie; - Benvenuto 
DA S. Giorgio, Istoria del Monferrato. 



80RCBBB DE* PIUHCIPATI S97 

PiuDÌ voleano difenderio oome loro vassallo. I Genovesi 
mandaroDO ia Corsica quattro galere bene armate: i Ck>rsi 
si rìtiraroiio sa mooti: Cinarca fag^ a Pisa, e chiese 
aiuti contro Genova, alla quale poco prima avea giurato 
fede ed omaggio. Inntilì forono i messaggi che i Geno* 
vasi mandarono a Pisani perchè volessero da queir im- 
presa ritrarsi. Grandi armamenti dall* una parte e daU* al- 
tra si fecero. I Pisani sbarcarono io Corsica, e gran 
parie dell* isola ricondnssera all' ubbidienxa del giudice ; 
di poi andarono a Porto Venere e dettero il guasto al 
paese; ma nel ritornare sorse una furiosa tempesta, e 
diciassette delle loro galere ruppero sulla spiaggia con 
grave perdita di roba e di persone [i). La guerra con- 
tiraò accanitissima per tutto \ anno ottantatrè. Tommaso 
Spinola con ventotto galere genovesi approdò ali* isola di 
Pianosa, la saccheggiò e disfece le fortezze che v erano. 
Seguirono altri . combattimenti in Sardegna, in Corsica e 
lungo le riviere delle due repubbliche; Tommaso Spinola 
détte una Bera rotta a* nemici, e rientrò nel porto di 
Genova carco di preda. I Pisani con cinquantaquattro 
galere, capitanate da Andreotto de Saraceni, andarono 
alla Pianosa e non trovarono alcuno de loro nemici; una 
parte di loro fu incontrata nelle acque di Piombino da 
Corrado Dona, che capitanava cinquanta galere genovesi, 
e fu sconfitta e sbaragliata. Allora i Pisani armarono 
sessanta galere, il comando delle quali affidarono a Rosso 
Bnscarino de* Sismondi ; i Genovesi ne armarono settanta, 
le quali furono comandate da Oberto Dona capitano del 
popcdo; ma per allora a giornata non si venne. Nella 
primavera dell* ottantaquattro Arrigo del Mare, con ven- 
tidue galere genovesi, ruppe i Pisani, che ne aveano 

(1) Annaìes Centientei, (. X, Mcbatobi, Aer. Hai Script, t, VI. 
LA Farina, T. Vi. 38 



298 STORIA D* ITALIA 

ventìqaatlro, De predò otto, e ne affondò una. Queste 
perdite esacerbarono T animo de Pisani^ i quali apparec- 
chiarono settantadue galere e molti legni minori , e col 
fiore della nobiltà e del popolo uscirono dal porto suo- 
nando a festa le campane. Colto il tempo che la flotta 
genovese era in Sardegna, e' dettero il guasto alla riviera 
di Genova, e appressaronsi anco al porto di questa città, 
scagliando ingiurie, sassi e saette a' cittadini. Ritornata 
la flotta dalla Sardegna , il comune adunò ottanta galere 
e otto ponfili per vendicare T oltraggio. I Genovesi mos- 
sero in cerca de Pisani, e, addi 6 agosto del d284, tro- 
varonli presso T isoletta della Melorìa. Da gran tempo 
non s era veduta sul mare una battaglia si grande, aspra 
e sanguinosa come fu questa; ma, dopo lungo e accanito 
combattere, la vittoria fu conseguita da' Genovesi, i quali 
affondarono sette galere nemiche, e ventinove ne predarono. 
Grande fu il numero de morti dell* una parte e dell altra; 
ma smisurata fu la perdita de Pisani, de' quali circa die- 
cimila rimasero prigionieri ; onde il dettato e Chi vuol ve- 
der Pisa vada a Genova ». La sconfitta della Meloria fu 
per Pisa un colpo di morte ; e d* allora in poi questa illustre 
repubblica non potè più risorgere, né recuperare la sua 
antica potenza e ricchezza. Le città guelfe di Toscana, per 
compire la rovina della ghibellina Pisa, sì strinsero in lega 
colla ghibellina Genova: i Pisani dovettero sottoporsi alle 
leg^ì che piacquero a loro fortunali nemici, e non ebbero 
altro mezzo di salute che di farsi guelfi, dare la signorìa 
del comune al conte Ugolino della Gherardesca, e cosi 
slaccare le città guelfe toscane dalfalleanza di Genova (3). 



(1) Annales Genuenses^ l \; — G. Villani, /. F//, e. 91; — Tronci, 
Annali Pisani. 



SORGERE DE PRINCIPATI 299 



LIV. 



COimNUAIMWB DBLM filHtRA DBL RUNO DI NJUH)LI. 



Re Carlo travavasì coir armata presso Gaeta, allor- 
quando seppe la TÌttorìa di Ruggiero di Loria e la prigio- 
nia del figliuolo: dicono che corrucciato esclamasse: « Ral- 
legratevi con me, perchè aM>iamo perduto un prete, che 
ci era d impedimento nel regnare e nel combattere (i) ». 
MA 8 di giugno approdò a Napoli, ricusò di entrare in 
città , scese al castello Capuano, si chiuse solo e al buio in 
una camera. Accorse la regina Margherita , e sentendolo 
piangere e signozzare, tentava con carezze di consolarlo; 
ma il re le disse: « Donna tenti invano di consolarmi: 
vattene, perchè nel vederti domani uscire dalla mia camera 
non si creda , che in tanto dolore di aver perduto il figlio, 
io abbia passato la notte nelle coniugali voluttà (2) ». 
La regina usci piangendo, e Carlo minacciava metter 
Napoli a fuoco e a sangue. S* interpose Gherardo cardi- 
nal legato; pregavanlo i nobili, dicendo: « Signore e*fu- 
ron pazzi ». Ed egli rispondea: « Ed io punirò i savj 
che permisero a pazzi di oprare ». La città fu risparmiata , 
ma gran numero di cittadini furono incarcerati e tortu- 



(1) • CoDgratalamioi mibi et coDgaudete mecum^ quia bodie perdidi- 
mas ODom sacerdotem, qaì nostrani impediebat regimen ac vigorem bellan- 
di •. PTOL. LucsNSis, HisL Eccl^ L XI V. 

(2) B. DE NBOCASTRO, C. 78. 



300 STORIA DITAUA 

rati, e ciDqaanta di loro impiccali per la gola a' merli 
del Castel Nuovo, ordinaria residenza del re (4). 

Vendicata cosi la tentata ribellione de* Napolitani , 
re Carlo volse ogni stadio ad apparecchiar mezzi per 
vendetta maggiore, e quaranta di pria della battaglia della 
Meloria, scrisse a Pisani, di nessun danno essere alla 
causa sua la prigionia del principe di Salerno; i nemici 
aver preso la fuga in gran^ confusione e scompiglio ri- 
saputo appena il suo appressarsi a Napoli. « Molte co- 
munità, soggìungea, commosse da questa sventura, si 
sono offerte in nostro servigio co' beni e le persone, si 
che possiamo dire la captività del principe d sia tornita 
più in giovamento che in danno; oltre che possiamo con- 
solarci considerando che la grazia di Dio,. per mezzo del 
detto principe, ci die numifosa prole. Sappiate inoltre che 
nel porto di Napoli abbiamo cinquantaqoattro ben munite 
galere, sette galeoni e molti vascelli; in quello di Brindisi, 
venticinque galere e settanta taridi; e sette taridi nella 
spiaggia di Nicotra: attendono una nostra parola per muo- 
ver contro i ribelli siciliani, sovrabbondando i marinari ed 
i militi ». Condodea dicendo che un grosso esercito muo- 
verebbe per le Calabrie, mentre Tarmata assalirebbe la Si- 
cilia, e sollecitando l'invio delle galere a lui state* pro- 
messe (2). 

Re Carlo inviava due suoi consiglieri in Roma, in To- 
scana, in Lombardia aflBnchè gli procurassero in prestito 
once d'oro quarantamila; ed anco questa volta rivolgeaai 



(1) CONTINUATOB SABAB MALASPIHAB, 0tst.; — G. VILLANI, l VII , 

e, 94; — Epiitoìa di Carlo a papa Martino in Testa, Vita di Federigo 
Il di SieUia,doe. 2/ — D'Bsclot, a 119/ — F. PiFimjs, Ckronieon^ Mcba- 
TOBI, Rer. Ital Script., t IX; - Vita Martini IV, IM., C III. 

(2) Dal R. Archivio di Napoli, Reg. di Carlo /, 1tS3, A. f, f^/ 
- AMABi, Storia del Veepro, doc. 18. 



SOBCUE DE PBDICIPATI 301 

al papa e rìchiedealo di moneta: ed il papa^ smoogendo le 
chiese della Scoiia, della Dacia, ddla Svevia, dell* Unghe- 
ria, della Polonia e della Schìavonia, forniagli quindici mi- 
la e seceot* once d' oro (i). Allora V armata angioina salpò 
dal porto di Napoli, e per ingrossarsi colle altre navi che 
erano ne* porti delF Adriatico, girò di dietro alla Sieilia, on- 
de evitare lo stretto del Faro, molto periglioso, non per 
Scilla e Cariddi, ma per Loria e i Messinesi. Fatto qoesto 
cencinquanta o dogento legni grossi assediarono Reggio dal 
mare, mentre da terra assalivala re Carlo con on esercito, 
che Bartolommeo da Neocastro, forse esagerando, fa forte 
di diecimila cavalli e quarantamila fanti (2). Reggio, città 
poco munita, oppose una resistenza, che i Siciliani non 
a?eano sperata, né Carlo temuta. Questo impedimento inat- 
teso rianimò i Messinesi e Catalani che la presidiavano, 
scorò r esercito angioino , composto di gente mercenaria , 
i pia venuti per aoior di paga, o per timor di gastigU non 
per desio di combattere (3). Carlo esitava fra il continuare 
r assedio, o il passare in Sicilia ove sperava trovare parti- 
giani col largo promettere (4), ma da ultimo, tutto a un 



(1) Lettere di re Carlo a papa Martino del 9 e 14 giugno 1284 ; — 
Tbsta, doe, 1 e 2; - Raynaldos, ìÌiiiuiI. Seel. on. 1284. 

(2) B. DB NB0CA8TB0 e, 78. Il Continiutore di Saba Malaepina, dice 
che Carlo avea seco ainti di qaasì tutta Italia : • Gentes per totem fere Ita* 
lian amiliatrid coDYentiooe coHectae etc...-. Vedi anco G. Villani* I. VH, 
e. 94; — G. Malaspina, e. 222; - H. S^bcialb, I. /, e. 28. 

(3) C0NT1NUAT0B Sabae Malaspinab , Historia. Da od doconento 
del R. Archivio df Napoli sì vede che molti Saraceni lasciarono il campo e 
se ne rttomarooo alle loro case : Carlo ordinò al gioetiiiere di Capilaitaui 
fossero arrestati , ed a ciascuno di loro fosse ntiozzo un piede : Amabi , 
doc. 19. 

(4) Il D'Bsclot dice ch'egli si apparecchiava a passare neir isola • con 
volenlat de alguns homes traydors qui eren en Cicilia • . Con suo diploma 
del dì 10 agosto egli creò suo vicario io SkilìB il «onte Roberto di Artois 
con pienissima facoltà di perdonare i colpevoli, e di riceverli esitai graiia e 
protesiooe reale : A. Àrehivi9 di IfapoU, Beg- ài Carlo 1, 1283^ A, fbgl 168. 



302 STORIA D ITALIA 

tratto, addi 43 agosto, e levò il campo e si ritirò alla Ca- 
tona [i). Di questo fine vergognoso per si grande esercito 
e. si possente annata chi voglia conoscerne la cagione la 
troverà nella diserzione de soldati che la severità di re 
Carlo non potè frenare (2); il quale, per non palesare il 
vero, pubblicava per mancanza di vitto vaglie non aver potato 
schiacciare il capo dell' idra, cioè Messina (3). E Y idra fie- 
ramente lo morse ; imperocché arrivato in Messina un rin- 
forzo di quattordici galere catalane, Ruggiero di Loria 
usci dal porto con cinquantaquattro galere, assali di notte- 
tempo Nicotra, che saccheggiò ed arse. Di poi fa lo stesso a 
Gastrovillari e a Cotrone: quindi, con più cupido e savio 
consiglio^ naviga alla Gerbe, ammazza e preda Mussili- 
inani e cosi arricchisce la sua gente, che i marinari sde- 
gnavano di giuocare con moneta d'argento e non ado- 
pravano che moneta d*oro. Nel medesimo tempo un Mat- 
teo Fortuna, condottiero di duemila almugayeri, rimasto 
tutta la state in qualche terra dì Basilicata, sorprendea 
in una sola notte piovosa Montalto, Regina, Rende, Lai* 
no; Rotonda, Gastelluccio, Lagonegro. Tropea si dichiarò 
per la Sicilia: cosi fecero altre città e castella e tutta 
Val di Grati: e re Garlo avrebbe perduto tutta la Basili- 
cata, se il conte di Artois, staccatosi dall'esercito del re, 
che ritiravasi in Puglia, non fosse accorso co* suoi cava- 
lieri per raffrenare i ribelli, e chiudere il passo a quel 
pugno di audaci partigiani. Ruggiero di Loria, ritornato 
in Messina, erapi risola di schiavi gerbini; e senza per- 
der tempo ripassa in GsJabria, espugna, saccheggia ed 



(1) B. dbNeocahtbo, e. SO. 

(2) L'Amari dà il suiiio di ira gran numero dì diplomi del R. Archi- 
Yìo dì Napoli che non lasciano alemi dabbio sdì proposito. 

(3) • Veint ydrae capot ». Oipl. del 5 ou. 12S4 : ahaiii, itoc. 23. 



S0R6UE DE* FRinCIPATI 303 

arde terre e castella , e rìcomparìsoe in Sicilia per èssere 
spettatore della rovina di un suo rivale (\). 



LV. 



BHiLI BOVINA DIALAIIO DI LRNTINI B DI SUA lOflLK lACALDA. 

• 

La grande riputazione acquistatasi da Alaimo non 
potea non destar sospetti nell* animo dell* iofante don Gia- 
como^ precoce mirabilmente nella cattiTeria, ed al quale 
bene appropriava il Muntaner il proverbio catalano: e Spi- 
na non punge se non nasce acuta (2) ». Certamente con- 
tribuiva a renderlo sgradito ali infante e alla corte la su- 
perbia della moglie Hacalda, la quale pare che molto 
potesse suir oramai vecchio marito. Ella niegava di dare 
a Costanza il nome di regina; cbiamavala e la madre di 
don Giacomo ». In corte non andava quasi mai, o se 
qualche volta mostravasi era per fare sfoggio de suoi ve- 
stiti di porpora e de* suoi ricchi adornamenti (3). Essendo 



(1) B. DB NeOCASTBO, 0. 82-86; — CONTINUATOR MiLASPINAE, Hì- 

fCorta; - N. Speciale, \. I, e. 30; - Montaneb, e. 117; - amasi, r. i/, 
p. 2SS. 

(2) Montaneb, e. 95. 

(3) > Singoli oobiles et magoates magnae geoerositatis Constant iam 
reginam, appellant, ea tantam, postqaam coepit aoimo saperbìre, ex invidia 
sola non eam reginam, sed matrem domini lacobi appellabai, et cam regi- 
na bomaoitatis saae venientibos singaKs Janaas aperiret, illa eam dedignans, 
nonqnam in atriis sais sedit, nuoquam in Janais eias apparait, ut fidelis ; 
ni», qaaodam vice, ut vestis, quam ex imperiali hostro contextam se indoit 
commendaretur a singulis, et esse eis mandile mirabile capitis, quod porla- 
bat .. 



304 STORIA D ITALIA 

inoiota, come maggiore ad ogni legge, volle far soggiorno 
Del convento de Frati minori , che piacevale per 1* ame- 
nità del luogo, e quivi partorì. Costanza andò a visitarla 
e fu sgarbatamenie ricevuta: si proQeil col figlio a tenere 
al fonte battesimale il fanciullo: rispose la madre che 
temea il freddo dell'acqua gli nuocesse cosi piccino; e 
tre di dopo lo fece battezzare dandolo a tenere ad uomini 
del popolo. Un* altra volta fu notato, che essendosi la 
regina, perchè inferma, fatta portare su di una barella 
da Palermo al santuario di Morreale, Y indomani M acalda, 
ne inferma né per cagione di divozione, si fece portare 
per le vie di Palermo in barella coperta di scarlatto, e 
di poi viaggiò in quella guisa da quella città fino a Ni- 
cosia, il che parve strana e superba cosa in quei tempi. 
Spiacque anco molto in corte, che viaggiando per F isola 
r infante don Giacomo con iscorta di trenta cavalli, ella, 
che volle accompagnarlo, ne menasse seco trecento, e ai 
arrogasse 1* autorità di maestro giustiziere, ufficio slato 
conceduto al marito. Né le parole raffrenava , e sappiamo 
che un di disse al Loria, uomo alla corte devotissimo, 
e dell* autorità e fama di Alaimo invido e nemico: « Bel 
compenso ci rende il vostro re don Pietro I Noi lo chia- 
mammo compagno e non re, ed egli, assumendo il do- 
minio del regno, noi che siamo compagni tratta come 
servi (4) ». Aggiungono gli storici a questi fatti palesi 
e certi altri oscuri e forse finti, cioè che Macalda facesse 
giurare il marito non darebbe consigli contro i Fran- 
cesi , procurerebbe il loro ritomo in Sicilia (2). Queste fe- 



ci) • Tale merilan dedit Dobb rcx Tester dominos Petrus. Noe eum 
voce? imas et assompsimns ipsom in sueiiUD , neo in regem : ipee aatem 
assuDeos sibi doooinUini regni bains, nos, com sodi samos, tractat ut ser- 
vos ». 

(2) B. DE NEOCASTBO, C. 87. 



SORGERE DE PRmCIPATl 305 

mioili vanità ed interoperanze , se non cagionarono^ sol- 
lediarono la roviAa di Alaimo^ il quale avendo molto 
contribuito ad assicurare la corona di Sicilia a* reali di 
Aragona, dovea da costoro essere odiato, perchè somi- 
glianti benefici si pagan sempre colla ingratitudine. Gia- 
como raduna segretamente in Trapani tutti i suoi fedeli 
e tutti i Catalani eh* erano ne* dintorni. Quivi egli chiama 
a sé Alaimo, gli espone i pericoli del regno se il padre 
non mandi solleciti aiuti : egli solo potrebbe ottener tutto : 
vada in Catalogna; le galere sono nel porto apparecchiate: 
salvi alla patria la libertà e al re la corona. Allora 
tutti i cortigiani circondano Alaimo, e lo priegano con 
grave istanza e lo sollecitano a partirsi. E' li fissa in 
viso, comprende il suo stato, non vede scampo, risponde 
che andrà, e nel medesimo di monta in nave e naviga 
verso Barcellona, ove Pietro lo accoglie onorevolmente, 
loda , promette e lo ritiene seco con segni di affetto non 
si bene simulati che Alaimo dell'infingimento non s ac- 
corgesse (!}. 

Giunta in Messina la nuova della inaspettata partenza 
di Alaima, i suoi amici e partigiani invilirono; ed allora 
Ruggiero di Loria, o col consentimento della corte, o 
col solo consiglio della sua invidia e ferità, seguito da molti 
fuorusciti napolitani, sollevò la plebe di Messina al ter- 
ribile grido di e tradimento » , e rammentando che Alai- 
mo non avea voluto che il figliuolo di Carlo d*Angiò 
fosse punito di morte. La plebe inferocita per le esorta- 
zioni dell ammiraglio e de Napolitani , corse alla casa di 
Alaimo ammazzò alcuni prigionieri francesi che quivi 
erano; di poi assali le carceri: le guardie tentano op- 
porsi, danno anco le armi a* prigionieri affinchè si difen- 

(1) B. DE NE0CA8TB0, C 88. 

La Farika, T. vi. 39 



306 STORIA D 'ITALIA 

daoo; ma gli assalitori viepiù si accaniscoDO, appiccano 
il fuoco air edificio e fanoo crudelissimo macello di quanti 
in esso erano rinchiusi. La saldezza delle mura di Hata* 
grifone e la umanità de custodi salvarono il prìncipe di 
Salerno e gli altri francesi ch'erano con lui prigionieri. 
Si convocò in Palermo un parlamento perchè il detto 
principe fosse giudicato: quasi tutti dettero le loro voci 
perchè col suo sangue sì vendicasse il sangue di Cor- 
radino: dissentirono soli i Messinesi, o per fare am- 
menda al sangue ond erasi bruttata la loro città o per se- 
guire gli umani consigli del loro Alaimo ; ed a Messinesi 
unironsi la regina e T infante, acquali conveniva meglio 
tener vivo che morto il figliuolo del re Carlo (4). Ma-*- 
calda, per rianimare i suoi partigiani , accorse a Messina, 
ma egli era tardi. La corte pubblicò reo di alto tradii 
mento Alaimo di Lentini, gli confiscò i beni, fece moz^ 
zere il c*.apo a Matteo Scaletta fratello di Macalda, e lei 
prese co* figliuoli addi i9 di febbraio del 1285, e incar- 
cerò in un castello. Non invili per questo queir anima 
altera e fortissima, non chiese perdono e non mutò lin- 
guaggio : passava il tempo giuocando a* dadi con un prin- 
cipe arabo suo compagno di prigionia, e a dir male dei 
reali di Aragona (2). Questo di lei notò la storia; di 
poi niente più si sa di Macalda, o spenta ne* segreti del 
carcere, o consumata dal dolore tanto più intenso quanto 
meno si palesa. 

Anticipando nell'ordine de* tempi, dirò qui la misera 
fine di Alaimo di Lentini. Il re Pietro lo imprigionò in 
Aragona con due suoi nipoti, ch'eran seco. Dopo la morte 

(f) B. DE NkoC ASTRO , C. 87 , 88; - COKTINOATOR MALASPINAE , 
Hist; — MUNTANER, C 113, 114; — G. VILLANI, L Vii, e. 96; — G. MA- 
LASPINI, C. 224. 

(2) B. DE Neocastro, c. 89. 



SORGERE DE PRINCIPATI 307 

di Pietro, Alfonso suo figlio voìea liberarlo per danaro : 
si oppose Giacomo, e dopo molte e replicate istanze ottenne 
che fosse consegnato a Bertrando de Canneìlis comandante 
di una galera reale. La galera salpò per la Sicilia : addi 
2 giugno del i287 era non lungi dall'isola. Bertrando 
chiamò Alaimo, e gli disse si consolasse colla vista della 
patria sua. « Sicilia, o patria mia, esclamò il glorioso 
vecchio, molto tempo sospirai per te; ma felice me se 
fossi morto in culla senza vederti I » il Catalano gli pre- 
sentò allora una pergamena, nella quale per ordine del 
re Alaimo e due suoi nipoti eran dichiarati rei di mae- 
stà, e condannati ad essere mazzerati in mare al primo 
scoprire la Sicilia. Alaimo non tramutossi in viso, disse 
perdonare al re ed a* òamefici , affermò non esser vissuto 
giammai per sé, ma per gli altri. E' chiese il lenzuolo 
che dovea servirgli per strumento di supplizio, e vi si rav- 
volse. Le ultime sue parole furono: « La mia morte 
rechi pace alla patria e metta fine a sospetti ». I mani- 
goldi legaronlo co* nipoti, e li lanciarono in mare. La 
scellerata nave approdò a Trapani: rapidissima la nuova 
si divulgò per tutta T isola e profondamente la commosse; 
VML Alaimo non era più, e niun ferro si alzò per ven- 
dicarlo. Qualche storico osò rammentare il suo nome 
con parole di venerazione e di affetto; ma i più si tac- 
quero; e cosi fini forse il migliore, certo il più glorioso 
ed illustre cittadino che potesse vantare la Sicilia nella me* 
moranda rivoluzione del Vespro [i], 

(1) B DE NEOCASTBO, c. 107-109 



SOS STORU D ITALU 



LVI. 



DELLA MORTE DI CARLO D'AN6I0\ DI PAPA MARTINO IV 

E DI PIETRO DI ARAGONA. 



Re Carlo ritiratosi a Briodìsi, dalla avversa fortuna 
ioGerito non domato, preparavasi a nuova guerra, ed ogni 
mezzo adoprava per raccoglier genti, armi e denaro (4). 
Agitato da ira , sospetto e brama di' vendetta, intristito da 
sventure, vecchiezza ed infermità, e* tiene un parlamento a 
Melfi di là peggiorando la sua salute, si trascina fino a 
Foggia per incontrare la regina Margherita, che ritoma* 
va da Provenza: rivedutala, ha forza appena di stringerla 
nelle sue braccia. Allora, non potendo per la prigionia 
del figliuolo, lasciar certo successore, sostituisce al Prin- 
cipe di Salerno il primogenito di lui Carlo Martello, sot- 
to la tutela del conte di Artois; prega il papa che riformi 
lo stato, che rimane in tanta confusione e perìcolo; con- 
fessa le sue peccata, riceve i sacramenti, e muore addi 
7 gennaio dell'anno i285 (2). il suo cadavere fu seppel- 
lito nella cattedrale di Napoli, il suo cuore deposto in 



(1) Vedi i varj diplomi citati dall' Amabi , Storia del Vapro, t. Il, 
p. 298 e seg. 

(2) Contino ATOR Malaspinak, HUt; — N. speciale , L I, e. 29, 

l VIj e. 10; — B. DE NEOCASTBO, C 90; — G. MaLASPINI, c. 223; — G. 

Villani, /. VII, e. 95; - P. PipinUs, Chronicon , Muratori , Rer, Ital. 
Script, f. IX; — Raynaldus, Annal. Eccl. an. 1285; - Amari, f. /, 
p. 301. 



SORGERE DE* PRlIfClPATl 309 

aoa chiesa di Parigi colla scritta: e Le coer di grand 
roy Charles qui conquit Sicile (i) ». 

Papa Martino^ noa pria seppe la morte di re Carlo 
die compagno al conte di Artois il Cardinal legato Ghe- 
rardo finché il prìncipe di Salerno non recuperasse la 
libertà^ o il papa altrimenti non ordinasse; e per rendere 
ubbidienti e benevoli i popoli comandò ricevessero esecu- 
zione le riforme stabilite ne' capitoli di San Martino fino 
allora non praticate (2). Dati questi provvedimenti, papa 
Martino, che i popolari tumulti avean cacciato da Orvieto 
soa ordinaria residenza, da Roma e da Montefiascone, si 
ridusse a Perugia^ ribenedisse questa città che poco pria 
avea sottoposta ali interdetto, e vi cantò messa nella do- 
menica di Pasqua, che cadde addi 25 di marzo, ma 1* in- 
domani infermatosi repentinamente , dopo due giorni cessò 
di vivere (3). Fu cagione della sua morte, come allora 
comunemente si disse , Y aver egli mangiato smodatamente 
delle anguille cotte nel vin bianco, delle quali era molto 
ghiotto; per lo che Dante lo pose nel purgatorio fra go- 
losi e a purgar per digiuno - L'anguilla di Bolsena in 
la vernaccia (4) ». 

I cardinali, radunatisi in conclave, accordaronsi ad 
eleggere Iacopo de Savelli romano cardinal diacono di 



(1) PRTiiiNEAn DE8 NouLis , Hìstoìres des roti de SieiU ei de Na- 
pìéi de la maison d'Anjou. 11 sepolcro di Napoli fa rifatto nel secolo XVI. 

(2) Vita JUartini IV, MCRATOBi, Ber. Hai Script,^ t. Illf^ Chrani- 
con Mon. 5. Bertinù Martbknb, Thetaur. Nov. Anecd., t. Ili; — Rat- 
NALDUS, Annal- Eecl, an, 128S. 

(3) Memor. Potest. Regim,, Mcjbatobi, Ber. Hai. Script., t. Vili} 
Raynaldds, l. e. 

(4) Purg. e. XXIV» Francesco Pipino riporta a questo proposito i se- 
guenti barbarici Yersi : 

• Gaudeant anguille^uod tnortuus est homo i7/e. 
Qui quasi morte reas-excoriabat eas ». 



«SIO STORIA D* ITALIA 

Santa Maria in GosmedÌD, il quale prese il nome di Odo- 
rio IV. Egli era gottoso si che non potea camminare, 
né star ritto, né muover le mani; ma la sua mente era 
sana, e la sua volontà robusta. Sì fece trasportare a Ro- 
ma, e quivi fu ordinato e consacrato (i). Onorio, avve- 
gnacchè di parte italiana, fu molto favorevole alla casa 
di Angiò, temendo che la rovina di essa trascinasse seco 
la parte guelfa d* Italia. Egli dette danari al conle di Ar- 
tois, e pubblicò due statuti preparati dal suo predecessore, 
ne quali, dopo lungo preambolo contro il malgoverno 
de tempi trascorsi, trascrivea ed ampliava con molta libe- 
ralità i capitoli del parlamento di San Martino. I detti 
statuti furono per poco tempo osservati, e quindi aboliti 
da* princìpi, che non vollero fossero inclusi nelle leggi 
del regno, perchè pregiudicìevoli alla loro indipendenza, 
e forse anco più perchè troppo liberi (2). Aggiungea il 
papa segreti maneggi in Sicilia. Due frati predicatori an- 
darono nascostamente nell* isola, portarono lettere del papa 
all'abate di Maniaco, affinchè con larghe promesse in 
nome della Chiesa suscitasse ribellioni, ed ebbero miste- 
rioso albergo nel convento delle Suore di Santa Maria 
della Scala di Messina; ma e furono scoperti ed accusati 
air infante don Giacomo da frati minori , forse per frate- 
sca invidia: T infante lì fece prendere, e per riverenza 
alla Chiesa, dette loro de regali e li rimandò in Napoli; 
ma i congiurati men rei ebbero mozzo il capo o furon 
fatti morire sulle forche (3). 

Troppo mi dilungherei se qui tutta volessi narrare 
la guerra che la sede Apostolica e re Carlo suscitarono 

(1) Rayn ALDUS, Annal Eeci, an. 1285. 

(2) Ratnaldcs, I. e; - Gì ANNONE. Storia Civile del Regno di iVa- 
poli, l XX!, ci. 

(3) B. DE Neocastro , e 98. 



SORGERE DE PRINCIPATI 3 li 

fra la Francia e T Aragona; ma discorrerò di essa con 
brevità che basii alla intelligenza della storia. 

Correndo Tanno oltantatrè papa Martino fece ban- 
dire in Francia ana crociala contro il re Pietro , e pro- 
mise la corona di Aragona e di Valenza a uno de figlinoli 
del re Filippo, aggiungendo ne' patii della concessione 
immuDilà ecclesiastiche larghissime, omaggio e censo a 
favore della chiesa. Dopo lungo trattare e mercanteggiare 
la due parti accordaronsi (i); ed allora i vescovi e baroni 
di Francia decretarono la guerra , il re lietamente accon- 
senti, Carlo di Valois suo secondo genito ebbe rinve** 
stitura del regno di Aragona e dì Valenza, e con rito 
nuovo gli fu messo in capo un cappello; onde, perchè 

10 stato non ebbe , disserlo piìi tardi re del cappello (2)» 

11 papa concedette al re di Francia le decime ecclesia- 
stiche per quattro anni , gli permise di adoprare per 
spese di guerra i lasciti pii e le somme raccolte pe' luoghi 
santi, promise larghissime indulgenze (3). Altre decime 
concedette il papa a Giacomo re di Majorca e conte di 
Rossiglione fratello di re Pietro, il quale giurava darebbe 
al re di Francia il libero passo ne suoi stati , vittoaglie 
e fortezze, e gli sarebbe compagno di guerra contro il 
fratello , ed in servigio della Chiesa (4). 

Non isgomentasi 1* audacissimo Pietro : della sentenza 
del papa , con atto in buona f orma redatto da un notaro, 



(1) Raynaldus, Annoi. Eccl, an. 1283-84; — Rtmeb, Ada efc, (. 
/#, p. 2S2, 263. 

(2) NANGis, Vita Philippiy DccHESNE, Ber. Frane. Script., t. V; - 
D'ESCLOT, e. 136; — MUTfTANER , C 119; - RTMER; t. Il, p. 26^; — RaY- 
ifALDOS, an,. 1284. 

(3) RAYNALDUS, l e.; — COSTINCATOR Malaspinae, Hist,; — N. 
SPECIALE, l II, c. 1; - AMARI, Storta del Vapro, f. Il, p. 3l3. 

(4) Diplomi del 16 e 17 agosto 1283; Degli Arch. Naz. di Francia , 
J 598, 4, 5. 



3i2 STORIA D ITALIA 

appellò a Dio e a san Pietro (i) ; scherzando della bolla 
apostolica, che gli togliea il nome reale, doo più re si 
chiamava , ma padre di dae re e signore de mari (2) ; e 
lietamente cantava : « Turbarlo questa comparsa de* gigli ; 
ma si vedrebbe alle prove se gli Correbbero il bastone 
giallo e vermiglio, o se troverebbero ili Ispagna la 
perdizione quelli che veniano a cercarvi la perdonanza(3) »• 
Re Pietro tentò attirare in quella guerra i re di Casti* 
glia , di Portogallo , d* Inghilterra e di Alemagna , i quali 
tutti aveano interessi a suoi conformi; ma a scuoterli 
dalla loro inerzia e* si affaticò invano dall' ottantatrè ali ot- 
tantacinque (4) ; né sul suo popolo potea molta contare, 
imperocché la guerra dì Sicilia, senza apportargli alcun 
profitto, gli avea attirato addosso le armi di Francia, 
gli intrighi e le scomuniche di Roma (5). 

L*oste crociata radunatasi a Tolosa componeasi di 
diciassettemila uomini d'arme, diciottomila balestrieri, 
cento mila fanti e gran numero di guastatori e sacco- 
manni: sul mare contava cencinquanta galere e navi di 
trasporto assai (6). Questo formidabile esercito, cól quale 
erano il re Filippo, i suoi figliuoli Carlo di Valois e 
Filippo il Bello e il legato del papa, invase il Rossi- 
glione , e quantunque terra amica , vi commise scellera- 



(1) Mdntaner, c. 104. 

(2) G. Villani, l VII, e. 87. 

(3) Le Parnaise OccUanien, ou choix de poèties dee Troubadours, 
Touloute, 1819. 

(4) MONTANER, e. 102, 120; — Rymer, (. Il, p. 264; — - Lettera del 
re di Aragona al re di Portogallo .- Archivio della Corona di Aragona, Reg. 
47, fogl. 121; — Lettera del re di Aragona a Rodolfo di Hasborgo: I6td, 
fogl. 127. 

(5) SUBITA, Annal. di Aragona, l- IV, e. 37, 38, 52. 

(6) D'ESCLOT, e. 181, 187; — MONTANER, C. 119; — B. DBNBOCA- 

STRO, e 91; — G. Villani, l. VII, e. 102; ~ Nangis, Vila Philippi; — 
SURITA, (. IVy e. 54. 



SOEGERE de' PRINCIPATI 3i3 

lezze da barbari. U legalo ^^ per allettare la copidilk dei 
crociati , gli incitava a saccheggiare le città , ove ooa 
s avea riguardo a sesso o ad età, ove le suore eraoo 
violale ne' conventi e i bambini sfragellati su* muri. Que* 
sto torrente devastatore soffermossi a* Pirenei, e molti cro- 
ciati , conlenti della preda che avean fatta senza pericolo , 
se ne tornarono alle cose loro ridendosene dielle indul- 
genze e molleggiando il legato (i). 

Mollo fece re Pietro in quella congiuntura col senno 
e colle armi: accorse a* Pirenei seguito da pochi cava- 
lieri, a forza di scaltrìmenti e di ardire per tre selli- 
mane vietò il passo a* nemica ; di poi , vedendo invasa la 
Catalogna , scioglie Y esercito per non stancarsi in inutili 
sforzi j lascia a* popoli il tempo di provare come sia dura 
la dominazione straniera , si fa da loro pregare a ripren* 
dere le armi , e le riprende. Bande di partigiani ^a- 
gnuoli tolgono i viveri a nemici, sconfiggono le piccole 
sdiiere, molestano le grosse; lo stesso fanno i corsari 
catalani sul mare : gli uni e gli altri infaticabili , aodaci, 
astuti, crudelissimi: soldati e re nelle virtù e oe*vizj si 
somigliavano. Poi , tutto a un tratto , Pietro raduna un 
mediocre esercjjto , assale i Francesi che nell assedio dì 
Girona da piò tempo . si consumavano , e dà loro una ter- 
rìbile battaglia , nella quale grandi prodezze fece Palmiero 
Abate di Sidlia: il catalano Muntaner gli altri cavalieri 
catalani a Lanciotti e a Tristani paragona, lui ad Or^ 
landò (2). E frattanto T ammiraglio Ruggiero di Loria, 
colle flotte siciliane, raggiungea la flotta francese agli 
scogli delle Formiche sotto il capo San Sebastiano , e di 

(1) D* B8CL0T , e. 136-45 ; — MONTANER , C 121 ; — G. VILLINI , 
/. VII, e. 102; — Nansis, Vita Philippl 

(2) D'ESCLOT, 0. 139-65; - MOITTANEB, e. 119-33; —B. DE Neoca- 
STBO, «. 92; — G. VILLANI, l. Vii, e. 102; — SURITA, l IV, e 58-65. 

LA Farina. T. VI. ^^ 



Sii STORIA D ITALIA 

nottetempo al grido di « SicUìa , Aragona e Santa Maria 
della Scala di Messina », con tate impeto k iovestia^ 
efae la fa in breve rotta e sconfkla. Cinquemila fra Pro- 
veniali e Francesi affogarono in mare o faron morti di 
ferro ; più fortunati de* prìgionfert , che Ruggiero mandò 
io Barcellona a re Pietro, il quale, fatti legare trecento 
feriti ad una fune^ e questa lune alla pc^lqpa di una ga- 
lera, comandò che la galera Baipasserà co^ V orrendo 
supplizio dì quei miseri fu jconsomato. Dugéusessànta che 
non eran feriti, furono tolti accecalf, e ad un ^òlo fu 
lasciato un occhio ^ perchè V infelice tQrba gtiidasse al re 
Filippa- Ruggiero in pochi dì arse o predò la pia parte 
delle navi francesi eh* erau fuggite ; di poi sd^areò a Ro- 
ses, e non men fortunato in terra ohe in mare, ruppe 
la cavalleria del conte di Saint-Poi e lui uccise. E fu al* 
lora che venuto a lui il conte di Foix a chieder tregua 
in nome del re di Francia , e' niegolla , soggiungendo , 
che, anco se fosse conceduta dal re di Aragona, e' non 
r osserverebbe. E ripigliando il conte, che la Francia 
potreU)e mettere io mare trecento galere , Ruggiero , con 
tracotanza siciliana , rispose : e Se il re di Francia n arma 
trecento^ io ne vo' armare cento e non pia; e quando 
ne avrò armate cento , ne armi il re treéenlo o duemila 
se vuole, eh io non ho paura di leoere tutti i mari, 
e credo che ne galera uè altro legno oserebbe starsi io 
mare senza il permesso del re dì Aragona ; e credo anco 
che niun pesce osetò alzare il capo dalle acque senza 
portare sulla coda lo scodo e la bandiera del re di Ara^ 
gona (1) ». 



(1) B. DE Neocastro, c. 93-95; — N. spiculs, /. Il, e. 3, l, ir, 
e i3; — D*ESCL0T, e. 166; — MUNTAISER, c. 131-36; G VILLANI, /. VII, 
€. 104; — SURITA, /. IV, c. 68. 



S0B6ERE DE PfiJNCIPATl 515 

Ad onta di tulio questo, 1* assedio di Gìròna cooti- 
Duava , e la città mancava di vìttoragUe. L' arcivescoiro 
il Seragozza venue al campo crociato per proporre la 
resa. « Kon patti , dod Hiiserìcordìa > , gridò il cardinal 
legato. Filippo il Bello figliuolo del re di Francia , indi- 
goalo di quelle crudeli parole, gli chiese che sarebbe 
de' fanciulli e delle donne. « MuojaR tutti » , esclamò il 
IsgaAo. « Ntono mnoja , replicai I* altro , il quale non 
passa difendersi «oDa spada ». Dopo altri vesti giorni , 
la città si arrese ad onorevoli patti, che foroao fedal- 
nenie osservali (4). 

Questa vittoria non bastò a rialzare la fortuna delle 
armi francesi: F esercito continuamente scemava per ma- 
lattie , fame e diserzioni ; il re , infermatosi da fìk tempo, 
lotti i di peggiorava. Fu risoluta la ritirala; e addi 30 
tettembre del H6&, quattromila cavaUerì e una «mi>a 
disordinata e confusa di uomini a pie, resto della grand oste 
crociata, ripassavano i Pirenei, lasciandosi indietro la 
fUì parie delle sakuerie per fretta e mancanza di vetture, 
il r^e moribmdo era trasportato su di una barella. Pietro 
ii Araigoaa , per rispetto al morente , aspettò eh e pas- 
sasse i iBonli co suoi baroni ; poi dette addosso a pedoni 
e chi da quella strage polè scampare fu macellato nel 
Rossiglione , ove il Loria sbarcato cotta sua getite mettea 
tutto a ferro e a fuoco. A Perpignano, addi 6 di otto- 
bre, il re Filippo « mori fuggendo e disfiorando il gi- 
glio ». I re^i deM* esercito ripoilarono a Parigi il cada- 
vere de) re , il lutto e la vergogna di uq* impresa per la 
quale tant' oro si era speso e tanto sangue versato (2). 

(i) <D'£SCLOT, (S. 166, 167; — MuNTAMBR, c |03, 119, Uìi — Chro- 
•ieon MmaUmi 5. B9rtmi. 

i2) D'ESCJMOT, e. 166, 167 ; — MUNTANaa , C 137, 138, 139 ; — B. 
OK IÌSACA8T«0« c W; — G. VILLANI, i. K//, c lO&; — N. SPBCULB, l II. 



316 STORIA D ITALIA 

Venli giorni dopo mentre apparecchiavasi ad espa«- 
gnar Maiorca per ponire il fratello, re Pietro iofermò e 
fu trasportato a Villafranca di Panadès. Quivi accorse il 
suo figlio Alfonso; ma il re lo sgridava dicendogli: e A 
cbe lasciare il campo? Sei tu medico per stare accanto 
al mio letto? Di me sia ciò che Dio vorrà; ma tanto più 
importa fornir l'impresa di Maiorca ». Alfonso si partì, 
Maiorca fu gagliardamente assalita, ma T esito rìmaoea 
incerto, allorquando sopraggiunsero i Siciliani col Loria, 
appoggiarono alle mura i remi e le antenne delle loro 
galere , vi si arrampicarono, entraron dentro e misero ter- 
mine in poche ore alla battaglia e alla guerra (i). Frat- 
tanto re Pietro, sentendosi giunto air estremo di sua vita, 
dichiarò non aver meritato la scomunica, ma come buon 
cristiano osservata, ordinò la liberazione de* prigionieri , 
promise di rendere alla Chiesa tutto quanto le avea tolto, 
e dicon anco il regno di Sicilia (2); ma non mutò il suo 
testamento dell'anno ottantadue. Egli si confessò ad alta 
voce a due frati minori: di poi a grande sforzo si rive- 
sti, s inginocchiò sul letto e ricevette T eucaristia. Allora 
gli fu annunziato che suo figlio Giacomo, ottenuta da 
Carlo II la cessione dell* isola di Sicilia, mandava coslai 
al padre in Aragona. E non potè profferir parola , fé cro- 
ce delle braccia, levò gli occhi al cielo e spirò. Era il 



e. S; -- Nangis, Vita R. Philippiì -* SoRiTA, l. IV, e, Gp$ — Daettb, Pur§. 
e. VII. 

(1) D'ESCLOT, e. 168; — MUNTANEB , C. 140, 141; — B. DE NEOCA- 
STBO, e. 97, 100; — SOBITA, /F, c. 71. 

(2) • Idem domìDas rez restitaìt et absolvit ac restitai et absolvi 
maodivil praefatam regnarli siciliae Ecclesiae Romaoae •. Gli storici contem- 
poranei non dieon niente di questa restitoiione, la qoale resulta da un di- 
ploma dell'arcbivio di Aragona (Reg. 55, fogl 20): è il giarameoto prestalo 
dal re in mano del gaardiaoo de'frati minori di Villafranca sao confessore 
uno di qeegli alti che a* preti riesce facile di estorquere da'moribondi. 



SORGERE DE PRmCIPATI 3i7 

di dieci di novembre del 4285: egli avea appena qua- 
rantasei anni (1). 

Cosi in dieci mesi si estinsero tre re ed un papa 
che aveano agitato e insanguinato Italia^ Provenza, Fran- 
cia e Spagna. Pietro di Aragona fu grande e benfatto 
della persona, forte di braccio, d* animo audace, scaltro, 
perseverante e crudele: espertissimo capitano, valoroso 
cavàliero, astuto principe. Carlo di Angiò non era di lui 
men prode ; ma e* fu tiranno senz arte ; adoprò sempre 
la violenza, quasi mai l'arte e gli inganni: avarissimo e 
spregiatore d' Italia, dall Italia cbiedea autorità e potenza. 
Egli non ridea, molto vegliava e pochissimo dormiva. 
Questi due principi furono dagli avvenimenti gittati Inn 
contro r altro. Carlo avea per sé la Provenza, la Sicilia « 
mezza Italia, la protezione della Chiesa e gli aiuti della 
Francia; Pietro non avea che il piccolo e povero regno 
di Aragona e di Valenza. Dopo tre anni di guerra Carlo 
mori lasciando Sicilia ribellata e vincitrice, i suoi eserciti 
e le sue flotte disfatte, la Francia e la Provenza umiliate 
e un figlio prigioniero; Pietro morì, dopo aver vinto ì 
Napolitani, i Provenzali e i Francesi, soggiogato Maiorca, 
e aver veduto Sicilia sicura e ubbidiente e la sua flotta 
signora del Mediterraneo. 



(I) D'BSCLOT, C. 168; — MCNTANCR, C. 145, 146; — N. SPJKCIALB, 

I. /, e. 7; - B. DE NEOCASTRO, e. 100; — SUBITA, I. IV, e. 71. 



3i8 STORIA d' ITALIA 



LVII. 



DI eiKMIO RI M 8ICILU. 



GhiDta ÌD Sicilia la nuova della morte del re Pielro, 
Gìacòino soo figliuolo fu proclamato re, e coronato nella 
cattedrale di Palermo addi S febbraio del i286 (4); e fu 
aHora che in un generale parlamento e' pubblicò qaeUe 
costituzioni, che leggonsi trascritte nelle leggi del regno 
col titolo di capitoli del re Giacomo. Le quali òostituzioni 
scemavano le pubbliche gravezze, rendeano più spedita 
r ammiaistrizione della giustizia, abolivano i * prestiti for- 
zati, il forzato afliCto degli ufficj fiscali, i regj divieti nei 
matrìmonj, il diritto di preda su' naufraghi : a' feudataij 
fu reso piò mite il servigio militare ; a coloro - i quali 
avean predato i beni mobili di re Carlo e de* Francesi 
nel tempo deHa rivoluzione, ed a coloro i qaali il pub- 
blico danaro aveano amministrato nel tempo di re Carlo 
fu data sicurtà non sarebbero ricercati né chiamati a ren- 
der ragione: provvedimento di prudenza che calmava i 
sospetti ed i timori di gran numero di cittadini (2). 

Il nuovo re fermò una lega col re di Aragona suo 
fratello, e agli Aragonesi accordò favori e franchigie 
neir isola come premio a servigj resi^ e allettamento agli 

(t) B. DE NBOC ASTRO, C tOl; — N. SPECIALK, l II, C. 8; — ANO- 

NTMOS, Chronieon Sieulum. 

(2) B- DE Meocastro, c. t02; ~ N. SPECIALE, I. 1/, c. 9- — Capi' 
ioli del Regno di Sicilia. 



SORGERE db' PROIQPATI M9 

sperali (1); e oercò procurarsi il favore del iraovo papa, 
al quale maodò come sooi ambaaciatori Gilberto di Ga- 
ttello cavaliere catalano e Io alorioo Bartolomeo di Neo^ 
castro; ma papa Onorio lY alla loro orazione rispose: 
bene ed ornatamente parlare i Siciliani, pessimamente 
oprare; non potersi alle loro domande assentire. Ricon- 
fermò egli quindi le scomoniche del suo predecessore e 
chiamò a render conto i vescovi che avean coronato re 
Giacooso; naa i veseovi non ubbidirono, e furono scomu* 
oleati^ né della scomunica si curarono (S). 

Frattanto la guerra continuava per terra e per mare, 
ma delle varie fazioni conriiattnte, ricorderò solo quella 
di Aslura, ove, in vendetta di Corradino, i Siciliani am* 
oiazzarono il Gglioolo di quel Frangipani che crudelmente 
lo dette io mano de sooi nemici, ed il castello arsero 
e disfecero (3). II. conte & Artois ed il cardinale 6be^ 
rardo^ per torre la guefra di casa loro ove arrecava im^ 
menai danni e travagli, raccolta la maggior moneta che 
poterono, e assoldati mereenaij, italiani e francesi, appa« 
reccbiarono e adunarono a Brindisi quaranta galere, cìn-^ 
qnecento caviali e cinquemila fanti capitanati da Rinaldo 
di Avella valoroso cavallaro napolitano, e nel medesimo 
tempo quarantasei fra galere e teridi con più grosso eser^- 
cito in Sorrento. L* amata di Brindisi, accompagnata dal 
vescovo di Martorano legato del papa, salpò addi 45 di 
aprile deiranno ottantasette, toccò Malta, comparve inat- 
tesa in Augusta. La città , quasi deserta per V eccidio del 



(1) Il diploma è pabblicato dal Bascemt nella Vita di Giovanni di 
Proeida -. fra'sottoscritti come testimonj si trovano Mastrangelo , Palmiero 
Atete e Bartolomeo di IKBocattro. 

(2) B. DB Nbocàstbo , e. 105 , 106 ; — RAYifÀLBVJS, Ànnal. Bcél, 
an. 12S6. 

(3) E db NbocabtbOi c. 102-4. 



320 STORIA d'itàlia 

sessantasette, fu occupata niuno contrastante; ma i pochi 
cittadini che v* erano , agli invasori che affermavansi sol- 
dati della Chiesa , diceano : « Noi tenghiamo come madre 
la Chiesa, come nemico chi la regge, poiché egli manda 
a nostro danno armi ed armati. Chiedete al legato se 
Iddio abbia giammai comandato di sparger sangue cri-- 
stiano per ridurre in ischiavitù popoli cristiani, e se di«- 
ravvi che si, rispondetegli eh ei non crede nel vangelo; 
e da noi impari che la fede cristiana concede per sole 
armi alla Chiesa Y umiltà^ la croce e la soave parola (i) ». 

Risaputa ì occupazione di Augusta, re Giacomo chia- 
mò alle armi i baroni e i comuni, incitò con pubbliche 
concioni il popolo di Messina, ch*e dicea suo « per cit- 
tadinanza ed amistà ». Per apparecchiare in fretta un po- 
deroso naviglio, tutti i cittadini lavoravano nell'arsenale, 
sospinti da patria carità e dalf esempio di Ruggiero di 
Loria, il quale, ritornato in quei di da' suoi corseggi di 
Provenza, vedeasi quivi in farsetto affaticarsi ne' più gros- 
solani lavori. Il re andò a Catania, ove adunò miile ca- 
valli e parecchie migliaia di fanti; né tardò a soprag- 
giungere il Loria con trenta galere; e Toste siciliana per 
mare e per terra mosse verso Augusta, addi 43 maggio 
dodici giorni appena dappoiché la era stata da nemici 
occupata (2). U Loria , arrivato il primo in Angusta , non 
trovando le navi nemiche che erano andate a Marsala, 
sbarca la sua gente , e assale gli Angioini ; di poi , ve- 
dendo che i suoi piegavano, fa tirar su le scale deUe 
galere, li lascia senza scampo e li forza a vincere, ed 
e vincono ed occupano la città. I nemici riparano nel ca- 



ci) B. DB NeOCASTBO, C 110; — N. SPBCMLK, I. Il, 0. 10; — G. 

Villani, l VIU e 117. 

(2) B. DB Neocastro, c iiO ; — Atanasio di aci , in Grbgobio, 
Bibl, Aragon., t. /. 



SORGERE DE* PRINCIPATI 32 i 

Stello, eh era fortissimo e muDitissimo, sodo assediati dal 
re Giacomo sopraggiunto in quel medesimo di, e dopo 
quaranta giorni di valorosa difesa, costretti ad arrendersi 
con Rinaldo di Avella e col legato del papa ; ma fra Per- 
rooe di Aidone consigliera ed istigatore di queir impresa, 
Don volle sopravvivere alla vergogna, ed infrantosi il 
capo ad una muraglia miseramente mori, mentre le navi 
angioine, dopo due sbarchi tentati e respinti sul littorale 
di Marsala, ritornavano a Napoli messaggiere di sventura. 
Ed allora il Loria , senza metter tempo in mezzo , dirizzò 
le prore a Napoli e sfidò i nemici a battaglia, non avendo 
seco più che quaranta galere. L' ammiraglio nemico Nar- 
zone usci dal porto con ottantaquattro fra galere e teridi , 
sulle quali erano i* conti di Monforte, di loiville, di Fiandra, 
di Brienne, di Aquila, di Monopoli ed altri baroni rinomati. 
Segui la battaglia addi 23 di giugno, e fu lunga e terribile^ 
per Sicilia fortunata, gloriosissima per il Loria, il quale 
prese quarantaquattro galere, T ammiraglio, tutti i conti, 
trentadue signori feudali e quattro o cinquemila fra mari- 
nari e soldati, i quali tutti furono mandati a Messina 
sotto la scorta di dieci galere, mentre il Loria colle al- 
tre trenta entrava nel porto di Napoli, e per grossa somma 
di danaro concedeva una tregua di due anni in suo pro- 
prio nome, senza far parola della Sicilia e senza con- 
sentimento del re. Di che molto ne furono scontenti i 
Siciliani , e v era già chi accusava Y ammiraglio di tra- 
dimento , ma difendealo Giovanni di Procida e la ricor- 
danza delle meravigliose vittorie da lui riportate. Rinaldo 
di Avella e il vescovo di Martorano furono resi in cam- 
bio del castello d Ischia; altri conti e signori feudali si 
riscattarono per moneta ; Guido di Monforte , uccisore del 
giovine Arrigo d* Inghilterra, mori nelle carceri di Messina (i). 

ci) B. DE NE0CA6TE0, C. 110, 111; — N. SPECULIS, /. Il, C. 10-12; 
LA FABINA, T. VI. 41 



322 STORIA D ITALIA 



LVIII. 



DI ONORIO IV B DI NICCOLO' IV B DBLLA LIBRRAZIONB 

DI CARLO II. 



In quel tempo papa Onorio con molta istanza invi- 
tava il re Rodolfo a venire a Roma per ricevere la co- 
rona dell* impero (i); ma Rodolfo non venne, o che si- 
curo non fosse delFAlemagna che dovea lasciare, o che 
molto temesse dall* Italia nella quale dovea recarsi ; e v*à 
qualche istorico che a questo proposito riferisce eh* e* ri- 
petesse le parole della volpe di Esopo , la quale , invitata 
dal leone ad entrare nel suo covile, rispose che vedea 
sulla terra le tracce di molti animali che v' erano entrati, 
ma ninna di chi ne fosse uscito. Certo egli è che i ghi- 
bellini lo accusarono « di aver negletto ciò che far do- 
vea (2) » ; e eh* egli , consenziente il papa , mandò per 
suo vicario in Italia Prinzivalle del Fiesco de conti di 
Lavagna , il quale venne in Toscana , e intimò a Fioren- 
tini e a Sanesi di stare a comandamenti del re ; ma , 



— G. Villani, l VII, e. 117; — AifONTMUS, Chron. SieuhÈfn; — Chroni- 
con Panmn$e, Mubatobi, Her. Ital, Script^ t, IX. 

(1) Ratnaldos, enfiai. Eeel. an. 1286. 

(2) • Colai che più sied'alto, ed ha sembianti 

D'aver negletto ciò che far dovea, 
E che non maove bocca agli attrai canti, 

Rodolfo ìmperator fu, che potea 
Sanar le piaghe ch'hanno Italia morta •. 

Dantr, Pvrg., e. Vii 



SOBGERE DB* pamaPÀTi 323 

DOD avendo seco delle armi , ubbidito non fu , si eh* ei 
credette per sé più sicuro e per il suo signore più ono- 
revole ritornarsene in Alemagna; e Y*è chi aggiunge , 
ch'egli per povertà vendesse le giurisdizioni deli' im- 
pero (i). Né altro pria della sua morte (la quale segui 
addi 3 di aprile del i287) potè fare papa Onorio, che 
riprovare ed annullare un accordo stato concluso per 
mediazione di Eduardo d* Inghilterra , secondo il quale 
Carlo II dovea essere rimesso in libertà, restando la 
Sidlia e la diocesi di Reggio a re Giacomo, e renunzian- 
do il re di Francia alle sue pretese sull'Aragona (2). In 
quanto alle cose dello stato della Chiesa nel breve pon- 
tificato di Onorio, è solo notevole eh* egli asscdse dalla 
scomunica la città di Viterbo a patto che lasciasse disfare 
le sue mura, e al suo libero reggimento rinunziasse (3). 

Lungo tempo stettero chiusi i cardinali in conclave 
in Santa Sabina di Roma senza potersi accordare nella 
elezione del nuovo papa, e frattanto la malaria e i di- 
sagi, che quivi sostenevano, ne facean morire sei di loro 
di che gli altri impauriti ruppero la clausura e si ridus- 
sero alle loro case. Il solo cardinale Girolamo, frate mi- 
nore nativo di Ascoli, e vescovo di. Palestrina, non volle 
partirsi e n*ebbe merito ^ imperocché i cardinali, radu- 
natisi nuovamente addi 22 di febbraio del 1288, lui fe- 
cer papa, col nome di Niccolò IV (4). 

Frattanto il re d* Inghilterra in Oleron di Bearn prò- 
ponea e facea accettare il seguente trattato: che Carlo II 



(1) G. Villani, /. 7, c. 3; — Ptolomaeds Lucbnsis, BUt. Eeei 

(2) Fbanciscus Pivinos, Chronieon^ Muratosi, Btt. Ital> Script., 
i. IX) ~ Raynaldus» Annoi. Ecel. an- 1287. 

(3) Raynaldus, an. 1285. 

(4) Ptolomabos Luccnsis, Bisi. Becl ; — Btemor. Poi, Regient., 
MoBATOBi, Rer. Hai Seript.y t. Vili 



324 STORIA DITALU 

fosse messo ìd libertà; ch'egli dasse ìd ostaggio al re 
di Aragona tre suoi figli e sessanta nobili provenzali ; che 
pagasse trentamila marche d'argento; che procurasse da 
Carlo di Valois la renunzia alle sue pretese sulla corona 
di Aragona; che lasciasse la Sicilia al re Giacomo; e che 
non potendo questi patti adempire in un termine prescrìtto 
ritornasse volontario prigioniero in Aragona. Il papa di- 
sapprovò il trattato, il quale fu rifatto in Gampofranco 
addi 27 di ottobre: ed allora non più parlossi della Si- 
cilia^ ed il re Alfonso mise Carlo in libertà con ntanife- 
sta violazione de' diritti de' Siciliani. Carlo andò in Fran- 
cia e vi fu onorevolmente accolto^ ma niente ottenne da 
Carlo di Valois, il quale era dal papa esortato a non 
renunziare alla corona di Aragona. Dalla Francia tornò 
in Italia: dal comune di Firenze fu onoratamente regalato, 
e con palio e armeggiamento trattenuto; e da' guelfi ri- 
chiesto d'un capitano colle insegne sue, egli lasciò loro 
Amerigo di Narbona, giovine bellissimo della persona, 
ma non molto esperto in fatti d' arme. Il papa lo rice- 
vette lietamente a Rieti, e quivi, nella pentecoste del 
4289, lo coronò, con Maria sua moglie, in re di Sicilia, 
Puglia e Gerusalemme, dandogli T investitura , nella forma 
e nei termini con cui fu già data al padre suo, e rice- 
vendo da lui l'omaggio. Ne a questo solo tenendosi H 
papa contento, il trattato di Campofranco, non ostante 
che da un notaro apostolico redatto, dichiarò nullo e cas- 
so; esortò alla guerra contro Aragona il re di Francia e 
Carlo di Valois; comandò al re di Aragona che rendesse 
a Carlo gli ostaggi. E Fanno dipoi, Carlo comparve con 
grosso stuolo di armati al colle di Panizas quasi appa- 
recchiato a rientrare in prigione, non avendo potuto adem- 
piere i patti giurati; e pubblicò non aver trovato chi lo 
ricevesse: aver quindi soddisfatto a suoi obblighi, e ri- 



SORGERE DE PRIHCIPATI 325 

domandare gli ostaggi e la moneta (i). E questo fa per 
la Sicilia il profitto della inglese mediazione. 



LIX. 



fiUBRRA DEL RBGNO. 



Il re Giacomo, risaputa la liberazione di Carlo, 
neir aprile dell' ottantanove passò a Reggio con quaranta 
navi, quattrocento cavalli e diecimila fanti, e cambattendo 
per terra e per mare, occupò molte città e castella. Di 
poi lasciò la Calabria, o perchè valorosamente fronteggiato 
dal conte di Artois, come scrive il Villani , o perchè chia- 
mato a maggiore impresa come dicono gli storici sicilia- 
ni (2). Rimontato sulle sue navi, e toccò Scalea, Castel- 
labate. Capri e Procida , fece breve dimora in Ischia, da 
ultimo comparve a Gaeta; ma che vi avesse pochi par» 
tigiani, che questi invilissero per essere rientrato nel 
regno re Carlo li cogli aiuti del papa e di parte guelfa, 
la città non gli si arrese com'egli avea sperato, anzi si 
forni e munì contro di lui, ed e dovette assediarla. Ma 



(i: Chronieon Parmense, Mcratobi, Jler. Hai Script, , l. iX; — 
Memor. Potest. Reg., /ftid. , f. Vili; — Malvecius , Chronieon, Ibid, t. 
XIV; — SDRITA, Ann. di Aragona, l IV, e. 77, 78; — Raynaldus, Ann. 
Eceles. an. 1286-89; — Amabi, Storia del Vespro , e. XIII. l molli atti di 
qaeste loogbe trattative sono pubblicati io Rymer, Aeta eie., t. II. 

(2) G. Villani, I. VII, e. 133 ; — B. de Neocastro , c. 11 ; — N. 
SPECI ALIS, l II, e 13. 



326 STORIA DITALU 

pochi di trascorsero, ed il campo siciliano si trovò chiu- 
so ed assediato fra la città ed un esercito più possente 
e numeroso capitanato dal conte di Artois. Il papa avea 
conceduto a re Carlo tre anni di decime ecclesiastiche^ 
e avea fatto bandire la croce contro i Siciliani; e sotto 
il vessillo della croce ed a* comandamenti del legato del 
papa 5 vidersi, non solo molti guelfi di Lombardia e di 
Toscana, e bande dì Abruzzesi, Campani ed altri regni- 
coli, ma anco i Saraceni di Lucerà, e molte donne de» 
vote che menavano al guinzaglio grossi e feroci mastini 
per farli sfamare di carne scomunicata (4). 

Gravissimi erano i pericoli de Siciliani, allorquando 
giunse un ambasciatore del re d'Inghilterra in corte del 
papa, per dolersi con acerbe parole, che mentre i cri- 
stiani erano scacciati di Soria, e Tripoli ripresa dagli 
infedeli e Acri assediata , il danaro e il sangue de cri- 
stiani si consumasse per guerreggiare i cristiani. Per le 
quali parole sentendo il papa vergogna, mandò a Gaeta, 
unitamente ali* ambasciatore inglese , un suo messaggio di 
pace. Dopo lungo andare e venire di oratori dell'una 
parte e dell* altra, si fermò una tregua fino al di di 
Ognissanti dell* anno novantuno « con questi patti : si po- 
serebbero le armi si in mare e si in terra, menochè nelle 
Calabrie; re Giacomo potrebbe vittovagliare e munire le 
terre e le castella occupate sul continente: intorno alle 
bande degli almugaveri^ re Giacomo non dava sicurtà 
che osserverebbero la tregua , ma promettea non darebbe 
loro favore , uè li farebbe accompagnare da* suoi ufficiali 
e dalle sue milizie ordinate. Sottoscritto questo trattato 



(1) B. DB NBOCASTRO, e. 112; — N. SPBCIiLI8| I. 1/ , C 14 ; — G. 
Villani, I. VII, e. 134; ^ Raynaldus, Annal, Eecl, an. 1289. Il Neoca- 
stro era nel campo siciliano. 



SORGERE DE* PRI1ICI?ATI 327 

più a Giacomo che a Carlo vantaggioso^ i crociati leva- 
rono il campo, e tre giorni dopo il re di Sicilia s im- 
barcò colla sua gente e se ne tornò a Messina (4). 



LX. 



DR' NUOVI PRINCIPATI NR' COWNI HLL' ITALIA 

SBTTRNTRIONALR. 



Ed in quel tempo i comuni delF Italia settentrionale 
ingloriosamente guerreggiavano in vantaggio de* potenti 
capi di parte, usurpatori delle pubbliche libertà. E già 
potea dirsi ridotta in servita la città dì Milano sotto la 
dominazione di Ottone Visconti suo arcivescovo e signore, 
come provano queste parole del Calco: « Siccome ogni 
cosa parea piena di sospetto, T arcivescovo dubitava che 
nuove congiure si tramassero, e per questo comandò che 
coorti armate di giorno e di notte percorressero la città, 
e curassero che non si tenessero delle radunanze fra' cit- 
tadini (2) ». L* arcivescovo fermò una pace con Como, 
per la quale furono resi a* Torriani i loro beni allodiali , 



(1) B. DR NROCA8TB0, 0. 112; — N. SPRCIALIS, (. //, e. 14 ; — G. 

ViLLAMi, I. VII, e. 134; — Ratnaldus, Annoi. Ecel an. 1289; ~ AMARI, 
doe. XXV. Onalcbe istorico dice che il conte di Artois , ìDdignato di questa 
tregua, lasciasee il serfigio di Carlo li e se ne tornasse in Francia; ma i 
docQoieDti citati dall' Amabi , profano clie r Arlois sottoscrisse V atto della 
tregua e die rimase nel regno. 

(2) F. Calcbos, HUl. Patria». 



328 STORIA D* ITALIA 

a patto andassero a confini in Romagna, ma e preferirono 
ritirarsi in Aqoileia presso il patriarca loro parente; e 
per meglio assicurare la grandezza di casa saa, egli fece 
proclamare capitano del popolo suo nipote Matteo, uomo 
forte di corpo, d* animo fortissimo, audace, scaltro, ama- 
to da* nobili, da' popolani non odiato e padre di nume- 
rosa prole (i). Poco di poi Matteo fu creato podestà, con 
facoltà di emendare i pubblici statuti, cioè a dire prin- 
cipe; ed allora T arcivescovo lasciò il maneggio de* pub- 
blici affari, e sopravvisse privatamente altri sette anni, cir- 
condato sempre da medici e agitato da timori della morte 
che forse i rimorsi gli rendeano paurosa. La sua signoria 
durò undici anni, e fu infame per tradita fede e rapita 
libertà, scellerata per atrocità di torture e di supplizj, di 
pessimo esempio perchè esercitata su di una delle città 
più cospicue, più popolose, e più belle e ornate che al- 
lora fossero in Italia (2). 

Io quel medesimo tempo, per intromissione de* Par- 
migiani e di altri guelfi di Lombardia, i Boschetti e Ran- 
goni dominanti in Modena si rappacificarono cogli usciti 
Savignani. Ma altra discordia si accese in Reggio, e nel- 
r aprile dell anno ottantasette la |)arte detta di sopra cac- 
ciò quella detta di sotto, cioè i nobili Fogliano e Canossa 
co loro seguaci; accorrendo i Parmigiani con proposte di 



(1) GALYANU8 Flauma, Man. FloT. e. 323, 324; -*- COBio, Ittoria 
di Milano ' 

(2) Milano contava in qoel tempo 13,000 case, 6,000 fontane, 60 piazze 
di nobili logge, 400 forni, 1,000 taverne, 150 osterie, e poco meno di 200,000 
abitanti. Fra questi v*erano 200 medici , 15 professori di grammatica e di 
logica, 80 maestri di leggere e scrivere e 50 copisti o scribi ch'erano gli 
stampatori e i librai di quel secolo. Molta riputazione aveano le sue fabbriche 
d'armi, delle quali se ne contavano fino a 100 : i cavalli di battagha milanesi 
erano pregiati assai i n Francia; le selle di Milano erano le migliori che al- 
lora fossero in Europo; i suoi drappi erano molto ricercati, e le sue confet- 
ture formavano u na parte considerevole del suo commercio 



SOROBRE DE* PRinCIPATI 329 

pace. Né miglior fortona ebbe quella fermata ia Modena, 
imperocché i Savigliani coDgiuraroosi co* Graaolfi . ghSiel- 
lioi, con Tommasioo signore di Sassuolo e cogli usciti 
di Modena e di Bologna, ed avuti aiuti mercenaij di 
Mantova e di Verona , levarono il rumore ; ma e furono 
rotti e sconfitti dal popolo e si ritirarono a Sassuolo. Ac- 
corsero i Reggiani di parte guelfa in aiuto ddb citta, 
accorsero i Reggiani di parte ghibellioa in aiuto degli 
usciti ; ma sparsasi la voce che un grosso esercito guelfo 
si appressava, gli usciti invilirono e sbandaronsi, i Mo- 
danesi arsero Sassuolo, e Bernardino da Polenta loro po- 
destà fece prendere molti nobili sospetti di avere avuto 
parte in quella congiura, e ne fece impiccare trentadue. 
Pinamonte Bonaccorsi signore di Mantova ed Alberto della 
Scala signore di Verona accolsero onorevolmente gli 
usciti di Modena, e continuarono a dail^ aiuti a quelli di 
Reggio, i quali rqipero i loro awersarii a Mozzadella e 
li costrinsero a chieder pace. Allora i Modanesi delibera- 
rono darsi ad Obizzo marchese d* Este e signore di Fer- 
rara, e gridaronlo signore perpetuo del loro comune: e 
così si estinse un altra delle repubbliche italiane (i). E 
perdié più apertamente si vedesse i nomi di guelfo e 
ghibellino aver perduto ogni loro primitivo significato, 
ed esser solo rimasti per coprire le ambizioni de* potenti^ 
Obizio d'Este, eh* era vedovo di lacopina del Fiesco, 
tolse a donna Costanza, figliuola di Alberto della Scala 
signore di Verona (2). 

Correndo l' anno i289, Guglielmo marchese di Mon- 
ferrato andò ad oste a Pavia e pose il campo a Rosaiano. 



(1) Chronieon Parmentei Moratobi, «ir. Ital. Script. , t. IX} — 
Ànnaki Feferei Mutiti. Ibid., t. XI; — JWemor . Pot Reg.y Ibid t. VII! ; 
— Chwnictm E$UnM, Ibid., t. XV. 

(2) Cronieon Ettms. 

La Farina. T. vi. ^2 



330 STORIA D ITALIA 

UscìroD contro le milizie pavesi, ma giunti rimpetto al 
nemico, anziché adoprare le armi^ anironsi a lui per 
segreti accordi che aveano, ed egli entrò in Pavia fra 
le acclamazioni de' suoi partigiani , e fu gridato capitano 
p^r dieci anni avvenire. Aggiunge un cronista, che es- 
sendosi tutto questo adoprato senza che niente ne sapesse 
Manfredino da Beccheria uno de* maggiori della città, co- 
stui per dispetto pose e fece vincere il partito che il mar- 
chese fosse capitano ed assoluto signore del comune du- 
rante tutta la sua vita. Gli avversar] del nuovo signore 
chiamarono segretamente i Milanesi, i quali accorsero e 
per sorpresa entrarono in città ; ma furon TOtti e cacciati. 
Allora Manfredino da Beccherìa, eh* era tenuto come so- 
spetto^ usci dalla città co suoi amici ^ e si afiTorzò a Ca- 
stello Acuto ch'era suo: fu egli per questo sbandito, e 
il suo palagio disfatto. Il marchese andò in armi contro 
di lui; ma e fu costretto a levare il campo da Milanesi, 
Cremonesi, Piacentini e Bresciani, i quali molto sospet- 
tavano e temevano il suo ingrandimento, essendo egli 
signore anco di Novara, di Vercelli, di Alessandria, dì 
Alba e d'Ivrea ('l). 

Per vendicarsi de' Milanesi il marchese di Monferrato 
andò ad oste contro di loro, conducendo seco Mosca ed 
Arrigo della Torre ; ma e* dovette frettolosamente ritirarsi ; 
non ebbe miglior fortuna nel Parmigiano; ma sfortuna 
assai peggiore nell'Astigiano; imperocché Asti fu aiutata 
e soccorsa da Milano, Genova, Cremona e Piacenza, le 
quali città strettesi in lega condussero al loro soldo Ame- 
deo conte di Savoia, che accorse con mille dugento ca- 
valieri e balestieri e fanti -assai. Quei della lega, adunato 



(1) Chronicon Estente; -Galvanus Flamma, e. 328;— Chronieon 
parmenie; — CORio, Ittoria di Milano. 



SORGERE D£ PRINCIPATI 33i 

Qo forte esercito, eotrarooo nel Monferrato, e per die- 
cimila fiorini d oro ebbero Vignale, da dove, fra le altre 
robe, fa portato via il vasto padiglione del marchese, a 
trascinare il quale ci vollero dieci paia di bovi. Tentarono 
di aver anco Alessandria per trentacinquemila fiorini d o- 
ro. Il marchese, che riseppe qualcosa, accorse per istur- 
bare quei trattati e gastigare i congiurati ; ma egli affrettò 
la sua rovina , imperocché il popolo si levò a rumore , 
disarmò, spogliò e cacciò via la sua gente, e lui prese 
e rinserrò in una gabbia di ferro, nella quale dopo due 
anni, miseramente morì. Le città che a lui ubbidivano 
scossero facilmente il giogo del giovinetto Giovanni suo 
figliuolo ed erede, e gridarono altravolta libertà; ma per- 
che eir erano a servitù mature, Pavia dette la signoria 
del comune per dieci anni a Manfredino da Beccheria, 
Vercelli elesse suo capitano per cinque anni Matteo Vi- 
sconti, e Giovanni, il quale era andato in corte del re 
Carlo, non ebbe miglior partito a prendere , che di con- 
ferire air istesso Matteo il titolo di suo vicario , sul Mon- 
ferrato (4). 

Ed in quei medesimi giorni un' altra repubblica ro- 
vinò per le discordie cittadine. Il popolo di Reggio, le- 
vatosi a rumore, avea incarcerato molti nobili. I Parmi- 
giani , i Bolognesi e i Cremonesi s erano intromessi ed 
aveano ottenuto la loro liberazione; ma poco di poi le 
due parti di sopra e di sotto erano venuti furiosamente 
alle armi, e, dopo molti amn^azzamenti ed arsioni, quelli 
di sotto erano stati vinti e cacciati. Allora i più fra cit- 
tadini , stanchi di quelle matte e scellerate discordie , det- 



(1) Chronicon Astenie; — Galyanus Flamma , e. 329; - AnnaUt 
Mediolansntet; -- Chronicon' Parmense; —Annales Genuenses, l X; —Co- 
Rio, Istoria di Milano; — Dante, Purg. e, Vii. 



332 STORIA D ITALIA 

tero la signorìa del comune per tre anni ad Obizzo di 
Este, il quale venne a Reggio con buon numero di ca- 
valieri e di fanti, licenziò le milizie che v* erano e si fe- 
ce proclamare signore a vita (i). Né in questa gara dì ser- 
vitù volle rimanere indietro Piacenza , la quale , per rap- 
padficare le fazioni che la divideano, non seppe trovare 
altro rimedio che di proclamare Alberto Scotto suo capi- 
tano e signore perpetuo (2). 



LXl. 



DRLLA ROliMNA. 

Malalesta da Verucchìo potente cittadino di Rimini 
avea fatto unire in lega i comuni di Forli e di Faenza 
contro Pietro di Stefano conte della Romagna. Costui , per 
vendicarsi, gli tese un'imboscata e lo prese prigioniero 
col suo figlio Giovanni e con altri suoi compagni; ma pa- 
cieri s'intromisero 3 ed e* furono liberati, dando in sicurtà 
quattromila fiorini d* oro per ciascheduna le città di Rimi- 
ni, Forlì e Faenza (3). Neil* anno i288, papa Niccolò IV 
dette l'ufficio di conte della Romagna ad Armanno dei 
Monaldeschi da Orvieto: fu allora che quei di Rimini cac- 
ciarono i Malatesta , de' quali il padre si ridusse presso il 
conte che gli era amico; ma Giovanni soprannomioato Zotlo 



(1) ifem. Pot. Regim.; — Chronieon ParfMntef— Chranieon Bstwte; 

(2) Chronieon Plaewtmum, 

(3) Chronieon ForolivimUy Muiatobi, Rer. Ital. Script., t UH. 



S0E6ERE de' PEIRCIPATi 335 

Zoppo e Malaleslino suoi figliaoii afforzaroosì ne castelli 
di Monte Sant* Angelo e dì Monte Scotolo. Paolo loro fra- 
tello e Francesca figlinola di Gnido da Polenta , moglie di 
Giovanni furono in quei giorni da amore condotti ad una 
morte, e fu T offeso fratello e marito quello che gli spense: 
pietosa istoria che il canto del sommo poeta rese immor- 
tale (i). Halatestino fu vinto dalle milizie di Rimini e pre- 
so prigioniero: non cosi Giovanni, il quale fu aiutato 
dal conte Armanno de' Monaldeschi (S}. Papa Niccolò IV , 
che Tolea ingrandire i Colonnesi quanto Niccolò IH avea 
ingrandito gli Orsini, creò marchese di Ancona Giovanni 
della Colonna, e conte della Romagna Stefano signore di 
Grinazzo altro Colonnese. Giovanni tentò rappacificare il 
Malatesta co' Riminesi e non riesci , Stefano^ col medesimo 
intento, ràdono in Rimini un gran parlamento e stabili un 
accordo , a patto però che i Malatesta stessero a* confini ,' 
ed in questa occasione si appiccò una fiera zuffa, nella quale 
poco mancò il conte non fosse morto. Andò egli dipoi a 
Ravenna e pretese la consegna delle fortezze : i Polentani , 
eh* eran signori del comune , gli si opposero , e fatti venire 
d" altre città di Romagna uomini a pie e a cavallo, una 
notte levarono il rumore, e presero e incarcerarono il 
conte, un suo figliuolo, un suo nipote e tutta la sua 
gente. Allora molte sedizioni e molti tumulti seguirono in 
tutta la Romagna. In Imola vennero alle armi le parti 
degli Alidosi e de Nordili e fieramente combatterono, fin- 
che sopraggiunti i Bolognesi gli Alidosi cacciarono, e le 



(1) Il vecchio Malatesta ebbe quattro mogli : Gio?anDi e Paolo erano 
i della seconda. Paolo a?ea moglie della famiglia de'Chiaioli, da qui rini- 

micizia de'Chiazoli co'Malatesta. Brtti, Mtmorie per la storia pesarese; - 
Dante, Inf. V 

(2) Chronieon Forolhknse; - Chroniean Coesm., Mobatobi, Rer. 
lUil, Seripi., t. XIV. 



334 STORIA D ITALIA 

mura della città disfecero. I Manfredini occuparono Faen- 
za, ma furono ben presto scacciati da Maghinardo da Su- 
sìnana e da Ramberto di Polenta, i quali si fecero signori 
di quella citta. Malatesta da Verucchio tornò a Rimini, 
cacciò via il podestà ed occupò la signoria del comune. 
Poco tempo dopo anco Forlì fu costretta ad ubbidire alla 
dominazione de Malatesta e dePolentani {i). 

Ecco come in quel tempo ogni sedizione, ogni di- 
scordia, ogni zuffa partoriva un principato, quasi che i 
popoli, avendo preso a noia la libertà, non attendessero 
che una occasione o anco un pretesto per isbarazzarsene. 
E la brama di crearsi de* padroni era si ardente, che i 
Romani proclamarono loro signore Iacopo della Colonna, 
lo salutarono col nome di Cesare e gli resero gli onori 
che già usaron rendere agli antichi imperatori: né questo 
faceano per liberarsi della temporale dominazione della 
Chiesa ; ma perchè potessero gloriarsi di avere nella loro 
città papa ed imperatore, quasiché uno solo non bastasse 
ad assicurare la loro servitù. Niccolò iV, il quale era 
tutto intento a far grandi i Colonnesi, si tacque, ma que- 
sta follia non ebbe altro seguito e passò come la bria- 
chezza di un giorno (2). 



(1) F. PiPiNCS, Chronicon, Muratqri, Rer, Hai. Script..» (. IX; - 
ChronUon Foroliviense ; — Chronicon Parmense^ Muratori, o. c. |. IT; 
- Matt. de Griffonirus , Chronicon ; - Rubbos, Hi$t, Ravcn.^ l Vi. 

(2) Chronicon Parmense. 



SORGERE de' PRINCIPATI 335 



LXIL 



DILLA TOSCANA. 



Il yescoTO Gaglielmo di Arezzo (i), il quale fu 
guelfo mentre le città di Toscana reggevansi a parte ghi- 
bellina, e poi ghibellino quando le dette città divenne- 
ro guelfe, si uni cogli liberti, co' Pazzi di Valdarno, co- 
gli libertini e con altri fuorusciti ghibellini e coi gran- 
di di Arezzo, e tutti uniti ruppero il popolo che tenea 
la signoria, cacciarono i guelfi e dettero al vescovo la 
signoria del comune. Per questa novità si accese la 
guerra fra* Fiorentini e gli Aretini. Questi richiesero di 
aiuto molti nobili e potenti ghibellini di Romagna, della 
Marca e di Orvieto: i loro avversar] ebbero con loro Pi- 
stoiesi, Lucchesi, Bolognesi, Samminiatesi , e andarono 
ad oste su quel di Arezzo e presero molte castella e as- 
sediarono Laterina. Quivi convennero anco i Sanesi con 
quattrocento cavalli e tremila fanti. La terra si arrese, 
alle campagne fu dato il guasto, ed i Fiorentini nella 
festa di san Giovanni fecero correre un palio sotto le 
mura dì Arezzo per far vergogna agli Aretini, e se ne 
tornarono a Firenze; ma i Sanesi, che non vollero ac- 
compagnarsi cogli altri, mentre tornavano a Siena, al 
valico della Pieve al Toppo, caddero in un aguato teso 



(1) Secondo il Villaoi era degli UberlìDi; secondo Dino Compagni con- 
temporaneo, de'Paizi. 



336 STORIA D*1TALU 

loro da Buooconte da Mootefeltro e da Guglielmo dei 
Pazzi capi de ghibellÌDi, e faroDO sconfitti colla perdita di 
più che trecento de' migliori cittadini di Siena e genti- 
luomini di Maremma; per la quale sconfitta assai mon- 
tarono in superbia gli Aretini ed ebbero rammarico i 
guelfi (i). 

In quel medesimo anno, che fu il 4288^ segui in 
Pisa il caso del conte Ugolino, reso famoso nella Divina 
Commedia, e andò cosi. I Genovesi entrati in Porto Pi- 
sano vi aveano arso molte navi (2); i Lucchesi aveano 
sconfitto lesercito pisano e gli avean preso molti prigionieri, 
fra* quali Baldino degli Ubaldini nipote dell* arcivescovo (3). 
Ugolino de* Gherardeschi profittò delle sventure gravissime 
della patria per farsene signore: egli cacciò i guelfi, fra 
quali Nino Visconti, figlio di una sua figlia, che era giudice 
di Gallura in Sardegna; e, per non essere molestato dal di fuo- 
ri, cedette a Fiorentini ed a* Lucchesi alcune castella del co- 
mune. Era allora la città divisa in due parti, e capo della 
parte avversa a quella de* Gherardeschi era 1* arcivescovo 
Ruggiero degli Ubaldini, il quale avea anco una vendetta 
privata da compire, imperocché il conte gli avea morto 
un nipote. Parteggiavano coli* arcivescovo le famiglie ghi- 
belline de Lanfranchi , de' Sismondì , de Gualandi. Cosi 
Ugolino avea contro sé i guelfi che avea sbanditi e i 
ghibellini che gli erano avversar]: l'odiava anco il popolo 
perché bramava avesse termine la disastrosa guerra con 
Genova, ed egli adoprava ogni mezzo per prolungarla, 
sperando dalla durata di essa la durata della sua signorìa; 



(1) G. Villani, L VII, e, 114-19; -DimoCohpaqni, Chrona€m Fio- 
rentina, l. I; — Dante, Infer. e. XIII. 

(2) AnnaUs GenuenseSj Mobatobi, Rer. Ital. Script, I. VI. 

(3) Ptolomaevs LIICEN8I8, Annal.Brw., Mobatobi, iter. tal. Script., 
t. XI 



SORGERE de' PRINCIPATI 337 

De maocavangli odj nella sua stessa famiglia, avendo 
egli fatto morire per gelosia d'impero Anselmo conte di 
Capraia suo prossimo parente. Una carestia sopravvenuta 
in quel tempo mise il colmo al malcontento popolare , 
cbe dair arcivescovo incitato^ addi li di luglio scoppiò 
in aperta sedizione. Nobili e popolani preser le armi, 
accusando di tradimento il conte, il quale si chiuse e 
afforzò in palagio, e gagliardamente si difese; ma vinto 
dal soperchio degli assalitori , dopo aver perduto combat- 
tendo un figlio ed un nipote, fu preso con due suoi figli 
e tre suoi nipoti, e tutti e sei furono rinserrati in una 
torre, ove, lasciati senza cibo, miseramente per fame si 
spensero. Pisa ridivenne allora ghibellina: ma 1 amore di 
parte non fece velo alla somma giustizia dell* Alighiero , 
il quale se relegò il conte in inferno fra* traditori della 
patria , gli pose anco a canto l' arcivescovo Ruggiero ; e 
Pisa, per aver messo a tal croce quegli che innocenti 
facea Tetà novella, chiamò vitupero delle genti, e su 
di lei invocò in punizione le acque dell* Arno si che vi 
annegasse ogni mortai persona (i). 

La morte del conte Ugolino poco profittò alla libertà : 
i Pisani , minacciati da Genovesi e combattuti da Lucche- 
si, da Fiorentini e dagli usciti guelfi , chiamarono Gui- 
do conte di Montefeltro, e gli dettero la signorìa per 
tre anni. Il papa scomunicò Guido, e sottopose Pisa al- 
l'interdetto; ma Guido non iscorossi per questo, ritolse 
a Fiorentini Montefoscolo , Montecchio e Pontadera , e re- 
cuperò anco l'isola dell'Elba, stata poco pria tolta ai 
Pisani da Genovesi (2). 

(i) Annalet Genuenses, l X; - G. Villani, /. VII, e. 120, 127; — 
Dante, Inferno, e. XXXIIIi — TRONCf, Ànnal. Pisani. 

(2) Ptolomaeus Lcjcensis, Annal. Brev.; — G. Villani , l. VII, 
e. 127, 147; Hist. Pitana, -^ MURATORI, Rer- Ital Script., t. XXII; — Ray- 
NALOUS, Annal Ecei, an. 1290i 

La Farina, T. vi 43 



338 STOBU D ITALIA 

Frattanto i Fiorentini, cogli aiuti delie altre città 
guelfe^ entrarono so quel di Arezzo con mille e trecento 
cavalli e assai pedoni , e giunsero presso a Bibbiena , a 
un luogo detto Campaldino , dove erano i loro nemici con 
ottocento cavalli e ottomila pedoni. Era addi ii di giugno 
del i289 : gli Aretini assalirono il campo si vigorosameirte 
e con tanta forza ^ che l'esercito fiorentino forte rìncu- 
Io. La battaglia fu molto aspra e dura : le quadrella pio- 
vevano ; r aria era coperta di novoli ; la polvere era gran- 
dissima. 1 pedoni degli Aretini si mettean carpone sotto 
i cavalli colle coltella in mano e sbudellàvanglt ; e parte 
de loro feritori trascorsero tanto innanzi , che nel mezzo 
deir esercito guelfo furon morti. 

Non per viltà ne per poca prodezza furono rotti gli A- 
retini ; ma per lo soperchio de* nemici : i soldati fioren- 
tini, che erano usi alle sconfitte, li ammazzavano : i villani 
non aveano pietà. Dalla parte degli Aretini ne morirono 
mille e settecento , e più di mille rimasero prigionieri : 
furono tra morti il vescovo Guglielmo, e Bonconte figliuo- 
lo di Guido conte di Montefeltro (i), e altri valenti uo- 
mini. Fra Fiorentini fecero molte belle prove Corso Do- 
nati, che capitanava la brigata de' Pistoiesi e messer Vieri 
de Cerchi con un suo figliuolo. « Nella battaglia di Cam- 
paldino, scrìvea più tardi Dante, la parte ghibellina fu quasi 
tutta morta e disfatta, * dove mi trovai fanciullo nell* armi , 
e dove ebbi temenza molta , e nella fine grandissima al- 
h^grezza per li vari casi di quella battaglia ». Dopo poco 
tempo ì Fiorentini rimandarono gente d* arme ad Arezzo , 
posonvi campo, vi fecer correre un palio il di di San 
Giovanni , e manganarono dentro la città un asino colla 



(1) • lo fai di AloDtefeltro: rsoa BnoucoiHe •. 

Dante, Purg» e. F. 



SORGEBB de' PRINCIPATI 339 

mitra in capo per disprezzo del vescofo; ma poco pro- 
fitto fecero e levarono 41 campo , presero Bibbiena , ed 
altre castella e toraarono a Firenze , ove io palagio , per 
memorìa della vittoria, posero una scritta, che dicea « scon- 
fitti i ghibellini », e non già gK Aretini, acciocché qoella 
parie degli Aretini, eh* era con loro , non ne avesse vergo- 
gna [i). 



LXIII. 



DELLI CWB USL RKeNO. 

La tregua fra re Carlo II e re Giacomo era siala 
giurata, non osservata; ed il papa esortava con molta 
istanza costui ad accorrere in soccorso di Acri dagli in- 
fedeK assediata. Giacomo rìspondeagli, che, rìconoscHito 
come re di Sicilia, e fermata una tregua di cinque anni, 
egli partirebbe per la crociata con trecento cavalli , dieci- 
mila fanti e trenta galere; e Ruggiero di Loria, che ric- 
chissimo era divenuto , promettea lo accompagnerebbe 
con dieci galere, cento cavalli e duemila fanti. Ma i Si- 
ciliani, che per lunga esperienza conoscevano gK inganni 



(1) Dino Compagni, l /; — G. Villani, l VII, e. 130; - Ptolo- 
111108 Lucmsifi, Jfifiai. Brev. Nel medesimo anno i laccbesi té i atreo- 
iiDi ebbero a patti Caprona, eh' era de' pisani . Dante si trovò anco a que- 
sta impresa: 

« E cos\ vid'io già temer li fanti, 
Cb'Qscitao patteggiati di Caprooa 
Veggendo sé tra oemici colanti ». 

In/'em., e. XXI. 



340 STORIA D ITALIA 

(lì Roma , rammentavano al re^ che anco T imperatore 
Federigo fu inviato in Terra Santa da un papa , il qaale 
disegnava togliergli il regno. Allora Giacomo mutò pro- 
posito^ e mandò in corte del papa Giovanni di iProdda , 
il quale seppe cosi bene maneggiarsi che ottenne si dif- 
ferisse il passaggio di oltremare 6no alla conclusione della 
pace (i). 

Frattanto il papa non cessava di minacciare e mo- 
lestare il re Alfonso, il quale, costretto dalle corti di 
Aragona, che non voleailo sostenere nuove guerre ed in- 
contrare nuovi pericoli per l'utilità de Siciliani, addi 19 
di febbraio del i29d fermò pace col re Carlo II a que- 
sti patti: il re Alfonso chiederebbe perdono al papa, pren- 
derebbe la croce, renderebbe al re Carlo gli ostaggi, il 
danaro e i prigionieri, non darebbe aiuto né favore al 
re Giacomo: il re Carlo procurerebbe 1 assentimento di 
Filippo il Bdlo re di Francia e di Carlo di Vaiois, pre- 
gherebbe il papa perchè revocasse Y investitura del regno 
di Aragona data a Carlo di Vaiois, il quale torrebbe a 
donna una figliuola del re Carlo con jn dote il ducato 
di Angiò (2). Ma questa tela , con si grande perseveranza 
e malizia per nove anni ordita, fortuna inaspettatamente 
recise; imperocché Alfonso, giovine a ventisei anni, ro- 
busto e sano, dopo, breve malattia cessò di vivere; e non 
avendo egli figliuoli, Giacomo divenne re di Aragona. 
Egli, costituito suo vicario in Sicilia il minore fratello 
Federigo, frettolosamente si parti, e andato in Aragona, 
non scelse fra' due regni, come per testamento avea or- 
dinato Alfonso, ma Tuno e T altro ritenne, e per procu- 



(1) B. DE NEOCASTRD, C. 112; 

(2) B. DE NEOCASTRO, c 114; — RAYNALD08, Annal Eccl an. 1290- 
91; — SUBITA, Annal di Aragona^ l. IV, e. U7, 120; — Rymer, Acta eCc, 
t. Il, p. 501, 504. 



S0R6£R£ DE PRinCIPATl 34 i 

rarsi il favore degli Aragonesi molte cose fece in loro 

prò, senza curarsi delle minaccie di Roma pel suo in- 
grandimento cresciute (i). 



LXIV. 



DILLA SKDK VAGANTI B DILLI COSI DI ALIHAGNA. 

Papa Niccolò IV dopo di aver tentato invano di ac- 
cender la guerra fra Genova e Sicilia, cessò di vivere 
neir anno i292 (2) , e da guelfi più ardenti ebbe nome 
di aver favorito i ghibellini (3), forse perchè moltissimo 
fece in vantaggio de' Colonnesi. 

La Sede Apostolica, debole in casa propria quanto 
fuori potente, tentò invano di domare i signori feudali 
come avean fatto le repubbliche dell* alta e della media 
Italia* 1 baroni romani alzavano e abbattevano i papi, 
possedeano palagi e castelli munitissimi, guerreggiavano 
fra di loro, stranieri erano per origine e per costumi alla 
patria nella quale nascevano, sdegnavano il nome di cit- 
tadini e viveano da tiranni (4). Vedemmo la potenza dei 
Frangipani , de Conti , de* Pierleoni , degli Annibaldi : ora 



(1) B. DB NKOCASTRO, C. 114-17; — N. SPEC1AL1S , I. Il , C. 17 ; — 

MUNTANRR, c. 174-76; — TESTA, Vita di Federigo II di Sicilia; — Subi- 
ta, Annal. di Aragona; — Ratnaldus, Annal Eoet., an. 1291. 

(2) B. DE NBOCASTBO , c. 119; — Ratnaldds, iififi. EccU^. an. 1292. 

(3) « Qaesti io occolto favore molto parte ghibellioa, e tutta sua fa- 
miglia erano ghibellioi >. G. ViLLANr, e 118. 

(4) Il Petrarca in una saa epistola disse delle ardite verità su costoro. 



342 STORIA d'italu 

tenevano il primato i Colonnesi e gli Orsini. I primi van* 
tavano antichissima orìgine, ed il loro nome favoleggia» 
vano derivato dalla colonna di Traiano, dalla colonna di 
Gesù Cristo e fino dalla colonna di fuoco che guidò gli 
Israeliti nel deserto: erano potentissimi per possessi; e 
per le alte dignità ecclesiastiche e civili che aveano otte* 
nule da Niccolò IV, non ostante che Alessandro lU avesse 
dichiarato que' della Colonna incapaci di possedere alcun 
beneficio ecclesiastico perchè fautori e partigiani di Fede- 
derigo Barbarossa (i). Erano loro fieri avversar] gli Orsini, 
che prevaleano nella romana nobiltà per il numero ed il 
valore de loro alleati, per le castella e le torri che posse- 
deano, per le dignità che occupavano e per aver dato alla chie- 
sa due papi, Celestino III e Niccolò III (2). Celestino li arric- 
chì co' beni della Chiesa (3); Niccolò non ebbe limite nella 
sua prodigalità a favore de* proprj parenti. Due famiglie cod 
potenti, non potean vivere nella medesima città senza cooi- 
battere, sdegnando ciascuna di avere , non ohe superiori, 
compagni : fu questa la cagione delle loro discordie , ma 
servirono di pretesto al nome di' ghibellini che preodeano 
i Colonnesi e di guelfi che prendean gli Orsini per oddh 
battersi di generazione in generazione; fino ad un'epoca, 
nella quale non v' era più alcuno che di quelle parti ram^ 
montasse Y origine e la natura : ma 1* aquila imperiale ri- 

(1 ) G. Villani, l. K, e. l. 

(2) - Genuit quem nobilis Ursae (Ursi?) 

ProgenieSt romana domus, veleratque magnis 
Fascibus in clero, pompasque éxperta t9n€Uu$, 
BeUorumque manu grandi stipata parentum 
Cardineos apices necnon fastigia dudum 
Papatus iteratus tenem •• 

Vita Celestini K, Mdbatori, Rer. hai. Script., t. HI, par. 1. 

(3) - Filli Ursi, quondam Coelestìoi papae nepotes de boois eodesiae 
romanae ditati -. Vita Innocenti ili, Mcbatori, I. e. 



SORGERE DE PRllfCIPATI 343 

sempre nella baDdiera ie Golonoesi come le chiayi 
d oro io quella degli Orsioi (1). 

Alla morte di papa Niccolò IV , adaoaronsi i cardi- 
nali per eleggere il successore; ma egliao erano divisi 
in due parti, dellnna delle quali era capo il cardinale 
Matteo Rosso degli Orsioi, che yolea un papa gradito a re 
Cario II , e dell* altra il cardinale Iacopo della Colonna , 
(he io Tolea a Ini avverso (2); e stando ciascuna parte 
ferma nel suo proposito, la sede apostolica rimase per 
due aimi vacante. Per provvedere alle cose temporali, 
per ristabilire la pubblica quiete molto conturbata dalle 
fazioni eh* eran venute alle offese ed al sangue e per non 
dar prevalenza agli unij né agli altri, furono eletti due 
senatori , che furono Stefano della Colonna e Hatteo 
degli Orsini (3). Questi ressero il comune un anno; ma 
diorquando si dovette passare alle nuove elezioni gli 
omorì discordevoli s'inacerbirono e proruppero con tu- 
multi , sedizioni, incendj e ammazzamenti: da ultimo 
furono eletti senatori, Pietro figliuolo di Stefano Gaetano 
ed Ottone da Santo Eustachio (4). Allora i cardinali si 
riadunarono in conclave nelb città di Perugia, ma la 
discordia durava fino al giugno dell' anno novantaquattro , 
allorquando il cardinale Latino Malabranca riferì essere 
stalo da Dio rivelato a un sanfuomo, che se pel A di 
Ognissanti il pontefice non fosse eletto , la coHera divina 



(1) Noo è qui il luogo di eotrare oe'particolari della storìA di queste 
due famigne; ma un esame accurato mostrerebbe forse il principio delia 
laro dìBOordia nella diteraa loro origìM *. i CdoDoa TeaivoBo d'oltre Reno, 
gli Orsini erano origìoarj di Spoleto. Vedi Gibson, IHcadinee de V Empire 
Bomam, e LXIX. 

(2) S. ANTONINCS, Hitt., l ni, Ut. 24. 

(3) Chronicon Parmense , Mcbatobi , Ber. Hai. Script., t. !X; — 
Rathaldus, Ànnal. Becl an. 1292; — Vitali, Storia de'Senat. Romani 

(4) lACOPUS Gartancs Gabdinalis, Vita Coelestini V. 



344 STORIA DITALU 

scoppierebbe su* cardÌDalì. Il cardinale Benedetto Gaetani 
sorrìdendo disse: e È forse questa una visione di Pietro 
da Morrone? » Il cardinale Latino rispose di si ; il che dette 
occasione di parlare di questo romito, del quale alcuni nar- 
ravano r austera vita e la grande santità, e v* era chi 
aggiungea aver egli il dono de* miracoli. E come sempre 
accade che nelle elezioni per discordanza impossibili lo 
sconosciuto prevale , preferendo ciascuna parte rimettersi 
air arbitrio della fortuna, anziché alla scelta degli avver- 
sar] , Pietro da Morrone ebbe la maggioranza delle voci , 
e fu fatto papa. Egli era nato in Terra di Lavoro, e 
dimorava in un romitorio su di un monte nel territorio 
di Sulmona. Quivi vennero tre vescovi a presentargli il 
decreto della elezione, ed egli consenti e prese il nome 
di Celestino V. Questa nuova destò grandissima meravi- 
glia in Italia : cherìci e laici accorrevano in folla a ve^ 
dere questo oscuro eremita elevato inaspettatamente a 
tanta altezza. Vennero anco Carlo II e suo figlio Carlo 
Martello, e gli fecero molti onori e gli addestrarono 
I* asinelio sul quale egli entrò ali* Aquila , ove volle con- 
sacrarsi, contrariamente al parere de* cardinali , che con 
molta istanza lo chiamavano a Perugia. Assistevano alla 
sua consacrazione più di dugento mila persone, fra le 
quali lo storico Tolomeo da Lucca , che ce ne lasciò una 
lunga relazione (4). 

Nessuna autorità esercitarono in quel tempo in Ita- 
lia quei principi di Alemagna che intitolavansi re de* ro- 
mani. Rodolfo di Habsborgo era morto nel 4294 , la- 
sciando di sé onorevole fama al di ih delle Alpi per 
avere abbassato la potenza de* principi e de' signori feudali 



(1) PTOLOMAK08 LUCKNSIS , Uitt. Ecol. ; — UCOPUS CABDINALIS , 

Vita CoeUitini V. 



SORGERE DE PRINCIPATI 345 

promalgato delle buoae leggi , speoto la guerra civile e 
dato al regno qaelF unità della quale affatto mancava. 
Egli, come i suoi predecessori, tentò di rendere la co- 
rona ereditaria, ma non riesci, e dopo la sua morte al 
suo figlio Alberto di Austria fu preferito Adolfo/di Nas- 
sau. Adolfo era prode, ma egli non avea la prudenza 
né la riputazione di Rodolfo: grandi furono gli ostacoli 
che incontrò, molti gli errori che commise; ma tocca 
agli storici di Alemagna il narrarli : per noi basti il no- 
tare che se Rodolfo ebbe poca autorità in Italia, niente 
n*ebbe il suo successore (i). In quanto ali Ungheria , i 
cui prìncipi si estinsero nell'anno i290, oltre a Rodolfo, 
che la pretendea come feudo imperiale e che ne dette 
rinvestitura ad Alberto suo figlio, vi aspirò anco Carlo 
Martello, primogenito di Carlo II, perchè figlio di Maria 
sorella che fu dell* ultimo re Ladislao , ed egli fu coronato 
io Napoli da un legato del papa ; ma Andrea IH , nipote 
di Andrea II e di Beatrice d'Este, andò frettolosamente 
io quel regno, e ne prese il possesso col consentimento 
dei popolo, che forse lui preferìa, perchè meno potente 
e pit adatto ad assicurare ì indipendenza dello stato. Egli 
accordossi pacificamente con Alberto d'Austria, del quale 
sposò la figliuola, né si curò di Carlo Martello troppo 
lontano per nuocergli (2). 



(1) ALBERTUS Argbnt., Chroniconì — Stkbo, Hist. Austriaca; — 

PTOLOHABCS LUCBN81S, BUt, Ecol 

(2) BoNFiN. jRer. Hungar., dee. 11, /. 9 ; — G. Villani, /. K//, 
e. 134. 



LA FabINA. T.Vl. 44 



546 STORIA d' ITALIA 



LXV. 



DI PAPA CRLBSTINO V B DELLA BLBZIONR 
DI BONIFAZIO Vili 

Il nuovo papa, per soddisfare alle istanze di re 
Carlo, creò dodici cardinali, de quali sette erano francesi e 
e tre del regno di Napoli, si che nel venturo conclave e nei 
consigli della Sede Apostolica la maggioranza delle voci 
fosse favorevole al re. Celestino rinoianea ali* Aquila, e 
comunemente credeasi non verrebbe in quella città il car- 
dinale Benedetto Gaetano, perchè quivi era Carlo, ed il 
cardinale gli era stato fino allora aperto inimico. Ha il 
cardinale , che ambiva il papato , e che oramai vedea 
la maggioranza delle voci essere favorevole ali* Angioino^ 
fu tra primi ad accorrere, e cosi seppe maneggiarsi che 
ben presto divenne suo amico e confidente (1). Il papa tra- 
sportato dalla quiete del romitorio al tumulto della corte, 
dalla semplicità della vita solitaria agli intrighi della vita 
cortigiana , istupidito dalla vecchiezza e dall* istantaneo 
mutamento di stato e di abitudini , non sapea quel che 
farsi o facea male. Re Carlo per meglio averlo nella sua 
dipendenza , lo persuase a trasportare in Napoli la sua 
residenza. I cardinali pentitisi di questa elezione, cercavan 
rimedio al malfatto, e più di tutti affaccendavasi il cardi- 
nale Gaetano. Forse è favola che il detto cardinale , con 
una tromba, come se fosse voce del cielo, gridasse di 

(1) PTOLOMAEUS LUCEMSIS, HisL Eccl 



SORGER£ DE* PRiriCIPATI 347 

oolte a CelestÌDQ che renunziasse il papato ; ma certo egli 
è eh' e deliberò sgravarsi di uo peso divenutogli insop- 
portabile. Re Carlo, che non isperava trovare altro papa a 
sé più ubbidiente^ comooosse il popolo napolitano, il quale 
andò processionalmente sotto le finestre del palagio del 
papa, pregandolo a non renunziare; ma egli stette fermo 
nel suo disegno, e dopo aver dichiarato per una costitu- 
zione che in alcuni casi il papa può deporre Talte dignità, 
e « fece il gran rifiuto », e ritornò lietamente al suo ri- 
tiro (i). Si legge in Giovanni Villani: « Benedetto Gae- 
tanì disse a Carlo: re Carlo, il tuo papa Celestino t*ha 
voluto al postutto servire nella tua guerra di Cicilia , ma 
non ha saputo^ ma se tu adopri co* tuoi amici cardinali 
ch'io sia eletto papa, io saprò e vorrò e potrò; promet- 
tendogli per sua fede e sacramento di mettervi tutto il 
potere della Chiesa. Allora lo re, fidandosi di lui , li pro- 
mise, e ordinò che i suoi dodici cardinali gli dessero le 
loro boci ». Benedetto era stato di parte ghibellina ed 
aperto fautore de ghibellini ; ma si valsero le autorevoli 
raccomandazioni di Carlo eh' egli fu eletto pontefice. Pri- 
ma sua cura fu di mandare a Boma Celestino, ridivenuto 
Pietro da Morrone; ed essendo egli foggilo, lo fece ri- 
cercare da gente armala, e prendere, « e privatamente 
nella rocca di Fiummone in Campagna il fece tenere in 
cortese prigione, acciocché lui vivendo non si potesse op- 
porre alla sua elezione. . . . Ove poco vi vette, ed ivi morto 
fu seppellito in una piccola chiesa dell' ordine de suoi 
frati poveramente, e messo sotterra più di dieci braccia, 
acciocché il suo corpo non si trovasse (2) ». Si dissero 



(1) PTOLOMAEUS LUCENSIS, Bht. Eccks.f — lACOBUS Cardinams. 

Viia Codestini V-, — Dante, /n/"., e. ìli. 

(2) G. VILLANI, V vili, e. 5, 



348 STORIA D ITALU 

oprati de' miracoli sol sao sepolcro: la Chiesa lo pose 
fra* santi; Dante^ fra coloro, « Che visser senza infamia 
e sensea lodo ». Scrive il Muratori: « Il suo cranio si 
mostra come trafitto da on chiodo; ma non è probabile 
che Bonifazio Vili, se l'avesse voluto levar dal mondo, 
avesse usato si barbara maniera, e non piuttosto il ve- 
leno ». Più tardi si narrò Papa Celestino aver detto pria 
di morire, che il suo successore, asceso al papato da 
volpe, pontificherebbe da leone e morrebbe da cane. Il 
nuovo papa andò a Roma, accompagnato da re Carlo e 
da Carlo Martello, e quivi si consacrò e assunse il nome 
di Bonifazio Vili, con pompa non mai veduta per lo in- 
nanzi, e della quale trasse l argomento di un barbarico 
poema il cardinale Iacopo Gaetano, nipote del nuovo pon- 
tefice [i). 



LXVL 



PACB DI RB GUGONO CON RB CARLO II. 

Frattanto Giacomo, divenuto re di Aragona, comin- 
ciava ad imitare la condotta di Alfonso da lui nel tempo 
trascorso biasimata. Le corti dì Aragona non volean guer- 
ra: la Francia e la Chiesa lo minacciavano; ed egli, an- 
ziché mettere in perìglio le due corone, volea mercanteg- 



(1) FRANciscos PiPiNOS, Chronicon;-- Ferretcs Vicentinus, HUt., 
I. II ; — Raynaldos , AnncU. Ecel. an. 1295 ; — Muratori , Annal , 
an. 1295. 



SORGERE DE PRINCIPATI 34-9 

giarDe ana^ ed ottenere per sé il maggior vantaggio pos- 
sibile. In Sicilia la parte popolare, che abborrìva la domi- 
nazione francese, accostavasi al vicario Federigo, giovine 
di avvenente aspetto, prode nelle armi e nelle lettere 
istruito; ma gli osciti de* tempi angioini, i baroni che 
aveano condotto le pratiche della elezione del re Pietro^ 
i beneficati della corte di Aragona, i Catalani ed Arago- 
nesi che nell' isola aveano avuto o aveano ufficj ed onori, 
eran tutti a Giacomo devoti ed ubbidienti. Divulgatasi in 
Sicilia la voce che re Giacomo trattava di pace col re 
Carlo, destossi subita e grande commozione, ed amba- 
sciatori furono mandati al re, i quali apertamente gli 
dissero: essere a tutti gradita la pace; ma follia lo spe- 
rare che la Chiesa e la casa di Angiò, dopo dodici anni 
di oltraggi e di sangue fossero disposti a lasciare in quiete 
la Sicilia. E soggiungeano: « Non isperi il re col tradire 
i Siciliani assicurare la pace agli Aragonesi, né sottrarsi 
alV infamia. Se grava ad Aragona aver legami con Sici- 
lia, lasci eh* ella provveda a se stessa: cinga Federigo 
la corona siciliana, non per diritto ereditario, ma per 
libera elezione di popolo. E se né Giacomo né Federigo 
osano ornarsi di questa combattuta corona, i Siciliani chia- 
meranno un altro Federigo di Svevia, o preferiranno 
qualunque altro disperato partito, anziché abbassare l aquila 
ionanzi i gigli abboniti (i) ». Giacomo lodò lo zelo 
degli ambasciatori, rammentò la fede della casa reale di 
Aragona, niegò di avere delle segrete pratiche con re 
Carlo, promise combatterebbe in difesa della Sicilia fin- 
ché gli rimanesse vita. Promessa di re; imperocché par- 
titisi appena gli ambasciatori, egli concluse con Carlo un 
trattato, che per allora tenuto segreto, fu poco di poi, 

(1) B. DB NBOCASTRO, C. 124. 



350 STORIA DITALU 

addi primo ottobre del 4295, approvalo da papa Celestino 
V. Promettea col detto trattato re Carlo di procurare che 
il papa assolvesse Giacomo ed il suo regno dalla scomu- 
Dica e dallo interdetto, che il re di Francia e Carlo di 
Valois renunziassero ad ogni pretesa sul regno di Ara- 
gona ; promeltea Giacomo di rendere a Carlo le Calabrie 
e r isole a Napoli vicine, e di consegnare nel termine di 
tre anni la Sicilia e T isola di Malta alla Chiesa, a patto 
che la Chiesa le tenesse un anno sotto la sua dominazione, 
né le cedesse ad alcun principe, senza il consentimento 
del re di Aragona : promettea ancor egli che se i Siciliani 
si niegassero, adoprerebbe per costrìngerli le armi {i). 

L astuto Bonifazio, asceso appena al papato, chiamò 
alla sua corte il giovine Federigo, Giovanni di Procida, 
Ruggiero di Loria ed i maggiori d*ogni città siciliana. 
Federigo non ostante il contrario avviso de Siciliani , an- 
dò al papa conducendo seco il Procida, il Loria ed altri 
uomini autorevoli. Bonifazio, ch'era allora a Velletrì, lo 
accolse con molti segni di affetto, gli prese il capo con 
ambo le mani, lo baciò in fronte, lodò il suo gentile 
aspetto j il militare portamento, tutto fece per lusingarlo 
e sedurlo. Co* suoi compagni, le medesime arti adoprò; 
ed al Loria chiese senza sdegno, e piaggiando la vani- 
ti, se veramente e' fosse quel nemico della Chiesa fa- 
mosissimo per tante sanguinose battaglie; al che il Loria 
rispose: « Padre, cosi vollero i papi ». E quan^ parve 
a Bonifazio di avere ben disposti gli animi di tutti , con 
affettuose e accorte parole consigliò Federigo ad abban» 
donare la Sicilia, promettendogli in compenso la mano 
della bella Caterina di Courtenay, V impero di Oriente e 
centotrentamila once d' oro. L' inesperto giovine invaghito 

(1) Bulla CoeUitini V, Lcnig, CoA. Hai Dipi, l. II. 



SORGERE DE PRlIfCIPATl 55i 

di QDa bellezza che non avea veduta, e sedotto dalla spe- 
ranza di un impero che dovea conquistare , acconsentiva , 
e lieto tornava in Sicilia, lasciando in corte del papa per 
compire le cominciate pratiche Giovanni di Procida, il 
quale di Sicilia noncurante e solo desideroso di recupe- 
rare i feudi che avea nelle provincie sottoposte alla do- 
minazione angioina^ da molto tempo tenea segrete rela- 
zioni col re Carlo (4). Ed allora, convenuti alla presenza 
del papa in Anagni, gli ambasciatori de re di Aragona ^ 
Francia e Napoli, addi 5 di giugno 1295, confermossi 
il trattato approvato da papa Celestino, se non che si ag- 
giunse che la consegna della Sicilia alla Chiesa, non do- 
po tre anni , ma immediatamente fosse fatta. Il re di 
Frauda e Carlo di Valois renunziarono ad ogni pretesa 
suir Aragona e a Giacomo fu promessa in donna la figliuola 
di re Carlo con marchi centomila di dote: per capitolo 
segreto il papa gli dette anco rinvestitura delle isole di 
Corsica e di Sardegna , nelle quali , per dirla col Mura- 
tori non possedea egli un palmo di terreno: per un altro 
capitolo segreto Giacomo si obbligò di fornire al re di 
Francia un naviglio contro il re d* Inghilterra , forse per 
gratitudine di quanto egli erasi affaccendato per condurre a 
termine que trattati (2). 

Tutto questo edifizio d* iniquità per il dissentimento di 
ana fanciulla rovinò. Caterina di Courtenay, alle molte 
istanze del papa fermamente rispose: una principessa senza 



(1) N. SPECIALI S, /. Il, e. 21; — ANONVMns , Chronicon Siculum; 
— Ratti ALDUS, Annal Eeel. an. 1295. Un diploma del 20 marzo 1293, ci- 
tato ne'discursi di Doq Ferraote della Marra , prova che Giovanni di Pre- 
cida mandò un suo messo, Pietro di Salerno, a re Carlo II. Il diploma col 
quale più tardi re Carlo rese a Precida i beni confiscati , è pubblicato dal 
Buacem), nella Vita di Giovanni di Procida, doe- Vili. 

(2) Subita, Annali di Aragona, I. F, e. lO$ ^ Feliu, Annales de 
Cataluna, l. XII, e. 4; — Gapnany, Memorias eie, t. ÌV, d. 10- 



352 STORU ANTICA d' ITALU 

principato Don doversi maritare ad oo principe senza terra ; 
per lagnale ripulsa, Federigo si accorse quanto fosse grave 
errore lasciare la certa corona di un regno per la incerta 
di un impero 9 e ad onta della opposizione di Giovanni 
di Procida e di altri baroni che minacciavano la guerra 
civile, egli svelò al popolo tutte quelle scellerate macchi- 
nazioni fino allora rimaste segrete. Per conoscere il vero, 
a re Giacomo furono in fretta spediti ambasciatori sici- 
liani, i quali lo raggiunsero a Villa Bertram che andava 
incontro alla figliuola di re Carlo sua fidanzata. Ferma- 
tolo sulla pubblica via, gli dissero dure ed acerbe paro- 
le, e alla presenza del popolo accusaronlo di aver tra- 
dito e venduto la Sicilia, gli disdissero ogni diritto sulla 
corona siciliana, e vollero ed ebbero un diploma che at- 
testasse quella loro dichiarazione (i). 



LXVII 



DI FBDBRIGO III RB DI SICILIA. 

Ritornati gli ambasciatori in Sicilia, un parlamento 
fu convocato in Palermo, e addi H dicembre del 4295 
Federigo fu dichiarato signore dell* isola, ma perchè as- 
sumesse il nome di re si vollero più generali comizj nei 
quali intervenissero^ non solo i sindachi, ma anco i no- 
tabili di tutte le città e terre dell* isola. Ed in quel tempo 

(1) ANONTMCS, Chronieon Sieulum; -^ Docangb, fliif. Impw, Gon- 
itantin.i — N. Speciaus, I. U, e. 22; -« Raynaldus, ^ftfia(. BeeU$., 
an. 1295-96. 



SORGERE DE* PRinClPATI 353 

i Catalani e gli Aragonesi che custodivano le fortezze, 
per comandamento di re Giacomo evacaaronle, gridando 
alto tre volte se vi fosse alcono che ne assumesse la cu- 
stodia per la Santa Sede: e niuno rispondendo, uscivano, 
e le milizie siciliane in nome di Federigo occupavanle. 
Di poi, addì H Ai gennaio del 1296, il generale parla- 
mento convocossi nella cattedrale di Catania, e quivi, 
dopo aver parlato Ruggiero di Loria, fu Federigo ad una 
voce gridato re di Sicilia (i). 

Risaputi appena questi fatti, il papa scrisse a Fede* 
rigo largheggiando io promesse , e a Siciliani promettendo 
felicità e prosperità somma, e per reggere lo stalo quale 
fra cardinali piacesse loro. Mandò anche un Calamandrano 
che da quattro anni affaccendavasi in quegli intrighi, il 
qaale venne in Messina, e mostrò pergamene bianche 
sottoscritte dal papa, dicendo vi scrìverebbe perdonanze, 
immunità^ privilegi, lutto quanto i Siciliani bramassero; 
ma Pietro Ans^lone, uno de maggiori della città, gli ri- 
spose : « Sappi che i Siciliani non ubbidiranno giammai 
a dominazione forestiera, e che non dalle pergamene, ma 
da questa (e additò la spada] attendono la pace e la 
libertà ». E si unanimi e minacciosi furono i plausi del 
popolo, che il Calamandrino, il quale, come scrìsse lo 
Speciale, non avea desiderio del martirio, si parti in fretta 
dalla Sicilia e tornossene in corte del papa (2). 

Addi 25 di marzo del 4296, Pasqua di Resurrezione, 
Federigo III fu coronato nella cattedrale di Palermo, con 
feste, giuochi, giostre e cavalcate non mai pria veduti. 

(1) ANONYMUS, Chronieon Sieulum; — N. SPBCIALIs, l. ii, e. 23; — 
MumrANEB» e. 184, 185 —Federigo fu propriamente il seeoodo di questo no- 
me fra're di Sicilia , ina ai diiaoiò terzo perchè il primo, cioè lo Svevo, 
atea sempre il nome di secondo che portare come imperatore. 

C2) N. SPBC1AL18, I. Il, e. TA; - Ratnaldijs, AnncA. Ecd., an, 1296$ 
— LONIG, Pod. Ital. Dipl.^ Sic* 9t Nap-, n 65. 

La Farina, T. VI. 45 



354 STORIA D' ITALIA 

Egli dichiarò prendere la corona « per diritto ereditario, 
per petizione gratissima, per elezione celeberrima e per 
fermo volere de fedeli Siciliani [i) ». Il nuovo re armò 
trecento cavalieri, creò conti, die fendi ed nfficj: Rug- 
giero di Loria rimase grande ammiraglio; ma a Giovanni 
di Procida fo sostituito Corrado Lancia nell* ufficio di gran 
cancelliere (2). Giurò Federigo, che non per cupidìgia di 
nuovo acquisto, né per altre ragioni lascerebbe la difesa 
della Sicilia; che giammai (Siederebbe alla Chiesa di es- 
sere sciolto da quel giuramento; che né colla Chiesa ro- 
mana, né con altri nemici di sé o della Sicilia farebbe 
pace 3 guerra o lega senza 1* aperta scienza e l'espresso 
consentimento de* Siciliani (3). Si ordinò che tutti gli an- 
ni nel di d* Ognissanti si adunasse il generale parlamento 
de* conti , baroni e sindachi de* comuni ( né si fé parola 
de* vescovi); che il parlamento col consenso del re prov- 
vedesse abbisogni dello stato; che leggi quivi promulgate 
anco il re obbligassero come ogni altro cittadino, che i 
sindachi avessero facultA di accusare i pubblici ufficiali , 
il parlamento di giudicarli e punirli: furono rese le pene 
più miti, specialmente ne* reati di maestà, i gìudizj più 
spediti, gli ecclesiastici furono sottoposti alle comuni gra- 
vezze: le chiese furono obbligate o a vendere o a dare in 
enfiteusi le loro terre: fu permessa 1* alienazione de* feudi (4); 
leggi mirabilissime per civiltà in riguardo a tempi. Cosi 

(1) • Siciliae regDum a prioribas dif ae memoriae princìpilNis et pro- 
geoitoribns oostris ad nos haereditario Jare traasmissom , dispositiooe di- 
vina feliciter et ooper adeptom accedente nobis , postalatiooe gratissima ; 
electiooe celeberrima, et ordioatiooe flrmissima fidelinm Sicalomm •. Capi- 
iula Regniy Contt. Frid^riei regit. 

(2) N. SPECiALis, I. IH, e. 1; — A!«0MTinJ8 , Chronioon Sicuiumi 
— MONTANBB, c. 185; — TESTA, VUa Frid0rici IL 

(3) « Absqae cooseoso expresso et aperta scientia Sieotomm ». Co- 
piiula Regnù l. U Carnt. Friderici regit. 

(4) Captiti /a Regni, l. e. 



SOEGERE DE* PRIIfCIPATl 355 

riformalo lo stato e assicorata 1* interna liberta, il re pro- 
pose io parlamento la represa delle armi; toUi risposero 
col grido ripetuto di.c guerra! guerra 1 • Da Palermo 
Federigo andò a Messina, ove lo attendevano la noadre e 
la sorella, ed in quella città nelle feste del ricevimento 
descrìtte da contemporanei , si fece tal mostra di drappi 
di seta, di broccati, di gemme e di profumi orientali, 
che pare meravigliosa si gran ricchezza dopo quattordici 
anni di guerra. Di là il re passò a Reggio, che manteneasi 
alla Sicilia fedele, e quivi per la prima volta spiegò T in- 
segna dell'aquila nera in campo bianco inquartata coli* ad- 
dogato giallo e vermiglio della casa reale di Aragona (i). 



LXVIH. 



I VISCONTI R GLI BSTBN8I. 

Mentre la Sicilia sorgea in libertà col nome di mo* 
oarchìa, la Lombardia rovinava in ischiavitù col nome 
di repubblica. Matteo Visconti, che diceasi capitano di 
Milano, di Vercelli, di Novara, ed era principe, nell anno 
4292^ profittando delle cittadine discordie di Como, en- 
trava in armi in quella città, e vi si facea proclamare 
capitano per cinque anni, e poco di poi lo stesso egli 
facea nel Monferrato (2). Né di questo contento, egli coni- 



ci) N. SPBUALis, L lil, e. 2, 3, 4 ; — ANONYiios , Ckronieon Si' 
eultim. 

(2) Galvanus Flamma, Man, Fior. , o. 3Sl ; ~ Coaio , Moria di 
Milano. 



356 STORU D* ITALIA 

prava da Adolfo re de'RomaDi, il titolo di vicario gene- 
rale della Lombardia, fiogeodo oon accettare l investitura 
della nuova dignità che ad invito e preghiera del consi- 
glio del comune di Milano. I Milanesi giurarono fedeltà 
al re Adolfo e al suo vicario: le altre citta di Lonobar- 
dia seguirono il loro esempio , niegandosi solamente Cre- 
mona e Lodi , le quali co* Torriani si collegarono (i). Si 
accese allora nuovamente la guerra nella Lombardia e 
durò con vario avvicendarsi di fortuna fino all'anno no- 
vantasei (2). 

Potenza rivale a quella de' Visconti era quella degli 
Estensi. Nell'anno i293, era morto Obizzo d'Este signore di 
Ferrara, di Modena e di Reggio, lasciando tre figliuoli, 
che furono Azzo VII, Aldobrandino e Francesco, il pri- 
mo de' quali succedette nelle signorie del padre, come se 
a lui si appartenessero per diritto ereditario; ma o che 
Obizzo avesse ordinato che a ciascun figlio toccasse una 
di quelle città, o che Aldobrandino pretendesse il domì- 
nio di Modena perchè marito di Alda de Rangoni , casato 
in quella città potentissimo, certo egli è che Aldobrandino 
tentò ribellare Modena al fratello, ma eh* e fu sconfitto 
e dovette ridursi a Bologna (3). Di là egli cominciò ad 
incitare contro Azzo i Padovani, i quali, nell'anno i294 
occuparono Este, Cerro e Calaona, cl^* erano del mar- 
chese. S* interpose allora Raimondo della Torre patriarca 
di Aquìleia , e fu conclusa una pace molto a* Padovani van- 
taggiosa (4). 



(1) Galvanos Flamma, c 353; — Cqbio, /storta di Milano- 

(2) Malyecios, Chron, Brix., Mvvlatom, Rer. Ual. Script., tjXiV; 

— GALYANOS FLAMIIA, C. 354. 

(3) Chronicon Estense^ MOBATobi, Ber. Hai ScripL, t XV; — Chro- 
nicon Parmense^ ibid., t. IX f— Annalet Feter. Mutinmses, !bid.,t XS; 

— Chfonicon Bononiense, ibid.j C XVIll 

{^) Chronicon Bttense; — Chronicon Parmense- 



SORGERE DB* PRIHCIPATl 357 

Neil* RODO segaeDte ( 4295 ) ^ i Parmigiani fecero lega 
co* Bolognesi, e la parte de' Gorreggeschi accosò il vescovo 
di Parma Obizzo da San Vitale , il quale era nel mede- 
simo tempo arcivescovo dì Ravenna , di tramare congiure 
contro la patria e di avere nel soo palagio apparecchiate 
le armi alla sedizione. Il popolo si levò a rumore , e prese 
e devastò il palagio: il vescovo fnggi a Ravenna: i Bo- 
lognesi mandarono dngento militi da tre cavalli per cia- 
scheduno e cinquecento fanti ; e ì capì di parte de* San- 
citali furono confinati. Gli usciti si ridussero a Cuvingo, 
e vi si aCTorzarono cogli aiuti del marchese d* Este e degli 
usciti guelfi di Brescia. Allora collegaronsi contro il mar- 
chese i Parmigiani , Alberto Scotto signore di Piacenza , 
Matteo Visconti co* Milanesi, i Bolognesi, i Bresciani e 
gli asciti ghibellini di Modena e di Reggio (4). Ma per- 
chè delle antiche parti, almeno nella Lombardia e nella 
Romagna non rìmanea niente oltre il nome, il marchese 
d*Este, da si numerosi e potenti nemici minacciato, non 
esitò ad unirsi con Maghinardo da Susinana ed i Faen- 
tini , con Scarpetta degli Ordelaffi ed i Forlivesi e Gese* 
nati, con Uguccione della Faggiuola, co Lambertazzi e 
co' ghibellini di Ravenna , Rimini e Bertinoro , nemici tutti 
de* Bolognesi. Deliberarono togliere Imola al comune di 
Bologna , e radunato un grosso esercito , ruppero e scon- 
fissero i Bolognesi al passo del fiume Sànterno : fuggirono 
questi in disordine verso la città d'Imola, ed in quella 
entrarono confusamente co* vincitori , i quali occupa- 
ronla (2). Di poi il marchese d' Este con Modenesi e Reg- 
giani entrò su quel di Bologna : lo stesso fecero , per 
altre vie , suo fratello Francesco co' Ferraresi , ed il conte 

(1^ Chronieon Parmense; — Malyecids, CkTonieon Brixianum. 
(2) MATTBAED6 DE Griffonibds, Annoi. Banonien,, Mdbatobi, iter. 
Ual. Script., t. XV! Il; — Chronieon ForoUviense, Ibid., t, XII. 



358 STORU d' itaua 

Galasso da Montefeltro e Maghinardo Pagano da Sasioana 
colle milizie di Faenza, Forlì , Imola e Cesena, gareg- 
giando i tre eserciti à chi più potesse ardere , guastare e 
saccheggiare. Allora i Bolognesi e i Parmigiani accorda- 
ronsi ad assalire nel medesimo tempo, quelli Modena, 
questi Reggio: i Bolognesi, con aiuti de Polentani, de Ma- 
latesta e del comune di Firenze, non che degli usciti mo- 
denesi, recuperarono Savignano, presero Montese ed al- 
tre castella del Frignano e costrinsero ad arrendersi Raz- 
zano (4); ma i Parmigiani non si mossero, e nel luglio 
del novantasette si rappacificarono col marchese d*Este, 
di che molto ne furono corrucciati i Bolognesi. 

La guerra continuò , sebbene nell' anno seguente , ma 
ebbe termine nel novantanove compromettendo Modena 
e Bologna in mano di papa Bonifazio, ma il laudo eh* egli 
pronunziò parve a Bolognesi ingiustissimo (2). 

Frattanto Giovanni marchese dì Monferrato , giunto 
ad età virile, per recuperare lo stato già posseduto dal 
padre suo e per vendicarsi di Matteo Visconti , fece lega 
col marchese dì Saluzzo, col conto Filippo dì Langusco 
co* Pavesi , e, cosi seppe maneggiarsi che il popolo di 
Novara si levò a rumore, e Galeazzo figliuolo di Matteo, 
il quale per il padre suo vi esercitava 1* ufficio di pode* 
sta , dovette salvarsi colla fuga. Questo esempio trovò 
imitatori : Vercelli e Casale Sant* Evasio ribellaronsi a* Vi- 
sconti; ed una lega fu fermata fra tutti i sopranominati, 
a quali unironsi Bergamo, Cremona e il marchese d*Este. 
Matteo Visconti ebbe aiuti da Alberto Scotto signore di 
Piacenza , da Parmigiani e da Alberto della Scala signore 



(1) Chronieon Parmense; — Ckronieon Forolivims. 

(2) Chronieon Siteme; — Chronieon Parmense; — Chronieon ForO" 
Iwienss! — AnnaUs Veteres Mutinenses; — Mattbaeus db Gbiffonibos, 
AnnaUs Bononienses. 



SORGERE DE PRINCIPATI 359 

di Verona, il cai figliuolo Alboioo avea io moglie uoa 
figliuola di Matteo. Grandi apparecchi di guerra dalFuna 
parte e dalF altra si fecero; ma a giornata non si Tenne, 
preferendo il Visconti un trattato di pace che fu concluso 
nell'agosto del 1299 (4). 

Bardelone de'Bonacossi avea tolto la signorìa di 
HantOYa a suo fratello Taino: questi chiamò in suo 
aiuto il marchese d' Este ; ma mentre i due fratelli guer- 
reggiavano. Botticella de*Bonacossi loro nipote, cogli 
aiuti di Alberto della Scala, li cacciò tutti e due e si fece 
proclamare signore di quella città (2]. 

Poco di poi Galeazzo Visconti primogenito di Matteo 
togliea a donna Beatrice d'Este, sorella del marchese 
Àzzo Vili, e vedova del conte Nino de Visconti di Pisa 
giudice di Gallura in Sardegna (3). Le nozze celebraronsi 
con grande magnificenza in Modena, ove il marchese 
cinse cavaliero Galeazzo : festeggiossi in quella occasione 
in Milano, in Parma, in Ferrara, e in tutte le città delle 
quali teneano la signoria i Visconti e gli Estensi: dap- 
pertutto vi furono conviti , giostre e popolari tripudj , con 
tanta ricchezza che non mai per lo innanzi s' era veduto 
il somigliante. Volea anco l'accorto Matteo dare uoa 
sua figliuola in moglie a Filippo conte di Langusco ; ma 
essendosi scoperto o sospettato che il Visconti disegnava 
con quel pretesto ingerirsi nelle cose di Pavia e farsene 

(1) Annalet SiediolanmBes, Muratori, Air. ital. Script. , (. XVi; — 
Gobio, htoria di Milano ; — Chronieon EsUnte ; — Chronicon AttenSB, 
MoiÀTOBi, 0. e., t. XI; -- BBNYBNOTO DA S. GiOBOio, Chronaca del Mon- 
farato., Ibid., t. XX/i/. 

(2) Chronieon Eitense ; — Febbetus Vicentinus , Historia, Mc- 
BATOBi, Rer. hoL Script, (. IX. 

(3) " Noo le farà s^ bella sepoltura 
La vipera cbe i Milanesi accampa 
Com'avria fatto il gallo di Gallura ». 

OANTE, Purg. e Vili. 



360 STORU D ITALIA 

signore, il proposto parentado non ebbe effetto. In quel 
mezzo Matteo s era fatto coofermare nella sua dignità di 
vicario imperiale da Alberto di Habsborgo nuovo re dei 
Romani , e due arcivescovi successivamente eletti dal papa, 
dopo la morte di Ottone Visconti, non aveano osato 
metter piede in Milano, ov'egli eserdtava un quasi asso- 
luto principato (d). Cosi la storia delle famiglie potenti 
si viene a poco poco sostituendo a quella dei comuni , 
non solo nella Lombardia come abbiamo veduto^ ma 
anco nella Romagna e nella Marca, come nel seguite 
capitolo vedremo. 



LXIX. 



DILLA ROHAGNA E DELLA HARCA. 

Nel 4291 papa Niccolò IV avea costituito conte della 
Romagna Ildobrandino da Romena vescovo di Arezzo, il 
quale, chiamati a parlamento in Faenza gli ambasciatori 
di Rìmini, Cesena, Forlì, Bologna e Firenze, trattò della 
liberazione di Stefano della Colonna suo predecessore, 
che trovavasi prigioniero in Ravenna, e non solo ottenne 
eh* e* fosse liberato, ma anco che i Polentani fossero 
condannati in fiorini d' oro tremila. Non per questo la 
sua autorità trovò sempre ubbidienti i comuni: Cesena 
non volle ricevere un podestà da lui eletto; Faenza gli 



(1) Gobio, Istoria di JUUanof -> Ciglimi, ilf^m. Sior, di MUanot 

f. ni. 



SOBGKRE DE* PRIRCIPATI 36 i 

chiose io ¥180 le porte per sospetto eh' e' volesse iotro- 
dorvi i HaDfredioi^ ch'erao banditi (i). Neiraono se- 
goente ^ il popolo di Forlì , per istigaiiooe di Maghioardo 
da Sosioana e de'Calboli, lo cacciò via, riteoeodo pri- 
giooieri soo fratello Aghioolfo e doe suoi oipoti; e ciò 
fece col consentimento d'Imola, di Faenza, di Cesena, 
di Riminì e di altre città. Tentarono i Bolognesi inter- 
porsi per la pace , ma non riescirono ; e qoando minac- 
ciarono adoprerdibero le armi contro Faenza, accorsero 
in aiolo di qoesta città, ove comandava Maghinardo, 
Malatestino colle milizie di Forlì e di Cesena delle qoali 
era podestà, Ostasio da Polenta con quelle di Cervia, 
Giovanni Malatesta con quelli di Rimini non che le mi- 
lizie di Bertinoro , Castrocaro , Bagnaca vallo e Bandi no 
conte di Modigliana, sì che adunaronsi in quella città 
pia di trentamila fanti e cavalli assai : il conte Bendino 
fu allora dichiarato capitano sapremo di questa lega, 
contro la quale niente poteva il vescovo di Arezzo (2). 
Morto papa Niccolò, Celestino suo successore tolse a lui 
r ufficio di conte di Romagna e lo die a Roberto di 
Comay, probabilmente provenzale. 11 nuovo conte fu 
ricevuto eoo molto onore in Rimini, in Cesena, in Forlì, 
in Imola e nellistessa Faenza, ma e'oon trovò alcuno 
che gli volesse ubbidire. In quel tempo furono tumulti e 
sedizioni in Forlì , dalla quale città furono cacciati i Cai- 
boli e loro seguaci , ed alcuni vi rimasero prigionieri con 
Guido da Polenta, eh* era capitano del popolo. Aocor^e 
allora Maghinardo da Sosinana, e fece liberare i prigio- 
nieri e se creare podestà del comune; ma avendo il papa 
mandato un nuovo conte di Romagna , che fu Pietro Ar-» 

(i) RUBIUS, Biti. Rav9n.^ l VI; — Chronieon Forolwimny MURA- 
TOti, Aer. Hai. Script, t. XZIL 

(2) RlJBioSyi.e.; — Ckronieon Patmenie; — ChronkanForolivìcns9' 

LA FABINA, T. vi. 46 



362 STORIA D*ITALIÀ 

civescovo di Morreale, questi tolse a Maghioardo T offi- 
cio di capitano di Faenza, richiamò in qneOa città gli 
usciti e fece disfare le case di Gnido da Polenta e di 
soo Bglio Lamberto. L* opera soa ebbe poca dorata , e 
ben presto Maghinardo potè cacciare i Cuneo ed i Man- 
fredi suoi avversar] e recuperare la perduta autorità. Al* 
lora il papa costituì marchese della marca di Ancona e 
conte della Romagna Guglielmo Durante vescovo di Man- 
de in Linguadoca, giureconsulto di grande riputazione 
ed autore del libro intitolato Speculum luris. I Traver- 
sari si sollevarono e cacciarono da Ravenna i Polentani : 
Malatesta da Veruccbio, dopo molto sangue versato , 
cacciò da Rimini i capi di parte ghibellina; ciò spiacque 
a Guido da Montefeltro fino allora suo amico ed alleato ; 
nacque discordia; si venne alle armi, e Guido, che ri- 
mase sconfitto, si fece frate minore. Neil anno novanta- 
sei i Galboli, aiutati da Riminesi e da Ravennati, rientra- 
rono in Porli, ma Scarpetta degli Ordelaffi e Maghinardo 
da Susinana li cacciarono una seconda volta, e poi det- 
tero il guasto al territorio di Ravenna. Il conte della 
Romagna dichiarò prive di tutti i loro privilegi e onori 
le città di Forlì, Cesena, Imola e Faenza, le quali niente 
curarono i comandamenti di chi non avea esercito, né 
danari , né partigiani. Il papa nominò paciaro il cardinal 
Pietro, il quale tolse T ufficio di conte al vescovo Gu- 
glielmo, lo die a Masino da Piperno suo proprio fratello 
mentre le quattro città sopradette eleggevano loro capi- 
tano di guerra Uguccione della Faggiuola. Allora s* intro- 
misero i Visconti, gli Estensi e gli Scaligeri, e nell'an- 
no 4299 una pace fu fermata fra la città di Bologna e 
le altre città della Romagna (i). 

(1) Chronicon Forolivien$9i — Annaìei Caeienatei, Mobatori, Atr. 
Ital. Script, t, XlYi — Raynaldus, ninnai. Eeel^ an. 1296-99. 



SOEGBRE DB>RI1ICIPAT1 363 



LXX. 



CONTINOAUONB DELLA 6IMRA HL REGNO. 

La guerra continuava nel regno fortunata e gloriosa 
pe' Siciliani e per re Federigo, che avrebbe forse caccialo 
re Carlo, se non era contro di lui papa Bonifazio, il quale 
condusse a suoi stipendj, col titolo di gonfaloniere , ammi- 
raglio e capitano supremo della Sede Apostolica, re Gia- 
como dì Aragona, per combattere in Terra Santa dicea 
il breve, o altrove contro qualunque nimico o ribelle 
della Chiesa. Giacomo dovea, a spese del papa, armare 
sessanta galere: nelle prede prenderebbe la metà: di più 
riceverebbe la promessagli investitura delle isole di Cor- 
sica e di Sardegna. Il papa nel dì dell* Ascensione dell an- 
no i297 lanciò la scomunica contro Federigo, i Siciliani 
e le loro amistà, dato termine al pentirsi fino alla festa 
di san Pietro, nel qual giorno confermò la scomunica, 
promettendo larghe indulgenze a chi contro di loro pren- 
desse le armi (1). 

Giacomo mandò suoi ambasciatori al fratello e lo 
richiese di un abboccamento nell* isola dlschia. Federigo 
convocò il parlamento nella città di Piazza ed espose il 
messaggio che , avea ricevuto; e fu allora con generale 
indignazione e meraviglia udito Ruggiero di Loria, per 
lo innanzi sempre audacissimo, affermare impossibile la 

(1) N. SPBCULis, (. ÌIU c. 8 et s$g.; — AKONTMUS , Chronieon Si- 
etUum; — G. Villani, (. Vìii, o- 18; - IUtnaldds, Ann. EccUs. an. 
1296-97« 



364 STORIA d' ITALIA 

resistenza contro Carlo e Giacomo uniti insieme, dir pa- 
role di pace, consigliare T abboccamento richiesto. Ma 
Federigo parlò come uomo generoso e magnanimo: disse 
fra Giacomo soldato de nemici ed egli soldato di Sicilia, 
sarebbero impossibili gli accordi; ed il partito fu vinto 
che il re non andasse. In quel medesimo parlamento fu- 
rono promulgate delle buone e savie leggi, dalle quali 
chiaramente si vede appoggiarsi il re sulla parte popolare 
costante neir odio contro gli Angioini , anziché su baroni 
discordevoli e infidi: ordinossi che i castellani non s in* 
gerissero nelle facende de* vicini municipj: che i ndiili 
non prendesser parte nelle elezioni degli u£Bciali munici- 
pali; che i signori feudali non aggravassero con dazi e 
gabelle il passaggio degli armenti e la vendita delle vitto- 
vaglie: ma fra le molte utili leggi che si fecero questa 
è notevole, che in ciascun comune fossero tre cittadini 
obbligati con giuramento a denunziare tutte le ingiustizie 
in aggravio del popolo, che commetterebbero i giustizieri 
o qualunque altro pubblico uffic'iale (1). 

Giacomo venne in Italia, ma senza esercito, rice- 
vette r investitura che gli era stata promessa, fermò una 
lega con Carlo II, promise la sorella Iolanda a Roberto 
figlinolo di Carlo e continuò col Loria delle segrete pra- 
tiche molto tempo pria cominciate. Il Loria attendea un 
pretesto per palesarsi nimico del nuovo re di Sicilia : Fe- 
derigo eh* era poco prudente, lo rimproverò un dì innanzi 
a tutti i cortigiani di tenere delle segrete corrispondenze 
co* nemici, ^li ordinò non uscisse dal palagio: ma poco 
dopo rimandò cosi potente nemico libero ed oSeso. Il 
Loria esce in fretta, va a casa sua, convita a cena gli 



(1) N. SFBCIAL18, (. Ili , c. 12-18; — Capjtttto Regni, C<m$i. Reffi$ 
Fr ideriei. 



SOEG£R£ de' PRIKCIPATI 365 

amici, e mentre imbaodiscoosi le mense, monta a cavallo 
e galoppa a Castiglione. Quivi accorrono i suoi partigiani 
in armi; ed egli quivi e nelle terre vicine, delle quali 
era signore feudale, si munì e afforzò. Federigo rimase 
irresoluto: non gli propose pace, non mosse armi contro 
di lui, da odio e da riverenza rattenuto; finché la regina 
Gostanza, chiamata a Roma per assistere alle nozze di 
Iolanda sua figliuola, col pretesto di aver compagni rag** 
gnardevoli nel viaggio, e col consentimento di Federigo, 
condusse seco Ruggiero dì Loria e Giovanni di Procida. 
E sulla nave che salpava da Milazzo fu veduta starsi 
immobile, cogli occhi gonfi di lagrime rivolti sempre 
verso Sicilia, la regina Gostanza, donna santa per virtA 
e per isventure, amatissima dal popolo, piangente sempre 
il padre suo Manfredi, la perpetua prigionia de' fratelli, 
la morte di due figli , la nimistà degli altri due , né 
certo rallegrata dalle nozze della figliuola nella odiata 
casa di Angiò. Giunti in Roma, Ruggiero di Loria fu 
creato da re Giacomo ammiraglio a vita in tutti i suoi 
stati ; sua figlia fu fidanzata ad un principe della casa di 
Aragona; il papa lo ribenedisse e gli concesse in feudo 
il castello di Aci eh* era del re di Sicilia, come poco 
tempo pria gli avea conceduto le isole di Gerbe e di 
Karkim ch'erano del re di Tunisi, secondo luso della 
corte romana di donar sempre ciò che non ha, e tener 
per sé ciò che possiede. Anco Giovanni di Procida fu 
dal papa ribeoedetto, e da Carlo II e* fu ristabilito nel 
possesso de beni che avea nel regno di Napoli (i). CoA 



(1) N. SFECI A US, /.///, c. 18, 19; — ANONYMUS, Chrofiicon Sieu- 
lutn; — G. Villani, l Vili, e 18; — Muntane», c. 185; — Subita, An- 
nali di Arogona, l F, e. 26 • teg-f — Testa, VUa RegU Fridertet //; — 
TuTiNi, Degli Ammiragli M Regno; — Amasi, Storia da/ Ffipro» e. XV -, 
— GioYaooi di Procida da iodi a po€0 mor) in Roma. 



366 STORIA DITALU 

Sicilia perde questi due uodiìdì dì grande rinomanza , 
i qaali, per ambizione o avidità non abbastanza appa- 
gata, macchiarono la somma gloria che aveano acquistata 
e ricoprirono d* infamia i loro nomi. Le nozze della Io- 
landa farono celebrate a Roma collo splendore che con- 
veniasi ad una cerimonia , alla quale prendevan parte 
tre re ed an pontefice; terminate le feste, il Loria im- 
barcatasi su leggiero naviglio, e approdava nascosta- 
mente in Sicilia per destarvi la ribellione; ma egli fu 
scoperto, fuggi, e fu bandito qual pubblico nemico, e 
le sue terre e castella, valorosamente difese da suo nipote 
Giovanni , furono dalle siciliane milizie espugnate (i). 
Egli andò in Calabria a capitanare le genti di re Carlo, 
e la prima volta che venne a giornata co* Siciliani co- 
mandati da Blasco di Alagona, presso Catanzaro, e* fu 
sconfitto, rovesciato da cavallo, ferito, costretto a na- 
scondersi in una macchia per scampare la vita. Era la 
prima volta che quest* uomo tanto fortunato quanto auda- 
ce toccava una sconfitta. Egli accusò di viltà le milizie , 
e dichiarò non più combatterebbe se non venissero i Ca- 
talani (2). 

Alle molte istanze del papa, re Giacomo, nell* estate 
del novantotto, condusse a Napoli circa ottanta galere, 
e di là salpò verso Sicilia, seguendo indi a poco il suo 
cognato Roberto erede della corona angioina ed un car- 
dinal legato. Sbarcarono nella marina di Patti, e quivi 
re Giacomo cominciò ad esercitare autorità in nome del- 
la Chiesa, o che veramente il papa intendesse prender 
per sé la contrastata Sicilia, o che paresse troverebbe più 



(1) N. SFECiALis , l il, c. 22; — ANONTBius , Chronicon Sieulum; 
— Ratnaldcis, Ànnal- Eccl. an. 1297. 

(2) N- SFECI AL18, (. /K, e. 1. 



SORGERE DE* PRINCIPATI 367 

seguaci la bandiera di san Pietro che non quella della 
casa di Aogiò. Il nome di un papa, di due re e di un 
ammiraglio famosissimo, le aderenze di Giacomo co' ba- 
roni siciliani e co* suoi antichi partigiani , e del Loria co- 
gli abitatori di quei luoghi ne quali avea parecchi feudi 
posseduto , e la vista di una armata possente furon ca- 
gioni della resa di Milazzo, Novara, Monforte e di qual- 
che altra terra vicina; ma Giacomo non potè spingere 
più oltre le sue armi , e dopo d' essere quivi rimasto due 
mesi approssimandosi T inverno, e avendo bisogno per 
le sue navi un porto sicuro, volse le prore a Siracusa (1). 
Ha Siracusa stette isalda per quattro mesi e mezzo , e la 
fame e i guasti delle macchine nemiche pazientemente 
sopportò, e gli assalti valorosamente respinse, e le interne 
congiure di alcuni cherìci sveramente punì, sotto il co- 
mando di Giovanni Ghiaramonte (2). Federigo , schivando 
di venire a giornata , fronteggiava il fratello da Catania : 
i Siciliani combatteano in terrà e in mare i nemici alla 
spicciolata : così vincea Blasco di Alagona in Giarratana ; 
cosi i Messinesi prendevano dodici galere catalane, su 
ad una delle quali era Giovanni di Loria nipote dell* am- 
miraglio (3). Giacomo vedendo tutti i di scemare il suo 
esercito, sciolse l'assedio di Siracusa; ma pria di par- 
tirsi dalla Sicilia chiese al fratello la restituzione delle 
navi e de prigionieri, promettendo mai più tornerebbe a 
fargli guerra. Federigo superbamente niegò, e fatto moz- 
zare il capo a Giovanni di Loria, usci in mare contro il 
fratello^ il quale non volle accettare la battaglia e tornò 



(1) N. SFBCIAL18, /. IV, 0. 2, 3, 4; — ANONTMUS, Chronicon Sieu" 
lumi — SUBITA, Annoi* di Aragona, l K, e. 33, 35. 

(2) N. SPBCiALis, /. iV, e. 5; — Anonymus, Chronicon Siculum. 

(3) N. SPECIAL», /. IK, e. 6< 7, 8. 



568 STORIA D*ITALU 

in Napoli a smunger denaro del re Carlo, che in qaesta 
impresa moltissimo danaro spese e niente profittò (1). 

Rifornita Tarmata del bisognevole, re Giacomo ris- 
tornò nell'estate contro la Sicilia con cinquantasei galere. 
Eran con lui Roberto e Filippo figliuoli del re Carlo e 
l'ammiraglio Loria. Andò a trovarlo Federigo con qua- 
ranta galere uscite dal porto di Messina. Si venne a bat- 
taglia presso capo d'Orlando 9 addi 4 luglio del i299, e 
fu aspra, fiera, sanguinosissima, ed ebbe esito infelicis- 
simo pe* Siciliani : diciotto galefe furon predate; sei mila 
uomini morirono combattendo o furono in cento modi 
crudelissimi ammazzati dal Loria per vendicare il sangue 
del nipote. La perdita maggiore fu dei Messinesi, ed a 
Messina fu su di una galera trasportato in salvo re Fe- 
derigo, il quale, dopo di avere valorosamente combattuto 
per fatica, rammarico e affanno, era misvenuto (2). 



LXXI. 



DI PAPA BONIFAIIO Vili. 



Papa Bonifazio, eh* era il Vero motore di tanta guer- 
ra, fin dal principio del suo pontificato avea volto ogni 
suo studio ad abbassare i Colonnesi, neir anno novanta-* 
sette, per la ragione che i cardinali Iacopo e Pietro 



(1) N. S^FBCiALis, l IV, c. 9, 10, 11;— ANONYMUS, Chronicon Sicu- 
htm. Vedi molti diplomi ciuti a questo proposito dairAmiri. 

(2) N. SPECI AL18, I. IV, e. 13, 14; ^ ANONYMJS , Chrankon Si9U' 
lum; — G. VILLANI, /. Villi e. ^; — SDRlTA, ÀnmUi di AragoHay l F, 
e. 37, 3S. 



SORGERE de' PRINCIPATI S69 

della ColoDDa addimostravaosi partigiani e fautori del re 
Federigo di Sicilia, li avea scomunicati, dichiarati privi 
della dignitii cardinaliiia e di ogni benefizio ecclesiastico. 
I due cardinali non per questo s* impaurirono ; ma riti* 
ratisì ed afforzatisi nelle loro castella con Agapito, Ste- 
fano e Sciarra della Colonna loro parenti, pubblicarono 
un manifesto, col quale dichiaravano non riconoscere per 
papa Benedetto Gaetano perchè nulla la renunzia di Ce- 
lestino V, e appellarono a un concilio generale. Bonifazio 
che odiava i Colonnesi pen^è erano stati contrai] alla 
sua elezione, perchè Sciarra gli avea tolto ottanta some 
di oro, argento e rame sulla via di Roma ad Anagni, 
e perchè Stefano non avea voluto ricevere presidio pon- 
tificio nelle terre feudali di Colonna, Palestrina e Zaga- 
ruolo, confermò la scomunica, li dichiarò scismatici ed 
eretici, ordinò la confisca di tutti i loro beni, fece di- 
sfare i palagi che aveano nella città di Roma e bandi 
contro di loro la crociata (1). Zagaruolo, Colonna ed al- 
tre terre e castella, dopo lunga resistenza, furono dai 
crociati espugnate, ed il papa le donò agli Orsini e ad 
altri nobili romani di parte guelfa nemici de* Colonnesi. 
Palestrina fu assediata; ma perchè trovavasi ben munita 
e di ogni bisognevole provveduta, rese vani tutti gli 
sforzi dell'esercito crociato. Narra Dante, che il principe 
de* nuovi Farisei si rivolse allora a Guido di Montefeltro, 
già guerriero rinomatissimo^ ed ora frate minore, e lo 
richiese di consiglio, rammentandogli eh egli poteva il 
cielo serrare e disserrare: e che Guido gli rispose lo 
farebbe trionfare neir alto seggio e lunga promessa collo 



(1) G. Villani , /. VW^ e. 21; — Ptolomabds Lucbnsis, Annal 
Brm>., MuiATQti , Ber. Hai, Script. , t. XI ; — Chronieon Forolwimi; 
Ikid., t. XXIIi — Ratnaldus, Annoi. Beel an. 1297-9S. 

La Fahin a , T. VI- «7 



370 STORIA D* ITALIA 

attender corto (i) ». Certo egli h che Bonifazio promise 
che perdonerebbe a Colonnesi, e renderebbe loro le di- 
gnità e gli onori, purché gli cedessero Palestrina e ve- 
nissero a prostrarsi a* snoi piedi coperti di nere vesti. 
Assentirono i Golonnesi, ma il papa, contraffacendo ai 
patti, fece disfare Palestrina, ed i suoi abitatori racco- 
gliere in altro laogo, ed ivi edificare altra città che fa 
detta Papale. Fece anco egli incarcerare e di tutti i suoi 
beni privare Giovanni da Ceccano degli Annibaldeschi pa- 
rente de Colonnesi; i quali irati e spauriti fuggivano chi 
in Sicilia, chi in Francia, chi in altri luoghi (2). 

Fu in quei giorni, correndo Fanno 1300, inventata 
e celebrata per la prima volta quella generale perdonanza 
che si chiamò giubileo (3). « Sera sparsa una voce in 
Roma, scrive il Muratori, dilatata poi per altri paesi, 
che di grandi indulgenze si guadagnavano visitando le 
chiese romane nelP ultimo anno di ogni secolo. Se ne 
cercarono i fondamenti, ma senza trovarne vestigio; né 
si andò allora a pescarli nel testamento vecchio, nfe saltò 
fuori in quei tempi il nome di giubileo (4) ». Di questa 
voce a caso nata, o ad arte sparsa volle profittare papa 
Bonifazio, e procuratosi la testimonianza di alcuni vec- 
chi , pubblicò e bandi che otterrebbe la remissione di tutti 
i peccati, chi visitasse le chiese di Roma^ se romano 



(1) Dante, Inferno^ e. XXVil. 

(2) G. Villani, l Vili, e. 6. 

(3) Geoeralmeate si crede che il nume di giubileo fosse trovato e ado- 
pralo moUo più tardi; è uo errore e iMStl a provarlo queslfi posso di Dante: 

• Come i Roman , per lo esercito molto. 
L'anno del Giubbileo, sq per lo ponte 
Hanno a passar la gente modo tolto....» 

Infer. o. XVIII. 

(4) Annali, an. 1300. 



SORGERE DE PRinClPATl 371 

per trenta dì, se forestiero per quiodici, « come usatasi 
di fare ». Le quali parole provano la ignoranza del po- 
polo e la malizia di chi ne abasava. Si commosse tutta 
la Crìstianitii air annunzio di grande indulgenza, per la 
quale non occorreva andare in Terra Santa, né esporsi 
a* disagi ed a perìgli della guerra. Narra Giovanni Vil- 
lani, ito anch' egli a quella perdonanza, che non vi fu 
di io cui in Roma non si contassero dugentomila pelle- 
grìni, oltre a Romani; e soggiunge: « e delle offerte 
fatte per li pellegrini molto tesoro ne crebbe alla Chie- 
sa, e i Romani per le loro derrate furono tutti ricebi (1) »• 
Ed il cronista d*Asti, Guglielmo Ventura, il quale fece 
il devoto pellegrinaggio, scrive: « Uscendo da Roma la 
vigilia della natività di Cristo, io' vidi una gran turba 
che ninno avrebbe potuto dinumerare , ed era voce nei 
Romani che vi fossero due milioni di uomini e donne. E 
molti io ne vidi uomini e doone pestati sotto i piedi 
degli altri , ed io stesso parecchie volte mi trovai nel 
medesimo pericolo. Il papa ricevette innumerevole danaro, 
imperocché giorno e notte due cherici stavano ali* al- 
tare dì san Pietro, con in mano de* rastrelli, co* quali 
rastrellavano Y inBnita moneta (2) ». Per questo trovato 
papa Bonifazio fu dipinto da Giotto in san Giovanni in 
Laterano, nellatto di bandire il giubileo, come può ve- 
dersi anco oggidì (3); e perchè grandissimo fu il proBtto 
che n ebbe la Chiesa, i papi che venner dopo non vol- 



(t) G. Villani, 1. Vili, e. 36. 

(2) Chronieon Aitense^ Muratori, Ber. Hai. Script., t. X/.La bolla 
di papa Bonifazio si legge oel Corpui lur. Canqn.^ Extrav. eomm. l. V , 
tu. IX, e. 1. 

(3) Di sotto èlascrUtaiocaraUeri più moderni: • Immago Ionica Do- 
nifacii Vili Pont. Max. Inbeleum primam in ann. MCGC indictis. Pictara 
Ciotti ». 



372 STORIA D ITALIA 

lero attender cento anni per rinnovarlo; accorciarono 
qnindi il perìodo a sessant' anni come ricordo della legge 
mosaica della remissione ; dipoi a trentaoinque in comme- 
moratone degli anni vissuti da Gesù Cristo; di poi a 
venticinque non so per quale altro pretesto (i). 

Il danaro con questo strAno mezzo raccolto facea 
montare in superbia papa Bonifazio, il quale le sue mire 
ambiziose, non solo sulla Sicilia volgea, ma anche sulla 
Toscana, sulla Francia, suU* Alemagna e sull'impero di 
Oriente; ed in quel tempo egli scrìvea al re Eduardo di 
Inghilterra: « Voi dovete sapere che tocca a noi di dare 
un re alla Scozia , la quale di pièno diritto è appartenuta 
ed appartiene alla Chiesa romana ». Egli aggiunse alla 
tiara pontificia una seconda corona, indossava il manto 
imperiale, facea portare innanzi a sé due spade sguai- 
nate, prendea per divisa le parole del vangelo Ecce duo 
giada ; per significare io tutti i modi a lui solo appar- 
tenersi la pienezza delle due podestà (2). 



LXXII. 



CeNTINUAZiONB DELLA ODIRRA SIGIIUNA. 

Dopo la vittoria di capo d'Orlando, parve a papa 
Bonifazio di non aver più bisogno di re Giacomo, e gli 



(1) CHAis, EMtTU H%$iariqu9$ éi dogwiéiiqu9$ tfltr let luhUit et Ut 
Indulgtneet. 

(2) GiANifOifB, Storia Civile del Regno di Napolit-l. XXI, e. IIL 



SORGERE DE* PRmaPATI 373 

Diego gli st^ndj che gli avea promessi (4). L astato Ara- 
gonese adoDÒ allora i maggiori dell* esercito , cod Roberto 
e Filippo figliuoli di re Carlo, disse vinti ed abbattati i 
Siciliani^ noo essere più oecessaria la saa presenza , ba^ 
stare eglino soli a fornire T impresa. Invano Carlo gli 
promise daemila once di stipendio dorante vita, e cin^ 
qae mila recuperando risola: egli non volle pili rima- 
Dere, andò a Salerno, imbarcò la consorte e la madre ^ 
toccò Napoli e ritornò in Ispagna scontento di tutti e 
lasciando tutti di lui scontenti (2). 

Re Carlo 9 per appagare il desiderio d* indipendenea 
de Siciliani 9 dette a suo figlio Roberto nome di vicario 
con piena autorità sì che fosse neir isola, dieea il diplo* 
ma, perfetta immagine del padre (3). L'esercito angioiqo 
incontrò invincibile resistenza a Randazzo, occupò Ader- 
DÒ, ebbe per tradimento Paterno, Buccheri e Vizzini, 
mise a ferro e a fuoco Ghiaramonte, fu respinto da Piaz- 
za (4). Federigo accorse nella minacciata Catania, e uden^ 
do le animose ed infiammate parole di Virgilio Scordia 
né fu cosi sedotto che lo chiamò padre della patria; e 
Blasco di Alagooa, onesto e prode, che dicc^ doversi 
dìflBdare dello Scordia, fu dichiarato calunniatore, per lo 
che Blasco renunziava al comando delia città che fino 
allora avea con grandissima virtù tenuto, ed a lui surro- 
gavasì Ugone degli Empori, uomo di guerra e niente 
altro. Ha appena Federigo allontanossi dalla città per met- 



(1) La cronaca del Cantinelli dice chiarameote , che il re di Aragooa 
andò via ■ quìa domiaos papa Booifacias oolait sibi dare stipendia qae sibi 
promiserat •. Miltabblli, Ref. Fav9ntior. Script. 

(2) N. SPsciALis, /. iVyO. IS; — ANOinrmSi Chron. Sieulum; — 
Tksta, Viia Reg. FHdiriei, doe. XIX. 

(3) AHAii, Slorta M V%$pro, doe^ XXXI. 

(4) N. SPBCIALIS, l. F, e 1-5. 



374 ST(miA D ITALU 

tere il campo a CastrogioTaoDi città centrale e fortissima 
deir isola, scoppiò in Catania ana congiara della quale 
era capo lo Scordia. Gridavano i congiurati <x Pace, pa- 
ce! », e chianqae con loro non gridava ammazzavano, e 
incarceravano Ugone^ e aprivan te porte a Roberto, il 
quale largMnenle ricompensava i traditori. Allora Noto, 
Buscemi, Feria, Palazzolo, Cassaro, Ragusa e altre terre 
di minor conto, o spaurite o sedotte, si sottomìsero ai 
nemici; ma Messina, Palermo e tutta la parte settentrio- 
nale dell' isola vie più ne' propositi di guerra infiamma- 
ronsi (i). Papa Bonifazio, invece del primo legato, che 
non avea alcuna autorità in Sicilia, mandava il cardinale 
Gherardo da Parma; ma il Loria, che meglio conoscea 
quegli isolani, ripetea non si vincerebbero a suoni di 
campanelli e di scomuniche, e andava a Napoli a chie- 
dere nuovi rinforzi (2). 

Ad onta de consigli contrarj del papa, Filippo figlio 
di re Carlo e principe di Taranto, approdò a Capo Li- 
libeo con quaranta galere, e disbarcato il fiore della mi- 
lizia napoli tana e provenzale, mosse contro Trapani. Ac- 
corse re Federigo a quella volta, ed incontratisi i due 
eserciti ne* piani della Falconeria, a otto miglia da Tra- 
pani , vennero a giornata addi primo dicembre del 4299 , 
ove, dopo lungo e fierìssimo combattimento, gli invasori 
furono rotti, sconfitti e m acellati, rimanendo il principe 
di Taranto ferito fra prigioni , che furono in gran numero 
e de migliori dell* esercito (3). Il duca Roberto riseppe 



(1) N. SPBCiALis, I. F, e. 7, 8, 9; — AMOfCTllcs , Cktonietm Sien- 
lum; AMARI, e. XVII. 

(2) N. SFECiALis, l y, e. 9; — RaYNaldus, Annal Eeclj an. 1299; 
— COSTANZO, Storia di Napoli, l. IV. 

(3) N. SFECI AL18, l F, e. 10; - ANONYMUS, Cfcfonicon Siculum; — 
G. Villani, l Vili, e. 34; — Mdntancb, e. 192. 



SORGERE DE PRINCIPATI 375 

la sconfitta della Falconerìa , mentre a grandi giornate 
avanzavasi per T interno dell* isola, per prendere alle 
spalle r esercito siciliano : ritornò in fretta a Catania ; man- 
dò il Loria in Napoli a chiedere nuovi aiuti, e non ascol- 
tando i consigli di costui, che diceagli non si avventa- 
rasse a combattere i nemici pria del suo ritorno , si la- 
sciò cogliere a una imboscata preparatagli da Blasco di 
Alagona , nella quale furono presi o morti i più illustri 
caTalieri di Francia eh* erano nel suo esercito , fra quali 
Gualtiero di Brienne , il conte di Valmonte , Giovanni di 
Joinville, Iacopo di Brusson e altri assai (1). 

Re Carlo alla nuova di quelle sconfitte e della pri- 
gionia del figliuolo^ egli che avea sofferto sì dura prì- 
gìooia ncir isola ^ bramò pace; ma papa Bonifazio gli 
scrisse lettere di rimprovero e di minaccia: diceagli di 
8Qa viltà verrebbe danno e vergogna non solo a lui , ma 
anco alla Chiesa e alla cristianità: non osasse aprire 
pratiche pacifiche co* Sicilia ni , se non volesse sentire il 
peso delle scomuniche : aver egli speso troppa fatica e 
moneta per abbandonare a mezzo 1* impresa : se persistesse 
in quel proposito, la Chiesa si affretterebbe a far pace 
con Federigo a danno di casa di Angiò (2). E allora 
Carlo andò supplichevole al papa , per discolparsi e chie- 
dere soccorsi; ed il papa duramente rimproverò, larga- 
mente donò, con maggior faciKtà, perchè in quei giorni 
appunto celebravasi il giubileo. Egli chiamò contro Si- 
cilia i cavalieri del tempio e dell Ospedale , le città guel- 
fe d* Italia; prese altri danari in prestito da* banchieri di 
Firenze^ di Lucca e di Provenza; ricercò dappertutto com- 
battenti ed esperti capitani; richiese Carlo di Valois e 



(1) N. SFBCiALis, l. V, c. 12; — ANONTHGS, Chroni9on Siculum. 

(2) Ratnaldos, AnnaU Scel. ati. 1300. 



576 STORU D ITALU , 

Roberto conte di Artois ; ebbe gente ài Spagna per mei- 
zo del Loria; ebbe da Firenze dagento cavalieri e fra 
questi era Tommaso di Procida , figlinolo che fa dì Gio- 
vanni ^ dal quale forse il Villani , che allora scrivea la 
sua cronaca, dovette avere tutte quelle notizie esagerate 
o non vere, colle quali lo scrittore fiorentino glorificò 
il nome di Giovanni di Procida. Fece anco il papa ogni 
suo possibile per indurre nuovamente Giacomo re di Ara- 
gona a riprendere le armi contro i Siciliani; ma e* que- 
sta volta non si lasciò vincere da doni né da promes- 
se (1). Nel medesimo tempo re Carlo prodigava privilegi 
e franchigie alle città siciliane che a lui ubbidivano, pro- 
messe sterminate alle altre, e conoedea al Loria le isole 
di Malta e di Gozzo con titolo di conte ^ ed onori e au- 
torità poco meno che da re (2). Il quale Loria con cin- 
qualtotto galere incontrato presso Ponza ventisette galere 
siciliane e cinque genovesi, dette loro una fiera rotta, e 
ne predò venti con sopra l ammiraglio Corrado Doria ed 
i migliori deir armata. Il Loria fece a molti de prigionieri 
mozzar le mani, e tutti trasportò a Napoli, ove furono 
grandi festeggiamenti per questa vittoria. Trovavasi frai 
detti prigionieri 1* illustre Palmiero Abate, il quale, co- 
perto di ferite, gittato in fondo a una galera, mori col 
nome di Sicilia sulle labbra (3). 

Pochi mesi dopo moriva un altro prode, Blasco di 
Alagona, di una terribile epidemia che per la scarsezza 
e l'insalubrità delle vittovaglie erasi sviluppata in Mes- 
sina. Federigo deliberò soccorrere questa città, e raccolti 



(1) RATflALDOS, (. c; — SURITA, Annali di Aragona, l F, e. 42; 
— Vedi i molti diplomi citati dall' Amàbi, Storia del Vespro j e. XVIII. 

(2) Testa, Vita Regie FriderUsi, doc. 20; — Amari, I. e. 

(3) N. 8PBCIALI8, I. V, e. 14; — ANON71I08, Chroni9on Sieulumt -^ 
Cronaca di Bologna, MotATOEi, Uff. Ito/. Script ^ t. XViit. 



SORGERE DE PRINCIPATI 377 

qaaDtì più viveri potè in vai dì Mazzara, egli stesso volle 
accompagoargli fin dentro la città. Ivi giunto bandisce 
che i miserabili e gli invalidi alle armi escano con lui, 
e si parti seguito da squallida moltitudine di uomini, di 
doDoe^ di vecchi e di fanciulli, il che è forse il fatto 
piò glorioso della sua vita. « Per monti , per pendici, per 
burroni, per dirupi, scrive Niccolò Speciale, con tal fa- 
milbriti condusse i derelitti, con tanta carità ne prese 
cura, che per via togliea ora questo ora quel bambino 
dalle braccia delle stanche madri, e recavaselo nelle sue, 
mettealo in groppa al suo cavallo: a desinare si met- 
tea accosto i fanciulli, e colle proprie mani spezzava loro 
il pane i». E cosi fece finché quei miseri condusse in 
contrade ubertose e sicure (1). E Messina, ripreso animo 
e vigore, costrinse a discostarsi i nemici che la circon- 
davano; e fra Roberto e Federigo una tregua fu fermata 
per intromissione di Iolanda, di quello consorte, di questo 
sorella, e di ambidue tenerissima (2). 



LXXIIL 



FINB DELLA GVBRRA SICILIANA. 



Papa Bonifazio, che incitava più fortemente alla 
guerra quando più vedea disposti gli animi alla pace, 
mandava contro Sicilia Carlo di Valois, al quale re Carlo 
accordava il titolo di capitano supremo, e piena autorità 
di far grazia a' ribelli, di dare uflBcj, dignità, beni ed 



(1) N. SPECIALIS, i VI, e. 4; — MuNTANEB, e. 196. 
.2) N. SPRCIALIS, L VI, e. 5. 

La Farina, T. VI. 48 



378 STORIA D* ITALIA 

Ogni guisa di favori, e di far pace con Federigo a certe 
condizioDÌ che rimasero segrete {i). Salparono da Napoli 
collo stendardo della Chiesa cento grosse nayi , salle quali 
erano Carlo di Valois, Roberto e Raimondo figlinoli del 
re Carlo, V ammiraglio Loria e molti baroni e cavalieri 
francesi. Approdarono a Termini, e sbarcarono ninno 
contrastante: di là mossero per T interno dell* isola, e 
dopo d'essere stati respinti a Caccamo e a Corleone, 
giunsero a Sciacca sulle coste del mare affricano, e la 
cinsero dì assedio. Quivi stette lungamente T esercito a 
consumarsi per disagi, calore ardentissimo e malattie^ 
senza potere espugnare la citta , finché Carlo , disperando 
di vincere e vergognando di partirsi, cominciò pratiche 
di pace (2). 

Addi 24 di agosto del 4302, fra Caltabellotta e 
Sciacca, in certe capanne di bifolchi, abboccaronsi re 
Federigo e Carlo di Valois, ed* accordaronsi sulle condi- 
zioni della pace, alla presenza del duca Roberto e dello 
ammiraglio Loria. Federigo rimarrebbe re della Sicilia 
indipendente da Napoli e dal papa; sposerebbe Eleonora 
figliuola di re Carlo II; alloro figli si procurerebbe il re- 
gno di, Sardegna o di Cipro, o si pagherebbero a loro 
cento mila once d' oro in compenso della Sicilia ; Federigo 
renderebbe a Carlo tutte le terre occupate sul continente, 
questi a lui tutte quelle occupate neU* isola; sarebbe li- 
berato senza riscatto il principe di Taranto, e cosi tutti 
gli altri prigionieri delle due parti; sarebbero rese alle 
chiese i beni che possedeano prima dell* anno ottantadue ; 
i feudatari perderebbero i feudi che teneano dal prìncipe 



(1) Raynaldos, Annai Eecl. , an. 1302; — Amari, Storia del Ve- 
spro, doc. Z7, 39, 40, 42. 

(2) N. SPBCIALI8, /. VI, e. 7, 8, 10; — ANONTHOS, Chronieon Si- 
culutn; — G. Villani, l Vili, e. 49, 50; — Montanbr, c. 197, 198. 



SORGERE DE* PRIKCIPATI 579 

al quale eransi fatti ribelli: furono eccettuati i due più 
possenti j cioè il Loria, che riebbe i suoi feudi di Sici- 
lia , e Vinciguerra Palizzi che riebbe quelli di Calabria : 
Carlo di Valois promise adoprarsi per ottenere Y appro- 
Tazione del re Carlo e del papa a questa pace (i). 

Carlo di Valois, pria di partirsi dalla Sicilia, visitò 
Messina e y* ebbe splendido e cortese ricevimento ; e chie- 
dendo egli a Niccolò Palizzi, uno de maggiori cittadini, 
qual fosse la mente de* Messinesi , allorquando erano dai 
nemici ricinti e dalla fame tribolati , udì rispondersi : 
« Quando fosse mancato l'ultimo boccone avremmo arso 
la città per mostrare che non manca alla Sicilia la tre- 
menda virtù di Sagunto ». Ed egli rivoltosi al duca Ro- 
berto gli disse : « Vedi chi son costoro : bensì è fatta la 
pace ». Le nozze fra re Federigo e la 6gliuola di re 
Carlo celebraronsi nella primavera dell'anno d303. Il papa 
fu r ultimo a dare il suo assentimento , e quando Carlo 
di Valois fece ritomo alla sua corte , si acerbamente egli 
lo rimproverò, che il francese nell'impeto dell'ira pose 
mano alla spada ; ma con re Federigo e* dissimulò il suo 
sdegno, gli parlò con miti ed affettuose parole, ed ot- 
tenne da lui il giuramento ligio , e la promessa di un 
censo di onc« d'oro tremila e di cento lance. A questo 
prezzo egli approvò la pace addi 24 di maggio del d303. 
A questi patti non assentirono i Siciliani , e Federigo fu 
lieto di avere una ragione per non mantenersi. Cosi dopo 
ventun' anno ebbe termine la guerra gloriosissima che si 
disse de] Vespro Siciliano (2). 

(1) N. SPRCIALis, L VI, e, 10; — AN0NYMU8, Chronicon Siculum; 
— Villani, (. VIU, e. 50; — Raynaldos, Annoi. BceL an. 1302. 

(2) N. SPEC1AL18, /. Fi, C. 14-20; — MONTANER, C. 198; — ANONT- 

mos, Chronieon Sieulum; — G. Villani, /. Vili, e. 50; — Peiretus Vi- 
CENTiNUS, Bist., MOBATORi, Rer. Hai SetipUy t IX; — Raynaldus, An- 
nal. EecLj an. 1302-3. 



380 STORIA d' ITALIA 



LXXIV. 



DBLLiI TOSCANA. 

EraD tre anni che Guido da MoDtefellro difendea 
valorosameote la città di Pisa da tutte le città di Toscana 
combattuta, allorquando, correndo Fanno 1292, i Fio^ 
rentini e Lucchesi colle loro amistà guelfe entrarono sul 
Pisano, capitanati da Gentile degli Orsini di Roma, e 
portarono il ferro e il fuoco fino sotto alle mura della 
città de ghibellini. I Pisani, stanchi per tante sconfitte toc- 
cate e tanti danni sofferti, aprirono segrete pratiche di 
pace co' Fiorentini , ed i popolani di Firenze assentivano 
volentieri per abbassare i nobili che da quella guerra 
traean profitto. Entrarono in quella pace anco i Lucchesi 
e i Sanesi e tutta la parte guelfa di Toscana ; e Guido da 
Montefeltro, allorché riseppe questi trattati de' quali egli 
era escluso, non potè che dolersi della ingratitudine degli 
uomini e partirsi. In quella occasione i Fiorentini ottennero 
nella città di Pisa libertà assoluta al loro commercio ; ed i 
Pisani richiamarono gli usciti guelfi, ed obbligaronsi di non 
eleggere per l' avvenire podestà o rettore che non fosse di 
una città a Firenze amica (i). 

Questa pace, come ho detto, fu opera de' popolani di 
Firenze, i quali in quel tempo tenevano il reggimento del 



M) PtotomarusLocensis, Annoi. Brev., Moratosi, Ber. Hai. Script, 
t.XI; — 0. ViLLLANi, /. VII, e 153, /. Vili, e 2; — Tbonci, Annali 
Piiani. 



SORGERE DE rninciPATi 581 

cornane : descrìtti i cittadiDi secondo le arti, dodici arti mag- 
giori e dodici arti niinorì: erano eletti al governo del co- 
niane sei cittadini ( perchè la città era divisa in sestieri ] 
presi dalle arti maggiori , uno per sestiere : questo magi- 
strato sapremo cbiamavasi signoria , e signori i priori delle 
arti deputati a comporlo. I signori, durante T officio, erano 
ontrìti a spese pubbliche , stavano rinchiusi in una torre 
detta della Castagna appresso alla Badia (1), e non usci- 
vano, salvo qualche caso di grandissima importanza, o per 
parlare al popolo. La signoria avea a guardare e ammini- 
strare r avere del comune, far ragione a ciascuno e badare 
che i piccoli e impotenti non fossero oppressi da' grandi e 
potenti. Questi ordini e leggi erano stati fatti nell'anno 
1282 ; ma a poco a poco eransi corrotti, perchè i popolani 
ricchi^ o grassi come gli diceano , che erano negli officj , 
ed erano imparentati co* grandi , non aiutavano gli impo- 
tenti , li lasciavano offendere , e i colpevoli, se loro amici 
e parenti, rimaneano impuniti. Onde i popolani erano mal- 
contenti e biasimavano T ufficio de' priori come non rispon- 
dente allo scopo per lo quale era stato creato; e vie più 
dopo le guerre di Arezzo e di Pisa, quando i nobili e 
grandi cittadini insuperbiti, per la parte che in quelle guer- 
re aveano avuta, cominciarono a fare molte ingiurie e vil- 
lanie a popolani. De* malcontenti si fece capo Giano della 
Bella, grande e potente cittadino, di nobile stirpe, ma buon 
aomo, savio , valente ed animoso assai, il quale , essendo 
eletto de* signori, che entrarono in ufficio nel febbraio del 
Ì292, co' suoi compagni e con T aiuto del popolo, propose 
e fece andare a partito delle nuove leggi, che si chiamaro- 
no ordini della giustizia, contro a potenti che facessero ol- 



(1) Di quei tempi si comiociò l'pdtficazione dol magninco palagio della 
signoria, oggi detto palazzo vecchio. 



382 STORIA d' ITALIA 

traggio a popolani : che Y uo coosorto fosse tenuto per l' al- 
tro; che i maleficj si potessero provare per dae testioionj di 
pabblica voce e fama ; che qualunque famiglia avesse avuti 
cavalieri tutti i membri di quella famiglia s intendessero 
esser grandi ; che i grandi non potessero essere signori ; e 
che i signori eh' erano per uscire dalla signoria con certi 
aggiunti avessero da eleggere i nuovi signori : e per fare 
osservare queste leggi crearono un gonfaloniere della 
giustizia, a cui fu dato un gonfalone dell' arme del popolo^ 
eh* era la croce rossa in campo bianco, e mille fanti armati^ 
i quali aveano a esser presti a ogni richiesta del gonfalonie- 
re in piazza o dove bisognasse ; questo uificio durava due 
mesi, ma non potea darsi a un nobile, né ad alcun parente 
di nobili (i). Veramente dure erano queste leggi e con 
grande severità osservate; ma Y amministrazione dell* avere 
del comune era ottima; le imposte lievissime , e Firenze si 
adomava tutti i di di belli e magnifici edificj e crescea in 
ricchezza, in potenza ed in fama. Poggibonsi, Certaldo, 
Cotigliano ed altre terre e castella furono sottomesse al 
comune, il quale tolse a* Guidi e agli Ubaldini molli pos- 
sessi aveano in Mugello, e ad altri nobili tutto quello 
che potea provarsi o supporsi fosse altra volta al detto 
comune appartenuto. I grandi fortemente si doleano delle 
l^SS^ ^ ^S'^ esecutori di esse diceano: « Un cavallo 
corre e dà della coda in viso a un popolano; o in una 
calca uno darà di petto senza malizia ad un altro; o più 
fanciulli di piccola età verranno a questione: gli uomini 
gli accuseranno: debbono però costoro per si piccole cose 
aver le proprie case disfatte, come ordinano le leggi ? » 
Giano della Bella arditamente dìfendea quelle cose che 



(1) Dino compagni, Cronaca fiorentina, l. /; — G. Villani, /. Vili, 

e. 1. 



SORGERE de' PRINCIPATI 383 

altri abbandoDava, e parlava quelle che altri taceva, e 
tutto io favore della giustizia: e tanto era temuto dai 
rettori, che niuuo maleficio si nascoudeva. I grandi co- 
mindarono a parlare contro a lui, dicendo, che non per 
giustizia, ma per far morire i suoi nemici il facea, abbo- 
minando lui e le leggi, e minacciando sedizioni. I popo- 
lani ^ per paura e per ìsdegno, inasprirono vie più le 
^^gì? s^ <^he ciascuno stava in sospetto, perocché gli 
uni affiggeva la sofferenza del male, gli altri il timore 
della vendetta. Un giorno i grandi ordinarono di fare 
assassinare Giano: poi se ne ritrassero per tema del po- 
polo, e adoprarono gli inganni. E' gli diceano: « Vedi 
l'opere rei de' beccai quanto moltiplicano ». E Giano ri- 
spondea: « Perisca innanzi la città, che questo male si 
sostenga ». E procurava fare leggi per frenarli. E simil- 
mente diceano de giudici: « I giudici fan paura a' rettori, 
e cosi ottengono da loro le ingiuste grazie, ed impigliando 
le ragioni tengono le liti sospese tre anni o quattro ». 
E Giano dicea: « Facciansi leggi che siano freno a tanta 
malizia ». Ed allora i grandi mandarono a dire segre- 
tamente a' beccai e a* giudici che Giano li vituperava, e 
che apparecchiava leggi contro a loro: cosi lo mettevano 
io odio del popolo. Or accadde che in una zuffa le genti 
di (k)rso Donati, potente cavaliero, ammazzarono un po- 
polano e altri ne ferirono. Il podestà j eh' era Gian di Lu- 
cino comasco ingannato da un giudice che uvea compi- 
lato il processo, assolse messer Corso. I cittadini, che 
intesero la sentenza, stimarono il podestà fosse stato cor- 
rotto con danaro, levarono il rumore contro di lui e tras- 
sero al suo palagio colla stipa per ardere la porta. Corso 
Donati, che ivi era, fuggi pe tetti delle case vicine e fu 
salvo. Giano della Bella montò a cavallo per salvare il 
podestà dalle mani del popolo; ma non trovò seguito, fu 



384 STORIA D ITALIA 

mioacciato e dovette ritrarsi. Il podestà fuggi in una casa 
vicina: i famigli suoi furon presi ^ gli atti suoi arsi; ed 
egli il di seguente si parti dalla città. La quale rimase 
in gran discordia e tumulto, ed i più davan la colpa a 
Giano, perchè un suo fratello era stato veduto con quelli 
che assalirono il palagio del podestà. I giudici, i notari, 
i beccai si unirono co* grandi contro di lui; ed e* fu ci- 
tato a comparire in giudizio. Il popolo minuto volea di- 
fenderlo colle armi; ma egli non volle, e usci dalla 
città, e subito gli fu dato bando, e fu condannato nello 
avere e nella persona. Indignato di si grande ingratitu- 
dine , si parti d' Italia e se ne andò in Francia, ne 
più rivide la patria sua colui che Dino Compagni chia- 
ma « savio, valente e buon uomo »; e il Villani « il 
più leale uomo e diritto popolano e amatore del bene 
comune che fosse in Firenze (4) ». 

Liberatisi di Giano della Bella, i grandi tentarono 
rioccupare la signorìa, e fatta una congiura, presero le 
armi coloro partigiani e colle loro masnade, e chiesero 
che le leggi fatte contro dì loro fossero cancellate. Ma il 
popolo si levò tutto contro de grandi, sbarrò e asserra- 
gliò le vìe e li costrinse a chieder pace. Allora e qneta- 
ronsì per aver perduto ogni speranza; e le famiglie men 
ricche si separarono completamente dalla nobiltà, cerca- 
rono una qualche industria, ed entrarono quasi tutte 
nelle arti maggiori. Fu in quel tempo di grande prospe- 
rità per Firenze, che si cominciò Y edificazione del Duomo 
mirabilissimo che ancor oggi veggiamo, colla tassa di 
due soldi per ciascun cittadino, e di quattro danari per 
lira su tutti i danari eh* erano pagati dalla cassa del co- 
mune (2). 

(1) G. Villani, /. Vili, e. 12; — Dino Compagni, /. I 

(2) G. Villani, l. vili, e. 12, 26. 



S0R6EBE Ì)e' PRINCIPATI 385 

Adolfo re de RomaDi, correndo Tanno ^296, mandò 
in Toscana, come sao vicario, Giovanni da Gaviglione. 
I Toscani ricorsero a papa Bonifazio e gli dettero ottan- 
tamila fiorini d oro: il papa prese il danaro, e ottenne 
facilmente che il vicario si partisse, dando a un fratello 
di lai il vescovado di Liegi (1); ed i Pisani, per assi- 
curare qnella libertà che loro rimanea, elessero per loro 
podestà listesso papa Bonifazio, con stipendio di lire 
quattromila: per lo che il papa li sciolse dalla scomunica, 
e mandò loro col titolo di vicario Elia conte di Colle 
di Valdelsa (2). 

Pistoia, come tutta la Toscana, reggevasi a parte 
guelfa: ivi fra le principali famiglie era quella de Can- 
cellieri, la quale^ per domestiche discordie, s era divisa 
in due parti, che si dissero luna bianca e 1* altra nera: 
i Fiorentini^ che temevano per quella discordia, la quale 
avea commossa tutta la città, ne venisse danno a* guelfi, 
8 intromisero, si fecer dare la signorìa del comune, e 
ordinarono che i principali de' bianchi e de neri andas- 
sero a confini. I più si ridussero a Firenze, i neri in 
casa Frescobaldi, i bianchi in casa Cerchi: e segui il 
contrario di ciò che speravasi imperocché non solo i Pi- 
stoiesi non furono rappacificati da Fiorentini , ma questi 
furono da quelli divisi (3). 

I Cerchi erano col commercio divenuti ricchissimi: 
vestivan bene, teneano molti famigli e cavalli; ma la lo- 
ro superbia era grande, e Verri, che nera il capo non 
avea la modestia che evita le nimistà, ne la scaltrezza 
che le vince. De' Cerchi erano avversar] i Donati, fami- 



(1) Ptolomaeus LUCEN8I6, Ànnal. Brev. 

(2) Ratn ALDUS, Annal Eccl, an. 1296. 

(3) PTOLOMAEUS LucENSis, Ànnal Brev. ; — G. Villani, /. K///, 
e. 38. 

La Farina, T. VL ^9 



386 STORIA D ITALIA 

glia di antica nobiltà , ma di scarsa fortuna: capo dì 
questa era quel Corso Donati, del qoale sopra è parola, 
uonao ìnvido, audace e superbissimo. Avendo i Cerchi 
preso la protezione de* bianchi, ì Donati cominciarono a 
difendere i neri; né questo solamente per far onta allo- 
ro avversar] , imperocché quantunque bianchi e neri fos- 
sero guelfi, i primi erano più che gli altri disposti a 
ravvicinarsi a* ghibellini, ed i Cerchi aveano delle strette 
aderenze co* nobili di parte ghibellina ; mentre i Doeati 
erano per parentali ed amistà uniti alla nobiltà godfa. 
Lodio crebbe di giorno in giorno : i popolani e reggenti 
si accostavano a* Cerchi ; i ghibellini li vedean bene per- 
chè dà loro ne ricavavano servigi e non erano ingiù* 
riati; il popolo minuto similmente li amava, perchè di- 
spiacque loro la congiura fatta contro a Giano. Essendo 
alcuni giovani de Cerchi sostenuti per una mallevadoria 
nd cortile del podestà, fu loro presentato un migliaccio 
di porco, del quale chi ne mangiò ebbe pericolosa infer- 
mità , e alcuni ne morirono : il perchè nella città ne fci 
gran rumore, e comunemente si credè quel migliaccio con- 
tenesse del veleno^ e di questo maleficio fu molto incolpato 
Corso Donati, Un altro giorno essendo molti cittadini 
deiruna parte e dell altra ad un mortorio di una donna 
de* Frescobaldi , stando tutti a sedere come usavano , i cit- 
tadini basso in su stole di giunchi, e i cavalieri e dottori 
su allo in sulle panche, uno a caso si levò ritto : gli avver* 
saij per sospetto anche si levarono, e misero mano alle 
spade : gli allrì fecero il simile ; e poco mancò non si ve- 
nisse al sangue e tutta la città fu in gran commozione e 
scompìglio. Altra volta Guido Cavalcanti, giovine cortese e 
ardito , ma sdegnoso , solitario e intebto allo studio , per 
vendicarsi di messer Corso, che in un suo pellegrinaggio a 
san Iacopo di Gallizia avea tentalo farlo assassinare, gli 



SORGERE DE PRIRCIPATI 387 

lanciò contro im dardo , il quale andò invano: alcuni dei 
Cerchi eh* erano con Guido non lo aiularono : un figlio e 
altri parenti del Donati gli corser dietro colle spade e gli 
lanciaron sassi, ma non lo poterono raggiungere. Gli anioii 
si accanivano; i Cerchi minacciavano colle amistà degli 
Aretini e de* Pisani; i Donati gli accusavano al papa come 
ghibellini. Il papa mandò a Firenze il cardinale Matteo 
d' Acqua^rle,"yil quale niente fece, perchè dalle parti non 
ebbe la balìa che volea, e però sdegnato si partì sottopo- 
nendo la città air interdetto {i). 

Andando nella vigìlia di san Giovanni le compagnie 
ddle arti a portare alla chiesa le loro offerte, com'era 
usanza 9 ed essendo i consoli innanzi, furono ingiuriati e 
battuti da certi grandi, i quali dicean loro: « Noi siamo 
quelli che demmo la sconfitta in Campaldino e voi ci 
avete rimossi dagli ufficj e onori delia città ». I signori 
sdegnati chiesero consiglio da più cittadini, e fu delibe- 
rato di mandare a confini i capi di tutte e due le parti, 
e così si fece, e più severamente pe^neri, perchè si ri- 
seppe che avean tenuto una segreta rannata nella Chiesa 
di Santa Trinità, e deliberato di chiedere al papa un 
principe forestiero che riformasse la città. Corso Donati, 
stando a' confini a Massa Trebara, li ruppe, e andossene 
in corte del papa, il perchè fu condannato nell* avere e 
nella persona. Allora i Cerchi confinati ritornarono a Fi- 
renze; ed essendo in quel tempo capitano in Pistoia per 
il comune fiorentino Cantino Cavalcanti di parte bianca, 
maneggiaronsi con lui, A eh* e* rujqpe una legge che vi 
era in Pistoia, per la quale gli anziani si eleggevano 
metà di parte bianca e metà di parte nera, e li chiamò 
tutti di parte bianca. Per questo si accrebbe la discordia 

(1) OlNO COMPAGNI, l I; — PTOLOMAEUS LUGBN818, Stillai. Br$V. 



388 STORIA D ITALIA 

ìd quella ciltà, e i cittadini viveano ìd gran discordia e 
tribolazione, ingiuriandosi e uccidendosi Tun l'altro. I 
Fiorentini mandarono a Pistoia un altro capitano, che fa 
Andrea Gherardi, il quale avendo scoperto che i neri 
congiuravano co' Lucchesi per dar loro la città, mandò 
a confini molli cittadini di parte nera, i quali quasi tutti 
si ridussero a Lucca (i). 

In Lucca il primo magistrato era il capitano del 
popolo, il quale presedeva a' dodici priori delle armi, capi 
delle dodici società delle armi. Oltre a queste, la città 
avea, come Firenze, le corporazioni delle arti, e gli an- 
ziani delle arti, uniti co' priori delle armi, formavano un 
consiglio, che chiama vasi delle capitudini delle arti. Que- 
sto consiglio, riunito a' priori del comune, costituiva il 
consiglio detto del popolo, che deliberava sulle cose mag- 
giori. Gli anziani delle arti, da per loro soli, preseduti 
dal capitano del popolo, curavano Y esecuzione delle leggi. 
Nelle cose gravissime si adunava il consiglio maggiore, 
nel quale i grandi, o casati come gli diceano, aveano 
un quinto delle voci, ed i popolani quattro quinti. Tutti 
gli ufficj del comune erano occupati dalle società delle 
armi e dalle corporazioni delle arti, dalle quali società 
e corporazioni erano esclusi i grandi (2). Soli il podestà 
ed il capitano erano gentiluomini; ma aveano a essere 
forestieri. E v'erano leggi che mollo somigliavano a 
quelle dette ordini della giustizia in Firenze: così la te- 
stimonianza di un grande contro un popolano non avea 
valore in giudizio, ma al contrario quella di un popolano 
contro un grande: se un grande accusava un popolano 

(1) Dino Compagni, l i; — Ptolouaius Lucbnsis, Annoi. Bnv. 

(2) Erano esclusi : « Omoes et sioguli milìtes , et eoram fllii et oe- 
potes, et omnes et siDgali proceres et catlaoi UDdecumque focrint •. Siemorie 
e documenti per servire all' istoria del principato lucchese^ t. I, p. 224. 



SORGERE DE* PRIHCIPATI 389 

di qualche reità e non forDÌTa le prove era reo di ca- 
lunnia; non cosi un popolano che accusava un grande. 
Stando le cose in questi termini i neri di Pistoia furono 
onorevolmente accolti dal popolo; ma la famiglia degli 
loterminelli ed altri nobili parteggiavano pe* bianchi, e 
tentarono, cogli aiuti de Pistoiesi e de Cerchi fiorentini, 
cacciare i loro avversari; ma la loro cooginra fu sco- 
perta, ed e furono banditi e le loro case disfatte (i). 

Fu in quel tempo che papa Bonifsaio chiamò in 
Italia Carlo di Valois, promettendogli lo farebbe re dei 
Romani e gli darebbe l'investitura dell'impero greco ^ 
avendo egli tolto a donna Caterina di Courtenay, nipote 
di Baldovino imperatore. Venne Carlo in Italia, correndo 
I anno i50d, con cinquecento cavalieri francesi: fu ono- 
revolmente accolto, nel suo passaggio da Modena dal 
marchese d' Este, il quale gli die anche danari in pre- 
stito. Egli passò per la Toscana, ma in Pistoia non volle 
entrare, né in Firenze, perchè sospettava de'bianchi: andò 
in Anagni^ ov'era allora il papa, e fu da lui creato conte 
di Romagna, capitano del patrimonio di san Pietro e si- 
gnore della Marca di Ancona; e poco di poi, ad istanza 
de* neri, paciaro della Toscana. « Fu il nome di detta 
commissione molto buono; scrìve il Compagni, ma il pro- 
ponimento era contrario, perchè volea abbattere i bianchi 
e innalzare ì neri (2) ». I signori adunarono il consiglio 
generale della parte guelfa : tutti confidando nelle parole 
di pace dette dagli, ambasciatori di Carlo, i quali afierma- 
vano la casa reale di Francia non aver mai tradito né 
amico, né nemico, consigliarono fosse lasciato venire e 



(1) Ptolomaeus LUCEifsis, Ànnal. Brev. 

(2) Ptolomaeus Lucensis , (. e; — Chronieon Parmense , Mura- 
TOBi, n%r. Hai Script., t. /X; — Febretus Vicbntinu», Hi$t. Ibid., (. IT; 
--< OiNo Compagni, {. //. 



390 STOMA D*ITAUA 

oDorato fosse; salvo i fornai, che dissero, che non fosse 
ricevalo, perchè venia per distruggere la cilth. Venne 
Carlo ÌD Firenze addi 4 di novembre del 4301 , e dai 
cittadini fu molto onorato: e* chiamò gente armata da 
Lucca, da Perugia , da Siena e da altri luoghi , tutti ir- 
versarj de' Cerchi, sì che si trovarono mille e dugento 
cavalli al suo comandamento. I Cerchi e t loro seguaci 
cominciarono a invilire e a temere assai ; i loro avver- 
sar] a imbaldanzire e a minacciare. Carlo pose la sua 
gente alla guardia della città alle porte dentro e di fuori. 
Ben presto seguirono delle zuffe : i signori furono abban- 
donati o traditi : Carlo, spergiurando la fede che avea 
data , fece entrare in città Corso Donati e i neri eh* eran 
confinati : i Cerchi sbigottiti non si armarono , non ac- 
corsero , si nascosero per le cose : i signori , non avendo 
più alcuno in loro difesa , lasciarono la signoria , che oc- 
cuparono quei di parte nera, i quali abusarono V inglo- 
riosa vittoria, ardendo^ saccheggiando, smungendo a forza 
danari e commettendo ogni guisa di scelleratezze. In cin- 
que mesi, che Carlo di Valois dimorò in Firenze, con 
un pretesto o con un altro, furono banditi e condannati 
in sei o ottomila fiorini, e alla confisca de beni se non 
pagavano , piii di seicento persone , fra le quali fu Dante 
Alighieri , eh' era stato de* priori nell* anno innanzi , e che 
ora era ambasciatore del comune in corte del papa [i). 

(ly Dino Compagni, /. //; -- G. Villani, l Vili, e. 48. 

" Tempo veggio, non molto dopo ancoi. 
Che tragge un altro Carlo fuor di Francia, 
Per far conoscer meglio e sé e i suoi : 

Senz'arme n'esce, e solo con la lancia 

Con la qoal giostrò Giuda, e quella ponta 
Si, che a Firenze fa scoppiar la pancia ■. 

Dantb, Purg. XX. 



SORGERE DE>RIII€1PATI 391 



LXXV. 



BELLA FOIE DEL PONTfflCATO DI BONVAIM Vili. 



Frattanto grandi mutamenti erano in Alemagoa se- 
gniti. Adolfo re de* Romani fu deposto dagli elettori di 
Magonza, Sassonia e Brandeborgo, i quali elessero in sua 
yece Alberto duca d'Austria e di Stiria e conte di Al- 
sazia, figlio di Rodolfo dì Habsborgo. Papa Bonifazio 
scrìsse agli elettori: « Noi vi ordiniamo di bandire che 
Alberto sedicente re de' Romani comparisca alla nostra 
presenza per purgarsi del delitto di maestà, e della sco- 
munica nella quale è inc.orso ». Alberto , invece di andare 
a Roma a far penitenza, andò in campo a combattere, 
e venuto a giornata con Adolfo , sconfisse il suo esercito 
e lui ammazzò. In una generale dieta tenuta in Franco- 
forte la sua elezione fu confermata; ed egli cinse la co- 
rona in Aquisgrana, come usavano (d). Allora Alberto 
si rivolse a papa Bonifazio, il quale molto sdegnato ri- 
spose a' suoi ambasciatori, ch'egli era indegno delia corona, 
e eh* era reo di fellonia per avere ucciso il suo signore: 
aggiungono alcuni cronisti, che il papa, sedente sui trono, 
e eoo in capo la corona e al fianco la spada , dicesse 
loro : « Non son' io il sommo pontefice ? Non è questa la 
cattedra di san Pietro? Non basto io solo a difendere 



(1) Henricus stero, Chrofìioon} -— AnnaUs Cvlmariemes; — Tal- 
THiMios, Chronieoni — Chronicon Hirtaugientt- 



592 STORIA D ITALU 

l'impero? Io, io son Cesare, io sodo imperatore [i) I » 
Ma l'autorità della Sede Apostolica dod era più in Ale- 
magDa quale ne' tempi trascorsi^ e molto tempo nou passò 
che il papa^ per discordie nate fra lui e il re di Francia^ 
mutò Todio in favore. 

Fin dal principio del suo pontificato , Bonifazio Vili 
non s era mostrato molto amico di Filippo il bello re 
di Francia. Egli avea comandato che niente i cherici pa- 
gassero al re, senza il consentimento della Sede Aposto- 
lica. Filippo gli rispose con una legge colla quale proi* 
biva uscissero danari dal regno, senza far parola di Roma; 
ma Bonifazio che intese lo scopo della legge, ordinò 
a* suoi legati che bandissero il re scomunicato , se si at- 
tentasse d' impedire Y uscita di quel danaro che tutti gli 
anni andava a Roma (2). Queste discordie crebbero col 
tempo, e scoppiarono in aperta guerra nel 4302, allor- 
quando il papa, rappacificatosi con Federigo di Sicilia, 
credè non aver più bisogno degli aiuti di Francia ; oltre 
a che Bonifazio era già malcontento di Carlo di Valois 
per la sua impresa di Sicilia , e molto sdegnato per ì ospi- 
talità data in Francia a* Colonnesi. Il papa scrisse lettere 
fiere e minacciose, arrogandosi autorità temporale su tutti 
i principi della terra. Il cancelliere del re disse al papa: 
« Il regno di Francia è di questo mondo, e quello del 
papa non lo è ». Bonifazio scrivea al re Filippo: « Sap- 
piate che voi ci siete sottoposto nello spirituale e nel 
temporale ». Filippo gli rispondeva: « che la vostra gran- 
dissima imbecillità sappia che noi non siamo sottoposti a 
nessuno nelle cose temporali ». Il papa dichiarò scomu- 



(1) Benybntus Imolbnsis, Hiit. August. et Com, ad Div. Commed.; 
— Ptolomaeds Ldcensis, Annal Brev., Moratori, Rer. lt<U, Script , 
t. XI} — F. PiPiNOS, Chronieon, Ibid., l. IX. 

,2) Batnaldos, Annal Eecl, an, 1297. 



SORGERE DE* PRINCIPATI 393 

oicato il re; questi lo dichiarò simoniaco ^ eretico, usur- 
patore, incorreggibile, e convocati gli stati del regna, 
appellò al concilio generale e al papa fntnro. Carlo di 
Valois, deluso per la sperata investitura dell* impero grecò, 
ritornò in Francia per rinfocare Y ire del fratello , il quale 
pubblicò un manifesto contenente ventinove capi di accusa 
contro Bonifazio , cioè a dire che egli non credea ali im- 
mortalità deir anima, che non credea alla presenza reale 
di Gesù Cristo nella eucaristia, che affermava la fornica- 
zione non esser peccato, eh* era stregone, simoniaco, 
eretico. Allora Bonifazio si pacificò con Alberto d* Austria, 
approvò la sua elezione , e collegatosi con lui , gli scrìsse : 
« Noi vi doniamo per la pienezza della nostra potestà il re- 
gno di Francia , il quale appartiene di diritto ali* Impero di 
Occidente ». Or se la Francia apparteneva di diritto al- 
r Impero niente donava il papa ad Alberto , e la pienezza 
della sua podestà non potea a niente giovargli; ma gli 
nomini son così fatti , che le contradizioni le più aperte, 
se favorevoli a loro disegni e alle loro passioni, accol^ 
gono come argomento incontrastabile. Bonifazio dichiarò 
nulli tutti gli atti del re Filippo, sciolse i suoi sudditi 
dal giuramento di fedeltà , e bandi il , regno di Francia 
non solo nello ^irìtuale, ma anco nel temporale, sog- 
getto a* romani pontefici (i). 

Frattanto il re Filippo mandava in Italia segreta- 
mente un Guglielmo da Nogaret, uomo audace e scaltro, 
e un messer Husciatto fiorentino, i quali soffermaroosi in 
un castello del detto Musciatto, e di là, con promesse 



(l)FBBRETOS ViCENTiNCS, Hittotia; — • Annaltt Colmarienses ; ^ 
Rath ALDUS, ilfifi. EceUs. an. 1302, 1303; — S. Vifioi , Aeta int$r Boni- 

facium Vili ef Philippum Pulchrum regem franeorum; — Do PUY, 

Bist. du diffèrend entre le pape Boni face Vili et Philippe le Bel; — Bail- 
LTT, Hiit. dee démélée du pape Bonifaee Vili avee Philippe U BH, 

LA Pabina.T. VI. SO 



394 STORIA D* ITALIA 

e con danari , tramarono una congiura contro il papa ; e 
quando tutto fu apparecchiato, addì 7 di settembre del 
-1303^ improvvisamente entrarono in Anagni Guglielmo 
da Nogaret; Sciarra della Colonna, ì nobili da Ceccano 
e da Supino e altri baroni della Campania , con trecento 
cavalli e molta gente a pie , e spiegando la bandiera 
reale di Francia , cominciarono a gridare : « Viva il re 
di Francia I Muoia papa Bonifazio I » I cardinali , a quei 
clamori minacciosi , fuggirono o si nascosero , alcuni per 
paura , altri , come Napoleone degli Orsini , perchè nemici 
del papa. Il popolo dì Anagni non si oppose; anzi molti 
plaudiano. Bonifazio si chiuse e difese nel palagio ove 
abitava ; ma il palagio fu espugnato , e quando i congiu- 
rati entraroo dentro videro il papa seduto in trono, co- 
perto de* paramenti pontificali , con in capo la tiara e in 
mano la croce. Guglielmo gli disse non l'offenderebbe 
nella persona , ma lo condurrebbe a Lione per esser quivi 
giudicato da un concilio. Sciarra della Colonna , gli gri- 
dava : « Tiranno , renunzia al papato che disonori , come 
facesti renunziare Celestino ». Bonifazio animosamente 
rispondea: « Io son papa, ed io morrò papa ». Ha di 
poi mancogli quella pazienza serena e costante che nobi- 
lita la sventura: stette tre di angosciato, furente, senza 
voler prender cibo, perchè temea il veleno. Nel terzo 
giorno il cardinale Luca del Fiesco levò il popolo a ru- 
more , al grido di « Viva il papa ! morte a' traditori ! » 
Sciarra invilì, si prostrò al papa, gli promise liberti a 
certi patti che rìmaser segreti. Bonifazio concedette tutto, 
e quella masnada si partì d* Anagni, ignorandosi perchè 
avessero perduto tanto tempo a menar via il prigioniero. 
Bonifazio , rimasto libero , andò in fretta a Roma , e vi 
fu ricevuto con ogni guisa di onori ; ma egli era spaurito, 
confuso , fuori di sé : pareagli avere sempre addosso uo* 



SORGERE de' PRIHCIPATI 395 

mini armati che volessero ammazzarìo : bramava vendicarsi 
e non s apea che fare : infermò gravemente , e mori far- 
neticando addi ii di ottobre del 4303. Altri dicono, che 
giunto egli a Roma , i cardinali di casa Orsina , lo chio- 
serò e custodirono in Valicano^ e che per disperazione 
e per disdegno , una notte e mi se fine a' suoi giorni (-1). 
Papa Bonifazio fu uomo di molta dottrina, facondo, 
astuto, superbissimo e di nulla si facea scrupolo per ap- 
pagare la sua smodata ambizione. Egli come ben dice 
il Muratori, « fu amato da pochi, odiato da molti e 
temuto da tutti ». Nessuno de' suoi disegni vide compito: 
e' die l'Aragona a Carlo di Valois, la Sicilia a Carlo II, 
la Sardegna e la Corsica a re Giacomo, la Francia ad 
Alberto d'Austria, e nessuno di questi principi potè oc- 
cupare il regno a lui assegnato: scomunicò Federigo di 
Sicilia e fu obbligato a rappacificarsi con lui; scomunicò 
Alberto d'Austria e dovette richiederlo d'amistà, scomu- 
nicò Filippo il Bello, e Filippo lo fece prendere e mo- 
rire di rammarico. Dante, la cui visione si finge avve- 
nuta nell'anno i300, non potea collocarlo fra* dannati; 
ma si fece predire da un altro papa la dannazione di 
colui, che non temè « di torre a inganno - La bella 
donna e di poi fame strazio (2) ». Abbominò, ciò non 
ostante, per senso di religione e per odio al nome fran- 
cese, la violenza usata contro il pontefice, alludendo alla 
quale e cantava: 

« Veggio in Alagnìa entrar lo fiordaliso 
E nel vicario suo Cristo esser catto. 



(1) FBRRBTUS VICBNTINDS, Historia; — JACOTOS CARD1NAL18, Vita 

CoéUtiini; — Chranieon Parmonn; — Dino Compagni, I. U{ — Ratnal- 
DII8, Afmal. Eccl an. 130X 
(2) Dante, Inferno, e. 19. 



396 STORIA d' ITALIA 

Veggiolo no* altra volta esser derìso ; 
Veggio rìnoovellar Faceto e il fiele ^ 
E tra' vivi ladroni essere aociso (i) ». 



LXXVl. 



DI PAPA BENEDETTO XI E DELLA ELEZIONE 
DI PAPA CLEMENTE V. 

La dignità di senatore di Roma, pontificando papa 
Bonifazio, fu quasi sempre occupata dagli Orsini, e solo 
nel -1302 si trova un senatore della parte avversa, che 
fu Stefano della Colonna. Ne giorni che precedettero e 
che seguirono la morte del papa, i Golonnesi entrarono 
in Roma colle loro masnade, e re Carlo II vi mandò 
della gente armata ; ma è probabile che un accordo seguisse 
fra le due parti, imperocché in quel tempo si elessero 
due senatori, che furono Gentile degli Orsini guelfo e 
Luca de* Savelli ghibellino. Facilmente accordaronsi anche 
i cardinali, e addi 28 ottobre del 1303 elessero un pa- 
pà mansueto e pacifico, Niccolò de* frati predicatori, car- 
dinale e vescovo d* Ostia, nato poveramente in Treviso, 
buon uomo, non guelfo, né ghibellino. E* prese il nome 
di Benedetto XI (2). I suoi pensieri eran tutti di pace: 
non intendea ad esaltare i suoi parenti, non a smunger 



(1) Purg., e, XX. 

(2) G. Villani, l. Vili, e. 66; — Ptolomabos Locbnsis Bist. Eeel; 
— Bbrnabdus GciDO, Vita Benedieti II; — Raynaldus , Annal Ectl„ 
an. 1303; -^ Vitali, Storia dei Senatori Romani. 



SORGERE DE priucipati 397 

danaro, dod ad usurpare signorìe: nominò più pacieri, 
co* quali sperò invano spegnere le civili discordie: dette 
prova di somma giqstizia assolvendo dalle scomuniche 
e ristabilendo nel possesso de' loro beni i cardinali di 
casa Colonna; e nel medesimo tempo scomunicando Gu- 
glielmo da Nogaret e Sciarra Colonna che avean fatta 
violenza al suo predecessore, e derubato il tesoro della 
chiesa di Anagni. Egli annullò e mitigò parecchie costi- 
tuzioni di papa Bonifazio, e specialmente quelle che ri- 
sguardavano il re Filippo e la Francia; tentò rappacifi- 
care i Fiorentini, come in altro luogo sarà discorso; e 
per sottrarsi alle istanze de cardinali che voleano renderlo 
strumento de loro malvagi disegni, non ostante la loro 
opposizione, lasciò Roma e trasportò la sua residenza a 
Perugia. Ha il suo pontificato fu brevissimo; ed egli 
cessò di vivere, con molto dolore de buoni, nel luglio 
deiranno d304. La sua sollecita morte fu comunemente 
attribuita al veleno: narravano aver egli ricevuto un re- 
galo di fichi fiori a nome della badessa di Santa Petro- 
nilla, e che que' fichi erano avvelenati. Alcuni ne incol- 
pavano Filippo re di Francia; ma ciò non si accorda colle 
disposizioni del papa per lui benevoli : altri di quella reità 
accusano i cardinali [i). 

Radunatosi il conclave in Perugia, stettero quivi un- 
dici mesi i cardinali senza potersi accordare ; eran divisi 
in due parti : quella che diceasi degli italiani , della qua- 
le eran capi Matteo Rosso degli Orsini e Francesco Gaeta no 
nipote di papa Bonifazio, voleano un pontefice avverso alla 
casa reale di Francia ; l altra, che chiamavasi degli oltra* 



(1) Ferretos Vicentinos, HùC. /. il/, MoRATOBi, Aer. Ital Script. 
t. Ili — Chronieon Parmense, Ibid.; — G. Villani, l Vili, e. 80/ — 
Dino Compagni, l. Il; — Raicnaldos, Annal. Eccl., an. 1304. 



398 STOaiA D ITALIA 

montani , e volea eh' e' fosse a reali di Francia amico, avea 
per capi i cardinali Napoleone degli Orsini e Niccolò da 
Prato. Dopo lunghe ed acerbe dispute , il cardinale Niccolò 
astutamente propose che la parte avversa nominasse tre ol- 
tremontani, e che tra questi la parte oltremontana scegliesse. 
Piacque la proposta agli italiani perchè parea agevol cosa 
trovare anco tra* Francesi tre ecclesiastici nemici del re di 
Francia, e nominarono tre vescovi stati devotissimi a papa 
Bonifazio, e fra questi prioio Bertrando di Gotti arcivescovo 
di Bordeaux. Allora il cardinale Niccolò mandò in tutta 
diligenza segreti messi al re Filippo, il quale risaputo quanto 
nel conclave erasi deliberalo, andò ali* arcivescovo di Bor- 
deaux , e gli disse essere in suo potere di farlo papa, e che 
lo farebbe, s* egli gli promettesse sei cose : riconciliare lui 
e tutti i suoi partigiani colla Chiesa , abolire la memoria 
di papa Bonifazio ; rendere il cappello di cardinale a Ia- 
copo e Pietro della Colonna; fare un numero di cardi* 
nali a suo piacimento ; accordargli cinque anni di decime 
sulle chiese di Francia: la sesta non disse, ma si crede 
sia stata trasferire in Francia la Sede Apostolica. L* ar- 
civescovo, eh* era ambiziosissimo, condiscese a tutto, giu- 
rò sull'ostia consacrata, e die al re in ostaggio un suo 
fratello e due suoi nipoti. Allora il re qpedl in fretta un 
messo a cardinali suoi partigiani, e l'arcivescovo di Bor- 
deaux fu eletto papa (1). 

Il nuovo pontefice, che prese il nome di demente V, 
chiamò in Francia tutti i cardinali, e s* incoronò solenne- 
mente a Lione, coir assistenza del re Filippo e di Carlo di 
Valois, e con immenso concorso di popolo. Nella proces- 
sione cavalcata, che si fece in quel giorno rovinò un mu- 



(1) FERBBTUS VlCBNTlNUS, Hìst, l III} -- G. VILLANI, I. Vili, C SO; 

- S. ANT0NINU8, Hi$t, par. /, tit 21. 



SORGERE DE PRITfCIPATl 899 

ro , per la molta genie che su ▼' era salita ; ed il papa ^ 
qoale in qoel mooìeDto passava, cadde da cavallo, e gli sal- 
tò dal capo la tiara dalla quale si staccò un rubino che va- 
lea 6orini d* oro seimila: Giovanni duca di Bretagna ed al- 
tri baroni rimasero morti sotto quelle rovine , e Carlo di 
Valois fu gravemente ferito. Di poi si accese una zufia fra 
i familiari del papa e quelli de* cardinali; ed il fratello del 
papa, accorso per metter pace, fu ammazzato. Con sì tristi 
auspici cominciò il pontificato di Clemente V (i). 



LXXVII. 



DBLLA LOHBiWMA. 

Le cittadine discordie di Bergamo aveano dato op- 
portunità ed occasione a Matteo Visconti, di occupare 
quella città nell'anno iSOl e di farsene signore (2). Il 
simile egli tentò fare in Vercelli, accordando favore ai 
Tizzoni, che n'erano stati cacciati da Giovanni marchese 
di Blonferrato (3); ma il suo ingrandimento destò gelo* 
sia e sospetto ne* vicini , essendo egli oramai potentissimo 
per le città ragguardevoli che a lui ubbidivano, e per i 
parentadi e le amistà contratte cogli Scaligeri e cogli 
Estensi. Alberto Scotto signore di Piacenza, che gli era 



(1) BeRNardus GniDONis, Vila CUment. F; - Ptolohaeds Lucen- 
8IS, BUt, Ecel; - OS Guasco, Bist, du pape Clement V, I. /; - Balczb, 
VitatPaparum AverUonensiunif t /; — Raynaldds, Annal. Ecel. an. 1305, 

(2) Chronicon Parmense, Muratori, Ber. hai. Script., t. iX, 

(3) Chronicon Àitense, Ibid , t. Xi. 



400 STORIA D'ITALIA 

nemico^ perchè a lui era stata promessa e poi ritolta 
Beatrice d Este che il marchese Azzo dette in moglie a 
Galeazzo Visconti , si congiurò contro Matteo eoo Filippo 
conte di Langusco signore di Pavia, al quale era assai 
spiaciuto che Zaccarina figlinola del detto Matteo, pro- 
messa a un suo figliuolo, erasi maritata a Rusca, capo 
della casa de Rusconi di Como. A loro segretamente uni- 
ronsi Antonio da Frisinga signore di Lodi, il marchese 
di Monferrato, gli usciti di Bergamo, i Torriani, i Cre- 
monesi, i Cremaschi ed altri signori e comuni di Lom- 
bardia , né mancarono di entrare in quella congiura 
parecchi nobili milanesi, e anche qualcuno delFistessa 
casa de Visconti. Nel giugno del 1302, Alberto Scot- 
to, ricevuti tutti gli aiuti promessi da' congiurati , e ra- 
dunato un grosso esercito, entrò inattesamente in cam- 
pagna. Risaputo questo, Matteo, con quante forze potè in 
fretta raccogliere, mosse contro gli assalitori, ma appena 
uscito dalla città, i congiurati milanesi levarono il ru- 
more, e cominciarono a combattere il suo figliuolo Ga- 
leazzo, che co' Parmigiani era quivi in guardia rimasto. 
A questa nuova Matteo si perde d* animo, e vie più 
quando seppe che Corrado Rusca suo genero e signore 
di Como sugli aiuti del quale avea fatto assegnamento, 
s era unito cosuoi nemici. Disperando egli allora di po- 
tersi difendere^ andò a porsi in mano di Alberto, che 
ne* tempi trascorsi gli era stato amico, e a patto che 
gli fosse lasciato il godimento de' suoi beni, renunziò 
alla signoria di Milano, e assenti che in quella città 
tornassero gli usciti e che i Torriani nel possesso dei 
loro beni fossero ristabiliti. Allora Galeazzo si parti da 
Milano e andò a Bergamo, e scacciato anco di là^ si 
ridusse colla moglie a Ferrara; mentre i Torriani^ rien- 
trati in Milano, facean cacciare Pietro Visconti e altri 



SORGERE de' PRINCIPATI 401 

nobili ch'erano stati cootrarj a Matteo (i). — Alberto 
Scotto, il cai figlio fu eletto podestà di Milano per 
sei mesi, convocò in Piacenza un gran parlamento, 
nel quale interyennero Milanesi, Pavesi, Bergamaschi, 
Lodigiani, Astigiani , Novaresi , Vercellesi , Cremaschi,. 
Comaschi, Cremonesi, Alessandrini e Bolognesi , e fer- 
mata una lega, fu data autorità ad Alberto di far ri- 
tornare alle loro riqiettive città gli usciti guelfi, di ob- 
bligare il marchese d'Este a rimettere in libertà Modena 
e Reggio, e di attirare nella lega i Parmigiani. Parean 
questi moti di libertà; ma in realtà non erano che ma- 
neggi di personali ambizioni; e molto non passò che Ber- 
gamo^ liberatasi da Visconti, fece suo signore Alberto 
Scotto, brutto esempio che fu da Tortona seguito [2], 
Alberto, che parlava di libertà, ad altro non aspirava 
che ad abbassare gli altri per innalzare se e la casa sua , 
e pare agognasse alla signorìa di Milano: certo egli è 
eh' e fu ben presto scontento de Torriani, i quali ser- 
bando le apparenze di cittadina modestia, esercitavano 
grande autorità nelle cose del comune; per lo che acco- 
statosi nuovamente a Visconti, nellanno i303, con eser- 
cito di Piacentini, Alessandrini, Tortonesi e aiuti di Ve- 
rona e di Mantova, mosse alla volta di Milano, per ri- 
stabilirvi Matteo: ma T impresa andò fallita, essendo in 
difesa di Milano accorsi i Bergamaschi, i Cremonesi, i 
Lodigiani, i Comaschi, i Cremaschi, i Pavesi, i Vercel- 
lesi, i Novaresi e Giovanni marchese di Monferrato (3). 

(1) Annales Mediolanenses^ Muratobi, Aer- /fa/. Script.^ t. XVI ; — 
Ferrbtds Vicbntinus, Bist, I. ili, Ibid , t IX f --Chronicon Parmense^ 
/òtti./ — Galvanus Flamha, Afanìp. Fior-, e. 34l ; — CoRio, Istoria di 
Milano. 

(2) Chronieon Parmente ; - CoRio , L e.; — RosiiiNi Istoria di 
Milano. 

(3) Chronicofi Parmense; — Gobio, Istoria di Milano. 

La farina, T. vi. 31 



402 STORIA D ITALIA 

Id quel tempo Bernardo de' Moggi vescovo di Bre- 
scia, spirato il termìoe della signorìa datagli per cinque 
anni 3 vi si confermò di propria autorità, cacciando dalla 
città quelli che gli erano avversi o sospetti (i); mentre 
Giberto da Correggio si facea proclamare signore di Par- 
ma, ed accorso in aiuto di Alberto Scotto, contro il 
quale s erano sollevati i Piacentini, lo consigliava ad 
uscire dalla citta, e lui uscito, occupava la signorìa. Ma 
i Piacentini, che non voleano aver cacciato un padrone 
per prenderne un altro, rivolsero le armi contro di lui 
al grido di « Popolo! Popolo! », lo costrìnsero ad uscire 
colla sua gente, bandirono Alberto Scotto e i suoi partigiani 
e disfecero le loro case (2). 

Poco di poi si scoprì in Parma una congiura contro Gi- 
berto da Correggio, e si disse ordita ad istigazione del mar- 
chesa d' Este. Avea costui tolto a donna Beatrìce figliuola 
di Carlo II re di Napoli, e corse voce, eh egli per ottenerla, 
contro il comune uso , le avesse dato in dote le città di 
Modena e di Reggio (3). Insospettironsi per questo paren- 
tado tutti i vicini, e Giberto si collegò con Bologna, Verona 
e Mantova , e cogli usciti di Modena e di Reggio , e tentò 
sorprendere la città di Modena; ma le genti del marchese 
gagliardamente si difesero, e T esercito della lega dovette 
per allora rìtrarsi, senza aver niente profittato (i). NelPan- 



(1) MALTEC1U8, Chronicon Brixianum^MvtiATOtii, Rer. hai, Soript-, 
t. XIV. 

(2) Chronicon Parmense; — Chronicon Plaeentinum , MURATORI , 
Rer. ItaL Script., t. XVI. . 

(3 L'altro che già uscì, preso di nave, 

Veggio vender saa figlia, e patteggiaroe 
Come faDDO i corsar dell'altre schiave -. 

DANTE, Purg. e. XX. 

(4) Chronicon Estense, Muratori, Rer. itcU. Script t. XV;-^ Chro- 
nicon Parmense. 



SORGERE ]>£* PRINCIPATI 403 

DO 4306 scoppiò in Modena uoa congiura, per la quale il 
marchese fu privato della signorìa , ed i Rangoni, i Savi- 
gnani, i Boschetti e altri usciti rientrarono in città. La mu* 
tazione di Modena si tirò dietro quella di Reggio , d* onde 
gli Estensi furono cacciati. Accorse Giberto da Correggio 
colle sne milizie, e tentò farsene signore; ma vedendo i 
cittadini poco disposti a ubbidirgli, si contentò xìi e pren- 
dessero per loro podestà Matteo suo fratello; e per meglio 
afforzarsi con parentadi, die* in moglie una sua figliuola ad 
Alboino della Scala signore di Verona, e un' altra ne ma- 
ritò in casa dei Bonaccorsi di Mantova, potente tanto in quella 
città , che quasi ne avea il principato (i). Il marchese di 
Este, vedendosi cosi indebolito per la perdita di quelle due 
citta , si accostò a Fiorentini e a' Geremei di Bologna , i 
quali, da queste amistà rinforzati , cacciarono nuovamente 
i Lambertazzi, non senza sangue, saccheggi e bruciamenti 
di case. Tornata Bologna a parte guelfa, il marchese d'Este, 
co* suoi aiuti e con quelli de Fiorentini , si difese da'suoi 
Demici , i quali , con esercito poderoso , nelV anno i 306, 
devastaroro ì suoi stati, espugnarono molte castella^ e giun- 
sero fino alle porte di Ferrara, ma questa cìtià non pote- 
rono avere, perchè eli' era ben munita e guardata (2). I 
Bolognesi che in quel medesimo tempo, non ostante che 
guelfi, avean cacciato il legato del papa ed erano stati sot- 
toposti all'interdetto, si rivolsero contro Modena, le tolsero 
la terra di Nonantola, e vi suscitarono delle interne discor* 
die ; ma venuti fra loro alle armi i cittadinini, la parie 
guelfa fu sconfitta e costretta ad uscire dalla città (3). 

(1) Ànnales Veures Mutinen$ei, Muratoti, Ber. Ital. 5crip., (. X// 
— Ferrrtos VicENTiNOS-, Hist. l II li — Chronicon Parmwte; — Chro- 
nieon Estens$- 

(2) Matthabds de Griffotubus, Chronicon, Muratori, Iter. Hai. 
Script, t. XVUI; — Chronicon Parmense; — Chronicon Estense. 

(3) Ànnales Caesenatenses, Muratori , Iter. Hai. Script., t. XiV; 



Ì04 STORIA D ITALIA 

Frattanto Alberto Scotto dava una rotta a Piacentioi occu- 
pava Castello Arquato e Firenzuola , e Y indomani entrava 
in Piacenza, d' onde fuggirono tutti i suoi avversar] ; ma 
il popolo non dette a lui la signoria , com* egli sperava , 
ma a Guido della Torre, appunto in quei di divenuto si- 
gnore di Milano (-1). 

Mantovani, Veronesi, Bresciani e Parmigiani presero 
le armi contro Cremona, che reggevasi a parte guelfa, 
ed espugnavan castella, occupavan terre, orribilmente de- 
vastavano le sue campagne, non ostante eh* ella avesse 
in sua difesa molti cavalli e due mila fanti di Milano; 
e come se tanta gente non bastasse a desolare quella con- 
trada, si aggiunsero anche i Piacentini, i Lodigiani, i 
Pavesi ed il marchese d*Este co* Ferraresi e con una banda 
di Catalani mercenarj a lui mandati da re Carlo suo suo- 
cero (2). 

Da indi a poco tempo, Azzo Vili morì, lasciando 
per suo successore, nella signoria di Ferrara e degli altri 
stati, Folco figliuolo legittimo di Fresco suo figlio natu- 
rale, con escluderne Francesco e Aldobrandino suoi fra- 
telli. Non essendo Folco ancora uscito da minori. Fresco 
padre suo assunse il governo di Ferrara; ma Francesco 
occupò Este, Rovigo e altre terre e die* una rotta alle 
sue genti. Cosi la casa d*Este, indebolita per le perdite che 
avea sofferte, viepiù s'indebolia per le sue domestiche 
divisioni, le quali furono cagione di una guerra più grave, 
come più innanzi sarà discorso (3). 

— Annales Veteres Mutinenses ; — Chronieon Bononiense ; — Annales 
Estense. 

(1) Chronioon Placentinum. 

(2) Chronieon Parmense; — Annales Estense; — Gobio, ht9ria di 
Milano. 

(3) Chronieon Parmensci — Chronieon Estense; — Muratori, an- 
nali, an. 1308. 



SORGERE DE PRINCIPATI 405 

Giberto da Correggio fu in quel tempo caccialo da 
Parma e con lai tutta la parte ghibellina, le cui case fu- 
rono saccheggiate e disfatte ; ma egli , aiutalo da* Moda- 
nesi, dagli usciti di Bologna e dal marchese di Malaspina, 
ruppe i suoi avversar], li costrinse a chieder pace, e di 
poi, contraffacendo a patti, cacciò da Parma i guelfi, che 
si ridussero a Borgo San Donnino (i). 

I Torriani , ritornali in Milano, vi stettero cinque anni 
come semplici cittadini in quanto al nome, ma in realtà 
niente faceasi senza il loro consentimento; e quando 
nel i307 morì Maria della Torre^ il suo cadavere fu co- 
perto di porpora, ed i suoi funerali furono quali asavansi 
pe' principi. Guido della Torre, rimasto capo di quella fa- 
miglia, fu eletto capitano del popolo per un anno, e que- 
sto tempo trascorso, non solo fu riconfermato a vita, ma 
gli dettero facultà di riformare gli statuti. Nel medesimo 
tempo, essendo morto T arcivescovo, fu eletto Gastone della 
Torre; si che il potere spirituale e temporale di Milano 
cadde in mano de* Torriani, come già era stato in quella 
de' Visconti (2). Pochi giorni dopo moriva Bernardo dei 
Moggi vescovo e signore di Brescia; ed allora i Bresciani, 
seguendo Y esempio de Milanesi, davano la loro chiesa a 
Federigo de Moggi, e a Matteo de* Moggi la signoria (3). 



CI) Chronkon Parmmse i — Gazata , Chron. Regien., Muratori^ 
Rer. Hai. Script, t.XVUl. 

(2) Gcalvanus Flamma^ Moti. F/or., e. 346; — CORIO , istoria di 
Milano f — Chronieon Parmense; — Muratori, Annali, an. 1308. 

(3) Malybcics, Chronieon Brixianum. 



"iOG STORIA D ITALIA 



Lxxviii; 



DELLA ROMAGNA. 

Non meno scompigliata della Lombardia era in qnel 
tempo la Romagoa , ma delle molte guerre che v* ebbero 
luogo, mosse tutte dalle ambizioni e rivalità delle fami- 
glie potenti 9 ne aoceuDerò solamente qualcuna di maggiore 
importanza. 

Si legge nelle cronache di Bologna all'anno i306: 
« in quest anno il signor Napoleone degli Orsini cardi- 
nale venne in Bologna come legato del papa Clemente V, 
con malvagio animo contro i guelfi; e stando egli nella 
città da* guelfi onorato e ubbidito, fu scoperto eh' egli trat- 
tava coi conti di Panico e con altri cittadini per abbas- 
sare la parte guelfa che reggeva Bologna. Per la qual 
cosa una notte alcuni della società dei beccai di detta 
parte presero le armi contro il cardinale. Allora sette so* 
cietà accorsero al palagio, ed i conti di Panico furono 
banditi. Il cardinale impaurito fuggi ad Imola; ove, di- 
chiarandosi nemico de Bolognesi, fece si che quei di Ro- 
magna movessero guerra al comune di Bologna; ed egli 
la città interdisse e la privò dello studio ». 

Frattanto Alberguccio de* Mainardi cogli aiuti di Forlì 
e di Faenza prendea Bertinoro, della quale s eran fatti 
signori i Galboli; e Pandolfo Malatesta, che col titolo di 
podestà esercitava piena signoria su Fano, Pesaro e Si- 
nigaglia, era da quelle tre città successivamente cacciato. 
Bertinoro non rimase però a Mainardi^ ma al comune di 
Forlì: di ciò spiaciuto Albergaccio , si accordò con Ma- 



SORGEHE de' PRINCIPATI 407 

latestÌDO offrendosi di consegnare a lui quella terra. Andò 
Malatestìno colle milizie di Rimini e di Cesena e 1 oc- 
cupò; ma Scarpetta degli Ordelaffi, eh era capitano di Forlì, 
gli die una fiera rotta, e recuperò quella terra, rimanendo 
in suo potere più di duemila prigionieri (i)^ 

Nell'anno 1308 al conte di Cuneo riesci occupare 
la terra di Bagnacavallo , contro il volere de* Faentini ed 
Imolesi ; ' e pochi giorni dopo una pace fu conclusa fra 
Bolognesi, Riminesi e Cesenati da una parte, e Forlivesi, 
Faentini, Imolesi e Bertinoresi dall* altra, la quale ricon- 
dusse per qualche tempo la calma in Romagna (2). Ma 
nella Marca le armi non posavano, e noi troviamo Fe- 
derigo di Montefeltro, figliuolo di Guido, col titolo di 
capitano del papa, difendere Jesi ed Osimo, che ubbidì* 
vano alla Chiesa, contro gli Anconitani eh* erano capita- 
nati da un Orsino (3). Federigo di Montefeltro era di parte 
ghibellina , e tenea stretta amistà con Uguocìone della Fag- 
giuola, co Malatesta e con altri capì de ghibellini nella 
Romagna e nella Marca: era adunque coli* aiuto della parte 
ghibellina che papa Clemente intendea allora mantenere 
la sua autorità in Italia, contro la parte guelfa della quale 
s'erano fatti capì i reali di Napoli: fu solo dopo la ve- 
nata di Arrigo VII in Italia, oh* egli^ da piU grave so- 
spetto commosso, ritornò all'antiche tradizioni guelfe della 
Sede Apostolica e mutò parte come a suo luogo vedremo. 



(1) Chronicon Forolivknst, MOEATOEi , Rer. llal. Script. , t. XXIt; 
— Chronicon Caetenate, /5iU, (• XiV. 

(2) Chronicon CaesencU. 

(3) Rayt<aloos, Annal. EceL, an. 1309. 



408 STORIA D* ITALIA 



LXXIX. 



DBLLA TOSCANiL 

La parte nera dì Firenze indusse Carlo di Valois, 
Dell'anno 1302, ad andare contro Pistoia che reggevasi 
a parte bianca e avea accolto gli usciti 6oreDtinì« Carlo 
andò colla sua gente assai male ordinata ; ma la città era 
forte ^ di buone mura guarnita e di gran fossi e di prò' 
cittadini, si che niente potè fare. I fiorentini e i Lucchesi 
posero l'assedio a Serra valle, che si arrendè a patti, salve 
le persone, i quali non furono osservati, ed i Pistoiesi, 
eh* erano nel castello in numero di quasi due mila, an- 
darono prigionieri a Lucca. Il Montale, da chi il custo- 
diva in nome del comune di Pistoia, fu dato per fiorini 
tremila a' Fiorentini che disfecerlo. Il castello di Larciano 
fu preso da Lucchesi (i). 

Partitosi Carlo di Valois da Firenze, i neri non ces- 
sarono le loro persecuzioni contro i bianchi : molti di que- 
sti se ne andarono ad Arezzo, ov'era podestà Uguccione 
della Faggiuola antico ghibellino; ma furono mal ricevuti, 
perchè Uguccione sperava in quel tempo d' avere un figlio 
fatto cardinale : buona parte se ne andarono allora a Forlì 
presso Scarpetta degli Ordelaffi. I bianchi e ghibellini, 
eh* erano rifuggiti in Siena, non si fidavano, perchè quella 
città quando dava il passo, quando lo toglieva. Nel Val- 
darno e nel Mugello erano feramente combattuti da' neri. 



(1) G. Villani, l. Vili, e. 51 ; - Ptolomaeus Ldcbnsis, Annal. 
Brev.; — Dino Compagni. /. II. 



SORGERE DE PRUICIPATl 409 

che quaoii prendeaiM) prigiooierì o ammazzavano o ob- 
bligavano a riscattarsi coi danari. Guidati da Scarpetta 
degli OrdelaflB^ con settecento cavalli e quattromila fanti, 
tentarono prendere Panigiano, e furono rotti da Falcierì 
da Calvoli podestà di Firenze, e ad alcuni de loro capi, 
rimasti prigionieri , fu tagliata la testa. Queste crudeli ven« 
dette faceano vie più accostare i bianchi a ghibellini, si 
che da indi a poco le due parti ne formarono una sola (1). 
I neri, al contrario, per gara di uflBcj si divideano. Rosso 
della Tosa, Pazzino de* Pazzi, Gerì Spini ed altri del popolo 
grasso a veano la signoria di Firenze e gli onori della 
città ; e Corso Donati, il quale si tenea più degno di loro, 
non gli parendo aver la sua parte, procurava di abbas- 
sarli, e innalzar sé ed i suoi: ed egli cominciò a dire, 
che i poveri erano spogliati colle imposte, che i pubblici 
ufficiali arricchivano, che non era possibile si fosse con- 
sumata si gran somma di moneta nella guerra. Nacquero 
da queste ricerche discordie e rancori. Corso si congiurò 
co* grandi, a quali parca essere tenuti in iscbiavitù dal 
popolo grasso, del quale era capo Rosso della Tosa: co- 
minciarono le zuffe; il palagio de' signori fu assalito e 
combattuto, le vie si asserragliarono, e circa un mese le 
due parti stettero sotto le armi : i Lucchesi , eh' erano ve- 
nuti in Firenze per metter pace, ebbero piena balia di 
riformare lo stato ; ed e' raddoppiarono il numero de si- 
gnori, si che ciascuna parte avesse i suoi (2). 

Il cardinale Niccolò da Prato, segretamente doman- 
dato a papa Benedetto da* bianchi e ghibellini, giunse in 
Firenze nel marzo del 4303, e grandissimo onore gli 
fu fatto dal popolo. E)gli, trovando la città divisa, do- 

(1) Dino Compagni, /. //; — G. Villani^ /. Vili, e. 60. 

(2) Diro compagni , / ///; — Memorie e Doeum. per servire alla 
storia del Princ di Lucca, e- /• p. 226. 

La Farina. T. VI 52 



410 STORIA D ITALIA 

maDclò balìa di poter costringere i cittadini alla pace; e 
r ebbe 6no al maggio del 1304, e di poi gli fu prolun- 
gata per un anno. Dopo molte paci e rìfonne parziali , 
una pacificazione generale fu celebrata nella piazza di 
Santa Maria Novella , e i cittadini baciavansi Tun T altro 
e festeggiavasi con fuochi e suoni di campane. Il cardi- 
nale tentò allora di far richiamare gli usciti, ma i capi 
di parte nera tante astuzie adoprarono e tanti inganni, 
che non solo i proposti accordi furono impediti, ma che 
anco il popolo cominciò a sospettare del cardinale, e a 
tumultuare, si ch'egli adirato si parti sottoponendo la 
città all'interdetto [i). 

Partitosi il cardinale le due parti vennero alle armi, 
ed i neri erano già quasi vinti , quando un prete di 
san Piero Scheraggio, della famiglia Abati, saettò un 
fuoco preparato nella casa de' suoi stessi parenti , che gli 
eran nemici, in Orto San Michele, di poi in quella dei 
Caponsacchi in Mercato Vecchio; il fuoco spinto dal 
vento che soffiava gagliardo, arse la loggia di San Mi- 
chele, le case degli Amieri, de' Cavalcanti , la via Gali- 
mala, Mercato Nuovo, via Santa Maria fino a ponte 
vecchio, e dietro san Piero Scheraggio le case de Ghe* 
rardini, de' Pucci, degli Amidei e molte altre: in tutto 
arsero mille e settecento case, con perdita inestimabile 
di robe e mercanzie, si che più famiglie ricche rimasero 
nella miseria; e se i grandi fossero stati tutti uniti, e 
se .Corso Donati non fosse stato rattenuto in casa dalla 
gotta, quel di il popolo grasso di Firenze sarebbe stato 
interamente disfatto. Gli usciti bianchi tentarono profit- 
tare di questa interna discordia per rientrare in città, e 



(1) Dino Compagni , (. Ili; — Chronioon Parmense, Moritori, Rer. 
ital. Script, t. IX; — G. Villani, «. Vili, e. 69. 



SORGERE de' PRIHCIPATI 4 i 1 

congiurarono co' loro amici, ed avuti con loro gli Are- 
tini ed ì Romagnoli di loro parte, con mille e seicento 
cavalli e seimila fanti, giunsero alla Lastra presso a Fi- 
renze due miglia (i). Quivi attesero Tolosato degli liberti 
capitano di Pistoia, che dovea venire co* Pistoiesi ; e ve- 
dendolo indugiare, i Fiorentini e gli Aretini, non volen- 
doli seguire i Romagnoli, vennero da san Gallo, e si schie- 
rarono presso San Marco, colle insegne bianche spiegate 
e eoo ghirlande di ulivo , gridando « Pace I » Quelli di 
dentro che avean loro promesso di aiutarli, non attennero i 
patti, e alcuni si mossero contro di loro per mostrarsi non 
colpevoli: allora i venuti invilirono, e tornarono indietro, e 
cominciarono a sbandarsi , e ne furon presi e morti assai. 
Poco lontano dalla città incontrarono Tolosato degli Ubarti 
che venia co* Pistoiesi , il quale volle ricondurli verso Fi- 
renze, ma non potè, tanto era grande lo sgomento (2). ' 

I Fiorentini , volendo aver Pistoia per forza , perchè 
era sede de loro nemici, elessero per loro capitano di guerra 
Roberto duca di Calabria, figliuolo primogenito del re Carlo, 
il quale venne in Firenze con trecento cavalli e con almu* 
gaveri aragonesi e catalani^ e co* Fiorentini e Lucchesi as- 
sediò Pistoia nel i 306. 1 Pistoiesi gagliardamente si difese- 
ro, e mancando di vittovaglie, mandaron fuori la città tutti i 
poveri, e i fanciulli e le donne, e molte di queste, che non 
aveano chi per affetti di parentela e per gentilezza le 
raccogliesse, erano da* nemici vituperate. Il nuovo papa 
Clemente V , a petizione del cardinale Niccolò da Prato ^ 
comandò al duca Roberto e a Fiorentini si levassero 
dair assedio di Pistoia: il duca ubbidì e partissi: ma i 



(1) NoD è la Lastra a SigDa, ma la Lasira sopra Mootughi- 

(2) Dino Compagni, L III; — G. Villani, L Vlll,c. 74 



4i2 STORIA d' ITALIA 

Fiorentini e i Lucchesi rimasero e forono scomani- 
cati [i). 

Scelleratezze e atrocità grandissime conamisero gli 
assediatori; somma virtù e ostinazione mostrarono gli 
assediati: il papa mandò in loro soccorso in Toscana 
come suo legato il cardinale Napoleone Orsini, il quale 
era amico de' bianchi. Della sua venuta ebbero timore i 
neri, i quali si affrettarono a offrire pace a Pistoiesi, 
promettendo loro cbe la citta resterebbe libera e salve 
le persone e le castella. I Pistoiesi, costretti dalla faoie, 
assentirono ed aprirono le porte; ma i neri non osser- 
varono i patti, e subito gittarono a terra le mura, cbe 
erano bellissime, colmarono i fossi, disfecero le case dei 
ghibellini; la signoria della città rimase in comune ai 
Fiorentini e Lucchesi, che a vicenda eleggevano una il 
podestà, r altra il capitano del popolo, il contado pisto- 
iese fu diviso fra* vincitori. Giunto frattanto in Italia il 
cardinale Napoleone, e udite le novelle di Pistoia, for- 
temente si turbò, e andossenè a Bologna, e quivi fece 
sua residenza ; ma non tardò molto, eh* ei ne fu cac*« 
ciato, come nel precedente capitolo è stato detto. I Fio- 
rentini, a* quali egli avea fatto a sapere che visiterebbe 
la loro città per rappacificarla colla Chiesa, g^ risposero 
non venisse, perchè poco curavansi delle sue benedizioni; 
ed egli altro non potè che riconfermare da lungi le sco- 
muniche e l'interdetto (2). 

Di poi il cardinale andò ad Arezzo e ranno gente 



(1) G. Villani, /. F///, e. 82; — Dino Compagni, /. ///; ■— Hisio- 
rie PittoUii, MoRATORi, Rer. ttal. Script, t. XI; — Ferrbtus Vicbmtinus, 
Hiit. /. ///, /6id., (. IX. 

(2) G. Villani, L Vllh e. 82; — Itiorie PiitoUsii — Dino compa- 
gni, (. IH; — Chronieon Bononien$e^ Muratori, Ber. Ual. Script. <» t XVIII. 



S0R6£R£ DE i*RIl«CIPATI Ai5 

assai di Toscana e di Romagna e della Marca ^ A che 
si ragionava avesse seco cavalli scelti daemila e cinque- 
cento. I neri di Firenze entrarono so quel di Arezzo , dove 
disfecero molte fortezze degli libertini,' ma a giornata non 
si venne ^ perchè i neri non scesero al piano, e il car- 
dinale non volle andare a trovarli, e li lasciò tornare in 
Firenze senza assalirli, di che fu molto biasimato, e molli 
dissero che ciò egli avea fatto per danari o per promessa 
che gli fosse data da loro di ubbidirlo e di onorarlo. Que- 
ste voci tanto crebbero, che accusa contro di lui fu por- 
tata in corte del papa, ondegli fu rimosso dalla lega- 
zione; e con poco onore si parti: ed ì Fiorentini impo- 
saro al clero delle gravi tasse, e oiegandosi i monaci di 
Badia di pagare, il popolo assali il loro convento e lo 
mise a sacco [i). 

Cessato il timore del cardinale, rinacque in Firenze 
r antica discordia fra* neri : Corso Donati volea a tutti so- 
prastare; ma Rosso della Tosa tanto gli concitò gli animi 
contro, e principalmente allegando la parentela da lui di 
fresco contratta con Uguccione della Faggiuola, che il po- 
polo gli si levò contro. Corso si asserragliò e afforzò con 
molti fanti e partigiani: egli non potea adoprare le armi, 
perchè forte aggravato di gotta; ma colla voce confortava 
gli amici e partigiani a combattere, e valorosamente com- 
batteano. I priori fecer suonare la campana del comune: 
il podestà in un* ora compi il processo e lo condannò alla 
morte come traditore della patria. 

Gli assalitori erano assai, perchè v* erano totti i gon- 
faloni del popolo e il maresciallo del duca Roberto coi 
Catalani; si eh* e fu vinto, e fuggi: fu raggiunto presso 
Rovezzano da alcuni cavalieri catalani, uno de quali con 

(1) DINO Compagni, /■ #//; - G. Villani, /. Vili, e. 89 



4i4 STORIA D ITALIA 

due colpì di laDcia lo uccise. I monaci di San Salvi rac- 
colsero il suo cadavere, e lo seppellirono nella loro chiesa 
senza onore di mortorio (i). 



LXXX 



DBL MONFERRATO. 

Giovanni marchese di Monferrato era morto nell'anno 
i305. lasciando erede de* suoi stati lolanta sua sorella 
imperatrice di Costantinopoli. Allora Manfredi signore di 
Saluzzo, che per linea collaterale discendea dal mede- 
simo casato, entrò in armi nel Monferrato, assumendone 
il titolo di governatore e difensore ibsieme a Filippone 
di Langusco signore di Pavia. Gol loro assentimento i 
Monferrini mandarono ambasciatori a Gostantinopoli, pre- 
gando l'imperatrice venisse a prender possesso della sua 
eredità, ovvero mandasse un suo figliuolo (2). Gosi ella 
fece, e nell* anno seguente arrivò a Genova Teodoro suo 
secondogenito, figliuolo dell' imperatore Andronico Gom- 
neno; ma e* trovò che il marchese di Saluzzo era poco di- 
sposto a sgombrare le terre e castella che avea occupate. 
Profittò di questa occasione Obizzo Spin ola , uno de' ca- 
pitani di Genova per indurlo a sposare Argentina sua fi- 
gliuola. Teodoro acconsenti, non sembrando in que tempi 



(1) Dino Compagni, /. ///; — G. Villani, /. Vili, e. 96. 

(2) Benvenuto da S. Giorgio, Istoria del Monferrato , Muratori, 
JRer. Hai, Script., XXlll; *- Ventura, Chronioon Astente., Ibid., t II- 



SOEGEBE DB* PRUf CIPATI 415 

molto disuguale un matrìmooio fra un 6glio d* imperatore 
ed una figlia di un- potente cittadino della repubblica di 
Genova; ed in oltre egli sperava ottenere aiuti dal suo- 
cero , e rendere a sé favorevole il conte di Langu- 
SCO, che avea in moglie un* altra figliuola del medesimo 
Obizzo. Risaputo questo parentado, il marchese di Saluzzo 
tolse a donna una Doria, affinchè ancbegli avesse il fa- 
vore e gli aiuti di . uno de' maggiori casati di quella po- 
tente repubblica. Il marchese di Saluzzo avea occupato 
nel Piemonte molte terre già possedute da Carlo I di 
Angiò : Carlo II mandò ivi Rinaldo da Leto pugliese suo 
siniscalco, il quale, colPaiuto degli Astigiani, tolse Cuneo 
ed altre città e castella al marchese. Allora questi si ac- 
cordò con Carlo II, riconoscendo da lui in feudo il Mon- 
ferrato, e cedendogli Nizza e Castagnole, terre del me- 
desimo marchesato, sul quale non avea alcun diritto la 
casa di Angiò. In quel tempo Asti , che da' suoi usciti 
era molestata, elesse a capitano del comune per tre anni , 
e colla provvisione di lire ventisette mila, Filippo di Sa* 
voia principe di Morea. Filippo, entrato appena in officio, 
tentò usurpare la signoria; ma gli Astigiani noi consen- 
tirono. Con lui si accordò Teodoro per recuperare il Mon- 
ferrato; Filippo promise, ma agii Astigiani comandò il 
contrario. Re Carlo lo richiese di lega, e lo costrinse ad 
accettarla col fargli occupare il principato di Morea. Al- 
lora egli si uni co* Provenzali e cominciò a guerreggiare 
contro Teodoro, il quale erasi collegato col conte di Lan- 
gusco suo cognato e co* Pavesi. Venuti a giornata nel 4307 
i Monferrini e Pavesi furono sconfitti, ed il conte di Lan- 
gnsco, rimasto fra prigionieri , fu mandato in Provenza. 
Allora s intromise Oberto Spinola e promettendo al re 
Carlo r amistà di Genova, da tanto tempo ricercata, ot- 
tenne la liberazione del genero, e si fece cedere ogni 



i6 STORU D ITALU 

pretesa che il dello Carlo potesse avere sol Mooferrato: 
egli d)be anco le terre di Moncdvo e Vignale , che ap- 
partenevano a quel marchesato; ma che non rese al ge- 
nero Teodorico {\). Qaal fosse in quel tempo lo staio 
della repubblica genovese sarà discorso nel seguente ca- 
pitolo. 



LXXXL 



DELLA REPUBBLICA DI «KNOVA. 

Riprendendo la narrazione delle cose di Genova al 
punto ove fu intralasciata, dirò che Corrado Doria ed 
Oberto Spinola, che col nome di capitani reggevano qoel 
comune, Garono, nel ^1288, riconfermati nel loro nflBcio 
per altri cinque anni. In quel tempo, per mezzo de no- 
bili pisani, ch'erano in Genova prigionieri, si conclose 
una pace fra' due comuni , per la quale le pretese de Ge- 
novesi su Cagliari furono più riconosciute, che soddisfatte. 
Michele Zanche, giudice di Gallura e di Logodoro, era 
stato ucciso da suo genero, il genovese Branca Doria (8): 
Logodoro rimase a* Doria ,e a* Malaspina ; la giurisdizione 
di Gallura fu posta sotto la sovranità di Pisa, la quale 
cedette Sassari a* Genovesi (3). In quel tempo molti nobili 



(1) BENVENUTO DA S. GIORGIO, /j/orta del Monferrato; — Ventura, 
Chronkon Astense. 

(2) Si dicea Michele Zanche siniscako del re Kqeo a farla di frodi e 
baraiterie di venisse signore di Gallura e di Lugodoro. Dante; Inf-, e XKIi, 

(3) GioRGius STELLA, Annalcs Genuenses , Muratori , Rer. Hai, 

Script, t xvn 



SORGERE de' PRINCIPATI AH 

guelfi della ciuà di Genova congiurarooo cogli nniti con- 
tro i capitani e contro l'abate del popolo, magistratura 
somigliante alla tribunizia de Romani : nel primo di di gen- 
naio 4289 levarono il romore, e occuparono la cattedrale di 
san Lorenzo ; ma e* furono sconfitti, e quaranta de capi pu- 
niti di bando. Vinta questa intema sedizione, i Genovesi ar- 
marono cento venti galere per costringere i Pisani a ceder 
loro la sovranità di Cagliari , come avean promesso, e fecer 
lega coLuccbesi. Pisa vide devastato il suo territorio, e per- 
de anco r isola dell* Elba ; ma dopo poco tempo la recuperò 
come a suo luogo e stato detto. I Genovesi, avvegnaché 
avessero confermato i loro capitani per cinque anni, non- 
dimeno il giuramento di ubbidienza non 1* aveano loro pre- 
stato che per tre: giunto questo termine, noi rinnovarono 
e vollero unico capitano forestiero come la più parte delle 
città lombarde. Guido Spinola e Oberto Doria furono de- 
putati a redigere i capitoli , V osservanza de quali dovea 
giurare il nuovo capitano, e fu fermato che tutti gli ufficj 
del comune sarebbero dati per metà a nobili e per metà 
a popolani. Nel maggio del 1294 fu quindi eletto capi- 
tano Lanfranco de Soardi di Bergamo, e ne' due anni se- 
guenti altri due bergamaschi (d). 

Accadde in quel tempo che sette galere di merca- 
danti genovesi, navigando presso Cipro, incontraronsi in 
quattro galere veneziane, e predaronle, ammazzando molte 
persone che veran dentro. Risaputosi questo in Genova, 
furono mandati a Venezia alcuni frali predicatori per chie- 
dere scusa del fallo e profferire debita riparazione. Gli 
ambasciatori delle due repubbliche ritrovaronsi a Cremona 
per accordarsi sul modo; ma ivi tre mesi disputarono 
senza venire a conclusione. Grandi apparecchi di guerra 

(1) Afmaies G9nuenset, l- X, Muratori, Ber. Ital Script. , t VI- 
La Farina, T. VI. 53 



4i8 STOEIA D ITALIA 

SÌ fecero dall' una parte e dalF altra : Marco Basilio con 
ventotto galere venete e altri legni minori , andò ne* mari 
di Romania e predò tre grosse navi mercantili di Genova : 
i Genovesi abitanti in Pera, chiesta e non ottenuta la re- 
stituzione, salparono con venti galere e undici fusti capi- 
tanate da Niccola Spinola, e dettero una fiera rotta a' Ve- 
neziani , riprendendo la più parte delle loro galere. Allora 
Venezia mise in mare sessanta galere sotto il comando 
deir ammiraglio Niccola Quirino ; ma V armata genovese, 
evitato il suo incontro, mise a sacco e a fuoco la Canea 
neir isola di Candia (i). 

Genova, cosi gravemente minacciata nelle sue pos- 
sessioni del Levante e nel suo commercio, sentt il bisogno 
di ridurre in concordia le parti de Mascherati ghibellini 
e de' Rampini guelfi che internamente la divìdeano, e una 
solenne pace fu fatta per intromissione dell'arcivescovo 
Jacopo da Varagne. Riuniti gli animi di tutti in un solo 
volere, i Genovesi, con mirabile sforzo armarono cencin- 
quanta galere, in ciascuna delle quali erano da dugento 
venti a trecento combattenti, e ne dettero il comando a 
Uberto Doria: andarono in Sicilia, ove speravano trovare 
i Veneziani, e non trovandoli, tornarono a Genova (2). 
Allora le sopite discordie si ridestarono: la guerra citta- 
dina si riaccese : combatterono Grimaldi e Fieschi co* loro 
aderenti guelfi da una parte, Doria e Spinola co* loro ade- 
renti ghibellini dall'altra : molti uomini furon morti, molte 
case saccheggiate ed arse. Accorsero dalle città vicine e 
dalla Lombardia aititi e partigiani, e dappoiché la città 
fu per un mese col ferro e col fuoco travagliata, i Gri- 



ll) GioRGios Stblla, AnnaUt GmwnsBi; — Oaiidijliis, Cftron^eoii, 
Muratori, Aer. Hai SeripLy i. XII, 

(2) lAGOPUs DB Varagink , Ckronieon Gentienfa, Muratori, Rvr- 
Hai. Script , t. IX. 



SORGERE de' PRINCIPATI 419 

maldi, i Fieschi e i loro seguaci fàrono cacciati , e Cor- 
rado Spinola e Coif ado Dona eletti capitani e governatori 
del cornane (i). I banditi cominciarono a far guerra al 
comune: Francesco Grimaldi, soprannominato Malizia, tra- 
vestito da frate minore, s'introdusse nella terra di Mo- 
naco, ed occupatala con suoi partigiani, vi si afforzò, e lo 
rese nido di briganti e di corsari : quest* è Y origine della 
casa principesca de* Grimaldi di Monaca (2). Di quel tempo 
profittarono i Veneziani per vendicare su Gaffa in Crimea, 
cittì de' Genovesi , i saccheggi e le arsioni di Candia (3). 
Segui una zuffa in Costantinopoli fra Genovesi e Vene- 
ziani, nella quale questi ultimi furono dair imperatore An- 
dronico dispogliati , e da loro avversaij macellati. Un* ar- 
mata veneziana comandata da Ruggiero Morosini ne prese 
aspra vendetta, guastando le coste della Romelia, ardendo 
le navi greche e genovesi ch'erano nel porto di Costan- 
tinopoli, mettendo a ferro e fuoco Pera e gli altri stabi- 
limenti genovesi. Tornato il Morosini in Venezia, con una 
nuova armata andò Giovanni Soranzo in Oriente, e disfece 
la colonia genovese di Gaffa, e tutte le navi nemiche che 
erano in quel porto arse o predò. Nel i298, Lambra 
Dona ammiraglio genovese con ottanta galere dette una 
terribile rotta, neirAdriatico, all'ammiraglio veneziano An- 
drea Dandolo, che ne capitanava novanta. In quella giornata 
i Veneziani perderono ottantacinque galere secondo dicono 
le cronache de vincitori, sessantasette secondo quelle dei 
vinti. Il Dandolo, rimasto prigioniero con altri cinquecento 
suoi concittadini, pria di arrivare a Genova, per dispe- 
razione e per vergogna, s infranse il capo con un sar- 
chio, e cosi miseramente morì. Non invili per questo Ve- 

* i 

CI) GcoRGics Stella, Annalts Ge^uenses. 

(3) Chronieon AsUnse, Mcratobi, A«r. Ital. ScripUy t. XI. 

(3) Contino ATOR Dandoli, Chronieon. 



420 STORIA D*ITALU 

nezia : armò cento galere , fece venire macchine da guerra 
fin dalla Catalogna, ed nn Domenico Schiavo corsaro au- 
dacissimo osò entrare nel porto di Genova ed assalire i 
Genovese; ma le due repubbliche erano molto stanche e 
indebolite per si lunga e terribile guerra, il loro cono- 
mercio era impedito da* corseggi, le loro colonie col ferro 
e col fuoco guaste; ed una pace fu trattata e fermata, 
per mezzo di Matteo Visconti, correndo Vanno i300(i). 
Ed appunto in quel tempo papa Bonifazio, per stac- 
care i Genovesi da* Siciliani, incitava contro Genova i re 
di Francia e di Aragona, scomunicava i Doria, gli Spi- 
nola e i loro seguaci , sottoponea air interdetto la città e 
il suo contado, colla clausola che se in un dato termine 
quella colpevole alleanza colla Sicilia non fosse rotta, le 
robe de Genovesi sarebbero date al primo occupante, e 
le loro persone ridotte in iscbiavitù da cbi volesse e po- 
tesse. Il papa mesceva alle minacce le promesse, e per 
ottenere il suo intento rivolgeasi a Forchetto Spinola ar- 
civescovo di Genova, pur da lui offeso nell'anno innanzi, 
quando nel primo di di quaresima , dando il papa le ce- 
neri a prelati, a Ini, invece delle parole che usano, avea 
detto : « Rammenta che sei ghibellino, e che co' ghibel- 
lini in polvere tornerai , » e le ceneri gli avea buttate in 
viso. Stretti cosi e sollecitati, i Genovesi cominciarono 
delle pratiche di pace con re Carlo e accordaronsi , che 
il re procurerebbe la resa di Monaco, impedendo fosse il 
Grimaldi aiutalo da Nizza e dalla Frovenza; e che (ìie- 
nova richiamerebbe dalla Sicilia Corrado Doria e gli altri 
suoi cittadini che ivi erano, non permetterebbe ne suoi 
stati si facessero armamenti per Federigo, ma si per Carlo. 



(1) CoNTiNUATOR Danduli, Chronicofi; — GB0R6IU8 STELLA, Anna- 
lei Genuemet; — G. Villani, /. FI//, e. 27. 



SORGERE DE PRinCIPATl 421 

Queste pratiche aDdaroDO molto ìd luogo, perchè i Ge- 
novesi DOD voleaoo accordarsi, ma prender tempo; dopo 
avere ottenuto un patto un altro ne ricbiedeano, e poi 
questo mutavano, si che si era sempre sul cominciare. 
Da ultimo Bonifazio adirato, rinnovò gli anatemi, e pare 
ottenesse la rottura di quella lega, a patto che larghis- 
simi favorì commerciali sarebbero da* Genovesi goduti nei 
porti che a re Carlo ubbidivano o che neir avvenire ub- 
bidirebbero (i). 

Cessata la guerra esterna, ricominciarono in Genova 
le interne discordie, non più fra gueIG e ghibellini, ma 
fra gli stessi ghibellini: erano da una parte i Doria coi 
nobili, dair altra gli Spinola co* popolani, appunto come 
vedemmo in Toscana dividersi la parte guelfa , dappoiché 
ebbe vinta e abbassata 1* avversaria. Io Genova vinse la 
parte popolare, e i Doria e loro seguaci furono cacciati, 
meno Bernabò Doria che s'unì a* nemici di casa sua: e 
fu allora che i Genovesi elessero per capitani e governa- 
tori del comune il detto Bernabò e Obizzo Spinola, quel- 
ristesso che vedemmo dare in moglie una sua figliuola 
al figlio dell'imperatore di Costantinopoli (2). 



LXXXII. 

DI VENEZIA. 

Molto più indietro ci conviene ritornare nell'ordine 
de tempi per discorrere delle cose veneziane. L* accresciuta 

(1) Grorgius Stella, Annales Genuensesi-^ Villani, /. Vili, e. 47; 
— Ratnaldus, Annoi. Beel. , an. 1300, 1301. L'Amari cita ud gran on- 
mero di diplomi che riguardano queste trattative. 

(2) GeorCics Stella, Annales Gtnuensei. 



422 STOEIA D ITALIA 

potenza e fama dì Venezia dopo la conquista dell* impero 
greco , destò contro di lei la gelosia e la nimistà di totte 
le città commercianti, e particolarmente di Genova, che 
ayea perduto molti privilegi per lo innanzi goduti ne porti 
del Levante. Una gnerra si accese fra* Genovesi e i Vene- 
ziani per risola di Corfù, la quale da ultimo rimase in 
potere di costoro (1). Lungamente combatterono i Vene- 
ziani per impossessarsi di Candia da* Greci valorosamente 
difesa, ed ivi fu morto Rainiero Dandolo, che quella im- 
presa capitanava. Il reggimento di quell'isola fu da Vene- 
ziani conceduto a Iacopo Tiepolo,' die ebbe il titolo di 
duca; e quando egli fu cacciato da quell'isola da un altro 
veneziano. Marco Sanuto, che intitola vasi duca dell'Arci- 
pelago per le numerose possessioni che ivi a vea , Venezia 
colle sue armi lo ristabili nella concedutagli signoria: Que- 
sti fatti accaddero nel dogato di Pietro Ziani, del quale 
fu successore il sopraddetto Tiepolo. Sedendo costui, Vene- 
zia, per astuzia e valore di Giovanni Vatace imperatore 
de* Greci indipendenti , sofferse delle gravissime perdite nel 
Levante, per rifarsi delle quali ebbe bisogno di quattro do- 
gati. Ella difese Giovanni di Brienne imperatore latino, e 
neir anno 1236 sconGsse Vatace che assediava Costantino- 
poli, e restaurò Y impero che già parea vicino alla sua to- 
tale rovina (2). 

La riforma più notevole, che si fece in quel tempo 
negli statuti della repubblica^ fu il modo introdotto per 
completare e rinnovare il gran consiglio: a* dodici elettori 
successero due collegi, uno di quattro e un altro di tre 
elettori: tutti gli anni il primo eleggeva cento nuovi consi- 
glieri in cambio di quelli che uscivano di ufficio; gli altri 

(1) Oandulus , Chronieon^ Muratori, Rer. lial, Scripts, t. Xll- 

(2) DiNDULOS, Chronieon; — Sabsllico , Hiit. Rerum Fenefomm ; 
— GiusTiNTANo, Rerum VeneU^rum HUtoriae. 



SORGERE DE* PRINCIPATI 423 

treceDto e ottanta contiDuavano a sedere finché venia la 
loro Yolta. 11 secon do collegio eleggeva i consiglieri man- 
canti o per morte o per altra cagione ^ che non fosse per 
tempo fornito. Questo nuovo ordine accrebbe la potenza 
del gran consiglio^ e fu il principio di un nuovo patri- 
ziato (4). 

Nel dogato di Ti epolo Venezia prese parte nelle guerre 
della Lombardia, e noi vedemmo la misera fine del fi- 
gliuolo di questo doge preso prigioniero nella giornata di 
Cortenuova. Gli abitatori di Zara, in quella occasione, si 
ribellarono alla repubblica, e allearonsi con Bela re di 
Ungheria, il quale, cacciato da* Tartan^ s*era ridotto nella 
Dalmazia. Tiepolo mandò contro Zara ventisette galere e 
ventiquattro navi minori, e la fu recuperata, fuggendo 
gli Ungaresi eh* erano accorsi per difenderla, ed i. mag- 
giori della città* I quali cogli aiuti del re, continuarono 
a guerreggiare fino all'anno i248; ma da ultimo, per- 
duta ogni speranza di vincere, richiesto ed ottenuto il 
perdono, pacificamente rientrarono. Le fortezze che guar- 
davano il porto furono disfatte, un presidio di soldati 
veneziani occupò il castello, gli statuti furono riformati, 
ed un conte e due consiglieri veneziani ressero \él terra 
sotto la signoria della repubblica (2). 

Essendo doge Rainieri Zeno, un'altra guerra si ac- 
cese fra Venezia e Genova , per cagione della Siria, 
e col pretesto del possesso della chiesa di san Sabba in 
Tolemaide. I Pisani, unitisi a Genovesi, saccheggiarono 
le case e i magazzini de Veneziani, e li cacciarono da 
quei quartieri che ivi possedeano; ma dipoi, per odio a 
Genova, a\ Veneziani si collegarono: Lorenzo Tiepolo, cor- 



ei) LEO, Bi$l. d'Italia, l V, e. 7, §. VI, 
,2) Dando LDS, Chronieon. 



424 STORIA D* ITALIA 

rendo l'anno i256, entrò con un armata veneziana nel 
porto di Tolemaide , ed arse le navi genovesi , che v'erano 
ancorate. Neil* anno seguente i Veneziani recuperarono i 
quartieri d'onde erano stati cacciati, e dettero una fiera 
rotta a* Genovesi venuti ad assalirli con ventidue galere 
capitanate da Pasquetto Malone, il quale in quella batta- 
glia rimase prigioniero. Genova armò quarantaquattro ga- 
lere: Venezia mandò in aiuto del Tiepolo quindici galere 
e dieci navi da trasporto: una seconda battaglia ebbe luogo, 
una seconda sconfitta, e della prima più sanguinosa, tocca- 
rono i Genovesi, i quali allora chiesero una tregua e non 
r ottennero che a durissimi patti. Fu però questa di brève 
durata: i Genovesi fecer lega co* Greci indipendenti contro 
Venezia e V impero latino : le armi veneziane non più ba- 
storono a difendere Costantinopoli gagliardamente com- 
battuta da Michele Faleologo: l'imperatore Baldovino, il 
podestà veneziano ed il patriarca ritiraroDsi colla flotta 
veneziana a Negroponte; e addi 7 luglio del i26i Co- 
stantinopoli cadde in mano de' Greci, e rovinò per sem- 
pre l'impero latino di Oriente con tanto valore fondato, 
con sì poca sapienza e virtù governato (4). 

Michele Paleologo accordò molti favori e privilegi 
a' Genovesi, i quali cominciarono a godere nel Mar Nero 
que* vantaggi commerciali fino allora goduti dai Veneziani 
Genova fece grandi armamenti a favore del Paleologo, 
Venezia fece altrettanto contro, e guerreggiossi con va- 
ria fortuna finché Gilberto Dandolo ammiraglio de Vene- 
ziani sconfisse i loro rivali colla morte di Pietro Grimaldi 
ammiraglio de' Genovesi. Altra segnalata vittoria riportò 



(1) Danddios, Chronicon; — GICSTIMAMO, Rerum Venetarum Hi- 
storiae; — GeoRGius Pachtmebes, Historia Rur. a M- Paleologo gesta" 
rum; — DocANGE, Hist. Costantinon.; — G. acrofolita , Uiitoria By^ 
zantina. 



SORGERE db' PRINCIPATI 425 

Venezia, nel 1265*, dod lungi da Trapani, dove rannata 
di Genova fu, con gravissime perdite, disfatta. Allora il 
Paleologo, per liberarsi di si potenti nemici, propose ac- 
cordi , ed una pace fu a ^questi patti fermata : che i Ve- 
neziani non possederebbero contrada alcuna nell* impero, 
ne alcun quartiere nelle città di detto impero; ma 
che potrebbero stabilirvisi , soggiornare , liberamente 
commerciare sottoposti alle proprie leggi e a' propi] giu- 
dici , conservando le loro chiese ed il loro patriarca , 
avendo in proprio fornì, bagni, pesi e misure; che i Ge- 
novesi rimarrebbero in possesso de privilegi che godeano 
in Costantinopoli, in tutto l'impero e nel Mar Nero {{). 
Nel luglio deiri298 morì il doge Zeno, ed allora 
a proposta della signoria e coli' assentimento del popolo 
fa stabilito un nuovo modo di elezione per il doge e fu 
questo: sarebbero tratti a sorte treiUa membri del gran 
consiglio , di poi parimente a sorte nove di questi trenta ; 
di poi sette di questi nove. I sette nominerebbero qua- 
ranta persone , otto de' quaranta , tratti a sorte , nomine- 
rebbero venticinque persone. I nomi di questi venticinque 
si trarrebbero a sorte da un urna sino a che non ve ne 
rimanessero che nove. Questi nove eleggerebbero quaran- 
tacinque persone. I nomi de* quarantacinque si trarrebbero 
a sorte dall* urna sino a che ne rimanessero nove, i quali 
nove nominerebbero i quarantuno veri elettori: questi non 
poteano essere parenti fra di loro, aveano ad avere trentanni 
compiti: venticinque voti ci voleano perchè la elezione 
fosse valida. Di questa maniera ingarbugliata e strana fa 
eletto il doge Lorenzo Tiepolo (2); ed alla morte di co- 
stai, che accadde nel i275, si fece una nuova legge, che 

(1) DANDCLU8, Chrtmìtiim^ Mubatobi, Aer. Koi- Script,^ t. Xll; — 
ÀMicAt» Gtnu€n$9ty Ibid-, f. VI; — Mabin, D«i Comm. de'VeneM. 

(2) Dandolcs, Chroniconf — Leo, l, V, e. l, $• IX. 

La Farina. T. VI. 54 



426 STORU D ITÀUA 

Dell* avvenire il doge ed i suoi discendenti, durante la vita 
di lui non potessero sposare donne forestiere, né pos- 
sedere feudi forestieri, e che i detti discendenti non 
potessero essere governatori o podestà né negli stati 
della repubblica , né altrove : con queste condizioni fu 
eletto doge Iacopo Contarini. Sotto questi due dogi^ 
Veneria, per cagione del commercio de' grani, cbe comin- 
ciavano a scarseggiare ne* suoi mercati, ebbe guerra con 
Bologna e con Ancona. Nel dogato seguente, cbe fu quello 
di Giovanni Dandolo, T Istria, per sottrarsi alla domina- 
zione de* Veneziani, invocò la protezione di Raimondo 
della Torre patriarca di Aquileia, cbe la soccorse di va* 
lidi aiuti; ma essendosi i Saraceni impadroniti in quel 
tempo di Tripoli, Sidone e Beryt, Venezia, temendo per 
il suo commercio in Siria, si pacificò col patriarca, e Y Istria, 
rimasta sola, fu costretta a chieder pace. Alla morte di 
Giovanni Dandolo, il popolo tentò ricuperare il suo di- 
ritto elettorale e gridò doge Giovanni Tiepolo, ma costui 
o per civile modestia o per viltà, si sottrasse colla fuga, 
ed i patrizj elessero nel consueto modo Pietro Grandenigo 
nel dogato del quale Venezia perdette le sue possessioni 
nella Siria, ed il suo commercio in quelle parti fu per 
lungo tempo quasi spento. Questa perdita era tanto piiSi 
grave in quanto cbe Tnnperatore Andronico, che allora 
^edea sul trono di Costantinopoli , concedea sempre nuovi 
fÌAVori a Genovesi e cercava abbassare i Veneziani : fu que- 
sta la cagione di quella fiera e rovinosa guerra scoppiata 
fra Genova e Venezia , della quale nel precedente capitolo 
é discorso (i). 

In Venezia v*era un'antica nobiltà, ed una nobiltà 
nuova nata dal commercio e dalle conquiste. Questa pre- 
ci) OANDtJLCs, Chrtmìeonf -Giustiniano, Rer. Vm- fll#l.;— Si- 
BBLLico, Biti. Ker. Vm.; — Makin, d. V; - Leo, i. V, e. i, §. X/l. 



SORGERE DE PRINCIPATI 427 

valea per intelligenza, ricchezza e pubblici ufficj, ed eraa 
suoi capi i Dandolo. I Tiepolo, qaantunqae originaria*- 
mente popolani , presero parte per Y antica nobiltà , che 
la superbia della nuova aggravava e umiliava. La guerra 
coir impero greco e con Genova offri alla nuova nobiltà 
un opportunità che da più tempo attendea, ed avendo in 
sua mano le ricchezze e la forza, fece andare a partito 
nella Quarantia e nel Gran Consiglio, come temporaneo 
provvedimento , una legge , la quale stabiliva la chiusura 
di detto consiglio , quasi tutto in quel tempo composto di 
membri ad essa appartenenti. Or il gran consiglio era il 
potere supremo , si che la nuova nobiltà che lo componea 
usurpava la sovranità della repubblica colla esclusione 
degli antichi nobili e del popolo : ed il collegio de* qua* 
ranta , che creavasi dal seno del gran consiglio , divenne 
on vero areopago (i). Fintanto che durò la guerra , pre* 
testo di questa usurpazione , la pace pubblica non fu tur- 
bata; ma quando la guerra cessò, e ciò non ostante si 
videro mantenuti e confermati quegli ordini che la sovra- 
nità della repubblica metteano nelle mani di un numero 
determinato di famiglie , cominciarono le congiure e i tu* 
multi. Una congiura fu scoperta nel 4304, per la quale 
Marino Bacconio popolano e parecchi altri morirono sulle 
forche : un' altra , e molto più considerevole ne fu ordita 
Dell'anno ^340. In questa, della quale fu capo Baiamonte 
Tiepolo, entrarono molti popolani e molti membri del- 
r antica nobiltà. Levato il rumore, il doge occupò la piazza 
di san Marco : i congiurati vennero ad assalirlo , e d(^ 
aspra zuffa furon rotti. Tentarono afforzarsi al ponte Rialto; 
ma anco di là furon cacciati , essendo giunto con nume- 

(1) Domati, Della Repubbl e de^magistrati di Venezia-y — Mobosimi. 
Storia di Fenesto; — amelot di la HadssaiGi HiiI. du Gouver- de^Ve- 
nw/ — Mabin, V. Vi — Leo, /. F, e. il, §. I. 



428 STORIA d'italu 

resi armati Ugolino Giustioiani podestà di Ghioggia. Ba- 
doero Badoer , accorso da Pàdova ìd aiuto degli insortì, 
fu preso prigioniero ed ebbe mozzo il capo ; altri furono 
in varj modi spenti : i nobili furono mandati a confini o 
banditi, a popolani fu perdonato {i). Per ben compren- 
dere la gravità di questa congiura, bisogna rammentare 
che in quel tempo Venezia era dal papa fieramente com- 
battuta, non meno colle armi temporali che colle spiri- 
tuali. 

Erasi sempre mostrata la Repubblica di Venezia poco 
ubbidiente alla Ghiesa: più volte alle minacce del papa 
avea risposto minacciando prenderebbe degli ecclesiastici 
greci invece de' romani, delle scomuniche poco erasi cu- 
rata, ed avea sempre il suo patriziato serbato in riguardo 
a Roma una certa alterezza che in tutto l'Occidente non 
v'era la somigliante. Ho toccato deir origine della discordia 
nata fra Fresco figliuolo naturale di Azzo Vili marchese 
d' Este e Francesco e Aldobrandino fratelli legittimi di co- 
stui. Fresco fece lega con Mantova, Verona, Brescia, 
Parma, Reggio e Modena e co' loro aiuti tenne a freno 
que' Ferraresi che diceanlo usurpatore, e molti di loro 
severamente gastigò. Francesco e Aldobrandino ricorsero 
al papa, che promise loro il suo aiuto, a patto ricono- 
scessero Ferrara come città della Ghiesa, e mandò in Italia 
suoi ufficiali per prenderne possesso. Risaputo questo la 
parte, che a Fresco era avversa, riprese animo e rico- 
minciò a tumultuare; onde Fresco, scorgendo il pericolo 
che gli sovrastava, si accordò coi Veneziani e cedette loro 
la città. I Bolognesi, i Mantovani e i Veronesi, che a si 
bella preda agognavano, mossero invano in armi per im- 



(1) CoNTiNOATOB DANDOLI, Chronicon; - Mabino Sanuto, htori9 
Venete, Mubatori, Rer. Hai Script., t. XXIÌ. 



SORGERE DE* PRINCIPATI 429 

possessarsene : BerDardioo da Polenta, colle milizie di Ra- 
venna e di Cervia, entrò una notte per sorpresa in Fer- 
rara e vi si fece proclamare signore ; ma dopo otto giorni 
e* fu costretto a fuggire, e la città rimase in potere dei 
Veneziani. Il papa intimò a Veneziani di uscire; questi 
deliberarono di resistere. Un dì le milizie della Chiesa, 
con Francesco à Este e co' Ravennati entrarono in Fer- 
rara : il popolo gridò : a Viva il marchese Francesco I » 
ma gli uflBciali del papa presero possesso della città in 
nome della Chiesa, né più degli Estensi si rammentarono. 
Dopo varj combattimenti i Veneziani recuperarono Fer- 
rara, e vi costituirono un loro podestà [i). Allora papa 
Clemente V pubblicò, come dice il Muratori, « la più 
terribile ed ingiusta bolla che si sia mai udita ». Oltre 
alle consuete scomuniche e ali* interdetto, egli dichiarò 
infami tutti i Veneziani, incapaci loro e i loro discendenti 
fino alla quarta generazione di ogni dignità ecclesiastica 
e civile, comandò che in ogni parte del mondo fossero 
confiscati i loro beni e ridotte in ischiavitù le loro per- 
sone, senza distinzione d'innocenti e di rei; vietò di com- 
merciare co* Veneziani e di apportar loro de viveri; an- 
nullò tutti i debiti ed i contratti che esistevano a favore 
de Veneziani (2): « il che fa orrore, soggiunge il nostro 
Annalista, eppure fu eseguito in diversi paesi ». Altamente 
reclamarono i Veneziani contro l'iniquità di questa bolla, 
e chiesero fosse quella lite giuridicamente esaminata^ pro- 
mettendo di sottoporsi alla sentenza qualunque ella fosse; 
ma i loro ambasciatori farono dalla corte del papa ver- 
gognosamente scacciati. I malcontenti del nuovo reggi- 



ci) Chronicon Estense, Muratobi, Ber. Ital. Script., t. W; - Chro^ 
ntton Caesmatense, Ibid., t. XIV; — Gontinuator Dandoli, Chronicon; 
— RATNALDU8, Ànnal Beel, an. 1308. 

(3) Raymaldus, Annoi. Eccl, an. 1309. 



430 STORIA DITALIA 

mento della Repubblica acquistarono allora molto seguito 
nel popolo^ dicendo Y avidità di dominazione della nuova 
nobiltà essere stata cagione di quella bolla, e de* saccheggi 
e danni, che soffrivano i Veneziani nelle città commer- 
ciali d* Italia, Francia e Inghilterra, dalla parte di quelli 
eh* eran contentissimi di potersi arricchire delle loro spo- 
glie, senza commetter peccato e senza incorrere in pena, 
anzi guadagnando le sante indulgenze. Papa Clemente 
mandò in Italia il cardinale legato Arnaldo Palagrua suo 
parente, per bandire la crociata contro Venezia. Molta 
gente accorse a queir impresa : i Bolognesi, o per ritor- 
nare nella grazia del papa, o per vendicarsi de' Veneziani, 
mandarono ottomila combattenti. Si venne alle armi den- 
tro la città, e dopo fiera zuffa, nella quale combatterono 
Francesco d'Este e Galeazzo Visconti, i Veneziani furono 
obbligati a chiudersi in castello Tealdo. Addi 28 agosto 
del 4309, la flotta veneziana, che ancorava nel Po, toccò 
una terribile disfatta : più di seimila persone morirono di 
ferro o annegati nel fiume, e alla più parte de' prigio- 
nieri i crociati cavaron gli occhi. Castello Tealdo non tardò 
molto a patteggiare col legato, il quale mantenne i patti 
al presìdio veneziano, ma quanti ferraresi eran quivi tanti 
ne fece impiccare come ribelli della Chiesa. Egli prese 
possesso della città, e senza più curarsi degli estensi, ne 
dette il vicariato a Roberto, figlio di Carlo II, successo 
al padre nel reame di Puglia. U quale Roberto creò go- 
vernatore di Ferrara un tal Dalmasio, che T occupò con 
una banda numerosa di almugaverì , i quali vi commisero 
ogni guisa di scelleratezza (i). 



M)FBSKBTU8 Vicnmmis, Bist. l. Ili, Mosatoki, Jlar. ital Str^t., 
r. IX; Chronieon Bttmse; - Chroniean Btmonitiue; ^ Ratnaldus, Anmal. 
Beel an. 1309. 



50RGEBB DEPRIKCIPATI 431 

Fu allora che bnona parte del popolo dì Venezia, 
malconienla deUe perdite in quella guerra sofferte, si udì 
a'Tiepolo in congiura contro i reggitori della Repubblica; 
onde nacque la rivolta del i340, della quale indietro 8*è 
discorso. Questa rivolta die' occasione alla creazione del 
terribile consiglio de' dieci. Fu dapprincipio eletto per due 
mesi per iscoprire e punire i congiurati, con pienissioii 
poteri e sciolto da ogni freno di legge: dipoi fu ricon- 
fermato di due mesi in due mesi, quindi per un anno, 
finché più tardi, nel 4335^ fu dichiarato permanente, e 
fece parte degli ordini fondamentali della Repubblica (4). 



LXXXIIL 



DI PAPA UKIKNTE V. 

Papa Clemente Y, a petizione del re di Francia, 
dichiarò nulle tutte le costituzioni di papa Bonifazio che 
quel regno affermavano nella temporale sudditanza della 
Chiesa, restituì il cappello cardinalizio a Jacopo e Pietro 
della Colonna ) e creò dieci cardinali, fra* quali nove 
francesi ed al re Filippo devoti (2). Ma il re di questo 
solo non contentatasi, e con grandi istanze rìcfaiedea 
fosse condannata la memoria di Bonifazio Vili, proffe- 
rendo valide testimonianze che lo dimostrassero eretico e 



(1) Sancto, Vita di Pietro Gradenigoi - MoRosiKi, Storia di Vene- 
zia^ l II, - Masin , V. Vi - Leo, I. V, e. li, J. Il; -Darc , Hiit de 
Vinise, V. VI- 

v2) Ratnaldos, Annoi, Btcl. an. 1306. 



432 STORIA d' ITALIA 

simoDiaco. Difalti un Maffredo, familiare già di quel 
pontefice e tredici altri testimonj affermavano avergli pia 
volte udito dire: « Ab ! quanto bene ci ba fatto questa 
favola di Gesù Cristo »; e com' egli non credesse ne' mi- 
steri della trinità , dell' incarnazione , dell' eucaristia. Certo 
Bonifazio non era dotato di robusta fede, ma è da cre- 
dere che quei testimonj fossero dal danaro del re cor- 
rotti, imperocché, come sennatamente notò il Voltaire, 
« non è probabile, che il pontefice abbia detto innanzi 
a tredici testimoni ciò cbe di rado dicesi ad un solo ». 
Comunque siasi, il processo era terribile, ma papa Cle- 
mente, prevedendo le conseguenze della condanna, non 
era disposto a pronunziarla; per lo cbé, secondo consi- 
gliò il cardinale Niccolò da Prato , rispose di cosi grave 
affare delibererebbe un concilio generale, che fu convo- 
cato nella città di Vienna del Delfinato. Propose allora il 
re , cbe fossero anco giudicati i cavalieri templari , accu- 
sati di corrotti costumi , di vizj inauditi , di apostasia e 
d* idolatria ; ma forse rei , piò cbe d' altro , di troppe 
ricchezze (1). Furono quindi in Francia ed altrove im- 
prigionati i templari , che Ferreto Vicentino fa ascendere 
al numero di quindici mila. Il papa esaminò egli stesso 
settantadue cavalieri : gli altri furono da appositi inqui- 
sitori esaminati. Dugento e un testimone gli accusavano 
di non credere in Gesù Cristo, di adorare una testa do- 
rata : affermavano cbe il novizio entrando neir ordine era 
obbligato sputare sulla croce , baciare il superiore in boc- 
ca, neirombellicò e in altre parti di certo poco adatte 



(1) • Veggio '1 oaovo Pilato sì crudele 

Cbe ciò ool sazia, ma senza decreto 
Porla oel tempio le cupide vele •. 

Danti, Purg. •. XX. 



SORGERE DE PRinClPATl 433 

a quest'uso; ridicole ed oscene assurdità, per le quali 
piii di cento cavalieri furono torturati in Parigi, e cin- 
quantanove arsi vivi: fra questi fu Giovanni di Molay 
gran maestro dell* ordine, vecchio e prode guerriero, il 
quale , quando udì leggere la sua confessione ricevuta da 
tre cardinali , gridò eh' era falsa , e che aveano scritto il 
contrario di quanto egli avea detto. Tutti ascesero il rogo 
chiamando Iddio in testimone della loro innocenza. In 
conseguenza della bolla del papa, e principalmente a ca- 
gione delle loro ricchezze che attiravano la cupidità 
de' principi, i templari furono perseguitati e dispogliati 
de loro beni in Inghilterra, in Alemagna, in Aragona, 
in Castaglia, in Portogallo, in Italia e in tutta la Gri- 
stianità: l'ordine scomparve, o per meglio dire divenne 
una società segreta y la quale o dette origine a quella 
de Liberi Muratori, o con essa si unì in un comune 
simbolismo che dura sino a nostri giorni (i). 

In quel tempo, e propriamente addi primo maggio 
del i308, Alberto d'Austria fu ammazzato nell'Argovia 
da suo nipote Giovanni di Svevia , la cui eredità egli in* 
giustamente ritenea col titolo di tutore; anno memo- 
rabile per lo stabilimento della confederazione degli Sviz- 
zeri. Alberto , che diceasi re de Romani , non appartiene 
alla storia d'Italia, se non per le maledizioni di Dante, 
che gli rimprovera di aver sofferto « Che il giardin del- 
r imperio sia deserto », e che profeta del passato, im- 
preca sovra il suo sangue giusto giudizio delle stelle, tal 
che ne abbia temenza il suo successore (2). Rimasero di 

(1) Febrrtcs VicEirriNcs, Hist. l. Ili, Muratori, Ber, Ital. Script., 
t IXf - Ventora, Chronieon ÀtUnse, Ibid., (. X/; — S. Antonimos, Bi$t., 
par, ni, tu. 21; - G. Villani, l Vili, e. 91, 92; — Ratnaldus, Ànnal 
Eeel , an. 1307; - Le Jbdmb, Histoire de$ TempUert} - Ratnouard, JHo- 
fittffMns historiqMt retatifs à la Condamnation des Chevàliers du 7«mp(e. 

(2) Purg., e. VI. 

La Farina, T. VL 55 



434 STORIA D*1TALIA 

lui più figliaolì^ il maggiore de quali fa Federigo che 
aspirava alla corona del padre; mail timore che il prin- 
cipio della eredità prevalesse so quello della elezione gli 
rese avversi gli elettori. Filippo il Bello re di Francia 
chiedea Y impero per Carlo di Valois suo fratello , al quale 
Tavea promesso papa Bonifazio^ e sperava ottenerlo col- 
r autorità del pontefice e colla forza delle armi; ma il 
papa , che incominciava a sentire la gravezza delle smo- 
date pretese del re, mandò segreti messi agli elettori di 
Alemagna , perchè si affrettassero ad eleggere , suggerendo 
anco, come allora si disse, il nome di Arrigo di Lnxem- 
borgo , principe di belle doti ornato. Piacque il partito , 
ed Arrigo fu eletto addi 27 novembre alla quasi unani- 
mità delle voci. Meravigliaronsì tutti di questa elezione, 
imperocché se egli era un generoso e cortese cavaliero, 
era principe di troppo piccolo stato per sì alta dignità; 
ma più che meraviglia ne senti sdegno grandissimo il re di 
Francia j il quale d* allora in poi non fu più amico del pon- 
tefice. Arrigo ; ottenuto con molta facilità T assentimento 
del papa, fu coronato in Aquisgrana nel di dell'epifania del 
d308, e fu il sesto fra gli imperatori dì quel nome, ma 
comunemente si disse settimo perchè tale neir ordine de* re 
di Alemagna (1). Pria di discorrere della sua discesa in Ita- 
lia , e de* mutamenti che seguirono , dirò qual fosse allora 
lo stato del regno di Napoli , o come allora chiamavasi di 
Puglia. 

(1) G. Villani, l. Vili, e 95; - Stebo, Chronicon f - Albbrtcs 

ABGENTINE?IS18 , CArofltCOffi; - FERBETUS VlCENTlNDS, Hi$t. l. ili; — PTO- 

LoiiAECS LncEfisis, Hisv Eeelf — Bernardus Gdidonis, Vita CUmentis 
Vi — F. PiPiNUS, Chronicon; — Raynaldds, Annai Eccl an. 1308- 



SORGERE DE PRIlfClPATl 435 



LXXXIV. 



DELLB COSE DI NAPOLI DURAKTB IL REGNO DI CARLO II, 

B POCO DOPO LA SUA HORTB. 

Papa Martino , dopo la morte del re Carlo I , maodò 
io Napoli il cardinale Gherardo da Parma, il qoale col conte 
dì Artois e colla regina Maria , cominciò a reggere lo stato 
in nome di Carlo II, allora prigioniero. Fra un uomo solo 
delle cose di guerra occupato e una donna devota , riesci 
facile al cardinale di stabilire delle leggi, che papa Onorio 
approvò , e che da lui presero il nome di capitoli di OncH 
rio. Questi capitoli molto vantaggiosi alla Chiesa , piace- 
vano anco al popolo , perchè determinavano i casi nei 
quali il re avrebbe diritto alle collette straordinarie , vie- 
tavano r alienazione de* beni demaniali, rendean liberi i 
matrimooj de. baroni, davan buone regole sulle monete, 
e gli uiBciali pubblici, rendean migliore il procedimento nei 
giudizj. Durante la reggenza dell' Artois , questi capitoli 
furono osservali ; ma Carlo II , ritornato in Napoli , non 
permise che avessero più forza di legg e , sebbene per ri- 
verenza alla Chiesa, alla quale era debitore della libertà 
e della corona, giammai apertamente non li revocasse e 
pubblicando delle nuove costituzioni, confermò quelli di 
San Martino e di questi di. Onorio non fece parola, né 
quanto aveano stabilito osservò (4). 



(1) PSTBII6 DB MONTBFORTis, Addii, ad Cofìstit. Rég. Hb. Ili, Iti. 25, 
eofifl. Pott, Mortem; — Giannonb, l. XXI, e. l. 



436 STORIA D ITALIA 

Dopo la morie del re Andrea di Ungheria, re Carlo 
richiese da papa Niccolò la corona di quel regno per Carlo 
Martello suo figlio; ed il papa, « imitando, come dice 
il Giannone, T esempio de suoi predecessori, che niente 
curando se hanno potestà di fare o di non fare ricercata, 
si mettevano ad ogni cosa, per T opinione che tengono 
ancora di poter tutto », mandò in Napoli un legato apo- 
stolico , e coir intervento di più arcivescovi e vescovi , lo 
fece solennemente incoronare , il che niente giovogli come 
altrove vedemmo (A). 

La guerra di Sicilia fu più opera de papi che di re 
Carlo II , il quale non la capitanò giammai. Le cose più 
notevoli della sua vita sono i parentadi contralti per mezzo 
della sua numerosa prole. Oltre quelli indietro rammen- 
tati egli dette in moglie al suo figlio Carlo una figlia di 
Rodolfo d* Habsborgo ; a Roberto rimasto ben presto ve- 
dovo di Iolanda di Aragona , una figliuola del re di Ha* 
iorca ; al prìncipe di Taranto suo altro figlio , una figlia* 
di Carlo di Valois; ed una quarta figliuola, che avea 
ancora fanciulla, maritò con un figliuolo del re di Ma- 
iorca (2). 

La città di Napoli, divenuta sede del regno, fu 
nel tempo di Carlo II , accresciuta di numerosi e belli edi- 
ficj, rìcinta di nuove mura: egli la fece franca di ogni 
gravame fiscale, la dotò di un molo per il comodo del 
commercio e la sicurezza delle navi, di un gran palagio 
pe* supremi tribunali della gran corte e del vicariato, di 
naolte chiese e conventi. Egli accrebbe i privilegi dell* uni- 
versità degli studi, ove chiamò per professori gU «omini 
più rinomati d ogni parte dìtalia. E*fece raccogliere ed ordi- 



(1) COSTANZO, Moria di ffapoli, l lUf Gunnonb, I. XXI, e. tll. 

(2) TCTiNi, De^t ammiragli M K«^o; — Giannonb, MXf, «. IF. 



SORGERE DE PRINCIPATI Aùl 

Dire tutte le consoetiidiDi Dapolitaae , che fino allora non 
erano scritte, ed allegavansi ne giodizj per mezzo di testi- 
moni. La sua casa sorpassò in isplendore e magniOcenza 
tatte quelle de' principi suoi contemporanei , e la corte di 
Napoli si rese famosa in tutta Europa. Non è quindi me- 
raviglia, se la sua morte, che segui addi 5 di maggio 
del i 309 , fosse pianta da Napolitani come pubblica sven- 
tura. Il suo cadavere fu trasportato in Provenza: il suo 
cuore rimase in San Domenico di Napoli (4). 

Cario Martello era premorto al padre, e sospetta- 
vasi per veleno (2). Suo figlio Carlo Uberto , o Cariberto^ 
pervenuto era a possedere il regno di Ungheria, e pre- 
tendeva ora quello di Napoli. Disputavaglielo Roberto duca 
di Calabria , il quale da( padre era stato dichiarato erede ; 
e, andato ad Avignone in corte del papa, non tardò a 
procurarsi il favore di lui e de cardinali (3). Un gran nu- 
mero di dottori scrissero in favore di Roberto: Bartolo- 
meo da Capua, che avea fama di gran dottrina, e che 
per oiolti anni avea tenuto il primo luogo ne consigli di 
re Carlo; Niccolò Rufiblo dottore assai rinomato, e pare anco 
il famoso Andrea d' bemia (4). Dopo lunga disputa , addi 
primo agosto del i309, in puU>lico concistoro, il papa 



(1) CoLLEHiinccio, Comp. ht, I. V; — Costanzo, I. /F; — scm- 

MOirfB, , I. Il; — GrANNONB, l. XX/, C 5. 6, 7. 

(2) Chronicon Parmense, Mdratobi , Ber. Ital.j Seript.j t. IX. — 
Dante era amico personale di Carlo Martello, dal quale si fa dire : 

• Assai mi amasti ed aYesti bene onde ; 
Cbè, s'io fossi giù stalo, io li mostrava 
Di mio amor più ellre che le fronde ». 

Paradiso, e. Viti. 

(3) Ptolomabds Lucbnsis, Ànnal Bren.; — Lbibnitius, Cod. lur. 
Gent, I. ly ». 3f. 

(4) AFFLITTO, in Tit. de suecesi. Feudor. et deeie. 119, n. 3; — 
Ciarlanti, Bist, de Sannio, l, IV. e. 23; ^ Costanzo, /. V. 



438 STORIA D ITALIA 

dichiarò Roberlo legittimo erede degli stati di Carlo padre 
suo, e ricevuto il giuramento di fedeltà e di ligio omaggio, 
gli conferì rinvestitura del regno di Puglia e di Sicilia, 
senza curarsi del trattato di pace concluso fra il suo prede- 
cessore e il re Federigo III> gli condonò le immense 
somme delle quali suo padre era rimasto debitore alla ca- 
mera apostolica , e solennemente lo coronò nella cattedrale 
di Avignone (i). Ed in quei medesimi giorni, per un se- 
greto trattato, papa Clemente facultava il re Giacomo di 
Aragona a conquistare, non solamente la Sardegna e la 
Corsica, a lui donate da Bonifazio, ma anco la citta di Pisa 
e risola dell'Elba, a patto le tenesse come feudo della 
Chiesa; e per facilitare questa impresa le concedea le de- 
cime ecclesiastiche del suo regno' (2). 

Papa Clemente mostravasi favorevole ad Arrigo di 
Luxemborgo , assentiva eh' e venisse in Italia , esortava 
principi , i vescovi e i comuni a riceverlo onorevolmente 
deputava i cardinali che doveano in suo nome dargli in 
Roma la corona dell' impero ; ma nel medesimo tempo ei 
sospettava di lui, e apparecchiavagli ostacoli e impedimenti 
dando pretesto al re di Aragona, d* ingerirsi nelle cose 
d'Italia, innalzando Roberto molto tenuto in pregio dalla 
parte guelfa, affidandogli il vicariato pontificio di Ferrara 
e della Romagna. E Roberto, dopo avere indotto il papa 
a stabilire la sua residenza in Avignone, città della Pro- 
venza e a lui sottoposta, ripassava le Alpi. Il vescovo 
di Basilea, Luigi di Savoia ed altri ambasciatori del re 
Arrigo , giunti in Italia ad annunziare la prossima venuta 
del nuovo Cesare , intimarono agli Astigiani di non rice- 



1) Bernardds Guido, Vita CìemBntit V; — G. Villani, l Vllh 
e. 106; — RATNALDU8, AnHal Feci., an- ia09. 
[2) RArNALDUSy l. e. 



SORGERE de' PRINCIPATI 439 

vere il re Roberto; ma gli Astigiani, partitisi gli amba- 
sciatori , lo accolsero con ogni guisa di onori , fermarono 
noa Jega C/On lui, e gli offrirono un banchetto, nel quale, 
con lusso inusitato in quel tempo , tutto il vasellame era 
di argento. Di là Roberto andò ad Alessandria, d'onde 
cacciò la parte ghibellina. In Lucca e in Firenze tentò in 
vano la paciGcazione de' bianchi co' neri. In Romagna man- 
dò Niccolò Caracciolo, che di lui ebbe più arte o più 
fortuna per ridurre tutti i guelfi in concordia , e renderli 
alla Chiesa e al vicario ubbidienti (i). 



LXXXV. 



DELLA VENUTA DI ARRIGO VII IN ITALIA. 



Di ottobre dell'anno 4340 giunse a Susa e dipoi a 
Torino il re Arrigo di Luxemborgo con mille arcieri e 
mille uomini d'arme. Eran con lui la regina Margherita 
soa moglie, Baldovino arcivescovo di Treverì suo fratello. 
Teobaldo vescovo di Liegi, Ugo delfino di Vienna, il duca 
dì Brabante ed altri prìncipi e baroni. Amedeo, Filippo 
e Luigi di Savoia erano suoi partigiani: il marchese di 
Saluzzo lo divenne, dandogli egli l'investitura di Alba, 
Cherì e Mandovi, in quel tempo sottomesse al conte di 
Provenza. Andarongli incontro a fargli riverenza Filippo 



:i) Ventura, Chronicon Astenscy Mcbatori, Rer. Ital, Script., XIj 
— Chronicon Caesenaten$e, Ihid., t. XIV; — Chronicon Foroliviente, Ibid,, 
t JXll; — RAT9IALDU8, Annal Eccl an. 1310. 



440 8T0RU d'italu 

conte di Langusco, Teodoro marchese di Monferrato ^ i 
vescovi, i signori, gli ambasciatori di molle citl2i, e no* 
minatamente di Roma. Da Torino, ove lasciò un suo vi- 
cario, e' passò ad Asti, e cacciata la parte guelfa, ne fu 
proclamato signore (i). 

Era col re, il quale molto T amava, Francesco da 
Garbagnate, giovine milanese, animoso, disinvolto, di 
bello ingegno. Egli molte volte gli avea parlalo di Mat- 
teo Visconti, e si lodavalo come il più savio ed ornato 
uomo che fosse in Lombardia, che Arrigo bramò di co- 
noscerlo. Matteo vivea in quel tempo privatamente a Nuo- 
garola ; e ad un segreto messo di Guido della Torre, che 
interrogavalo quando credea di poter ritornare a Milano, 
avea risposto: « Quando i peccati del tuo signore soper- 
chieranno i miei d. E veramente i peccati del Torriano 
cominciavano a soperchiare quelli del Visconti, e la sua 
fortuna a dechinare. Egli avea perduto la signoria di Pia- 
cenza che gli s'era ribellata: egli, per sospetti di congiura, 
avea fatto incarcerare Gastone della Torre arcivescovo di 
Milano ed altri suoi parenti ; di poi li avea rimessi- in 
liberta e mandati a* confini. L'arcivescovo d'allora in poi 
divenne partigiano di Arrigo, e cominciò a sollecitare la 
sua venuta in Italia. Erano in tale stato le cose, quando 
Matteo Visconti si presentò in Asti al re, il quale molto 
onorevolmente lo accolse. Ivi venne anche T arcivescovo 
Gastone, ed abboccatosi con Matteo, sì accordarono in* 
sieme contro Guido della Torre, e con grande istanza 
pregarono Arrigo di andare a Milano (2). 



(1) ALBEBTiNVS MussATUS, /. /, c. 6; — Chronicon Asteni9i — Me- 
1 ATOMI, Ber. Hai Script., t. XI. 

(2) Cono, Istoria di Milano; — G. ViLLAifi, I. Vili, e. 61; — Chrc 
nicon Plae^ntinum , Muratori , Ber. Hai. Script, t IVI; — loHAliMBS DE 
cermenat., e. 10, Ibid., t. IX; — Duio Compagni , l III 



SORGERE DE PRINCIPATI Hi 

Arrigo passò per Casale, Vercelli e Novara, slabi- 
iendo delle paci dappertutto e facendo richiamare gli usciti. 
Il conte Filippo lo attendea^a Pavia ; ma Matteo Visconti, 
alzando la mano, gli disse : « Signore^ questa mano ti 
può dare e tórre Milano: vieni a Milano, dove sono gji 
amici miei, perocché niuno ce la può tórre: se vai verso 
Pavia, tu perdi Milano ». Arrigo tenne il consiglio di 
Matteo, e lasciata a man ritta Pavia, dirìzzossi verso Milano. 
Andarongli incontro con gran plauso numerose schiere di 
nobili milanesi: ultimo comparve Guido della Torre, il 
quale erasi armato per resistere, ma non ebbe cuore di 
prender la guerra, e non dissimulazione abbastanza per 
far^ onore : andava sdegnoso ed altero , non abbassava 
le sue insegne ali appressarsi del re come gli altri signori 
faceano, ed ebbe a soffrire la vergogna di vedersele 
gittate a terra dagli altri. Con gran festa fu ricevuto 
Arrigo da* Milanesi , da* quali ebbe la signoria della città : 
egli pacificò i Torriani e i Visconti insieme co' loro se- 
guaci , raccomandando a tutti la concordia ; e per amore 
de' Milanesi, derogando ad un'antica usanza, non prese 
la corona di ferro a Monza, ma in Milano nella chiesa 
di santo Ambrogio, lui e la sua donna, dalle mani 
deir arcivescovo Gastone della Torre , coir assistenza degli 
ambasciatori di quasi tutte le città di Lombardia e della 
marca di Verona (i). Attese egli quindi a pacificare la 
Lombardia, costituendo in ciascuna città suoi vicarj, e 
facendo richiamare gli sbanditi , fossero ghibellini o guelfi : 
cosi la parte guelfa rientrò in Modena , cosi Tebaldo 
Brusato , guelfo ardentissimo ed audace , coi suoi parli- 
ci) Galtands Flamma , Man. Fior. , e. 349 ; — loHANNES de Cer- 
MEffAT, c. 13 ; — Chronicon Aiteme ; - Albkrtinos Mossatos, l I ; - 
Dino Compagni, l. Ili; - Bonincontros Moiigia, Chronicon; — Mora- 
T011 , Ànecd. Latin., t. II. 

LA Farina, T. VI. 56 



442 STORIA d'italia 

giani , rientrò io Brescia (4). Scrìve Dino Conopagni : 
« Parie guelfa o ghibellina non volea udire ricordare : di 
che la falsa fama lo accusava a torto. I ghibellini di- 
ceano : E' non vuol vedere , se non i guelfi. E i guelfi 
diceano : E' non accoglie , se non ghibellini. E cosi te- 
meano l'un l'altro. I guelfi non andavano più a lui : i 
ghibellini spesso lo visitavano , perchè n aveano maggior 
bisogno per gV incarichi dell' impero portati. Parea loro 
dovere aver migliore luogo ; ma la volontà dell' impera- 
tore era giustissima , perchè ciascuno amava , e loiascuno 
onorava come suoi uomini (2) ». 

Arrigo y avendo bisogno di danaro ^ ne richiese in 
dono da* Milanesi : se ne trattò nel consiglio del comune : 
Guglielmo della Posteria propose cinquantamila fiorini 
d*oro, e tutti assentirono. Allora Matteo Visconti sog- 
giunse parergli conveniente se ne donassero anche dieci- 
mila alla regina. Guido della Torre esclamò adirato : « E 
perchè non darne centomila ». Gli uflBciali del re, eh* erano 
presenti , o non intendendo o fingendo non intendere ciò 
che il Tornano volesse dire, scrissero diecimila, e tanti 
bisognò darne. Arrigo, che cominciava a diffidare, do- 
mandò che cento nobili milanesi, cinquanta per ciascuna 
parte , lo accompagnassero a .Roma , dicea per onore, 
ma tutti compresero per avere degli ostaggi , o per allon- 
tanarli dalla città ; il che spiacque assai ad ambe le parti. 
1 sospetti crebbero : fu fatto credere ad Arrigo contro di 
lui congiurassero non meno i Visconti che i Torriani: 
egli mandò suoi cavalieri per ricercare le loro case: 
niente trovarono in quella di Matteo Visconti, che ono- 
revolmente li accolse ; ma Guido della Torre si difese con 

(1) BONIFACIOS MORANCS, ChfoniCon MutiMMe, MORATOBI, A«r. 

Ital Script., (. XI ; — Maltbcius, CArotifeon BHxianimi, IM., t. XIV- 
(2) Dino Cohpagni, l. ìli. 



SORGERE DE FRlNaPATl ^ 443 

gente annata ^ ed ana fiera zufiTa si appiccò. I Torrianì 
foroD vinti , cacciati in fuga , ed i Tedeschi saccheggia- 
rono le loro case, non che quelle de vicini che ninna 
colpa aveano. Arrigo, o perchè credesse che i Visconti 
avessero astntamente suscitato quella sedizione , o per 
soddisfare alla richiesta di ooolti nobili milanesi, confinò 
Matteo ad Asti e Galeazzo a Treviso; ma dopo poco 
e tornarono a Milano e continuarono a godere del regio 
favore (i). 



LXXXVI. 



RIBBILIONI Dl'GUUFl CONTBO ARRWO VU. 

La caduta de Torriani scatenò contro Arrigo tutti 
gli od] di parte guelfa: Lodi, Cremona e Brescia ^ per 
maneggi e danari de Fiorentini e de* Bolognesi , gli si 
levaron contro; ma Lodi, dopo qualche giorno, ritornò 
air ubbidienza. Arrigo mosse in armi contro Cremona : al 
suo appressarsi, Guglielmo Cavalcabò, capo di parte 
guelfa e suscitatore di quei moti, sì salvò colla fuga: i 
maggiori della nobiltà e del popolo andarono incontro al 
re fino a Paderno, ed umilmente inginoccbiaronsi a' suoi 
piedi implorando misericordia. Arrigo, o per propria feriti 
o per consiglio de* ghibellini , li ritenne tutti prigionieri , ed 



(1) BomifCOlfTBUS MORIGU, CAfOtlieofl; - lOHAlfNBS, DB CERMENA- 

TS, Ckranieani - Alerrtinus Mcssatos, Hist,, l I; - Pbiibtos Vicen* 
TiNus., Hist.; — Gazata, Chroniean R$gi9n.; — ÀnncUtt MBdiolanmHt ; 
*- C. Villani, l. IX, e. 2. 



AH STORIA d' ITALIA 

entralo io Cremona, fece smanlellare le mura, colmare i 
fossi, disfare le torri, impose al comune un* ammenda in 
fiorini centomila, annoilo i suoi privilegi e le sue franchi* 
gie, e le case de' più ricchi cittadini ordinò o permise che 
fossero da suoi Tedeschi saccheggiate (i). 

Di là egli andò ad oste a Brescia, e la cinse d' assedio. 
Tebaldo3rusato, ch'egli avea fatto rientrare, avea cacciato i 
ghibellini ed avea occopato la signorìa. Fu allora comune 
opinione, che se Arrigo, dopo \ occupazione di Cremona , 
fosse venuto a Bologna o a Fireoze, tutta Italia gli avrebbe 
ubbidito. L* assedio di Brescia durò quattro mesi, nel qual 
tempo, in una sortita, Tebaldo Brusato cadde in mano dei 
Tedeschi, e fu trascinato pel campo a coda di cavallo, e di 
poi squartato. I Bresciani^ per vendicarlo, infierirono sui 
prigionieri; e la guerra divenne crudelissima ed ostinata. 
Sopraggiunti al campo i tre cardinali deputati dal papa 
per la coronazione di Arrigo, aprironsi pratiche di pace , e 
fu fermato un accordo: fu salva la vita e la roba de* citta- 
dini, ma le mura furon disfatte, e tutti i Bresciani senza di- 
stinzione di parte guelfa o ghibellina, furono condannati a 
pagare sessantamila fiorini d* oro , il che parve cosa molto 
ingiusta e a ghibellini spiacque assai (2). 

Passato Arrigo a Pavia, corse voce che Filippo da 
Langusco > signore di quella città , congiurasse di ucci- 
derlo. Accorse Matteo Visconti, il quale, pel prezzo di 
cinquantamila fiorini d'oro, e per un censo annuo dì ven- 
ticinque mila fiorini , avea comprato la dignità di vicario 
imperiale di Milano. Filippo gli chiuse in viso le porte. 



[i)Chronieon Placentinum; — Muratori, Aer. Ital. Script., t. XVl- 
(2) Ferretos ViCKNTiNiis, /. IV, MURATORI, Rw. Hai. Script., t. ÌX; 
ALBBiTiifOS MUSSATUS, Bist.y Ibid.,t. Vili} — Malvecids, Chrofiicon Bri^ 
xianum^ Ibid, t. XIV ; — CORio, Istoria di Milano; - Dino Compagni, 



SORG£R£ DE PRINCIPATI 445 

e Don volle riceverlo. Allora , Arrigo costituì vicario impe- 
riale di quella città, non che di Vercelli, Novara e del 
Piemonte , Filippo di Savoia , il quale poco di poi si col- 
legò con Filippo di Laugusco e co* guelfi, e gli si palesò 
nemico (d). 

Addi 2d ottobre del i34i, Arrigo entrò in Genova 
li vi fa accolto con sommo onore. La città era stata per 
parecchi anni conturbata dalle discordie Serissime de' Do- 
na e degli Spinola; ed il popolo, stanco di sedizioni e 
dì guerre cittadine, die a lui per venti anni la signoria 
del comune. Quivi dimorando, e seppe che i Fiorentini, 
ì Lucchesi, i Sanesi ed altri popoli di Toscana, aveano, 
come aperti nemici, occupati i passi della Lunigiana. Eran 
soli a lui amici gli Aretini e i Pisani; e questi ultimi, 
con grande istanza, pregavanlo venisse a Pisa per via di 
mare. E in quel medesimo tempo, Gilberto da Correggio, 
corrotto con dodici mila fiorini d' oro da' Fiorentini e dai 
Bolognesi, gli ribellava Parma e Reggio: i Cremonesi, 
levatisi a rumore , cacciavano il vicario imperiale : Filippo 
da Langusco e Filippo di Savoia bandivano da Pavia i 
ghibellini: Asti, Novara, Vercelli, Mantova gli nìegavano 
ubbidienza: Brescia ed altre città lombarde tumultuavano: 
Imola, Faenza, Forlì, Pesaro, Fano e quasi tutta la Ro- 
magna riconoscevano e osservavano Y autorità della Chiesa 
e del re Roberto. I Veneziani erano amici di Afrigo, e 
gli mandavano il danaro necessario per comprare una co- 
rona e una sedia imperiale, ma colle persone non lo aiu- 
tavano. Cosi questo principe, venuto, come diceano i suoi 
partigiani , per pacificare Y Italia , vedéa accendersi dap- 
pertutto la guerra. Il suo fratello era stato ucciso sotto 

(1) Albertinus MDSSATDSy /. IV; - Malybcids, Chronkon Brixia- 
numi - loHANNES DE CoiMENATB, Chronieon; — CORio, Istoria di Mi- 
lano; — GiDLiNi, ilfem. Stor. di Milano. 



446 STORU D ITALIA 

Brescia, la sua moglie era morta in Genova: non avea 
esercito, mancava di moneta, era vinto da nemici o da 
traditori, per maggiore sventora ana fiera epidemia svi- 
luppatasi ne suoi tedeschi, togliea da questa, vita i più fidi 
suoi baroni, e seguendo i suoi passi , dalla Lombardia 
era scesa nella Liguria e infieria nella cittìi di Genova (1). 

Partitosi di là con trenta galere genovesi e pisane, 
fortuna, non stanca di dargli travaglio, gli suscitò contro 
una terribile tempesta , per la quale e* dovette riparare in 
Porto Venere, ne potè approdare a Pisa che addi 6 di 
marzo, venti giorni dopo della sua partenza. I Pisani lo 
riceverono con gran festa, gli dettero danari e l'onorarono 
come loro signore. Quivi vennero a lui i ghibellini di 
Toscana e di Romagna, ed e* vi si soffermò atteodendo 
aiuti dalFAIemagna (2). 

Il re Roberto avea mandato ad Arrigo suoi amba- 
sciatori , fingendo voler con lui amistà e parentado, ma 
si gravi erano i patti proposti, che Arrigo non potè ac- 
cettarli. Ora giungea la nuova che Giovanni fratello del 
re Roberto era entrato in Roma con mille cavalli e avea 
occupato il Vaticano e la città Leonina. Chiese Arrigo a 
che venisse. Disse Roberto per onorare la sua coronazione 
e per suo aiuto bisognando. Rispose Arrigo: « Tarde 
sono le profferte del re, e troppo è sollecita la venuta di 
messer Giovanni ». La discordia fra Colonnesi ed Orsini 
durava ardentissima. Senatore di Roma era Pietro di Sa- 
voia di parte ghibellina. Giovanni si collegò cogli Orsini , 



(1) Gborgics stella , Ànnales GenuemBS ; Muiatoii, Rer, Hai. 

Script, r. Xril; FBBIBTUS VlCEirriNUS, Hist.; - ALBERTIMUS MDSSATOS, 

HUt.} — M ALTBcius, Chronieon Brixianum^ — G. Villani, {. IX, e. 18; 

— niNO COMPAONl, I. IH. 

(2) G. Villani, l IX, e. 36; — nmo Comf agni, MI/; - Cronae^ 
di Pisa, MOBATOBi, J?0r. Ital. SeripLy t. XV. 



SORGERE DE* PRIIiaPATI 44 7 

e chiamati aiuti dalle città di Toscana e di Romagna , 
cacciò il senatore dal Campidoglio, e cominciò a com- 
battere i Golonnesi^ che occupavano il Laterano il Co- 
losseo e quasi tatta la città al di qua del Tevere. Allora 
Arrigo deliberò non più indogiare, e si parti da Pisa con 
duemila cavalieri e buon numero di fanti. Giunto a Ro- 
ma, dopo varie zuffe, egli fu coronato imperatore e re 
de' Romani nella chiesa di san Giovanni in Laterano (non 
potendosi nel Vaticano, perchè da* suoi nemici uc^^pato] 
da tre cardinali, con licenza e mandato di papa Cle- 
mente V (<). 



LXXXVII. 



DELL! MORTE DI iWRieO VII. 

La guerra desolava 1* Italia settentrionale: Cane della 
Scala di parte imperiale combatteva co* Padovani ; Matteo 
Visconti sconGggeva i Cremonesi, e ammazzava di sua 
mano Guglielmo Cavalcabò capo di parte guelfa; i Lodi- 
giani, cogli aiuti di Gilberto da Correggio , cacciavano il 
vicario imperiale; Galeazzo Visconti, il marchese di Mon- 
ferrato e il marchese di Saluzzo guerreggiavano |30* Pa- 
vesi; Vercelli, dopo quarantanove giorni di guerra citta- 
dina , era occupata da Filippo di Langusco ; Piacenza era 
presa e perduta tre volte da* ghibellini, finché Alberto 
Scotto, mutando parte si uni a* guelfi e si fece proclamare 



(1) G. Villani, l II, e 36-42; - Fbiiitds VicBirrmus, /.. F; 
Albiitirds Mdssatus, Bist.; — Dino Compagni, L IH. 



448 STORIA D* ITALU 

signore; Francesco Pico della Mirandola vicario imperiale 
di Modena è sconfitto da' guelfi^ e Rinaldo Passerino Bo- 
nacossi , che finge accorrere in sua difesa , lo caccia dalla 
città e ne occupa la signoria; Francesco d'Este è fatto 
assassinare da Dalmasio governatore di Ferra per la Chiesa 
e il re Roberto; Guecelo da Camino signore dì Treviso 
è cacciato da quella città dal vescovo e dalla parte guelfa; 
Asti e Alessandria cacciano i ghibellini e ritornano nell' ub- 
bidienza del re Roberto; i Provenzali entrano in armi nel 
Monferrato, e costrìngono i cittadini a riconoscere per 
loro signore il re di Napoli: e tutti questi fatti, ed altri 
molti che per brevità tralascio, seguivano nell anno idl2^ 
fecondissimo di rivoluzioni ingloriose , di tradimenti co- 
dardi , di scellerate guerre , e nel quale tanto sangue ita- 
liano fu versato e tante nuove tirannie furono fondate (1). 
Frattanto l'imperatore accampavasi avanti Firenze. 
« Era si guernita la città di gente a cavallo ed a piedi , 
scrive il Villani , che due tanti e più ne avea dentro ca- 
valieri y e gente a pie più di quattro tanti. Rassìcuraronsi 
i Fiorentini si che i più andavano disarmati ^ e teneano 
aperte tutte le altre porte, fuori che da quella parte 
overa l'imperatore, ed entrava ed usciva la mercatanzia 
come se non vi avesse guerra ». Ciò non ostante, o per 
riverenza al nome imperiale, o per altre ragioni, i Fio- 
rentini non uscirono a combattere, e sopportarono che 
il contado fosse messo a ferro e a sacco dagli Alemanni 
che voleano arricchirsi e dagli usciti ghibellini che vo- 
leano vendicarsi (2). 



(1) BONiNcoNTBOS MORiGU, Chromeon, Moratobi, Rer. /tal. Serip.y 

t. XII; ^ ALBEBT1NDS , MUSSATOS, l VII ', — lOHANNES DB COBMINATB, 

c. 46; — Chronicon Parmense; — Chronicon Placentinum; — Chronicon 
Estense; — Ventuba Chronicon Astense, — CoBTOS Bistorta, l. 1. 

(2) G. Villani, l IX, e. 43, 44; - albbbtinds mossatus, l Vili- 



SORGERE DE* priucipati 449 

L' imperatore , vedendo che collo scarso esercito che 
avea seco , era impossibile soggiogare città così ben mu- 
nita e provveduta , si ritirò a San Casciano , e quindi a 
Poggibonsi. Quivi e' ricevette un dono di ventimila doppie 
d* oro dal re Federigo ^ col quale fermò una lega , a patto 
che Pietro figliuolo del re di Sicilia sposerebbe una fi- 
gliuola deir imperatore, e che il detto sarebbe ammiraglio 
imperiale. Di poi l'imperatore andò a Pisa, e cominciò 
a far processi e a pronunziare sentenze contro il re Ro* 
berlo, che condannò a morte come traditore, nemico 
pubblico e usurpatore , e contro Giberto da Correggio , 
Filippo da Langusco, Firenze, Brescia, Cremona, Pa- 
dova e altri signori e comuni ribelli dell' impero ; fulmini 
di carta, come li chiama Giovanni di Ck>rmenate. E' si 
rivolse anco a papa Clemente, perchè scomunicasse i ri- 
belli, e particolarmente il re Roberto, che in Roma si 
era fatto reo di attentato contro T autorità del papa e 
dell'imperatore. Narra il sopracitato cronista, che il papa 
avea preparate le bolle in favore di Arrigo; che ciò ri- 
saputo , Filippo re di Francia mandò in Avignone quei 
medesimi sgherri, che in Auagni aveano catturato papa 
Bonifazio , i quali , entrati nella cancelleria , ricercarono 
e trovarono quelle bolle , e minaeciarooo al papa di fare 
a lui ciò che aveano fatto al suo predecessore ; e che il 
papa impaurito fece come volle il re di Francia. Certo 
egli fe che Clemente non attese sino a quel giorno per 
mostrarsi ligio alla Casa di Francia. Nel 43^0 egli creò 
cinque cardinali e tutti e cinque guasconi. Nel i3di , nel 
concilio generale di Vienna,* ove si avea a giudicare la 
memoria di papa Bonifazio, il re di Francia ritirò l'ac- 
cusa, ed il papa dichiarò T innocenza del suo predeces- 
sore, il che fu fatto per non spiacere a guelfi e agli 
Orsini divenuti nuovamente amici de Francesi da quando 

La Farina, T. VI :»7 



450 STOAIA D ITALIA 

i CotoDoesi eransi dichiarati per T imperatore. Nel I3i2 
papa Clemente creò altri nove cardinali , ed anche questi 
uran tutti francesi (d). Il che prova che il papa, eletto 
per i maneggi del re di Francia, mentre costui era av- 
verso alla parte guelfa, si mostrò favorevole a ghibellini; 
ma che non appena la parte ghibellina ebbe un capo , e 
le speranze di ricostruire T unità dell'impero rinacquero 
in Italia colla venuta di Arrigo , e si accostò a guelfi , o 
per meglio dire ritornò alle tradizioni costanti del papato, 
ti invece di scomunicare Roberto, come chiedea l'impe- 
ratore, scomunicò tutti quelli che osassero muovergli 
guerra ed invadere il suo regno (2). 

L* imperatore , non curante di quelle bolle , era per- 
suaso, come scrìsse il Villani , « che preso che avesse il 
regno assai gli era leggiero di vincere tutta Italia m ; per 
lo che mosse da Pisa, con quattromila cavalieri, la più 
parte alemanni e molta gente a pie , alla volta di Na- 
poli; ma infermatosi, per la via, addi 24 di agosto 
del 43i3, e morì a Bonconvento, castdlo del contado 
di Siena. Si sparse allora la voce, e fu comunemente 
creduta, essere egli morto di veleno, datogli nell'ostia 
o nel vino consacrato da un frate Bernardo da Monte^ 
pulciano deir ordine de predicatori. Albertino Mussato, Gu* 
glielmo V^tura, Ferreto Vicentino, Giovanni da Corme- 
nate e Tolomeo da Lucca, cronisti contemporanei ^ di- 
cono morisse di morte naturale: il contrario affermano 
i cronisti tedeschi [3]. Ben dice il Muratorì che se i nuli 



(1) ALBBETiNus Mdssatus, l. Xill ; — CfuTonkon Sienlum; •— Jo- 
hannes DE CoiMRNATB, c. 62; -^ LONIG* Codex Dipi, liol.^ t. Il, P- 1035; 
— G. Villani , l- IX, e. 22, 4B; ~ Ptolomaeos Locbnsis, Vita CUmet^ 
tu V} — RAYNALO08, Annal B^eL, ati. 1310, 1311, 1312. 

(2) LUNIG, Cod. ItaL Dipi., t. Il, p. 1079, 1086. 

(3) " Diccbalur eoìm, qaod ìpse praedicalor veoeoum sub ungue di* 
'j;iti teneDs absconsam. poM coromunionem poiMì C«esari immississit ft il- 



SORGERE de' FRIHCIPATI 451 

straordÌDRij d' Italia erano allora capaci dì rimedio non 
si potea scegliere un nomo piò adatto dì Arrigo per ap- 
portarvelo. Dino Compagni^ parlando delia sua elezione, 
dice: « E trovarono ano obe in corte era assai dimorato, 
uomo savio e di nobile sangue , giusto e famoso di gran 
leidtà, prò' d'arme e di nobile schiatta, uomo di grande 
ingegno e di gran temperanza , cioè Arrigo conte di Lu- 
xemburgo di vai di Reno della Magna , d* età di quaran- 
t'anni, mezzano di persona, bel parlatore e ben fazio- 
nato, un poco guercio ('l) ». Il Villani, nonostante cbc 
guelfo, scrivea di lui: ««Questi fu savio e giusto e gra- 
zioso, prode e sicuro in arme, onesto e cattolico; e di 
piccolo stato che fosse per suo lignaggio , fu di magna- 
nimo core, temuto e ridottato: e se fosse vivoto più lun- 
gamente avrebbe fatto grandissime cose » (2). Dante aveà 
riposto le sue speranze in Arrigo: è nota la sua lettera 
a primati italiani ohe comincia: « Rallegrati oggimai Ita- 
lia 9 , nella quale esorta i popoli a non solamente a ser- 
bare a lui ubbidienza, ma come liberi il reggimento ». 
Nella Divina Commedia le lodi sono anco maggiori; e 
qnei passi ne* quali tocca di lui furono certo scritti dopo 
la sua morte , quando ogni speranza era svanita (3). Come 



lieo discessìsset •. Albertus argbntinensis, Chronicon.— • Hic Impera- 
tor, at commonis fait opiDio, per penitentiarinni sunm, imniixto veoeno in 
calice Domioi, cuna Imperator ab ipso eocaristìam sumerety eitioclus fait •. 
Hbiciicds Stero, ad an. 131S. Veggaai Mariioo Diaembachio nella saa dis- 
sertazione De vero mortii genere, quo Benricus VII ohiU^ e Burcardo Stra- 
vio in Syntag. Hisi. Gwrmanor. I>is$er. XXV ove narra gli sforzi e i ma- 
neggi che fecero i Domenicani presto Gioranni re di Boemia, figlinolo del- 
l'imperatore, per purgarsi di questa aa^usa. 
(f) Chronaca, l III. 

(2) Lib. IXy e. 1. 

(3) «In qael gran seggio a che to gli occhi tieni. 

Per la corona, ch« gii v*è so posla, 
Primteliè tu a <|aesle nozze ceni, 



452 STORIA D ITALIA 

pubblica e privata sciagura piansero i ghibellini la morte 
deir imperatore Arrigo , e il suo cadavere fu seppellito nel 
camposanto di Pisa, ove si vede la sua statua posta a 
giacere, coperta col manto imperiale ricamato ad aquile 
e leoni, arme de' ghibellini e de guelfi, ch'egli invano 
sperò di ridurre in concordia, riunendo gli animi di tolti 
in un solo volere. 



LXXXVIII. 



STATO DBLL' ITALIA DOPO LA NORTB DI ARRIGO VII. 

Federigo re di Sicilia, accorso a Pisa per riunire 
le sue forze a quelle dello imperatore, e trovato costui 
morto ed il suo esercito disperso, invili, e non volendo 
accettare la signoria della città che a lui proffersero i Pi- 
sani , ritornò frettolosamente in Sicilia, pochezza d* animo 
che gli procurò Y odio e il disprezzo de* ghibellini (i). Né 
Amedeo di Savoia, né Arrigo di Fiandra ebbero di lui 
più animo, per lo che i Pisani elessero a loro sigpore 



Sederà Talma, che fia giù Agosia 

Dell'alto ArrigO; ch*adriztare Italia 
Verri in prima eh' ella sia disposta. 

La cieca capidigia, che v'ammalia. 
Simili fatti v'ha al fantolino. 
Che muor di fame e caccia vìa la iMilia >. 

Dante, Farad., e. XXX. 

(1) « Jacopo e Federigo hanno i reami 

Del retaggio miglior nessun possiede *. 

Dante, Purg. e VU. 



S0B6ERE db' PRUICIPATI 453 

UguccioDe della Faggiola , che in quei gioroi era podestà 
imperiale di Genova^ il qaale divenne il capo di parte 
ghibellina, e condussero a* loro stipendj mille cavalieri 
alemanni, fiamminghi e brabanzoni, peste nuova che si 
aggiunse a' mali grandissimi che travagliavano e deso- 
lavano r Italia (i). Uguccione, non pria ebbe la signorìa 
di Pisa, mosse guerra a' Lucchesi. Lucca, Firenze, Pi- 
stoia e Prato aveano eletto per loro signore il re Ro- 
berto per cinque anni avvenire: Siena avea ridotto i suoi 
statuti molto simili a* lucchesi , ed avea escluso dalle cor- 
porazioni, e per conseguenza dagli uflBcj pubblici circa 
novanta famiglie di origine nobile. In Lucca i nobili erano 
stati costretti a renunziare i loro beni signorili; e molti 
di loro erano stati banditi, altri eransi volontariamente 
partiti per non sottostare alla dittatura de' popolani. Co- 
minciata la guerra, i Lucchesi rappacificaronsi cogli usciti 
e richiamarono gli Interminelli nobili di parte ghibellina 
ed i loro seguaci. Questi fecer congiura con Uguccione, 
e un di, levato il rumore, gli apprirono le porte della 
città. Uguccione entrò co* Pisaqi e co* merceoarj forestieri : 
i popolani guelfi fuggirono con Gherardo da San Lupino 
vicario del re Roberto: la citta fu saccheggiata per otto 
di; ed in quella occasione fu predato il tesoro d'im- 
menso prezzo che papa Clemente avea ivi fatto trasportare 
da Roma, per sottrarlo da' pericoli della guerra che coni- 
battevasi fra i partigiani del re Roberto con quelli dei- 
r imperatore. L'acquisto di Lucca, non ostante che si 
dovesse più al tradimento che al valore , rialzò la ripu- 
tazione de Pisani, dette fama ad Uguccione della Fag- 
giuola, e impauri assai i guelfi toscani (2). 

(1) N. SPECIALIS /. FU , e. 2 ; — G. VILLANI , /. IX , c. 53.. .y - 
TaoNci, AnnaiiPiiani. 

(2) Ittorit PisioUti, MURATORI, Rer. Ital Script., t. XI} - G. Vil- 



454 8T0RU D ITALIA 

Galeazzo Visconti , vicario imperiale io Piacenza, avea 
preso Alberto Scotto, e lo avea mandato prigioniero a 
Milano. Alberto foggi a Cremona, e si collegò con Filippo 
di Langusco signore di Pavia , con Gilberto da Correggio 
e co* Torriani. Radunato nn esercito , assalirono Piacenza, 
ma da Galeazzo furono rotti e sconfitti, e Filippo, rima- 
sto fra' prigionieri , mori miseramente nelle carceri di Mi- 
lano. I Pavesi gridarono loro signore Ricciardo suo figliuolo: 
lo stesso fece Parma: Piacenza, die allora la signorìa per- 
petua a Galeazzo Visconti. Tommaso Marzano conte di Squil- 
laci , maresciallo del re Roberto, co* Pavesi e co' Torriani , 
volle ritentare la sorte delle armi ed entrò sul Milanese; 
ma e toccò una terribile sconfitta ; i Pavesi lo credettero 
traditore e corrotto per moneta da Matteo Visconti, e lo 
cacciarono vergognosamente dalla loro città (i). 

Papa Clemente non parea ad altro intento che a racco- 
glier danaro: per cento mila fiorini doro e vendè T asso- 
luzione della scomunica a Venezia, rea di aver voluto to- 
gliere Ferrara agli Estensi; di poi, senza più curarsi degli 
Estensi, e' vendè Ferrara al re Roberto (2). Avea anchegli 
ordinato a suo nipote Raimondo d' Aspello, marchese della 
marca di Ancona^ che tutto il danaro raccolto per conto suo 
in Italia, fosse trasportato ad Avignone : ma alcuni nobili mo- 
denesi di parte ghibellina^ predarono quel tesoro, cheascen- 
dea a dugentomila fiorini d' oro , e ammazzarono il mar- 
chese e quaranta cavalieri che Io accompagnavano. Il papa 



LAMI, {. IX, e. 59; ~ Teonci, Annali Pisani; — Malatolti, istffria di 
Siena. 

(1) Chronieon Placenlinum, Muratori, Ber. Ital. Script, t. XVt; — 

FERBBT08 VlCBNTlNDS, l /F, Ibid., t. IX; - ALBBRT1NI78 IIOSSATOS, /. Xì\ 

Ibid t. Vili; — Johannes db Cbbmcnate , e. 64 , Ibid., r. f.T; — Gobio, 
litoria di Milano; — Bonincontbds IMobioià, Ckronieant Ibid., t. XVII. 

(2) Ptolomabus Lccbnsis, VUta CUmmiie F; — Ratnaldos, Annoi' 
Eeel., an. 1313. 



SORGERE DE PRINCIPATI 455 

lamio scomUDicfae e minacce di ogoi. guisa ^odod solo oontro 
i rei, ma anco ^ come solea, contro tutti i Modenesi; ma il 
danaro non recuperò (i). Poco di poi, a petizione del re 
di Francia e del re Roberto, e*dichiarò nulla la sentenza del- 
r imperatore contro di costui , aggiungendo che gli imperatori 
erano vassalli de papi , e che i papi succedeano agli impe- 
ratori allorché l'impero era vacante (2). Ed applicando 
questa dottrina, addì 14 marzo del Ì3i4, etereo vicario 
imperiale in Italia il re Roberto, il quale ottenne nel me- 
desimo tempo la dignità di senatore di Roma (3). 

Pubblicata questa bolla , e' non sopravvisse che poco 
più di un mese , e mori addì 20 di aprile , a Roccamora 
sul Rodano (4). Scrivea di lui il guelfo Villani : « Fu 
uomo molto cupido di moneta, e simoniaco che ogni be- 
neficio per moneta in sua corte si vendea; e fu lussurioso, 
che palese si dicea, che tenea per amica la conlessa di 
Pelagorga, bellissima donna, figliuola del conte di Foix (5) ». 
Di lui scrissero orribili cose tutti i contemporanei non 
meno guelfi che ghibellini , ed è notevole una lettera ri- 
mastaci del cardinale Napoleone degli Orsini, diretta al 
re di Francia, dopo la morte del pontefice (6). Questo 
« pastor senza legge e di laìd' opra » come lo dice Dan- 
te (7) , che tanto erasi affaticato ad ammassar danaro , 



(1) BONiFAcius MoBANUS, Chronìcon, Mdratobi, Ber. Hai. Script., 
t XI; -— Ptolomaeijs Lucbnsis , Vita CUmentis V. — Albertino Mussato 
e Matteo Griffooe dicoo la somma minore . 

(2) • Nos tam ex saperioritate, qoam ad Iroperìaro non est dabium 
DOS babere, qoam ei potestate, in qua , vacanti imperio, imperatori succe- 
dimus etc-..». Clement. De Sent. et re judie. 

(3 Ratnaldos, Ànnal Eccl. an. 1314. 

(4) BBBNABDUS GoiDONis, Vita Clementti V; ~ Ptolomabos Ldcen- 
sis. Vita Clementis V. 

(5) Lib. IX, e. 69. 

(6) Baluzio, Col Aet. Vet., p 286 

(7) ìnfer., e. XIX. 



456 STORIA D* ITALIA 

meotre spirava, vide saccheggiato il sao palazzo da* suoi 
proprj familiari , si che appena rimase qualche sudicio 
cencio per ravvolgervi il suo cadavere, che rimasto ab- 
bandonato, fu dalla fiamma di un doppiere arso quasi 
mezzo. Ventitré cardinali , fra quali soli sei italiani e tutti 
gli altri francesi, adunaronsi in Charpen^tras; ma i parenti 
del defunto pontefice, con una banda di scherani, entra- 
rono in città, gridando: « Vogliamo un papa guascone I 
muoiano i cardinali italiani I » Le case di costoro furono 
saccheggiate e arse, i loro familiari ammazzati o feriti, 
ed e' non scamparono la vita , che rompendo un muro 
della sala del conclave, e di là fuggendo fuori di quel- 
la edificio e di quella città (1). Degno fine di quel pontificato, 
che cominciò colla simonia e cogli inganni, durò ne' tradi* 
menti, nelle venalità e nella corruzione , ed ebbe termine 
colla profanazione, cogli ammazzamenti e col saccheggio I. 



(1) FRANCiscDS PiPiNOS, Chrofiicon, MciiATORi , Rer. Hai. Script., 

I. IT; — FERBBTU8 VlCENTINUS , /. C. ; — BEBNABDUS GDII^NIS , Vita 

Clemeniii V; — Balczio, /. e; — Raynaldus, Annal Eecl, an. 1314. 



EPILOGO 



Morto 1 imperatore Federigo II , il suo figliuolo 
Manfredi , fatto proclamare re di Sicilia il fratello Corrado, 
assanse il governo del regno con nome ed antoriti di 
vicario. Papa Innocenzo IV si affrettò allora a commovere 
Italia ed Alemagna contro alla casa degli Hohenstaufen , e 
ritornò in Italia , d* onde V avea cacciato 1* ira e la potenza 
di Federigo. Corrado, vinto in Alemagna, tentò rialzare 
la sua fortuna al di cpia delle Alpi, e prese possesso 
del regno a lui serbato dal valore e dalla prudenza mi- 
rabilissima del giovinetto Manfredi. Ben presto nacque 
discordia ne* due. fratelli , diversi d indole e di costume , 
r uno tedescamente , V altro italianamente educato , quello 
dagli Alemanni circondato e consigliato, questo dagli 
Italiani amato e tenuto in pregio. Vinta Napoli , che nel 
nome della Chiesa erasi ribellata , Corrado ne prese atro- 
cissima vendetta. Innocenzo IV lo scomunicò, bandi con- 
tro di lui una crociata, e la corona siciliana offerse ad 
Edmondo figliuolo del re d'Inghilterra. In quel tempo 

La Fabina, T. vi. 58 



458 EPILOGO 

inori Corrado (1254), ed il pontefice , dimentico de trat- 
tati che avea col re d' Inghilterra , credendo oramai la 
preda più facile , né più necessarj gli aiuti forestieri , 
chiamò i guelfi italiani alle armi, e invase il regno, 
promettendo larghe libertà a popoli, della signoria ale- 
manna stanchi e dolenti. Manfredi , disperando di vincere , 
apri pratiche di pace , e si accordò col pontefice , ed ob- 
bligossi a consegnargli le fortezze del regno, salvi i di- 
ritti di Gorradino suo nipote , ed i suoi. Il papa lo accolse 
nella sua grazia , lo sciolse della scomunica , gli conferì 
l'ufficio di vicario; ma volle che i Siciliani giurassero 
fedeltà alla Chiesa , permettendo solo che nel giuramento 
soggiungessero « salvi i diritti del fanciullo Corradino: » 
parole oscure apposta ; largo campo alle cavillazioni ed 
a* mancamenti. Dipoi, entrato nel regno, e quivi afibr- 
zatosi , e* volle soppresse quelle parole , e , contrafiacendo 
a' patti , cominciò ad abbassare Manfredi , e a dispogliarlo 
de' suoi possessi. Allora Manfredi fuggi didla corte del 
papa, riprese le armi, e come volle valoi^e, prudenza e 
fortuna , vinse i papali e recuperò gran parte del regno. 
Per la qual cosa il pontefice , accortosi non essere il fi* 
gliuolo di Federigo II un cosi debole nemico com* e* cre- 
deva , si rammentò nuovamente del re d* Inghilterra , e 
con grande istanza cominciò ad esortarlo venisse in Italia 
come avea promesso. Morto da indi a poco tempo papa 
Innocenzo , il suo successore Alas^ndro IV dichiarò < vo- 
lere non solo serbare illesi, ma anco accrescere i diritti 
del fanciullo Corradino » ; ma questi affidò la balia del 
regno allo zio Manfredi, il quale, dopo avere nuova- 
mente vinto i papali , con straordinaria moderazione , con? 
eluse una pace con il l^ato del papa, obbligandosi di 
cedere alla Chiesa la provincia di Terra di Lavoro e parte 
del Principato. Poca cosa questo parve alla insaziaUte 



EPILOGO 459 

cnpidigia della corte romana; ed il papa si affrettò a 
rompere il trattato, e a dare ooa nuova iovestitora del 
regno di Sicilia ali* inglese Edmondo , e facoltà di ado- 
prare il danaro delle chiese, e perdonanze a tutti quelli 
che seguirebbero il re in questa impresa, quali conce- 
dere usavano a' combattenti contro agli infedeli : né ad 
Edmondo e al padre suo mancavano la brama e Y am- 
bizione di acquistare sk nobile regno , ma sì mancavano 
danari e forze corrispondenti al bisogpo. 

E frattanto , divulgatasi , a caso o ad arte , la nuova 
della morte di Corradino , Manfredi si facea incoronare* 
re di Sicilia: usurpazione se vogliasi, ma la più scusa- 
bile delle usurpazioni , imperocché due volte il regno era 
strato salvato da Manfredi, ed ora che di nuovi e più 
gravi pericoli era minacciato, egli solo avea possibilità 
di difenderlo : cbe farne di un re fanciullo e lontano ? 
E dair altra parte i popoli erano pronti a combattere per 
difendere la signoria di un principe, che risguardavano 
come proprio , ma non di certo per difendere la signoria 
alemanna che abbotninavano. Cinta la corona siciliana, 
Manfredi tentò farsi capo di parte guelfa : magnanimo 
pensiero , che avrebbe dato ali Italia la somma di ciò che 
V era d utile e di buono ne concetti delle due parti che 
la divideano, cioè 1* unità ghibellina con la italianità e 
libertà guelfa. Ma il ponte6ce rinnovò contro di lui e 
de suoi partigiani la scomunica , gli bandi contro la cro- 
ciata , e gli sollevò contro gli odi e le diffidenze delle 
città guelfe. 

In quel tempp Ezzelino da Romano, con inaudita 
tirannide , avea esteso la sua dominazione su molte città 
della Lombardia , e già tutta la miiiacciava. CoUegaronsi 
i guelfi , guidati da un lega^to pontificio , contro a sì po- 
tente nemico; e dopo guerra breve, ma vigorosa e ter- 



460 EPILOGO 

rìbile, egli è ferito e preso prigioniero, e rooore pri- 
vandosi di cibo (i269); e latta la sua famiglia , conaprese 
le donne e i fanciulli , è atrocemente estermìnata. 

Manfredi, vedendo spregiate le sue profferte da* guelfi, 
deliberò concedere i richiesti aiuti alla parte ghibellina 
di Toscana. Segui allora la famosa giornata di Montaperto, 
nella quale i guelfi toscani furono disfatti , e tutta la To- 
scana si ridusse a parte ghibellina (4260). 

Morto papa Alessandro IV , Urbano IV , suo succes- 
sore , dichiarò decaduto da ogni diritto sulla Sicilia V in- 
glese Edoìondo, ed offerse la corona siciliana a Carlo 
d* Angiò, fratello del re san Luigi di Francia. Clemente IV 
continuò 1* opera d' Urbano. Carlo venne in Italia co* Pro- 
venzali, e nella giornata di Benevento Manfredi fu disfatto 
e morto (i266). L'esito di questa battaglia fece mutare 
le sorti di quasi tutta Italia : la parte ghibellina fu abbas- 
sata; montò in rigoglio la guelfa. Il giovinetto Corradino, 
ultimo rampollo della Casa Hohenstaufen , scende allora 
in Italia ; ma egli è scomunicato dal papa , combattuto da 
Carlo, disfatto a Tagliacozzo, tradito ad Astura, deca- 
pitato nel mercato di Napoli (i268). Cosi si estingue 
quella famiglia , che sola in quei secoli si mostrò degna 
d'impero: Todio implacabile de papi fu satisfatto. 

Papa Gregorio X, nel concilio di Lione dd iS74, 
confermò T elezione a re de Romani di Rodolfo di Hab- 
sborgo, e fece da lui confermare tutti i domioj della Chiesa 
romana menzionati ne diplomi di Ludovico Pio, Ottone 1, 
Arrigo I , e Federigo II. Brevissimi furono i pontificati 
d'Innocenzo V, Adriano IV, Giovanni XXI (4277). Nic- 
colò III, seguendo la tradizionale politica de' pontefici di 
abbassar sempre in Italia i principi che per la loro po- 
tenza avessero potuto unificarla , si rivolse contro a Carlo 
d*Angiò: e lo fece escludere dalla lega guelfa toscana. 



EPILOGO 46i 

lo privò dell* officio dì vicario pootiBcio , che sino allora 
avea esercitalo. Il tempo mancò a concetti di quello am- 
biziosissimo pontefice , il quale pare disegnasse ridurre 
tutta l Italia sotto la dominazione sua e dei suoi nipoti. 
Alla sua morte, Carlo ottenne che fosse eletto un papa 
francese e suo amico, il quale fu Martino V (4281). 
Martino si fece eleggere senatore a vita di Roma, dove 
i papi in quel tempo poca o punta autorità esercitavano, 
e vi sostituì re cario ; creò un gran numero di cardinali 
francesi e al re devoti , e per facilitargli ì impresa da lui 
disegnata contro ali* impero greco , ruppe la fresca unione 
delle due chiese fermata nel concilio di Lione. 

L* atrocissima tirannia di Carlo di Angiò e de suoi 
baroni fu cagione dei famoso vespro siciliano (i288). I 
baroni siciliani, colta quella opportunità, chiamarono in 
Sicilia il genero di Manfredi, Pietro di Aragona, col quale 
aveano delle segrete pratiche. Pietro venne nell* isola. Il 
papa scomunicò lui ed i Siciliani , e fece ogni sforzo per 
aiutare T Angioino. Dopo venti anni di guerra eroica, 
Federigo di aragona rimane re di Sicilia, e Carlo II re 
di Napoli. 

Nate discordie fra Bonifazio Vili e Filippo il Bello 
re di Francia, questi fa prendere prigioniero in Anagni 
il pontefice, il quale muore da indi a poco di dolore (1303). 
A questo papa ambizioso e turbolento , successe il pacifico 
Benedetto XI, il quale poco tempo pontificò. La parte 
francese prevalse allora nel conclave , e fu eletto il gua- 
scone Clemente V, il quale rimase in Francia, e mille 
scelleratezze commise per ubbidire a quel re. 

Arrigo VII , eletto imperatore , scese in Italia per 
pacificare guelfi e ghibellini (Ì3i0); ma il papa, che 
dapprincipio gli era favorevole , gli si voltò contro ; i 
guelfi si unirono col ré Roberto , successo a Carlo II nel 



462 EPILOGO 

regno di Napoli ; ed egli , tradito io Lombardia , combat- 
tuto in Toscana ed in Roma , mori a BoDconvento , e si 
disse avvelenato da un frate neir ostia consecrata (Ì3i3). 
Allora Clemente V dichiarò, che gli imperatori erano 
vassalli de' papi , e che i papi doveano succedere agli 
imperatori in tempo di sede vacante , e creò vicario im- 
periale in Italia il re Roberto. Alla pubblicazione di que- 
sta strana bolla il pontefice non sopravvisse che pochi di, 
e mori miseramente in Francia, lasciando di sé orrìbile 
fama. 

Alla morte di papa Clemente V gran numero di re- 
pubbliche si erano spente in Italia ; gran numero di prin- 
cipati eran nati. La Chiesa avea impedito che un gran 
principato sorgesse. L* Italia era già condannata per lungo 
corso di secoli alla peggiore delle servitù I 



INDICE 



Del Sorgere de' Principati 



L Manfredi assume il Governo del Regno .... Pag. 7 

II. Di ciò che fece papa Innocenzo IV, ec » H 

lil. Della venuta dì Re Corrado in Italia, ec » 46 

IV. Pratiche di papa Innocenzo per torre il regno a Corrado, ec. » 33 

V. Come papa Innocenzo IV tenta farsi signore del Regno » 29 
?I. Come Manfredi fugge dalla corte del papa, ec. . . » 35 

VII. Della morte di papa Innocenzo IV » 42 

Vili. Di Alessandro IV papa » 44 

IX. Corradino dà a Manfredi la Balla del regno. ...» 50 

X. Della pace di Foggia » 55 

XI. Della Lombardia , della Toscana e di Roma ...» 59 
Xn. Vane pratiche del papa in Inghilterra, ec. ...» 74 
XHI. Come Manfredi si fece re di Sicilia » 76 

XIV. Come Manfredi tentò farsi capo di parte Guelfa . . » 78 

XV. Della 6ne di Ezzelino da Romano » 85 

XVT. Csterminio della casa da Romano » 95 

XVil. Delle cose di Toscana e della giornata di Montaperti. » 98 

XVni. Della morte di papa Alessandro IV . . . . . . » 405 

XIX. Del PontiGcato di Urbano IV » 4 44 

XX. Della elezione di papa Clemente IV , ec » 424 

XXI. Della Lombardia, della Marca Trevisana e della Romagna.» 424 
XXIL Della Toscana e della venuta de' Provenzali io Italia. » 4 34 

XXIII. Della giornata di Benevento » 435 

XXIV. Della conquista del regno e del suo nuovo ordinamento » 447 

XXV. Degli effetti prodotti dalla vittoria di re Carlo . . . » 454 

XXVI. Di Corradino e della sua discesa in Italia . . . . » 456 

XXVII. Della giornata di Taglìacozzo e della morte di Corradino, » 466 
XXVUI. Delle vendette di re Carlo e del suo secondo matrimonio. » 477 

XXIX. Di Milano e della Lombardia » 480 

XXX. Della crociata del re san Luigi » 486 

XXXL Della elezione di papa Gregorio X » 494 

XXXn. Papa Gregorio X va al concilio di Lione » 494 

XXXUL Di Bologna » 499 

XXXIV. Di Genova » 202 

XXXV. Del concilio di Lione del 4274 » 208 

XXXVl Della morte di papa Gregorio X , ec » 243 

XXXVI L Di papa Niccolò III » 248 

XXXVni. Della Lombardia : Guerra de' Torriani e de* Visconti . » 222 
XXXIX. Dello altre Provincie d' Italia, ec » 227 



464 INDICE 

XL. Della elezione di papa Martino IV Pag. 232 

XLI. Della Lombardia , della Toscana e della Ramagna, ec. » 235 
XLII. Della tirannia esercitata da re Carlo in Sicilia ...» 239 
XLIII. Dì Pietro di Aragona e di Giovanni di Precida . . . x 245 

XLIV. Del Vespro Siciliano » 254 

XLV. Dell'Assedio di Messina » 264 

XLVI. Della venata di Pietro di Aragona in Sicilia. ...» 269 

XLVII. Continuazione delle cose di Sicilia » 273 

XLVI[I. Del parlamento di san Martino, ec » 278 

XL(X. Vittorie dell' Ammiraglio Loria, ec » 282 

L. Della sGda di Bordeaux » 289 

LL Di Forlì e della Romagna » 292 

LII. Della Lombardia » 294 

LHI* Della giornata della Meloria e delle cose di Toscana. » 296 
LIV. Continuazione della guerra del regno di Napoli . . » 299 
LV. Della rovina di Alaimo diLentini e di sua Moglie Macalda » 303 
LVL Della morte di Carlo d'Angiò, di papa Martino IV, ec. » 308 

LVn. Di Giacomo re di Sicilia i>348 

LVm. Di Onorio IV , di Niccolò IV e della liberazione di Carlo II. » 322 

LIX. Guerra del regno , » 325 

LX. De' nuovi principati ne' comuni dell' Italfa settentrionale » 327 

LXI. Della Romagna » 332 

LXn. Della Toscana » 335 

LXin. Delle cose del Regno » 339 

LXIV. Della sede vacante e delle cose di Alemagna . . . » 341 
LXV* Di papa Celestino V e della elezione di Bonifazio Vm. » 346 

LXVI. Pace di re Giacomo con re Carlo IL » 348 

LXVIL Di Federigo HI re di Sicilia . » 362 

LXVin. I Visconti e gli Estensi ...» 355 

LXIX. Della Romagna e della Marca . » 360 

LXX. Continuazione della guerra del Regno » 363 

LXXI. Di papa Bonifazio Vili » 368 

LXXII. Continuazione della guerra siciliana. ....... 372 

LXXIII. Fine della guerra siciliana - ... » 377 

LXXIV. Della Toscana » 380 

LXXV. Della fine del pontificato di Bonifazio Vili. . . . . » 3(94 
LXXVI. Di papa Benedetto XI e della elezione di papa Clemente V. » 396 

LXXVn. Della Lombardia » 399 

LXXVIIL Della Romagna » 406 

L'^XlX. Della Toscana » 408 

LXXX. Del Monferrato » 4U 

LXXXL Della Repubblica di Genova »446 

LXXXIL Di Venezia » 424 

LXXXlILDi papa Clemente V » 434 

LXXXIV. Delle cose di Napoli durante il regno di Garlo II , ec. » 435 

LXXXV. Della venuta di Arrìeo VII in Italia. » 439 

LXXXVI. Ribellione de' Guelfi contro Arrigo VII » 443 

LXXXVILDella morte di Arrigo VIL . .^ » 447 

LXXXVIIL Stato dell'Italia dopo la morte di Arrigo VII ... » 452 

Fine del Woluinc (S(e»4o. 



STORIA D' ITALIA 



NABBATA 



AL POPOLO ITALIANO 



STORIA 



D'ITALIA 



NARRATA 



AL POPOLO ITALIANO 



DA 



GIUSEPPE LA FARINA 



(4314-1503) 



VOLUn SiTTIIiO 



FIRENZE 

POLIGRAFIA ITALIANA 

i858. 



VI 



EPODI DB' PRIMIPill 



(Ì3i4-i503) 



DE PRINCIPATI 



(0 



1 



DRl RB ROBRITO B DI HilTTBO VISCONTI. 



Come il passaggierO) che, attraversaDdo upa campagoa 
piena di verzura j fiori , odori , cacti di augelli , fresche 
ombre e mormorio di limpidi rivi, leotamente procede, 
e ne luoghi tristi , orridi , riarsi dal sole e ammorbati da 
putridi paduli affretta il passo , cosi lo storico , che gode 
soffermarsi nella narrazione di tempi liberi e gloriosi, 
sente invincibile bisogno di correre rapido in quelli da 
turpe tirannide contristati. Non si maraviglieranno quindi 
i lettori di questa istoria se la mia narrazione d'ora io 
poi procederà più concisa che per Io innanzi , dovendo 
discorrere di atrocità crudelissime , furore di tiranni , 



(1) Nei volumi che riinaogoDO a pubblicarsi « per non sorpassare 
il numero dei fascicoli promessi nel nostro Manifesio d* AsMociatUme , con 
r assentimento dell'Autore, abbiamo soppresso le note e le citazioni, 
tanto più che trattandosi di tempi a noi più vicini, le abbiamo credute 
meno necessarie a' lettori. — L' Editore. 



8 STORIA d' ITALIA 

viltà di schiavi , città compre e veodute , tradimenti inau* 
diti, scelleratezze incredibili, santità profanate, padrìcidj, 
incesti , di tatto ciò che 1* umana malizia ha di più tarpa 
e più feroce escogitato. 

Morto l'imperatore Arrigo VII, parve che in tatta 
Italia fosse caduta per sempre e poco meno che spenta 
la parte ghibellina, e smisuratamente cresciuta e diven- 
tata salda la potenza del re Roberto, s) che credevasi, 
eh* egli facilmente ridurrebbe sotto la sua dominazione, 
se non tutte , certo gran parte delle terre italiane ; se non 
che Uguccione della Faggiuola , che grande riputazione 
aveva acquistato di accortezza e di valore, essendo riescito a 
farsi signore di Pisa e di Lucca, assalendo con franco 
animo i Fiorentini , die* nuove speranze a ghibellini , e li 
rialzò da cpiella prostrazione d'animo, nella ^oale per le 
sventure e per la morte di Arrigo eran caduti. Allora 
Roberto mandò in aiuto de Fiorentini un oste poderosa, 
e per capitano Pietro principe di Taranto suo fratello , e 
lo iteiso fecero totti ì signori e le oittii di parte guelfa, 
méntre i signori lombardi y che delF ingrandimento det re 
di Napoli avean sospetto e timore, con peraone e eoa 
dmmrx aiutavano Uguccione , il quale avea citito d* aléedio 
il forte castello di Afonteoatini nella Valdinievole , dove 
si rìdusae la somma della guerra, ohe de* destini della 
Toscana dovea decidere, e forse anco della Lombardia. 
Quivi, avvegnaché l'oste guelfa aoperasse in numero la 
ghibellina, A prevalse T accortezza e la militare virli 
d' Uguccione , die i guelfi toccarono una terribile aoon- 
fitta , nella quale fu morto il prìncipe di Taranto ed al- 
tri reali di Napoli , ed inestimabile fu il bottino che 
cadde nelle mani del vincitore , contristato solo dalla 
perdita di un figliuolo, che valorosamente in quei A 
combattendo fu morto. 



da' Plil9€l?>ATl «9 

Questa segnalata vittoria , ollenqta da Uguccipoe 
addi 29 di agosto dell^ont^ i^dS, che parca avergli 
assicurato uoo de* maggiori prinoipati^ che alipra . fossero 
ìd Italia , non servi ohe a condurlo a rovina, inQ4)eroc- 
ohè montalo in superbia , conse icqflqi che più nulla avesse 
da teoEierey cominciò a reggere lo staio in modo cosi; tj- 
rannko e crudele éa meritare T odio e T aborrìme^tp dei 
popoli. Or accadde, ohe Neri suo 6gliuoloy il .quale Jn 
oome del padre governava la città di Lucca >fec^ incar- 
cerare Castruodo degli Interminelli-^ detto volgarmi^nte 
Gastmceio Castracani, apponendogli. 'polpa di maltolto 
e rapine , ma forse perchè della sua moltp rip^ta- 
lione geloso. Era il detto Castruc^cio stalo bandito da 
Lacca nell'età, sua di anni v^nti: rimasto orfano, povero 
e ramingo , ood un po'di dimarp che acQatlò,da certi sfioi 
parenti, ricQvrò in Inghilterra, e, quiv^ comincjq^d. eser- 
citare la mercatura; ma av^^ndo acpn^zi^to, un principe 
di sangue reale, per quer^ di , giuppp ,, dovette fuggir- 
sene per la fretta quasi ignudo. Ridpttosi nella Fiapdra, 
smise il mercatare, e militando sot;to Alberto ScpttP pia- 
centino, vi acquistò molta Jo^a e grande riputazione, Rii)q- 
trati, por opera di Ugnccii^^ i fuorusciti ghib^lliqi io 
Lacca anco Castrùc^ fepe ritorno , ed 19 servi^^o , del 
detto Ugucoione combattendo^ cqsV valoroso si.a^imostrò^ 
da meritare Femore e r amnnraaione de'Xuccbesi^ e quindi 
r odio del suo signora Allorché ^i aeppe jn : |l.ucca ^Ca* 
strucclo sostem^o^ e QOttie si tratta&ise dì .(orglj }^ i^ipq- 
tazimie e la vita, nacque una terribile sollevazione,,, per 
frenare la quale Neri giudi^ necessari£| la presieq];f^ , e 
Taiitorìtà del padre suo. Ugupcipne (appupto ne' giorni jin 
cui Pisa era contro a lui più adirata e jp^ldisposta, per 
aver egli fatto morire, come rei di tn^diipepto^ JBanducpio 
Bttonconte e un suoifiglkuolo, uomini |nqtevoJi ,e| ip quella 

La Fabina, T. vii. 2 



'IO STORIA D' ITALU 

città tnolto osseitati) si pAtti alla vdta di Laotà; ma 
aott pria égli si discosto, che i Pisani, mossi* dUuD Co- 
netto da Colle, popolare di grtui segai to^levarana il 
rùtnore , sacc(heggiaroiifO A sud fidanzo, e la soa Ani- 
glia amtìoa^zarono. Oinota questa imoya <iie)bi TioiÉa 
Lucca, il popolo chiese eoo grande iitanEa e ^cM mi- 
naccioìse grida la liberazione di QaBtnicGÌò,-fl ohe ottèmilo, 
lai gridò ^buo Bigtiòré, col titolo idi diEéosore Pellài parte 
itnperìale e capitano *1ticc*ibese: Vgaccìone ed ir sqo. fi- 
gliuòlo, vergognosamétrte da' Cuòca cacei^ati'^è bhndili, in 
corte di Cane «Ièlla ISbàla sifuore 4i VtmiÉa trontanb 
arik) e rifugio. 

ÌFrattaftitb in Alèfoiàgila èra ' nata grabdiesidia diaonr- 
dia per la elé^Jone del re dei roibafli', ^tedftosi tfvisi 
gli elettori fra Lodovico di Baviera e Federigo' diAmtrìa, 
onde nacque gdekra fìèrissima che durò "diéoi àtini , e 
tolse àgli eletti la possibilità di acendeire in Italia e^dn^ 
gere la corona imperiale. Anco la sede apoatolioa era, 
ne primi tenapi di quella guerra , ya<^ntè ; ma dipoi , nel- 
r agosto déir abito Ì3i4,i cardinali ai accocdàroBÒ' ad 
élttg^ét^ un ' ^àpa f raùcese , àie fosse petrosa * al re^ Ro- 
berto devota e sòfaàmb^. Qoefttf f a (ìiaeonio # Ossa da 
Cabòrs, che pré&e il nòttié di Oìotaiiii'XXU riera figUwlo 
"di un calzolajo, astuto, avidissi^ttio : per favwire fiobartò, 
dicbhurava vadtàBi della tMeas gK laiperalori'; acottranicata 
e facea ^ròceK^di isresiìi a* aeorioi' del re di Hapòli; e 
le citt^ bhó non voleano cd>bidiìf li sotiefon(?via ali inter- 
détto. Per sfe contenlEavasi di pigliar daMìro, é in dìoiollo 
armi di pontificato tanto ne raccolse, che alla aba morte, 
diòesi , si trovaddtiro nel suo tesoro diciotto' ibìIìoéì • di 
fibrilli ili moneta óWiata, e* più 'di sette miKonr in: ver^ 
ìghe e vasi d*dro e d'argento ^ e In altre '^Me'preàose. 
La piii parte di queste ricehezaé èrano it prodotto delh 



Afi>nii!if:i9ATi a 

taM^ apcjstflica sui peecatì: qiwOQn peccato «vtfi il sm 
pre»p, tallio per 1 wmkJdiQ^ taaU> per U keitemm^, il 
furio, lo slopro^ l' iooeM^^; e igli iwmini c^^ cattivi da 
comineitere sìpiiii, r«iti. erano cosi sciocchi, da comprarne 
ra^iizMe* 

Sigqoreggiando > m GoDova la paf le gqdfa , della 
quale erano capi i Fieschi ed i Grimaldi > i cittadiai per 
difeodersii dai f iiprwpi^ ghii^eUioi capitanaU ■ dagli Spinola 
e da Doria^ dettero la signoria del oomwe al re Robarto 
ed al p^pa ; oi^ questi non ritenen cbe V onore del nom€^ 
lasciando air altro V esercizio deir,autorità, e f acaltandolo 
a gioyaiBJ dpi daniMri delle cbÌQse, e ad adoj^rare in suo 
prò le araaì spintnali* l fuorodciti gblbdli^ assalirono 
Genova per terra e per mare, oon ostante ohe il re vi 
fosse andato peirsonalmeote a difenderla con poderoso na^ 
viglio. L'asA?4io di quella città, cbe i cronisti dì qq^f 
tempo paragpoavaiK) air assedio di Troja, durò parecchi 
anni, e fu dall una • parte e daU àllf a con si gran valore 
ed o^tinaziome^ AOsteputo, che se ite feee Pn gran dire non 
solamexite per tutta Italia, ma anche nalle lestere nazioni. 
Quasii'tntti | principi e quasi tnlle le repubbliche italiane 
vi partepip^rono Qon pèrsone e cpn danaii, aiutando chi 
teneva per la. par^ guelfa gli assediati, e dii per la gbi<^ 
bellina i loro cootrarj; ma i più considerevoli soccorsi 
cbei si ehbero i «(uorusoiti Iw^opo ^elli de* Visconti signori 
di Miiai¥), i quali temevano T iegrandimento di^ Roberto^ 
ed erano nemia di papa. Giovanni XXII, ohe pon avea 
voloito oopfprmare 1* elezione ad arcivesoovo in persona 
dì Giovanni Visconti, fetta dal capitolo Milanese, cbe ana 
di spa propria autorità avea nPoiinato arcivescovo Pa 
frate Riccai^Q p Aieardo, che i Viteontì non avean vck 
lato rìcj^vep^e^ Dair altra parte il re |SU)llertp, bramoso dì 
abbassare i Visconti, suscitava ad essi nemici in Lombar- 



4 fi STOHl A D ITALIA 

dia*, e tentava Maccare datila lóro tega Cane détta Scala, 
sigQoré di Verona, di Vicenza, di Monselicé e di atlre 
cittii, principe di grande rìpata^iène e potenza. Ma il vec* 
chiò Matteo Viaconli, elle di ciò si accorse^ in una dieta 
tenuta a Soncino nell'anno 43i8, fece eleggere Cane ca- 
pitano supremo delta parie gbibeHina, e cosi viepiù lo 
legò agli avversaij di Rot>erto. 

Intorno Genova coatinuavasi a c>ombattere con varia 
fortuna ; ed in quella guerra Marco Visconti, -figliuolo di 
Matteo, acquistò fama di valentissimo capitano; ma i van- 
taggi eli* egli ottenne furono più che pagati con la per- 
dita di Crema, cbe si sottrasse alla parte gbibdiina coi 
consigli ed aiuti de* Bresciani. Allora Matteo Visconii e 
Cane della Scala rivolsero le loro armi contro alla città 
di Brescia ; ina i guelfi oppósero loro Ghiberto da Cor* 
reggioj il quale non solamente liberò la minacciata città, 
ma sorprese' anco Cremona, cbe le sue g^ùti misero a 
ferro e a sacco, e crudelmente desoljarono. 

Frattanto il re Roberto ed il papa faceano venire in 
(talia^ col titolo di vicario imperiale, il conte Filippo del 
Maine, figlio che fu di Carlo di ^ Valois , il qliale Filippo 
avea seco il cardinale Bertrando del PoggeClo legato apo* 
stolico , e gran seguito di cavalieri e gentiluomini fran* 
cesi, e molta bella e nobile gente; ma o che fosse dis- 
suaso a miscfaiàrsi in quella gierra da Matteo Visconti, 
Q che a Vercelli, dove trovossi rimpetto all' esercito ghi- 
bellino, del quale era capitano Galetàzo Visconti figlio di 
Matteo, si accorgesse di non avere forze corrispondènti 
air impresa; o che il medesimo effetto partorisse il dono 
a lui fatto dal dettò Galeazzo di due botti di argento 
piene di ottimo vino, o come altri credettero dimonete ; 
certo egli è che PiRppo, senza aver combattuto al di là 
de monti fece ritorno. 



OE PntRCIPATl 43 

n Cardinale del Poggetlo avea ialiaialo a Matteo 
riouDxiasse la signoria , ed a MllaDesi eleggessero per 
loro signore il re Roberto ; ma nh Tuno né gK altri avean 
dato ascolto alle sue intimaziocvi , che anzi il suo cappel- 
lano , che per questo era andato a MHano , fu cacciato 
▼ia eoo tanta farìa e tk pòco ligoardcl, che non gli det* 
ter tempo di fornire il suo desinare^ né di abbeviérare i 
suoi cavalli. Allora II cardinale proniitiziò la scomnnica , 
ed il papa, con sua bolla del dì 2& di febbraio la con- 
fermò , condannando Matteo a pagare diecimila marche dì 
argento, e dichiarandolo decaduto da tatti i beni, fendi, 
onori, ragioni, « tanto, dicea il papa^ perchè il giudizio 
e la punizione del reato di sacrilegio spettano al tòro ec^ 
elesiastico, quanto ancora perchè nella vacanza dell'impero, 
come ancora al presente si riconoscesse vacante , appar- 
tiene a noi e alla sede apostolica il reprimere T ardire di 
questi ^mmoderati che si trovano nell* impero, il togliere 
r oppressione , ed il ministrare la giustizia a* deboti ed 
agli oppressi *. Né di questo contento ^ scomunicò anco 
il papa i figliooli di Matteo , sottopose all' interdetto le 
città da'Visconti possedute, ed ordinò agli inquisitori di 
fare rigoroso processo « contro al profano ed empio au* 
torà di grandi scelleratezze e delitti, Matteo Visconti di 
Milano, delle parti di Lombardia rabbioso devastatore ». 
Gli inqui^ori citarono Matteo a doversi presentare al loro 
tribunale il dì 25 di febbraio del 439S, in una tal chiesa 
presso Alessandria ; ma Matteo mandò invece il suo 6^ 
gliuolo Marco con gran comitiva di gente a pie e a ca- 
vallo, al cui appressarsi' gli inquisitori fuggirono spaven-* 
tati a Valenza, dove condannaronlo come eretico, per avere 
imposto gravami al clero , esercitata giurisdizione sulle 
persone e sui beni ecclesiastici, impedito aHa camera apo- 
stolica di levar tasse svHe chiese milanesi, non permessa 



44 STOMA, Oi ITALIA 

De* suoi Stati 11 iiquiaìuQDeddlerelicàpranU^ipragalp per 
la libera^jone di) uoa j«feli(^ dpooa arM >. vi? A da, frati» im^Ua 
la EifiurFeEioofi d^*coipi 5: rqal latitai de^sat^rwmiU^Bprea* 
zaU r autorità d^e , chiava » Catto lega co' d^iidOfij; : p^ 
queste ed altre, THtài era dichiarato prijvo . d^* ami beni 
mobili edoDiqpbili^iQftapace di ogoi) poUMiQOdUflSeio, de- 
gradato à] Qgnk ^ diigoità: ed ooore > Domioaitp perpetuameiHe 
infame»: ciascqno a^rebb^ diriMOrdi arre^tark» : i 3«oi fi^ 
ed i figli de* saoi figli sarebbeito^ io pei;petuQ anfih'e^i 
iacapaoi di qtialuiu)ue uffizio, onore e d|giiM(à4 U oardi- 
naie Jegatoi fece idilofa .portare il v^^iltoi della chie^ s^l 
tetto. della sua^ cesar, nella città dAMÀ» e, qqi^i fu, bandito 
« che qualunque uomo damm cJhe voL^setaeguifie) quel 
ye«aillo, a fine di distruggere il detto^ M(iU#p .ed i.spoi 
coadiutorì^ Ubevo e fnmdo sarebbe, tantp da colpa 1 quanto 
da pena ». . ; 1 • , 

Frattanto (Marco Viscouti ; s' impossesfiam d«i >6BroeU% 
dando una fiera rotta alle genti del re» e G«lea»Q. ano 
fratello, amma;ezatOf in battagliarli mai^hese JnocgiKi G^^ 
valcabò , oapitikno dì parte guelia , récuperaìKa i Crrajuof a ; 
onde: accortosi il. papa ideila poca effieapiai4eUe sue son- 
munjcbe » promise a Federigo > d* Austria capto mila fiorini 
d* oro e il titnko di re d^* romani, a patto iobe prendeaae 
le ai?ini contro i Viaconti^ Federigo acicensenti a <)ue0ta 
proposta,:. e man^ò^^ìii^ Italia^ onlte e cinqueeento oavalii 
e. faUi in buon nmierq capiiaiMtfi da siiq fratello Arrigo ; 
nula f i gbibellim non ebbero molta dìifie^ltà a persuaderlq 
servire egli in quella guerra la. canaa^ del papa, e .del. re 
di NapoU nemifvi uaMiraU deirimpero, e datigli ^ssanta-^ 
mila^ fiorini lo rimandarono in Alemagna* Non per q$i^ 
sto il legato ceasava woi segreti^ maneggi in JtlilaiHV pit^ 
peiigUosi deUe seòmuMche e dett' apertat guerra ; e giji 
Matteo, indebolito dagli anni, coMncia-va a mostrami di* 



' BEI FiincvAm 45 

sposto ^agUaoeoi^'; nba lai parte 'gUMliM^lEÒ' >l|i <<#ooe 
contro a lui, e OalMstò, aeicorso a Milano, disse ^apett»- 
meato ' ehe siay pfadre^ noo ^ era bramar piò > atlo { a reg^e 
io statò. « I nobili) aèrm< ^1^ Cknìp, di odotioiio interpo- 
0oiraDO'^liettire''aM6gaU^ ed^ia altro: iibD>^havéTmNi il pea^ 
fliere, se nba emc^gitare minale bodoMatleo^o^^ 
gliolt potessiaO' Smotterei ilai goKrerooi4el'iiiilaBéM'tQ]^ 
rio. Matteo ' dk qoesta libra 'ér^iÈ^' pie ^nom ai i volse idrtro^ 
flettere de veMNi cosa eoacemante allo» stisto soo, ma 
ia tattà ^ m 4a amo de ' Galeaiap remun tiò < il domiiaio , 
j^aodetaèMecondeilMdoaiMde la* lite qliUe oootrà la Chiesa 
eqp9oaceva * inabiplil»ipe^ ed i aocÉM ^ ft vchè < non altr ameote 
da If ' «ritadini^ ' witanedi se Inhreva a guardare oome da 
pabblioi e capitali inimiéi^ iade tutto il paMÌerci suo pdose 
0on devorione m visitare fi) templi , <et ultimamente un 
gionfO'avaote- a lo'ialtafe«4e la chiesa magffiore^'liaTendó 
{Mto conv<iearè it • <A«ro , e parveiulo • ^ 
qaellO'iedà atta^vòee oamìtteiò a' àWe Ciredà in Dèuuk Pn^ 
iftHÉ, e ^diaèe tatto ' lo f^mbòb, loqmle fornito^ le vhndo 
ti capo^ ^dava die) questa era ìa «uà fede, la quale fca- 
veva temita iHlto'Jl lempb^^ deRa vita sua, e ebe'quatao^ 
qoe altm casa gli 'era ^imposto , con < ^ falailate io' accasa^ 
vano; e di dò Bé fece oenfic«tis mi p a liM w ifistnanaiHo »4 
Diciamiove 'aoai dopo papa Benedetto XII dichiarata' «ioi^ 
qoanlente <^falti e ndli ed lirriti'ij -proGessi* ^ei'i giudiij 
pronmnièti comfonV Visconti >i» ;<ima Matteo^ òedutoM 
|^ve#na dello stato a Galeazzo suo 6gKo, dopo breve ma* 
lattia cetsò di vivere, adA 24'digiog«o dell' «anno 4321, 
adi'^tà eoa di^ anni sessantadue. Pn di vago e piaeevolf 
aspetto; accorto , fNnaleate , bob i ^radele : nella prospera 
fortuna e nell'avversa non mutò dantaMi, pregio raro 
negli uomini. 

La morte dì Matteo nocque molto a' Visconti, non 



i€ OTOftM B ITALIA 

tanto per èssere niMoato in lui obi col sanno avea sa* 
poto rialzare la fUsa sua daUaUHissaitiento, in cui era 
caduta dopo la morte dell' arcivescovo OUoae, quanto per 
la discòrdia che nacque ne suoi figliuòli, e per la gelo- 
sia ed invidia de fralalH di Galeasao^ i Squali mal sop- 
portavano diventasse loro .^Qore chi sino allora aveailo 
conosciuto loro eguale. Galeasizo, per^ avere insidiato la 
virtù della belUssioM Bianchina Landi di Piaceoia, perde 
la signorìa di quella città ^ che fu occupata, dal cardinale 
legato in nonae del papa ; e poco aj^esso dovette fug- 
gire da Milano, sebbene un mese do^ vi rientra pacUi- 
cernente, e vi fu nuovamente gridato ùgnore. Il papa 
continuava a far bandire la crociata coaAro aVisoonti ; e 
addì. 43 di giugno dell'anno 1323, Toste crocesignata., 
capitanata dà Raimondo di Gardona, nipote del cardinal 
legato, s. impadroni va de* sobborghi di Milano, dove ar- 
deva e «saccheggiava le case e stuprata le donne in no^ 
me di Gesù Cristo: se noti che il valore di Marco Vi- 
sconti liberò la città di questo flagello, dando, una fiera 
rotta a crocesegnati a Vaprio, dove Raimondo di Gat* 
dona rimase prifK)niero. I vinti ripal^aroao a Monza , e 
vi si aflforzarono; ma furono assediati e eoslretti ad ar- 
rendersi: nel tempo che quivi stettero W città fu preda 
della» militare licenza, né il tesero ricébissimo ddla cat- 
tedrale fu salvo, f&rchh scoperto, dove i canonici lave- 
vano sotterrato, il psfa lo fece trasportare ad Avignone. 
E ( fu allora che Galeazzo fece edificare il caateUo di 
Sfonza, con orrìbili prìgioili^ dove calavansi gli uoinidi 
per una buca, e dove discesi posavano sópra un soblo 
convesso con atrodssimoi loro tarìDento: unica memoria 
cbe di se lasciaase. quel principe. 



y.i 



M PRINCIPATI i 7 



li. 



VBNIITI DI LODOVICO IL BAVAKO IN ITALIA. 



La gaerra in Alemagna fra Lodovico di Bavièra e 
Federigo d* Austria si era termioata eoo la sanguinosa 
giornata di Muhldorf, nella quale Federigo rimase pri- 
gioDÌero del suo rivale. Ciò non ostante Leopoldo , fra- 
tello di costui, contittuava a stare in armi , e papa Gio- 
vanni XXII mettea al bando dell'impero e scomunicava 
il vincitore, per aver dato aiuto a Visconti. Allora Lo- 
dovico si rappacificò con Federigo, e rimessolo in liberti 
ottenne da lui una cessione di tutti i diritti e le ragioni 
ch'egli oredea di avere alla dignità imperiale: promessa 
che l'Austriaco fedelmente mantenne, ad onta che il papa 
lo sciogliesse dal giuramento; di che tanto fu grato il 
Bavaro, che per pubblico atto lo dichiarò suo collega 
oeir impero, gli die il nome di fratello, e divise con lui la 
mensa ed il letto : amistà , che il papa, in una sua lettera 
al re di Francia, dicea incredibile. 

Frattanto Leopoldo d* Austria , per mediazione del 
papa, fermava un trattato con Carlo IV re di Francia, 
per favorire l'elezione di costui a re de Romani, e fu 
stabilito che in un tal di tutti i principi di Alemagna 
nemici del Bavaro si recherebbero a Bar-snr-Aube , ed 
eleggerebbero il Francese. Ma giunto il di designato, se 
togli Leopoldo d'Austria, nessun principe comparve, si 
che Carlo dovette tornarsene a casa sua molto cruccioso 
ed adirato; e pare ohe anche Roberto, il quale spadro- 
neggiava nella corte di Avignone, contribuisse dalla sua 

LA Fauna, T. Vii. 3 



i% STORIA 0* ITALIA 

parte a imbrogliare quella Degoziaziooe, perciocché se da 
un lato egli desiderava creare ostacoli a Lodovico, noo 
volea dall'altro che Carlo, sebbene soo parente, acqui- 
stasse autorità in Italia, e togliesse a lui il beneficio della 
sede vacante. 

Lodovico, rimasto senza potenti competitori in Ale- 
magna , scese in Italia e s' incoronò in sant' Ambrogio 
neir ultimo dì di maggio dell' anno 4337. Egli dapprin- 
cipio addimostravasi molto favorevole a Galeazso; ma 
dopo qualche gioroo, rimproverandogli di avere delle 
segrete pratiche col pontefice, lo fece incarcerare eo'auoi 
fratelli Luchino e Giovanni e opn Azione suo figlio. Ste- 
fano altro fratello di Galeazzo, era morto improvvi$ameate 
il di innanzi , non senza sospetto di veleno. Ha Marco 
non solamente non fu messo jn carcere con gii altri, ma 
fu da Lodovico più ohe per lo innanzi onorato ; il ohe 
détte ragione di credere avere egli contribuito alla sven- 
tura del fratello, la cui potepza gli <^a divenuta insop- 
portabile. Il re volle anco mutare lo stato milanese, dando 
il supremo potere a un consiglio di ventiquattro oobiti , 
presieduto da un barone tedesco ; e presi cinquantamUa 
Sorini d' oro dal comune , si partì accompagnato da Mar^ 
Visconti e da Castruccio Castracani, suo braccio deatro 
nelle cose d'Italia. Pisa, avvegnaché ghibelMna, per ti- 
more di Castruccio non volea ricevere il nuovo re; ma 
egli vi entrò a forza, come più innanzi sarà discorso, e 
di là andò a Roma. Quivi il popolo, incitato da Sdara 
Colonna e Jacopo Savelli, due famosi gbibeilìni, s^era 
levato a rumore, e avea c^coiato le genti del re Roberto, 
e Lodovico ' fu accolto con gran giubilo ed onore , al 
canto di una canzone rbe dicea: « Viva Id4io e rinape- 
ratore I Noi siamo liberati della guerra , della fasoe e 
del papa 1 » Egli fu acclamato senatore e capitano del 



DE* PRINCIPALI 49 

popolo, e dopo Avere promesso la restaurazione dell* im- 
pero, e fatto magnifico panegirico della romana grandezza 
e virtù, si fece coronare unitamente alla sua consorte da 
un Alberto vescovo scomunicato. Egli creò suo vicario 
Gastruedo, al quale détte il titolo di conte di Laterano, 
e sentenziò, in pubblico parlamento, che il papa Giovanni, 
come scismatico, profano ed eretico era cassato e rifiu- 
talo, e che non più alcimo dovesse riconoscerlo per pò»- 
iefice. Di poi, addi i2 di maggio del i328, radunatisi 
io San Pietro il clero e gli ufficiali del comune, fu pro- 
clamato papa frate Pietro da Corvaria, che prese il nome 
di Niccolò Y, e fu dal popolo acclamato: dalle sue mani 
ricevette Lodovico nuovamente la corona imperiale. Pietro 
era de' frati minori, e questi godevano in quel tempo di 
molto eredito ne* fedeli; ma le loro opinioni sulla forma 
del cappuccio di San Francesco erano state condamate 
dal papa, e la querela sera così inasprita, che quattro 
frati furono arsi vivi a Marsilia. Dall altra parte i frali 
minori accusavano il papa di avere delle opinioni etero- 
dosse sulla visione beatifica, e si gran seguito trovarono 
ne teologi di Parigi , che tre delle sue omelie furono cen« 
sarate, ed egli prima di morire dovette disdirsi. 

A breve andare Lodovico , che per penuria di danaro 
era costretto a smungere i signori e i comuni ghibellini, 
cominciò ad essere da questi abbandonato. L*istesso Ga- 
straccio, che per seguir lui avea perduto la signoria di 
Pistoia , se ne ritornò in Toscana per attendere alle cose 
sue. I mercenari alemanni , che accompagnavano Y impe- 
ratore , rimasti senza paghe, disertarono le sue insegne, 
alcuni pigliando soldo da altri signori, altri vivendo di ladro- 
cinj e di rapine. Lodovico , che avea disegnato di assalire 
il regno di Puglia, dovette smetterne il pensiero e par- 
tirsi fra le maledizioni e le sassate de* Romani , che di viltà 



20 STORIA D ITALIA 

e di tradimento lo accusavano ; ne il suo ritorno fa 
senza pericoli, perciocché Galeazzo Visconti, liberato 
per suo ordine dal carcere di Monza da lui stesso 
edificato, era uscito in si cattivo stato di salute, che 
dopo poco era cessato di vivere in Toscana, ed Azzo 
suo figlio, che gli era succeduto nella signoria, sapendo 
di avere obbligo della liberazione propria, non che di 
quella del padre e degli zìi , più ali* amicizia di Gastmc- 
ciò , che alla clemenza dell* imperatore , gli fece chiudere 
in viso le porte di Lodi, di Milano e di altre città di 
Lombardia, non ostante che s'infingesse a lui devoto, e 
da lui ottenesse per lo prezzo di dodicimila fiorini d* oro 
un diploma dì vicario imperiale , e la consegna della for- 
tezza di Monza rimasta in custodia de* tedeschi. 

L' antipapa Niccolò , abbandonato dair imperatore , 
cadde in potere dei Pisani , i quali per rappacificarsi col 
pontefice , lo mandarono a lui in Avignone , dove egli 
abiurò lo scisma, e fu chiuso in carcere sinché morì. Di 
che seppe ritrarre profitto il cardinale del Poggetto, le- 
gato del papa (e alcuni diceano suo figliuolo naturale), 
per ricondurre alla ubbidienza della chiesa la Romagna, 
ed ottenere la signoria di Bologna e di parecchie citte 
della Lombardia. I Visfconti anch'essi si accostarono al 
papa, che li assolse dalle scomuniche e levò l'interdetto 
che pesava su Milano: Azzone rinunziò il titolo di vicario 
imperiale, e prese quello di vicario pontificio; ad onta 
di ciò Giovanni suo zio non fu dal papa riconosciuto come 
arcivescovo di Milano , ma solamente come vescovo di 
Novara, rinunziando la dignità di cardinale e di legato 
apostolico che gli era stata conferita dall'antipapa. 



DE* PRINCIPATI 21 



III. 



M GIOVANNI RE DI BOKHIil B DI PAPil BENEDETTO XII. 



In qael tempo Giovanoi re di Boemia, fratello di 
Arrigo VII, esBeodo Tenuto in Garizia, per trattare, e di- 
cea, con qoel daca, che gli era cognato, di certi suoi 
particolari negozj , fu chiamato e fatto loro signore dai 
Bresciani, i quali molta molestia riceveano da fuorusciti 
e da Mastino della Scala, né soccorsi e difesi erano dal 
're Roberto, cui dato aveano la signoria della loro città. 
Giovanni, eh* era tanto povero di moneta quanto ricco 
d* ambizione, accettò volenteroso l'onorevole offerta, e 
venuto a Brescia co* suoi cavalieri, ed onorevolmente ri- 
cevuto, rappacificò la parte guelfa con la ghibellina, e 
ridusse il comune in tali termini di concordia, che par- 
vero durevoli. Né tardò egli a farsi signore di Brescia , 
e poco dopo di Pavia, di Vercelli, di Novara, e delli- 
stessa Milano, col consentimento di Azzone Visconti, il 
quale facendo della necessità virtù, si contentò del titolo di 
regio vicario, dopo aver portato successivamente quello 
di vicario imperiale e di vicario pontificio. L* esempio delle 
sopradette città fu da altre seguito, ed al re Giovanni si 
sottomisero Parma, Modena e Reggio e anco Lucca, dopo 
essere stata comprata e venduta come in altro luogo sarà 
discorso. 

Questo rapido ingrandimento di un re forestiero, po- 
vero e disarmato, mostra da una parte V abiezione in cui 
era allora T Italia, e fa dall* altra parte supporre segreti 
maneggi della corte di Avignone. Sappiamo difntti , che 



22 STORIA D* ITALIA 

GiovanDÌ, fatto venire in Italia Carlo suo figliuolo, ed a 
Lodovico di Savoja raccomaodatolo , perchè gli fosse di 
difesa e consiglio, andò a trovare il papa per accordarsi 
con lui intorno alle cose italiane. Ma Lodovico, o per 
amore ad Azzone Visconti suo genero, che il re volea 
d* ogni autorità dispogliare, o per timore per i suoi pro- 
prj stati, si rivolse contro al Boemo, la cui potenza se 
rapidamente sorse, con maggiore rapidità rovinò, percioc- 
ché le fortezze eh' egli incominciava ad edificare in tutte 
le città delle quali avea la signoria fecero accorti i cit- 
tadini, che dove credeano di aver trovato un protettore 
avean trovato un padrone, e la insolenza e rapacità dei 
suoi ufficiali avean sollevato un general malcontento. Una 
lega fu quindi allora conclusa fra Azzone Visconti, Ma-' 
stino della Scala, Lodovico Gonzaga signore di Mantova 
ed il oiarchese d'Este, alla quale aderirono i Fiorentini 
ed il re Roberto, ch'era poco contento del procedere del 
papa e del cardinale legato in quella faccenda, sebbene 
luno e 1 altro protestassero di non avere alcuno accordo 
col Boemo, e niente aver fatto in suo favore. Bergamo 
cadde in potere de* Visconti ; Pavia a loro si sottomise per 
opera de* Beccaria, a*quali Azzone concedette la signoria 
di quella città, riservandosene il supremo dominio. Il re 
di Boemia accorse con un esercito considerevole per di- 
fendere le terre che poco prima avea acquistate, e seb- 
bene ottenesse qualche vittoria, nondimeno non potè ri- 
cuperare quanto avea perduto , che anzi disperando di 
poter conservare quello che gli rimanea, cavò il maggior 
danaro che potè dalle città , che ancora gli prestavano 
ubbidienza e gli erano rimaste fedeli, e in Alemagoa ver- 
gognosamente se ne ritornò. 

Ed in quel mezzo, i Bolognesi, i Parmigiani ed i 
Piacentini, stanchi delle insopportabili gravezze, che a 



DE PRINCIPATI 23 

loro impODeva il legalo , e vedeDdogli costniìre fortezze 
e palagi come in proprio principato, e tenere , come prin- 
cipe secolare, ministri, ufficiali, cortigiani e guardie, gli 
si ribellarono e lo cacdaroo yia; ed egli, che i signori 
lombardi avea nemici, ed il re Roberto non più amico, 
se ne andò ad Avignone ricchissimo, lasciando Parma in 
mano degli Scaligeri e Piacenza io quella de Visconti. 

Morto nell'anno i334 papa Giovanni XXI 1, i cardi- 
nali gli elessero successore Giacomo del Forno, che dopo 
avere esclamato, come narra il Villani: « Avete eletto 
un asino ! » assunse il nome di Benedetto XII. Questi 
palesò il suo desiderio di ricondurre a Roma la sede apo- 
stolica; ma il re Roberto, che perdurava nel proposito 
di ridurre sotto alla sua dominazione T Italia ^ e che vo- 
iea continuare a tenere la corte pontificia a suo servigio 
o^a città di Avignone, oppose consigli e mioaccie di 
tanta efficacia, che di cpiesto trasiocamento non si fece 
per aUora più parola, che anzi i cardinali, i qaa\i per 
la più parte erano francesi, oominciarono ad edificare io 
quella città loro case e palagi, come 86 quella dovesse 
essere la sede perpetua dei papato. Fu anco a petizione 
del re Roberk) e del re di Francia , che il papa oiegò 
la pace della quale lo richiedeva Lodovico il Bavaro, oo- 
(Bà egli stesso confessò piangendo a* principi alenumni, né 
volle assoiterlo dalla scomoBica; per lo che, correndo 
Tanno 4338 y gli elettori dell* impero, radunati a Rena 
sul Beno, fecero fra loro una le^a, e soleanemenle giiH 
rirono, che dappoiché il santo impero romano era offeso 
e^ ingiuriato nelT onore, nei dirilii e ne' beni, e tenuto 
ia oppressione, e' lo difenderebbero, e con of^i loro possa 
lo sosterrebbero oontro ad ogni piiaa di aggressori. La 
quale dichiaraìùoiie fu eoo noaggiore solenmté approvata 
da lutti gli altri stati in una generale dieta dell' inpero, 



24 STORIA D* ITALIA 

la quale dichiarò io oltre: « Che la digoità e podetlà 
ioiperiale dipendeva immediaUmeole da Dio, e che uo 
principe eletto imperatore o re coDformemeDte ali* aotico e 
legittimo uso, dovea per questo solo fatto essere tenuto 
per vero e legittimo re ed imperatore romano, senza bi- 
sogno di alcuna investitura del papa ». 



IV. 



DKLU LOHBilRDlil. 



In quel mezzo, cessato il timore del Bavaro e del 
Boemo, la discordia era nata fra* signori di Lombardia, 
e massime fra quei di Milano e di Verona, eh* erano più 
potenti degli altri. Can Grande della Scala era morto sin 
dal i329, e a lui erano succeduti Mastino ed Alberto, 
de quali il primo esercitava tutta V autorità signorile, men- 
tre r altro menava vita scioperata e lasciva. Mastino era 
cupidissimo di dominazione, e vantavasi volersi fare re 
di Lombardia: parea anzi stendesse i suoi desiderj sino 
in Toscana, dove avea comprato la città di Lucca; per 
lo che i Fiorentini ed i Veneziani , che più aveano a te- 
mere del suo ingrandimento, si allegarono e promisero 
di abbassarlo. Egli allora richiese di ajuto i suoi antichi 
confederati, cioè Visconti , Estensi e Gonzaghi ; ma que- 
sti non solamente non gli dettero ascolto, ma anco en- 
trarono nella lega contro a lui: la quale lega fu accre- 
sciuta con Carlo e Giovanni , figli del re di Boemia , che 
possedevano la Carinzia e il Tirolo, e ch'ebbero prò- 



db' pmiiciFATi 25 

messe, come premio della vittoria, Feltre, Belluno e Ca- 
dore , con Oslazio di Polenta sigtiore di Ravenna e col 
eomane di Bologna. 

Mastino si difese gagliardamente contro sit numerosi 
e potenti nemici; ma parecchie terre gli si ribellarono; 
Marsilio di Carrara gli tolse Padova , dove fu preso Al- 
berto suo fratello; Carlo di Boemia occupò Feltre e Bel- 
luno ; Azzone Visconti entrò in Brescia ; Treviso, Vicenza 
e Lucca furono cinte d'assedio. Per lo che egli dispe« 
rando di potere più lungamente resistere, si raccomandò 
a Veneziani, e nel i338 ottenne da loro la pace, con gran 
rammarico e rincrescimento de Fiorentini, che si trovarono 
di avere speso moltissimo danaro per ingrandire i Ve- 
neziani, che acquistarono Treviso, Bassano e Castelbaldo, 
e si fecero giurare fedeltà da* signori della Scala ; men- 
tre a loro non toccò che una piccola parte del territorio 
lucchese , ma non già la città di Lucca , stata loro pro« 
messa , e per la quale erano entrati in quella impresa. 
Mastino, uscitone il meno male che per lui si poteva 
da quella guerra, si riconciliò conila chiesa, e lasciò 
a' suoi figliuoli lo stato , sebbene non cosi grande e po- 
tente come ne' suoi primi anni lo avea tenuto. 

Le genti tedesche, che Mastino avea a suo servigio, 
e che licenziò fermata la pace, furono assoldate da Lo- 
drìsio Visconti, cugino di Azzone e suo fiero nemico, il 
quale viveasi nella corte degli Scaligeri. Con questi mer- 
cenai], eh' erano duemila cinquecento uomini d'arme e 
fanti in proporzione, e che tutti uniti si chiamavano la 
compagnia di San Giorgio, Lodrisio entrò devastando e 
saccheggiando nel Bresciano e nel Bergamasco^ e ingros- 
satosi con quanti a lui accorsero malfattori e predoni, 
mosse inverso Milano. Azzone , a questo assalto inaspet- 
tato, provvide il meglio che potè con le proprie milizie, 

LA FARINA, T. VII. 4 



36 STORIA D* ITALIA 

e chiese e ricevette aiuti dagli Estensi, da Tommaso mar- 
chese di Salazzo , da Aimone conte- di Savoia ^ da Gia- 
como prìncipe di Acaia e di Piemonte e da altri suoi 
parenti e confederati, cosi che radunato un giusto esercito 
potè mandarlo contro a Lodrisio, affidandone ii comanda 
a suo zio Luchino. Si venne a giornata presso Parabiago : 
la battaglia fu una delle più fiere e sanguinóse che in 
quel tempo si combattessero!. Dapprincipio parve che la 
fortuna delle armi favorisse Lodrisio; ma sopraggtunli 
trecento cavalli Savoiardi, e fu rotto, disfatto e preso pri- 
gioniero. Di questa vittoria ^ ottenuta addi 24 di febbraio 
delfanno 1339, si è celebrata la commemorazione sino 
al presente secolo ; e molti dissero allora di aver veduto 
santo Ambrogio, con uno staffile in mano combattere in 
prò* di Azzone , per Io che quel santo cominciò da quel 
tempo in poi a rappresentarsi con lo staffile in atto di 
feroce flagellatore; e col correre degli anni i preti fe- 
cero credere al volgo ciò significhi la guerra e la per^ 
secuzione di santo Ambrogio contro agli Ari ani , e cosi 
presero per esempio della loro rea intolleranza un santo 
pastore, il quale non adoprò mai altre armi che la ca- 
rità e la preghiera. 

Azzone dominava in quel tempo su dieci grandi 
citth eh* erano Milano , Pavia , Cremona , Lodi , Como , 
Bergamo, Brescia, Vigevano, Vercelli e Piacenza, senza 
contare le terre minori, si che a buona ragione polea 
dirsi possedesse uno de* più considerevoli stati di Europa, 
non di certo per la estensione del territorio, ma per la 
grandezza, ricchezza e coltura delie dette città . fioritissime 
d' ogni guisa di arti , studj , industrie e commerci. A Mi- 
lano, eh* era sua sede, andava a dipinger Giotto il tem- 
pio della gloria, e a scolpire Giovanni Pisano l'arca di 
San Pietro martire: quivi sulla torre di San Gottardo 



de' PRinciPATi 27 

suonava già le ore il primo orologio pubblico ohe fosse 
io Italia , ed i giardini de' Visconii , dove vedeaosi lioni » 
scimnaie , strozzi ed altri animali rari e peregrini y e fonti 
di bellissima e ingegnosa struttura, che formavano la 
maraviglia de forestieri, Aazooe avea appena treotasette 
anni quando cessò di vivere addi i6 di agosto del /l 338. 
Fu be^o della persona; grazioso e buono quanto i tempi 
comporlavano : die leggi da principie, ma savie e civili: 
fu il primo de' Visconti che mettesse suUe monete mila- 
Desi la biscia e il suo nome, togliendovi quello degli im- 
peratori. 

L'indomani della morte di Azzone, che non lasciò 
figliuoli, il consiglio generale di Milano proclamò signori 
Luchino e, Giovanni Visconti, zìi patemi del detto Azzoqe» 
e isoli figli ancora viventi di Matteo; ma sebbene a 
tutti e due fratelli fosse data la signoria , e che gli atti 
pubblici foesef o in nome di entrambi , Giovanni: , qh* era 
cherico e vescoyp di Novara, lasciava a Luchino il pieno 
eserdzio della suprema autorità. Questi tentò sedurre 
Margherita Visconti donna di Francesco della Posteria^ il 
quale, per vendicarsi ordV una congiura, che i^bbe fine 
ÌDfelicÌ0simo , perciocché molti de congiurati furono tor* 
mentati e morti, e Francesco, che era fuggito, attirato 
con false lettere a Pisa e quivi fatto prigioniero, fu con* 
segpato a Lochino , che lo fece morire con tutti i suoi , 
OQu escluda T infelice Margherita» Matteo Bernabò e Ga- 
leaaw. Visòonti, figliuoli di Stefano, in favore, de* quali 
diceasi ordita quella congiura , dovettero salvarsi con la 
foga e furono banditi. Dicono alcuni che Galeazzo avesse 
anco la colpa di amare 4 illecito amore T Isabella Fìeschi 
moglie dellp zio, e che. il fanciullo da lei partorito, e 
eh ebbe nome Luchino Novello , per questa ragione ve- 
nisse più tardi escluso dalla socoessione del padre. Ed 



ss STORIA D ITALIA 

aggiunge il Corio, che Lucbino « avea obleDUlo, ohe H 
papa haveva declarato, che Bernabò e Galeazzo suoi ne- 
poti , per lai relegali a le confine y come snspecli de la 
fede, violatori de la pace, peijuri e detestandi, non può- 
lessino conlrahere matrimonio, e morendo manchassino 
de ecclesiastica sepullura, né che imperatori né re con 
epsi potessino bavere confederatone, dil che tri jurìspe- 
riti , difendendo li prenominati fratelli , si appellarono 
di lanla nephandtssima declaratione a lo imperatore ». 

Papa Benedetto Xll si era lasciato sedurre da*danarì 
di Luchino e di Giovanni, e non solamente li confermò 
nel possesso di Asti e Bobbio, che sottrassero alla signo- 
ria del re di Napoli, ma anco li fece suoi vicarj in Lom- 
bardia; e morto Benedetto XII, deiranno 4342, Cle- 
mente VI, che gli succedette, riconobbe e preconizzò Gio- 
vanni come arcivescovo di Milano. 

Luchino, cresciuto così in autorità e in potenza, non sì 
tenne più pago dell- alto dominio di Pavia , della quale 
erano signori i Beccaria, e non ìoconirò molle difllcollà 
per recare ad efletto il suo desiderio. Fu però meno for- 
tunato in Pisa, dove avendo mandato Giovanni de Visconti 
da CMeggio, con ordine d* impossessarsi di Lucca, i Pisani si 
levarono a rumore, e cacciaron via non solamente Giovanni 
e la sua gente, ma anco i figliuoli di Castrùccio Caslra- 
cani partigiani di Luchino. Per la qual cosa costui fece 
imprigionare gran numero de Pisani , eh' erano ne* suoi 
stati, e rimandò in Toscana Giovanni, il quale ottenne 
r onore di qualche vittoria , ma nessun notevole van- 
taggio. 

Nel medesimo tempo que' da Correggio, con gli aittli 
de' Visconti, scacciavano da Parma gli Scaligeri; ma Azzo 
da Correggio, invece di cedere la signorìa di quella città 
a Luchino, la vendè ad Obizzo d'Este; il che fu cagione 



DE* FRIRCIPATI 99 ' 

di uoa guèrra, nella quale gli Scalìgeri si onirooo eoo 
gli Eslenai coDtra a Visconti, T esercito de qaall riportò 
ma segnalata vittoria presso Reggio, e profittò di quella 
per muovere contro Pisa, e costrìngerla a riconoscere 
1 alta sovranità de' due fratelli , e a pagar loro ottanta- 
mila fiorini; mentre Obiuo d'Este, cbe fu abbandonato 
dagli Scaligeri , chiedeva pace a* Visconti , e cedeva loi^o 
la signoria di Parma per lo prezzo che Taveva comprata. 
L* esito di questa guerra persuase Tortona ed Alessandria 
a sottoporsi voloDtariamente a Luchino, esempio da indi 
a poco seguito da Alba, Ghierasco ed altre terre del Pie* 
monle e della Lunigiana; e gii egli disegnava ingerirsi 
nelle cose di Genova, e mandava le sue genti in aiuto 
de' fuorusciti, quando morte improvvisamente lo sorprese, 
addi 24 di gennaio dell'anno 4349. 

Di questo fatto, del quale fu allora un gran dire in 
Lombardia e nelle altre parti d'Italia, cosi scrisse Pietro 
Azario, autore di quei tempi : « Aveva la signora Elisa- 
betta, moglie del signor Luchino , fatto voto di visitare 
la chiesa di San Marco in Venezia, come diceva, al quale 
viaggio annui il signor Luchino; e fatta una comitiva 
di molti nobili dell* uno e dell'altro sesso, si pose in 
cammino, e come una imperatrice, e con grandissima 
spesa e corte bandita, fu ricevnta dal signor Mastino in 
Verona. E compi il suo viaggio, e si dice anco soddisfa- 
cesse i suoi lascivi desideij ; il che pure fecero altre di 
lei compagne delle primarie di Lombardia ; onde nacquero 
dì mohi scandali. Ma perchè Tamore e la tosse non si 
possono celare, né cosi tenersi occulti cbe non si rive- 
lino, tornata essendo, il signor Luchino seppe ed udi 
l'accaduto; e come uomo savio curò ordinare la ven- 
detta. Ma perchè disse un giorno, che in breve era per 
fare in Milano la giustizia più grande che mai fatto avesse, 



30 STORIA D ITALIA 

con beilisùoio rogo, la predetta di lai consorte comprese 
eh* eli' era 1 oggetto di qaella giustizia; e conoscendo il 
suo delitto sapea bene non potersi scusare, come altra 
volta avea fatto* Come andasse qaella faccenda s- ignora, 
e non si scrive; ma il signor Luchino quella vendetta 
non potè compire per mancanza di vita ». E qui rAzario 
chiude la sua narrazione con un verso latino, che vuol 
dire: « Non nuoce aver taciuto, ma periato ». Luchino 
fo uomo di grande animo e prudenza : fiero e crudele , 
ma ndn ingiusto: difese il popolo là dov' era- oppressato 
da* nobili; stabili un magistrato col nome di sgravatore 
per decidere le querele di chi si credesse indebitainenle 
aggravato da un pubblico «flBoiale o da un potrate : arie 
di regno ohe gli procurò potenza e lode. 



V. 



NLU GUERRA DI SICILIA DURANTI IL RSflNO DI RABKRTO. 

Correndo Y anno Ì3i4, re Roberto, per vendicarsi della 
lega che. avea contratta Federfgo di Sicilia con Timpe* 
4ratore Arrigo di Luxemborgo , andò con poderoso navi- 
glio neir isola , ed avola per tradimento Castellamare , 
mosse alla volta di: Trapani ; naa dopo avere assediato 
per due meri quella città, vedendo le sue genti scemare 
ogni di, e rimaner prive del bisognevole , Id obbligato 
fermare una tregua, durante la quale Federigo conservò 
non che il dominio di Sicilia^ anco quello delle isole di 
Malta, Zerbi e Kerkeri e della città di Reggio in Cala- 
bria. Spirata la detta tregua, Federigo riprese Castella- 



db' MIHICIPATI 34 

mare , ed un oaovo esereito mandato da Roberto, dopo 
aver toccato uoa fiera sconfitta, dovette partirai ; perìochè 
BiODtato ÌD rigoglio il re di Sidlia appareccbiavasi ad 
assalire il regno di Puglia, quando, intromessosi il papa, 
una nuova tregua fu oonduaa, per la quale Federigo fa- 
cea dono delle sue possessioni in Calabria alla Chiesa , 
che air Angioino le trasmetteva. 

La guerra cessò più io apparenza che in realtà, 
perciocché prosegnivasi con altri nomi negli altri stati 
dell* Italia, dove Federigo dava aiuti e soccorsi a' fuoru- 
sciti genovesi , a Pisani , a Castruccio Castracani e a tutti 
i nemici di Roberto e della parte guelfa ; per lo ohe il 
pontefice, adirato anco che il clero siciliano fosse sotto- 
posto alle comuni gravezze, scomunicò il re ed i suoi 
consiglieri e la Sicilia nuovamente sottopose all' in- 
terdetto. Ma le armi spirituali non furono di maggiore 
efficacia delle temporali, e Federigo per mostrare qpanto 
poco le curasse , e come 1* animo suo fosse alieno dal 
rinunziare la corona in prò de' reali di Napoli, fece di- 
chiarare suo collega nel regno il suo figlio Pietro, e so- 
lennemente coronarlo nella cattedrale di Palermo. Dall'al- 
tra parte Roberto, nell'anno 4326 mandava contro alla 
Sicilia centotredici galee , con tremila cavalli e gente a 
pie assai , comandati da Carlo duca di Calabria , il quale 
assediò Palermo, saccheggiò e devastò gran tratto di 
paese, e senza aver niente ottenuto, rimbarcò il suo 
esercito e a Napoli fece ritorno. Né più fortunati furono 
altri tentativi di Roberto contro la Sicilia, interrotti dalla 
scesa in ItaKa di Lodovico il Bavaro , in aiuto del quale 
mandò Federigo un numeroso naviglio, che fece qual- 
che conquista sulle spiagge romane , e che di grande 
utilità sarebbe stato air imperatore, s' egli contra al regno 
una qualche notevole impresa avesse tentato. 



32 STORU D*ITA|«U 

Morlo da iodi a poco il duca di Calabria^ pare che 
Roberto seotisse mancare in lui lo scopo della ^erra 
siciliaoa; e papa GiovaoDi XXll^ negli ultimi di del suo 
pontificato levò T interdetto e assolse dalla scomunica Fe- 
derigo; onde fu comune opinione ch'egli rioiarrebbe pa- 
cifico possessore della Sicilia, e ciò sarebbe seguito, se 
un caso inopinato, non fosse venuto a riaccendere la 
guerra con maggiore impeto ed accanimento di prima. 

Francesco Ventimiglia conte di Gerace, per pretesto 
di sterilità , si separò dalla consorte , eh' era sorella di 
Giovanni Cbiaramonle , il quale, tenendosi per questo of- 
feso e vituperato , lasciò Cesena , dov' era vicario di Lo- 
dovico di Baviera, e venne ansioso di vendetta a Pa- 
lermo, dove assalì, con alcuni suoi soldati, Francesco, 
e tentò di ammazzarlo. Egli sperava non sarebbe punito 
avendo per moglie una figliuola naturale di Federigo; 
ma questi, messo dapparte ogni riguardo , confiscò i suoi 
beni , e Y avrebbe fatto incarcerare , s egli non si fosse 
salvato con la fuga. L' imperatore lo prese sotto alla sua 
protezione, dichiarando, che come vassallo dell'impero 
e' non poteva essere giudicato che da una corte imperiale; 
ma il re di Sicilia stette saldo nel suo proposito; ed il 
Ghiaramonte, che da Lodovico niente altro avea da spe- 
rare che comandamenti non ubbiditi, si pose al servigio 
del re Roberto, il quale lo mandò con poderoso naviglio 
a danno della Sicilia ; ma ì impresa ebbe esito si sfortu- 
nato, che il Ghiaramonte non osò più ricomparire nella 
corte di Napoli, dove moltissimo avea millantato la po- 
tenza di casa sua nell* isola , e come a lui bastasse l a- 
nimo di torre quel regno agli Aragonesi e ridarlo agli 
Angioini. 

Morto re Federigo nell'anno i337, regnò Pietro 
suo figliuolo , che dal padre ereditò la corona , non la 



DB* pRinaPATì 33 

pnidraia e virtil. Egli li die tutto in mano de Palizzi e 
de ChiaramoDti , ed i Ventimiglia, che aveaoo sioo allora 
goduto nel regno grande antorìtii, cominciò ad abbassare 
e a perseguitare. Per lo che questi gli si ribellarono, in* 
▼ocando gli aiuti del re Roberto; ma pria che le forze 
di costui giungessero in SidKa, Francesco Ventimiglia 
fu ammazzato , e gli altri suoi complici parte gastìgati , 
parte costretti a fuggire. Le genti di Roberto furono 
quindi cacciate; ma vi tornarono in maggior nùmero, 
mentre il papa dichiaraya, che in virtù de' precedenti 
trattati, i quali attribuivano a Fedmgo , sua vita durante, 
il regno di Sicilia, questo era ritornato nel dominio della 
Sede Apostolica , e dalla sede Apostolica era stato tra- 
imesso al re Roberto. Pietro tenne in niun conto questa 
dichiarazione, e le scomuniche che la segunrono, e dopo 
guerra sanguinosissima cacciò da Milano i Napolitani, 
che Taveano occupata; ma quella ciità ricadde da indi 
a poco in mano de* nemici, ed in quel tempo il re ìnfer- 
mossi e cessò di vivere neiranno d34S, lasciando tre 
figliuoli, che furono Lodovico, Giovanni e Federigo; il 
primo de quali, dell* età appena di quattro anni, gli suc< 
cedette al trono, sotto la reggenza e tutela di Giovanni 
duca di Randazzo, fratello di Pietro. I partigiani de*Pa« 
lizzi , che erano fieri nemici di costai , gli si ribellarono 
a Messina, ed inalberarono la bandiera del re Roberto; 
ma e* furon vinti e macellati ; ed in quel tempo Ro- 
berto cessò di vivere , come nel seguente capitolo sarà 
discorso. 



La Farika. T. Vii 



34 STORU I^ITAUA 



Vi. 



DBUA RlfllNA «IWANNil M NAPOU. 



Sapeva il re Roberto, oome ì reali di Ungheria, di- 
aoeai da Carlo Martello^ prìmogeoito dì Carlo I, Taota- 
vano dalle ragioni sol regoo; e beo prevedea noo avreb- 
bero marnato dopo la sua morte di assalire e combat- 
tere Giovanna, figlia del daoa di Calabria e siiai nipote 
ed erede; e per ovviare a questo pericolo, e' deliberò 
nataritare Giovanna ad Andrea, seoondogenito del re di 
Ungheria, e così si fece appena i due sposi nsdrono di 
pneriiia; ma il rimedio fu peggiore del male, come i 
fatti seguili addimostrarono. Perciocché i costumi rustici e 
barbari ddlo sposo non gradivan punto alla sua giovine 
consorte , nata e nodrila nelle maggiori gentilezze , cbe 
allora fossero nelle corti di Europa; e le maaìere e i 
modi miseri, superbi e sdvaggi degli Ungberi non con- 
formarvansi alla dviHà e cortesia de' Napolitani ; sì cbe 
in breve grandi disordini e contenzioni sarebbero segniti, 
se per allora non fosse stato ostacolo e freno all'odio 
scambievole delle due parti la prudenza e T autorità di 
Roberto. Ma questi» giunto oramai all'età sua di anni 
ottanta , col triste presentimento di ciò che accadrebbe 
alla sua morte, convocava un generale parlamento, e fa- 
cce riconoscere per sola regina Giovanna; e dopo poco 
neiranno 4343, moriva, dichiarandola unica erede del 
regno di Puglia, de* suoi slati di Provenza, non che delle 
ragioni che vantava sulla Sicilia. 



DE* ?RtllCI?ATI 35 

Il regDO rimase discorde e diviso, ed ì parteggiaDii 
per GioTaona e per Andrea Y un V altro ai offendevaDO e 
vitoperavaiio , ma la parte ooghereie si avvantaggiò per 
la presenza nella corte della regina Elisabetta d' Ukigheria^ 
la qaale venne a vedere il figlinolo, e si bene seppe 
maneggiarsi) approfittando della inesperienza di Giovanna 
(la qnale avea allora sedici anni e d* altro nen curavasi 
ohe di giuochi , sollazzi , splendide vesti ed amori ) , che 
fu dichiarato nnllo il testamento de) re Roberto, per la 
ragione che il regno' era feudo della chiesa, e che la 
reggenza appartenevasi di difitto al pontefice, e non a' ori- 
Distri a quali il re Y avea di sua antorìtii confidata. Que- 
sta dichiarazione, come tendente a far valere contro a 
Giovanna i diritti personali di Andrea , qnal discendente 
di Cario martello, fo sgraditissittia a' partigiani della re- 
gina ed a Napolitani in generale, e non servi che a rin- 
focolare le nimistà. 

Prima della celebrazione delie nozze di Giovanna , 
Maria, sorella minore di lei, era stata promessa sposa ad 
OD fratello maggiore di Andrea , ma il matrimotHo non 
era stato ancora celebrato per la tenera eth della sposa. 
Ora pervenga costei in i stato di prender marito, i ba- 
roni napolitani , che temevano la venuta nel regno di 
OD altro principe ungherese, proposero un altro matrimonio 
con Carlo di Durazzo^ figlio di Giovanni d' Acaia e quindi 
nipote del re Roberto, ed ottenuto il consentimento del 
papa, lo fecero celebrare senza che niente ne sapesse 
la regina. La quale fortemente adiratasi, cominciò con 
massima imprudenza a perseguitare i Durazzo ed i loro 
partigiani, e dicono anche che tramasse di fare ammaz- 
zare Carlo in una festa ; il che procurò a lei nuovi ne- 
mici e nuovi fautori ad Andrea, il quale, sotto certe 
condizioni, fu riconosciuto come re di Napoli dal ponte-» 



36 STORIA DITAUA 

fice, che dichiarò nulli tatti i doni e gli atti di libera- 
lità della regina Giovanna, non che bitte le alienazioni 
de beni della corona posteriori alla morte del re Roberto. 
In quel tempo Roberto principe di Taranto, sognando 
la ristaurazione dell'impero latino, menava in Grecia un 
gran numero di cavalieri napolitani, e vi combatteva con 
favorevole fortuna, mentre sua madre Caterina, che inti- 
tolavasi imperatrice, e che molta autori^ avea nella corte 
di Napoli, favoria i disordini di Giovanna, e gli era, a 
quanto dicono , maestra di libidini, nella speranza di avvan- 
tag^are i suoi proprj figliuoli. In quel mezzo Giovanna 
era stata solennemente^ coronata in Napoli per mano del 
cardinale Americo, mandato dal pontefice Clemente VI^ 
con incarico di assumerne il baliato; ma questo non ebbe 
alcun effetto , perchè la parte napolitana non gli ubbidiva, 
e la ungherese si governava secondo i consigli e gli or- 
dini di un fra Roberto, che aveva grandissima potenza 
nelle cose dello stato. Più tardi si seppe , che il papa 
avea spedite le bolle per la incoronazione di Andrea , e 
che gli ambasciatori che le portavano erano giunti a Gaeta. 
Allora i Durazzo si unirono a' baroni nemici di Andrea, 
il quale, a quanto narrano, avea avuto T imprudenza di 
far dipingere nella mn bandiera , al di sopra delle armi 
reali , un ceppo ed una scure , quasi volesse significare 
a quali vendette e' si tenesse apparecchiato. Che che ne 
sia, essendo andati la regina e suo marito alla città di- 
versa , ed alloggiati nel castello, la notte del d7 di set- 
tembre del 1345, mentre stava Andrea in camera della 
fnoglie, venne uno de' suoi familiari a dirgli da parte di 
fra Roberto , eh' erano giunti avvisi di grande importauEa, 
pel, quali si richiedeapo presti prowedino^ti ; ed appena 
il re uscito dalla camera , fu strozzato e gittato giù da 
una finestra. 



DE PRIKCIPATI 37 

Questo delitto , dei quale la pubblica vor^ non facea 
ÌDDOoente la regina, fece gran rumore io tutta la cri- 
stianità. Giovanna per discolparsi , commise al conte Ugo 
del Balzo, che avesse a ricercare ed investigare gli au- 
tori della morte di suo marito, cx)n amplissima autorità 
di punire severamente quelli, che si fossero trovati col- 
pevoli. Questi, dopo aver fatto morire due gentiluomini 
Calabresi, fece prendere una Filippa Catenese col Bglio 
e bf nipote, e dopo avergli tutti e tre fatti attenagliare 
con le tenaglie roventi , li fece decapitare ; ma la misera 
Filippa, ch'era vecchissima, non giunse viva al luogo 
dove doveano mozzarle il capo. Dall* altra parte, papa 
Clemente, riputando che si appartenesse a lui ed alla 
Sede Apostolica la cognizione di questo delitto, scomunicò, 
interdisse, dichiarò infami e ribelli i colpevoli ignoti, e 
convnise a Bertrando del Balzo gran giustiziere del regno 
la loro ricerca e punizione. U quale Bertrando , con per- 
missione della regina, avendo fatta diligente inquisizione, 
trovò colpevoli un gran numero di baroni, la pia parte 
de' quali s* erano afforzati nelle loro terre, e godevano la 
protezione de reali di Napoli, si che prenderli era diffi- 
cile. La regina fece anch'essa severissimi editti; ma la 
punizione , come sempre accade in somiglianti casi , cadde 
sopra i più oscuri e deboli colpevoli , de* quali alcuni 
furono arsi vivi, altri in altre orribili guise martoriati. 
Mandò ancora la regina il vescovo di Tropea io Unghe- 
ria al re Lodovico suo cognato, a pregarlo, che volesse 
avere in pitHezione lei vedova, ed un piccolo figliuolo, 
che Tera nato in quei giorni; ma questa ambascerìa riu- 
sci inefficace, perciocché re Lodovico era persuaso che 
la fosse colpevole, e forse volea anco approfittarsi di 
quella congiuntura per metter le mani sulla corona di 
Napoli. 



38 STORIA D ITALIA 

Allora fa grandissimo Scompiglio e somma oonfu- 
sione Del regno e nella corte ; e pia si accrebbero per il 
nuovo matrimonio della regina con Lodovico di Taranto 
suo cugino , e come alcuni diceano suo amante vivente 
il marito ; perciocché Maria e Carlo di Duraz^ ^ che 
speravano succedere alla sorella e cognata, vedevansi, 
eoo le seconde nozze di lei, togliere o almeoo scemare 
questa speranza, onde si apri nuova sorgente ài scan- 
dali , divisioni e nimistà fra* reali , i baroni e gli ordini 
tutti del regno, che avrebbero partorito una terrìbile 
guerra civile, senza il timore, a tutti c4)muoe, del re 
d* Ungheria. 

Né tardò di fatti Lodovico a venire in Italia, e a 
giungere a* confini del regno ; ed allora la regina vedendo 
le poche fòrze del marito, la divisione de* baroni e la 
poca volontà de* popoli 3 dopo avere conclusa una pace 
con Giovanni di Randazzo reggente di Sicilia, e rìcono* 
scinta come legittima la dominazione della casa di Ara« 
gona Dell* isola , fatto adunare \]d parlamento generale ^ 
pubblicò la venuta del re d* Ungheria, e dolutasi long»* 
mente de* suoi calunniatori , disse eh* ella era deliberata di 
partirsi dal regno , e andare ad Avignone , per manife- 
stare ¥ innocenza sua al vicario di Cristo in terra , co^ 
m' era manifesta a Dio in cielo , e per farla conoscere al 
mondo ; e che frattanto non volea che i baroni ed i po« 
poli fossero come lei travagliati : e però , benché confi* 
desse che gli uni e gli altri avrebbero combattuto per la 
sua giustìzia, volea piuttosto partirsi, e concedere eh* e* si 
arrendessero al re di Ungheria, assolvendo tutti dal giura- 
mento di fedeltà, ed ordinando che non si facesse al- 
cuna resistenza air invasore, che anzi si portassero a lui 
le chiavi delle terre e castella, senza aspettare intimazione 
di araldi e di trombette. Queste parole dette da lei con 



db' principati 39 

quella grana ónd' era amata , commossero quaai laUì a 
pìaBgere, ed eUa li confortòr, dioeado dhe sperava nella 
giustìzia di Dio , ohe T avrebbe restituita nel regno , e 
reintegrata ndr onore. B cosi si parti per Provenza con 
la suocera; e poco dopo il marito di lei per Firenze, 
con Niccolò Acciaioli fiorentino, intinu) de reali di Ta- 
ranto, e capitano ài gran valore. 

Frattanto il re Lodovico, ninno resistente, veniva 
alla volta di Napoli; onde i reali, che quivi erano ri- 
masti , confidati nel parentado che aveaoo con lui , e por* 
tasdo con loro il piccolo €aroberto, figliuolo della re- 
gina e di Andrea , andarono ad incontrarlo amichevol- 
mente , e furono da lai coorevolmente accolti nella città 
di Aversa ; dove , dopo cinque giorni di dimora , passando 
davanti il luogo in cui era stato strozzato suo fratello, 
fece pigliare U duca di Durazzo, ch'era con lui, e im- 
mediatamente decapitare, oomandando che fosse, gitlato 
dalla medesima finestra, onde fu gittato Andrea, e che il 
cadavere quivi rimanesse sino al di seguente, Questa fu la 
fine di Carlo di Durazzo , figliuolo di Giovanni quiotoge^ 
Dito di Carlo 11, il quale di Maria sorella di Giovanna 
non lasciò figliuoli maschi , ma solamente quattro femmine. 
Gli altri reali furono da Lodovico ritenuti prigionieri e 
mandati in Ungheria col picoelo Caroberto; ed egli con- 
tinuò verso Napoli, facendosi portare avanti uno slea- 
dardo nero, doy'era dipinto un re strozzato. Il popolo 
napolitano gli usci incontro per salutarlo e fargli ossequio; 
ma egli, non rispondendo neanco a saluti, con Telmo 
in capo ed armato di tutto punto , entrò in Napoli , dove 
i suoi ungheresi saccheggiarono le case de' reali , fug* 
gendo a gran fatica la duchessa di Durazzo , che andò 
a trovare la sorella in Provenza. 

La regina Giovanna, giunta ad Avignone, non tardò 



IO STORIA d' ITALIA 

a oieUerei nella grazia del pontefice, al cko molto eoo* 
Iribuìrono i buoni ufficj di Angelo degli Abciajoli vescovo 
di Firenze, che in compagnia del marito dèlia regina 
venne in corte del papa. Quivi la detta regina fu udita 
in pubblico concistoro, ove con tanto ingegpo e £acoadia di- 
fede la snà causa , che il papa ed i cardinali deliberarono 
pigliarne la protezione, mandando un legato apostolico 
in Ungheria, perciocché il re Lodovico, dopo quattro 
mesi di dimora in Napoli, al di là de' moliti avea fatto 
ritorno , e teneva il regno per suoi ufficiali come pro- 
prio , essendo morto in quel tempo il fanciullo suo nipaie. 
Mentre queste pratiche si faceano , molti napolitani 
venivano a trovare la regina in Provenza, ed a confor- 
tarla, che se ne ritornasse, perchè erano tanto scemale 
le forze degli Ungheri, e tanto cresciuto Iodio contro 
a loro, pe'loro barbari costumi, che facile sarebbe il 
liberarsene. Onde Giovanna , assicurata del favore del papa 
e della volontà degli uomini del regno , ridriesti ed ot- 
tenuti sussidj da suoi sudditi di Provenza , messe in pe^ 
gno le sue gioie e venduta al pontefice per ottantamila 
fiorini d* oro la città d' Avignone, fece armare dieci galee 
ed entrata in esse con suo marito, al quale Clemente VI 
avea conceduto titolo di re , e con prosperi venti navi- 
gando, approdò a dogento passi fuori le mùi'a. di Napoli. 
Discesi a terra e ricevuti con gran festa da cittadini, 
vennero a loro gran numero di baroni e di conti a visi- 
tarli, rallegrarsi del ritomo, ed offrire i loro servigi, si 
che ben presto si radunò un considerevole esercito, dal 
quale fu assediata la città di Napoli, le cui castella erano 
in mano degli Ungheri e loro partigiani. Della qual cosa 
ricevuto avviso il re d'Ungheria, fu tanto presto ad ac- 
correre y che prima giunse che si sapesse eh' era delibe- 
rato di venire. Ed allora radunò egli in Puglia diecimila 



DE* FRIRCIFATl 41 

cavalli e gente a pie* assai, e la goerra diventò più fiera 
ed ostinata, e pareva che aUravolta la fortuna secondasse 
le armi dell' Unghero , quando , interpostosi il papa , una 
tregua fu fermata, a patto che fatta giurìdica e severa 
inquisizione , se la regina flesse trovata innocente , ria- 
vrebbe libero il regno, pagando per spese di gufrra.tre* 
centomila fiorini d* oro ; se colpevole ^ ne sarebbe priva. 
Re Lodovico se ne tornò in Ungheria ; e da indi a poco, 
com* era da prevedersi , il papa dichiarò innocente Gio- 
vanna, e la pace fu conclusa neir aprile dell'anno 135f, 
con la liberazione de* cinque reali , che sino allora er^no 
rimasti prigionieri al di là delle alpi; ed alcuni aggiun- 
gono, che il re Lodovico non volle i Irecentomila fiorini 
che gli erano stati promessi, diceqdo, eh* egli non era 
venuto nel regno per mercanteggiare, ma per vendioare 
la morte del fratello, e che avepdo fatto qaanto glipa* 
reva che convenisse, altro non desiderava. 

Terminata quella guerra » addi 25 di maggio ddl- 
Taiino i351 , un legato del papa, con grandissima pon^a 
e solennità , unse e coronò il re Lodovico e la regina 
Giovanna , la quale cerimonia fu celebrata con molte 
giostre , e magnifici conviti ; ma il regno continuava ad 
essere diviso e conturbato, perchè i baroni rimasti in 
armi non ismettevano le loro private querele, ed i Du- 
razzo mal sopportavano di essere posposti a loro cugini 
di Taranto; e già si apparecchiavano nuove calamità e 
sventure, quando si riaccese la guerra con la Sicilia j 
cento volte attutita , ma non ispenta giammai. 



LA FARINA, T. VII. 



42 STORIA D*ITALIA 



VII. 



DRUA GURRRil DI «KILiA. DELLA FINI DI LODOVICO DI TARANTO, 
R DEL TRRZO MATRIMONIO DRLLA RR6INA GIOVANNA. 



Giovanni duca di Alene e conte dì Randazzo , fi- 
gliuolo del re Federigo , e tutore del re Lodovico , moii 
nella peste del i348, lasciando nel suo testamento la tu- 
tela del regio fanciullo ed il vicariato del regno di Sici- 
lia a Blasco di Alagona maestro giustiziere , il quale non 
erasi giammai, come forestiero , inviluppato nelle fazioni 
de baroni. Ma la regina oltremodo sdegnata perchè nel 
governo del regno e del figliuolo le si preferiva un vas- 
sallo , morto appena Giovanni , richiamò da Pisa , ove 
viveano esuli, i Palizzi, e all'arrivo di questi si rialzò 
la parte che diceano latina in opposizione agli amici di 
Blasco, che componeano la parte catalana. . Alla parte 
latina dava nome e dignità la regina, vita e moto Mat- 
teo Palizzi, forza e potenza i Ghtarampnti. Dichìararonsi 
apertamente contra al baliatico di Blasco la più parte 
de* baroni siciliani , ed il popolo dappertutto si levò a 
rumore, protestando che il governo del prìncipe e del 
regno non era da lasciarsi in mano de forestieri. Cosi 
mentre i Palizzi ed ì Ghiaramonti muoveano a loro vo- 
glia quasi tutte le città e terre del regno , ed erano quasi 
signori di Palermo e di Messina, Blasco non polca fidarsi 
che della sola Gatania , dov* egli facea dimora , perchè 
città a lui ed a* suoi maggiori bene affetta , e sin da tempi 
del re Pietro avversa e nemica a' Palizzi , e perchè quivi 



0£ PRINCIPATI 49 

teneva a suoi stipeadj mille cavalli e DUtnerosi flMti, per 
la pia parte forestieri. 

Lodovico 8Ìo dalla morte dei duca di Randazzo fa 
io potere de* PaUzzi io Messiiia , e quivi Matteo Patizzi 
eserciti va autorità tirarioesea^ che lo refie odiosissimo al 
popolo ed anche ad alcuni suoi antichi amici e consortii 
Il malcontento si crebbe, che da ultimo scoppiò in una 
terribile sollevazione , ndla quale Matteo e la sua moglie 
Margherita furono atrocemente ammazzati a furia di 
popola 9 e gli altri baroni poterono appena salvar se 
stessi e la persola del re, ritirandosi a Catania presso 
Blasco di Alagonà. E perchè di questo moto era stato 
autore il conte Simone di Ghiaramonte, e conosceva che 
contro a sé sarebbe volta l'ira non meno della parte ca*^ 
talana che de* Palizzi , si volse al re Lodovico di Napoli ^ 
invitandolo a venire in Sicilia, ed assicurandolo che le 
cose éA regno stavano in tali termini, che con Ogni 
poca forza si sarebbe conquistato. 

Il re Lodovicp mandò alloca in Sicilia il gran sini« 
seako Acciaioli con rento uomini datarne e Giacomo 
Sanseyerjno con quattrocento fanti, i quali ed favore 
del conte Simone , docopiarodo Milazzo , e andati a Fa* 
lermo vi furono ricevuti con grande allegrezza; esen^io 
che fu segoho da Trapani, da Siracusa e da altre terre, 
ehe tenevano pe Gbiafamodti* In quel tempo moti Lodo^ 
vico di; Sicilia, e gli successe il suo fratello Federigo, 
deU' età attore di tredici- anni, jl quale fa proclamalo re 
in un parlamento tenuto a Messina, e fu data la reg^^ 
genzff del regno ad Eufemia , una monaca sorella del re , 
donna d'animo, audace. Ma da indi a poco anco Messina, 
non volendk) più sopportare la dominazione deUa parte 
catalana, si ribeHò. a Federigo, ed accolse nelle sue mura 
il re Lodovico e la,, regina Giovanna. Fu allora che il 



44 STORIA D' ITALIA 

conte Simone chiese a Lodovieo la |iiaiK> di SiMìca, sorella 
del giovine re Federigo, che nella soNevanone dì Messina 
era aCaia presa prigioniera ; ma Lodovico che temeva la 
polenaa de Cbiaramonti tanto per questo matrimonio cre- 
scesse da escludere non meno lui che il scio nemico dal 
àrono di Sicilia , gli profferse invece in moglie la vedova 
duchessa di Duraazo ; di che ne prese tanto sdegno e 
rammarico il conte, che se ne morì, e gli altri di qaelia 
famiglia si aKéoaroiio da Lodovico, che privo del loro 
possente aiuto, e richiamato in Napoli dalle novità che 
in quel regno seguirono, conchiuse la pace a queste con* 
dizioni : che Federigo s' intitolasse re di Siéifia ; che pi- 
gliasse per moglie Aotooia del Balzo figliuola del duca 
d'Aodria e della sorella del re Lodovico; che ricooo- 
scesie quel regno dal re Lodovico e dalla regina Gio* 
vanne, pagando loro un censo di tremila once d'oro 
tutti gK anni; che quando il regno di Napoli fosse assa- 
lito , fornisse cento uomini d' arme e dieci galee armate 
t» difesa di quello; e clie> dalF altra parto il re Lodovico 
restituisse tutte le città, terre e castella, che teneva in 
Sicilia. I quali patti , se togli questt> ultimo della re- 
stìtuiioile , non ftirono mai adempiti , ni ebbero alcuna 
eaefsuiione. 

Terminata in coCal guisa la guerra di ^eilia , e re- 
prèssa la ribellione di Luigi di Dnrazao e del conte di 
Minervino, il quale era salito in tanta superbia , che ave a 
oocnpa*» la «itià di Qari, e s intitolava principe di Bari 
ojpalatino di Altamura, e taglieggiava le terre senza al- 
cun riépetlo alla regia autorità^ il fé LodoviOo vetìne a 
morta, neiranno d343, non lasciando figllucAij perchè 
due femmine, ch'ebbe dalla regina Giovanna, mòrìrOiio 
appena nate. Fu Lodovico bellisMmo ddla persona, ga- 
gliardo di corpo e danimo, piò valoroso che fortunato: 



db' FRmCIPATI 45 

regnò cinque anni prima che foste coronalo ; dieci dopo 
V incoronazione : fisse anni quarantadue. 

Rimasta vedova la regina Giovanna màìY età di tren^ 
lasei anni prese tosto un altro marito, cbe 61 Giacomo 
di Aragona figliuolo de) re di Majorica, giovine beRo e 
valoroso ; ma a lui non volle dare la regina altro titolo 
che quello dì duca di Calabria, né alcuna aatorità nelle 
cose dello stato; per lo che Giacomo, poco contento di 
una corte, nella quale non gli era con^duto neanco il 
nome di re, guerreggiando suo padre con ii re di Ara* 
gona suo cugino per lo contado di Rossiglione ^ volle 
andare a combattere in servigio del suo genitore , dove 
prima fu fatto prigioniero , e poi ìiscattato dalla moglie, 
e tornandovi la seoondu volta vi mori. 



Vili. 



NLU eOSR B'AmNONB I DI MM, k DRL TWWNATO 

m' COLA M RIBNZiK 



Benedetto XII era morto nelfanno i342: papa dì 
santa vita secondo alcuni, secondo altri, avarissimo, cru* 
dèie e diflidente, che si dilettava di buffoni e di mere- 
trìci, e si gran bevitore di vino , che per Ini naeque il 
prorerbio di bibamus papatUer, A Clemente VI, suo suc^ 
cessore, mandaron tost^ i romani iina> magnìfica amba- 
scerìa, supplicandolo restituisse a Roma la^ sede aposto- 
lica, ed al medesinho fine gli indirir^zò il Petrarca un sno 



46 STORIA ITALIA 

poemelio latino ; ma questo papa,; «cheavea Tdiidacm di 
scrivere in una sua bolla « còmandianio agli angeli del 
paradiso » ( mandamus Aogelis Pai^adisi ), era allora lutto 
intento a promuovere ad imperatore, contro a Lodovico 
il Bavaro , Carlo figliuolo del re Giovanni di Boemia , 
ohe vedemmo signoreggiare per qualche iempo moke 
città di Lombardia. I cardinali erano su questo proposito 
fra di loro divisi , e cosi caldamente . ne disputarono in 
pubblico concistoro, che dopo acerbe e villane parolet^ 
trassero le èrmi che tenevano ni^oste sotto i noonti ^ e 
sarebbero venuti al sangue, se quelli eh* erano presenti 
non si fossero con sommo loro perìcolo interposti* Dopo 
lungo codtondere prevalse la parie alla quale aderiva il 
re di Francia e da\^ favore il pontefice^! Curio, die 
in Alemagna fu detto T imperatore de* preti, ebbe le voci 
della più parte degli elettori; onde ne seguirono guerre 
e sconvolgimenti , che per molto tempo gli impedirono 
d' ingerirsi nelle cose d* Italia. 

Frattanto in Roma era venuto in grande riputazione 
un Niccolò figliuolo di Lorenzo taverniere, detto roma- 
nescamente Gola di Rienzo , il quale , come uomo di na- 
turak' : ingegno e di , moka erudiziene , ^ra stato eletto 
noterò del senato , ed ayea fattp parte delF amba- 
sceria mandata a papa Clemente VL In Roma la discor- 
dia e la guerra civile degli Orsini e de Colon nesi 
a vea scarsa si grande confusione, che il simile non era 
mai siato da parecchi secoli* « Omni di se commattea 
(dice in suo dialetto, uno scrittore di quel tempo). Da 
omni parte se derobbava. Dove era looo de Viorgini^ se 
dettoperavano. Non v'era reparo. Le piccole zitelle se...... 

e menavanole a dedionore. La moglie era tolta a lo mam 
rito ne lo proprio letto. Li lavoratori quando jevano fora 
a lavorare erano derobbai ti. Dove ? Fi I su> la porta di! 



DE VKINClf ATI il 

Roma ». Cola di Rienzo, nadrito nello studio delle cose 
antiche, che tanto in qael tempo cominciavano ad essere 
in pregio , e massime in quella città, dove le ricordanze 
della romana grandezza non furono spente giammai, cre- 
dette onico ridiedio a qnei mali , la restaurazione di que- 
gli ordini e quella forma di reggimento, che altra volta 
aveano reso venerando e temuto in tutto il móndo il 
nome romano. Egli « fuè nutrito di latte de eloquentia, 

buono grammatico , migliore rettorico , autorista bravo 

Bioito usava Tito Livio, Seneca e Tullio e Baleno Mas^ 
Simo. Molto si dilettava le magnificentie di Julio Cesare 
raccontare. Tdtto die se speculava ne gli intagli de marmo, 
li quali jaciono intorno Roma. Non era altri che esso, 
che sapesse lejere gli antichi pitaffi. Tutte scritture an- 
tiche volgarizzava: tutte fiure di marmo justamente in- 
terpretava ». Con la mente così pregna di romana eru^ 
dizione, e vivendo in un mondo che non era più se non 
una ricordanza, Cola di Rienzo concepì lìdea di* farsi 

• • • , 

tribuno del popolo, e convocato un parlamento popolare 
sol monte Aventino, con s) grande eloquenza ricordò le 
antiche glorie e T antica potenza , che non pria la sua 
orazione fornita, il popolo lo gridò e acclamò tribuno 
della liberta. 

Addì 20 di loglio delFanno 4347, Cola 4i Rienzo 
ascese il Campidoglio con maggior pompa de* consoli e 
de' Cesari trionfatori : era al suo fianco il vescovo Rai- 
mondo d'Orvieto, vicario spirituale del papa; lo prece- 
deva e Io Seguiva la romana gioventù con stendardi e 
bandiere. Dall* alto della scalinata del Campidoglio , egli 
espose al popolo ciò che designava di fare: gli ordini 
della giustizia, in uso in varie città dell' Italia, assicure- 
rebbero e difenderebbero i cittadini dalla prepotenza deno- 
bili: i luoghi muoili della città sarebbero custoditi dal 



48 STOHU S> ITALIA 

popolo ; le fortezze e le lorri de' nóiA\i sarebbero diafade ; 
i delitti prontameote e severamente panili ; i poveri del 
necessario provveduti. Alle parole, dal popolo con gran* 
dissima > letizia applaudite , seguirono i fatti : « Cola di 
Rienzo mo prenne uno, e mo prenne un'aitro: quesso 
appenn% a quesso mozza lo capo, senza misericordia : tutti 
li rei judica crudelmente ». I nobili, sgomentati di si 
gran potenza e impauriti di tanta severità, prestano giur 
ramento di non infestare le campagne, non nuocere al 
popolo, non dare asilo a' malfattori ; disfanno o bau di- 
sfatte loro torri e castella: giudici, notar! , meroadanli, 
tutti giurano di osservare le nuove leggi e di ubbidire 
al tribuno. quale, cbiesta V approvazione di quanto 
av^a fatto dal papa , invita tutti i principi e tutte le città 

é 

deir Italia a mandare loro deputati a Roma, « dove in- 
tendeva fare un generale parlamento per il buono e pa- 
cifico stato di tutta T umanità ». 

Giovanni di Vico , che Lodovico il Bavarp avea no- 
minato prefetto di Roma e eh* era signore di Viterbo, è 
vinto e costretto a giurare ubbidienza al tribu|io , al ^quale 
Gaeta offre danari ; Venezia , i Visconti e Y istesso impe- 
ratore , amistà ed alleanza ; ed il cui favore gareggiano 
per ottenere non meno il re di Ungheria che la regina 
di Napoli. Per la quale esaltazione subita e maravjgiiosa 
Cola di Rienzo credette oramai incrollabile la sua auto- 
rità, e quasi fossero a suoi ordini le legioni dell' antica 
Roma, e rinato il tempo in cui sul Campidoglio decide- 
vansi i destini del mondo, e* ridava a tutte le città d* Ita- 
lia la cittadinanza romana e il diritto di partecipare alla 
elezione degli imperatori; inlimava al papa di ritornare 
alla sua sede ; citava i due imperatori Lodovico e Carlo 
a venire alla sua presenza, per esporre le loro ragioni 
ed ascoltare la sentenza; vestiva di porpora e d'oro, 



DE* PRinCIPATI 49 

facessi precedere da (roinbettierì coperti di broccato e 
che snonavano trombe d'argento, teneva lo scettro, il 
globo e la croce doro, e cingevasi la fronte di sette 
corone , senza considerare che non era con queste 
mostre di reale splendore che i Gracchi si meritavano la 
6dacia e l'amore del popolo. 

Ed allora i nobili, che da lui tutti i di erano più 
oppressi e minacciati , congiurarono con il legato del 
papa: Cola di Rienzo fu proclamato traditore della chiesa, 
eretico e scomunicato : Colonna , Orsini e tutti gli altri 
nobili , messe da parte le loro antiche querele, contra a 
lui si collegarono ; il popolo lo abbandonò , né volle di- 
fendere chi più la sua stima ed il suo affetto non me- 
ritava ; ed egli dovette vergognosamente fuggire da Roma, 
e cercare un asilo in corte del re d' Ungheria , che scel- 
leratamente lo tradì, e lo mandò ad Avignone, dove 
ottenne d' essere assoluto dalla scomunica , ma fu ritenuto 
prigioniero. 

Frattanto morto Clemente VI ( il quale , come scrìsse 
Matteo villani, « la chiesa rifornì di più cardinali suoi 
congiunti, e fecene di si giovani, e di sì disonesta e 
dissoluta vita, che ne uscirono cose di grande abomina- 
zione ») Innocenzo VI suo successore mandò in Italia 
legalo apostolico con amplissima podestà il cardinale Egi- 
dio Albomoz spagnuolo , nomo espertissimo non meno 
De militari che ne' civili negozj che con sommo valore 
avea combattuto contro agli infedeli, e che Alfonso XI 
di Castiglia avea di sua mano armato cavaliere. Venne 
il cardinale Egidio a Hontefiascone , e seppe sì maneg- 
giarsi che i romani lo accettarono per protettore 3 e seco 
unironsi contra a Giovanni da Vico prefetto imperiale e 
signore di Viterbo e di altre terre della chiesa. In Roma 
erano già risorte più feroci di prima le fazioni degli Or- 

La Farina, T. vii. 7 



60 STORIA d'iTALU 

6ÌDÌ, CoIoDoesi e Saveili : il {K)polo area lapidato e morto 
Bertoldo degli Orsini senatore, ed avea creato qq altro 
tribuno, che fa Francesco BaronceUi; ma il rimedio fu 
di corta durata , perchè anco il tribuno fu ammassato , 
ed il cardinale colse avvedutamente quella occasione, alla 
quale non pòco avea contribuito , per mandare a Roma 
Cola di Rienzo , venuto d' Avignone in sua compagnia , 
ed esercitare per suo mezzo T autorità. 

Cola fu dal popolo di Roma ricevalo con immenso 
onore ; ma le sventure non erano bastate ad ispirargli la 
prudenza necessaria a ben governarsi : assali Palestrìna , 
principale fortezza de Colonoesi e dovette ritrarsi con 
vergogna : la sua naturale severità trasmodò A che di* 
ventò crudeltà: volle esser temuto, e si procurò odio, 
e questo tanto crebbe per una gabella imposta sul vino, 
che addi 8 di settembre del 4354 il popolo si levò a 
rumore, assediò il tribuno in Campidoglio e mise fiaoco 
al palazzo. Fuggi egli travestito da facchino ; ma fa seo* 
perlo , e a colpi di pugnale miseramente ammazzata Cosi 
il cardinale Albornoz giungeva a sbarazzarsi de' due tri- 
buni; e nel medesimo tempo con la persuasione, co' da- 
nari e colle armi riconduceva alla ubbidienza della chiesa 
non poche città e terre della Romagna , e già stava quasi 
per compire T opera sua con la espugnazione di Cesemi 
e di Forlì, dove gli Ordelaffi faceano gagliarda difesa, 
quando , per invidia e* maneggi di cortigiani , il papa lo 
richiamò ad Avignone, mandando in luogo suo T abate 
di Clugni, che s'intendeva piò di sacre scritture che di 
guerra. Ma i partigiani della chiesa non lo vollero lasciar 
partire , perciocché aveano conosciuto quanto nelle armi 
valesse, e come possedesse l'arte di far danaro a soa 
voglia , vendendo indulgenze ed assoluzioni , e vootaado 
il purgatorio per riempire il tesoro della sede apostolica. 



Al PRINCIPATI 5i 

Teneva il oardinale un legreto tratlato co'oiltadioi 
di Cesena, citt& difesa da Cia moglie di Francesco Or> 
delaffi, donna di raro valore e di spiriti virili, la qnale 
vestita d' arme come un cayaliero di molte prodezze avea 
fatte. Il dì 29 di aprile del d357, il popolo si levò a 
rumore, gridando € Viva la chiesa », e le genti degli 
Ordelaffi furono costrette a rinchiudersi in una fortezza, 
die dioeano la Murata. Cia fece mozzare il capo a due 
tuoi consiglieri creduti complici della congiura , e si ac- 
cinse a disperata difesa. Accorse il cardinale con tutte 
le sue forze, ascendenti fra cavalli e fanti a cento ottanta 
bandiere , ed espugnò la Murata ; ma Cia non per questo 
si arrese, e ritiratasi nella rocca continuò a difendersi, 
non ostante le esortazioni di Vanni degli Ubaldini suo 
padre, che accorse apposta colà, e non ostante che ve* 
desse minata la torre che dava t entrata in quella rocca. 
Fu quindi messo il fuoco a puntelli , e rovinando la detta 
torre , Cia rimase prigioniera del legato , co' suoi figliuoli 
e nipoti; e cosi fini quella strana guerra fra una donna 
• un sacerdote. 



IX. 



MLU TOSCANA SINO ALLA CACCIATA DBL DUCA D' ATINB. 



Or ritornando indietro nell'ordine deMempi, dico 
come nell'anno 4347 Uguccione della Faggiuola, con 
r aiuto di Cane della Scala tentò di rientrare in Lucca, 



52 STORIA D* ITALIA 

dove avea de segreti trattali; ma SQOperta la coogiara, e 
ammazzati a furia di popolo quattro de' Lanfraochi di 
Pisa , che in quella città erano suoi fautori , e dovette 
tornarsene indietro, mentre Castruccio ed i Pisani spa- 
gliavano della più parte dello stato il marchese Spinetta 
Malaspina^ che al detto Uguccione avea dato asilo e soc- 
corso. Tre anni dopo , quando il conte Filippo di Valois, 
per volere di papa Giovanni XXII venne in Italia contro a'Vi- 
sconti, e che le città guelfe di Toscana gli mandarono loro 
ajuti, Castruccio mosse guerra a* Fiorentini, tolse loro 
Cappiano , Monte Falcone e Santa Maria al Monte , ca- 
valcò sino ad Empoli , e dipoi tornò indietro e si rivolse 
contro a Genovesi; ma quando riseppe, che i Fiorentini 
con grande sforzo erano entrati nel territorio di Lucca e 
mettevano a ferro e a fuoco la Valdinievole , accorse in 
fretta a Cappiano, dove i due eserciti stettero a fronte 
badaluccando sino al verno, che tutti li fece tornare alle 
loro case. 

Io quel tempo moii Gherardo o Gaddo della Ghe- 
rardesca conte di Donoratico e signore di Pisa , e dal 
popolo pisano in suo luogo fu eletto il conte Rinieri o 
Neri suo zio paterno , il quale favori forte i Ghibellini e 
chi era stato partigiano di Uguccione ; e per meglio so- 
stenersi fece lega con Castruccio, dandogli occulti soc- 
corsi contra al comune di Firenze. Onde i Fiorentini, 
vedendosi sempre piò minacciali col Malaspina, benché 
ghibellino , si collegarono , e di uomini e di danari Io 
fornirono, si ch*ei potè ripigliare molle delle terre che 
Castruccio le avea tolte nella Lunigiaoa, mentre i Fio- 
rentini Monte Veltolioo assediavano. Ma Castruccio, rin- 
forzalo da molla gente mandata in suo aiuto da Visconti, 
dal Vescovo di Arezzo , dal comune di Pisa , e da altri 
principi e da altre città di parte ghibellina , costrìnse i 



DE* PRIMCIPATl 53 

FiorentÌDÌ a rilrarsi» dette il guasto alle loro campagne, 
eDlrò nella LunigiaDa, riprese le terre dal marchese re- 
cuperate, gli tolse anco Pootremoli, e 1* obbligò nuova- 
mente a rifugiarsi nella corte di Verona. Per questi 
danni e vergogne sofferti il popolo di Firenze si levò a 
lamuito contro alla signoria del re Roberto , e fu creato 
un consiglio di dodici popolari , senza il consiglio de" quali 
niente potean fare i priori , eh* erano tutti devoti al re di 
Napoli , e condotti al loro soldo mercenaij alemanni e friu- 
lani, gravi danni arrecarono su quel di Lucca; e finita in 
quel tempo la signoria del re^ non più vollero rinnovarla. 

Ed in quei medesimi giorni, avendo U papa dichiarato 
eretico ed idolatra il conte Federigo di Montefeltro, e ban- 
dita contra di lui una crociata, i Fiorentini, i Sanasi ed altri 
Toscani di parte guelfa si affrettarono a dare esecuzione 
con le armi alla pontificia sentenza; e Federigo con un 
suo figliuolo furono ammazzati a furia di popolo nella 
cittii d Urbino; gli altri della sua famiglia (meno Speranza 
che fuggi a San Marino) imprigionati; Osimo e Recanati, 
città che sottostavano a Montefeltro, occupate dagli uffi- 
ciali del papa; e quest'ultima, col pretesto d* incorreggi- 
bile eresia , arsa e disfatta. Il vescovo di Arezzo , che 
molta gente avea radunata per accorrere in aiuto del 
conte di Montefeltro, non essendo pia a tempo, si rivolse 
contra a signori di parte guelfa del Casentino, e grave- 
mente li molestò. 

Frattanto Castruccio Castracani così stringeva e met- 
tea paura a Pistoiesi , che questi , cacciati il vescovo ed 
i magistrati che secondo il piacere de' Fiorentini si go- 
vernavano, fecer tregua con lui, obbligandosi di pagargli 
ogni anno quattromila fiorini d*oro. I Pisani tra per il 
sospetto che aveano dell* ambizione di Ca strucclo, tra per- 
chè trovavansi in gravi affanni, essendo che Alfonso fi- 



54 STORIA d' ITALIA 

gliuolo di Giacomo re di Aragona andava loro toglieodo 
tutto quanto possedevano Dell* isola di Sai^egna^ resero 
grandi onori e fecero magnifici presenti ab re Roberto, 
allorché questi , nelV anno i 324 , proveniente da Genova, 
soffermossi alcun poco nella loro città. Volle allora Ro- 
berto, per mezzo del suo vicario, ripigliare la signoria 
di Pistoia ; ma Y impresa ebbe fine vergognosa , essendo 
state le sue genti rotte da Filippo de Tedici , il quale 
appunto in quei di avea tolto la signoria di quella città 
ad Armanno de Tedici abate di Facciane suo zio, e s era 
stretto in lega con Castruccio, obbligandosi a pagargli 
un annuo tributo. Poeo di poi, avendo il popolo di Pisa 
fatta giustizia da sé su di un Lanfranchi, ebe avea ne» 
ciso uno della casa de* conti di Caprone, il conte Neri, 
aiutato da detti Lanfranchi, da Gualandi, da' Sismondi e 
da altre famiglie state amiche di Uguccione, fece morire 
Coscetto dei Colle, primo autore della cacciata di Uguc- 
cione , ed altri popolari suoi fautori ; e si fece coafer* 
mare nella signorìa, e dar titolo dì difensore del popolo 
di Pisa. Castruccio giudicò que' turbameati buona con- 
giuntura per ridurre in suo potere quella città; ma un 
tentativo da lui fatto non ebbe altro effetto che di ren- 
dergli apertamente ne mico il conte Neri , il quale sino 
allora avea la sua coperta nimistà dissimulata. Pia fortu* 
nato fu Castruccio in Pistoia, dove Filippo de Tedici, 
dopo aver fatto una ingannevole pace e lega co^Fiorea-» 
tini , per dieci mila fiorini d' oro , introdusse Castruccio 
con le sue genti in quella città , prendendo e disarmando 
il piccolo presidio, che vi teoea il comune di Fireme. 
Grandissimo fu per questo il rammarico ed il dispetto 
de* Fioren tini, i quali con mercenaij Borgognoni e Cata- 
lani , Capitanati da Raimondo di Cardona , andarono ad 
oste a Pistoia : erano duemila e cinquecento cavalieri , e 



db' PilHGlPATl t5 

quittdiei wiia faoU, col oarroccio, eoo tei mila foonerì 
e ooD mille e trecento trabacche e PadìglioDÌ, senza i 
rìofgrzi delle amistà, che vennero di poi ad accrescere 
quella gente con più di cinquecento cavalli e di cinque- 
mila pedoDÌ< Gaslruocio non avea allora che mille e ciò* 
qneceoto cavalli e la metà di fanti che aveano i nemici. 
Fecero i Fiorentini nella festa di San Giovanni correre 
il palio alla porta di Pistoia ( il che aveasi per cosa agli 
assediati vergognosissima ) ; presero il passo della Gu- 
iciana e la rocca e il ponte di Cappieno; dipoi stretta* 
mente assediarono Altopascio, e lo costrinsero alla resa. 
Allora nacquero dispareri fra' Fiorentini, e quindi indugj; 
ma da ultimo fu vinto il partito di andare verso Lucca. 
Fra Montechiaro e Porcari trecento cavalieri de migliori 
deir esercito fiorentino combatterono con quelli di Castruc- 
cio e furono rotti, quantunque Castruccio vi fosse sca- 
vallato e ferito. Era 1' oste florentina accampala in sito 
svantaggioso, e Gaslmccio ardea di voglia di assalirla; 
ma troppo era il soperchio de nemici, ed egli attendeva 
soccorsi da' suoi alleati* Il vescovo di Arezzo (che s*era 
impossessato di CAtà ^li Castello ed era stato scomunicato 
dal papa ) gli mandò trecento cavalieri ; i ghibellini della 
Marca, della Boniagna e delle Maremme altri trecento; 
Galeazzo Visconti gli mandò Azzo suo figlio con ottocento 
cavatieri alemanni; Passerino de Bonaccorsi, dugento ca- 
valli. Risaputi i soccorsi ohe venivano a Castracelo, Rai- 
mondo di Gardona si ritrasse ad Altopascio ; ma Castruc- 
cio scaramucciando lo tenne a bada sino al di 23 di 
settembre di queir anno 43S5, quando giunta la gente 
de* Visconti , e lo assaH con tutte le sue forze , e tosto 
k) ruppe e sconfisse. Caslmocio i|iandò subito a pigliare 
il ponte a Cappiano, dove i fuggitivi erano macellati: i 
morii furono assai ; molto ptA i prigionieri , fra' quali 



56 STOBIA D^ITAUA 

r isiesso Raimondo di Cordona e parecchi baroni francesi : 
tutte le salmerie caddero in mano de' vincitori 3 a* quali 
si arresero le castella di Cappiano^ Montefalcone e Aito- 
pascio, dove furono presi cinquecento prigionieri. Ca- 
straccio corse con la vittoria a Signa, Tebbe, vi si af- 
forzò; e di là, saccheggiando, ardendo e guastando, ca- 
valcò sino alle porte di Firenze, dove fece correre tre 
pai] , uno da uomini a cavallo , un altro da fanti a pii 
ed il terzo da meretrici, il tutto in dispetto e vergogna 
de Fiorentini. Altri castelli e luoghi egli prese, e ben 
centomila fiorini d' oro ricavò de* prigionieri fatti in qael« 
r anno , ridendosi del papa , che lo scomunicava e lo di- 
chiarava nemico della chiesa ed eretico. 

^igottiti 1 Fiorentini della potenza e fortuna di Ca- 
stracelo, si raccomandavano a papa Giovanni e a re 
Roberto , e si contentarono dì prendere per loro signore 
Carlo duca di Calabria figliuolo di costui. Gli fu data la 
signoria del comune per dieci anni, con T obbligo di 
mantenere mille cavalli , coir assegno di dugentomila fio- 
rini d* oro per anno. Castraccio , risaputo questo negozio, 
arse Signa e si ritirò a Carmignano, dove fece di molte 
fortificazioni. Il capitano de* fiorentini Pietro di Narsi avea 
ordito un tradimento per torgli quella terra, e con du* 
gento cavalli e cinquecento fanti andò a quella volta; 
ma Castracelo j o che scoprisse il trattato, o che quello 
fosse un suo inganno, lo colse in un aguato, lo scon- 
fisse , ed avutolo prigione con altri assai , gli fece moz- 
zare il capo, perchè avea contraffatto ai patto di non 
combattere contra a Ini , allorché un* altra volta fa suo 
prigioniero. Mandò il papa per suo legato in Toscana 
il cardinale Giovanni degli Orsini, che entrò in Firenze 
con quattrocento cavalieri provenzali. Quivi era prima 
giunto Gualtiero duca d'Atene e conte di Brenna, capitano 



D£*9RinaPATI 57 

del daca di Calabria e soo vicario, eoo altri quattro- 
cento cavalieri. Addi i2 di luglio del i326 eotrò io Siena 
il delto duca di Calabria con copiosa gente d*arme, 
e con lui la moglie , Giovanni principe di Morea soo zio 
e gran baronia. Dimandò la signoria di quella città, e 
per questo vi fa del rumore; ma in fine Tebbe per cin* 
qne anni , e rappàci6catì i Tolomei ed i Salimbeni , andò 
a Firenze, dove fu ricevuto con immenso onore. L'ac- 
compagnavano mille e cinquecento lance; e richieste le 
amistà , ebbe da' Sanesi trecento cinquanta cavalli , tre- 
,cento dai Perugini , dugento da' Bolognesi , oltre a molti 
altri, s) che fu al suo comando un fioritissimo esercito. 
Ma e' niente oprò di notevole , per la diligenza e pro- 
dezza dì Castruccio, il quale cacciò via nuovamente Spi- 
netta Malaspina, che di accordo col duca era entrato 
nella Lunigiana , e costrinse V esercito di costui a tornar- 
sene a Firenze, con massima sua onta e vergogna. Al- 
lora fu grande lo scontento de Fiorentini , perciocché 
la sperata vittoria non conseguirono , e frattanto il 
duca , contraffacendo a patti , abbassava T autorità de priori, 
per intercessione della moglie revocava di suo arbitrio le 
leggi sontuarie sul vestire delle donne, ed estorquea da- 
nari in varie guise , sì che in un anno di signoria e prese 
da quella città più che quattrocento mila fiorini d'oro. 

In quel tempo Lodovico il Bavero scendeva io Italia ; 
e a lui mandavano ambasciatori Castruccio, Guido de' Tar- 
lati vescovo di Arezzo ed i Pisani. Neri della Gherardesca 
era morto ; ma i suoi parenti continuavano a signoreg- 
giare in Pisa, e governavansi a parte ghibellina , sebbene 
nemici di Castruccio. Lodovico fu ricevuto su quel di 
Locca con ogni guisa di onori, ed egli die a Castruccio 
il titolo di duca non solo di Lucca e di Pistoia ^ ma 
anco di Prato , Sangermano , Colle e Volterra , tuttoché 

LA Farina . T. VII 8 



§8 STORIA D'ITALIA 

DOD possedesse quelle terre, che per loro signore aveano 
eletto Carlo doca di Calabria. Credeva Lodovico di en- 
trare quetamente in Pisa, città sempre stata camera del- 
l' impero ; ma i Pisani , per tinnore di Castrnccio , gli 
serrarono le porte in faccia e si apparecchiarono a com- 
battere. Allora Castruccio accorse con le sue genti, e 
dopo un mese d* assedio , nata discordia ne* cittadini , la 
città si arrese a patto che conserverebbe la sua libertà,' 
ma dovette pagare sessantamila fiorini d'oro al Bavaro, 
che entrato dentro ne volle altri centomila, e si fece 
gridare signore, creando suo vicario Castruccio , per cin- 
quantamila fiorini d'oro da lui ricevuti. In quel tempo 
accadde una villana contesa di parole fra Castruccio e il 
vescovo di Arezzo , i quali , presente 1* imperatore , 1* un 
r altro si accusarono di tradimento; per lo che il ve- 
scovo , non ottenuta da Lodovico quella soddisfazione che 
sperava , adirato si parti, ma ammalatosi per via fini i 
suoi giorni nel castello di Monte Nero in Maremma, di- 
chiarando per vendetta che l'imperatore era eretico e 
fautore di eretici: ed allora gli Aretini dettero la signoria 
a Dolfo e Pietro Saccone de' Tarlati di Pietramala. Lodo* 
vico, nel di 24 di dicembre del 1327 mosse alla volta 
di Roma, come altrove fe discorso ; ed il duca di Calabria, 
temendo per il regno, si pani in fretta da Firenze, la^ 
sciando in suo luogo Filippo di Sangineto , figliuolo del 
conte di Catanzaro , con mille cavalli. 

Filippo, mentre Castruccio stavasi a Roma con Lo- 
dovico , sorprese ed occupò Pistoia , che fu per dieci d) 
crudelmente saccheggiata ; per lo che Castruccio tornò in 
fretta in Toscana , ed entrato in Pisa prese al tutto la Si- 
gnorìa di quella città, senza alcun riguardo all' impera- 
tore , ne all'imperatrice, alla quale in quella circostanza 
oiTrirono i Pisani la detta signoria. Dipoi andò ad osto a 



DE PRINCIPATI 59 

Pistoia , e la ciose d' assedio con baltifoUi, steccati e fossi 
acciocché dìodo potesse recarle soccorso. Mossero con 
Dunseroso esercito i Fìoreotini^ e accamparoDsi ìd faccia 
de trìocerameDti di Castruccio ; ma questi , come accorto 
capitano, vedeodo il soperchio de' nemici, stelle saldo 
nel suo campo ; per lo che i Fiorentini deliberarono trarlo 
di ih, con minacciar Pisa: rimasero però ingannati, per- 
chè Castruccio continuò a stringer Pistoia, che mancata 
di vettovaglie, e l'ebbe in suo potere, mentre i Fioren* 
tini^ dato il guasto al territorio Pisano, a casa loro do* 
vettero ritrarsi. Castruccio rientrò allora a Lucca con 
grande onore , e temendo dell' imperatore Lodovico , che 
con lui era forte adirato , cominciò ad aprire segrete pra- 
tiche co' Fiorentini e col papa; ma per le tante fatiche 
sopportate infermatosi, dichiarando erede de* suoi stati il 
maggiore de suoi tre figliuoli , mori addi 3 di settembre 
del i328, nel colmo di sua grandezza e fortuna, e 
oeir età di appena quarantasette anni , con fama del pia 
prode capitano e accorto principe de tempi suoi. Arrigo, 
Giovanni e Valerano suoi figliuoli , tenendo celata per 
sette giorni la morte del padre, si misero in possesso di 
Lucca, di Pisa e di Pistoia : quando il vero si seppe fu 
grandissima allegrezza in Firenze e in tutta la parte 
guelfa; ma i ghibellini n'ebbero sommo cordoglio e scon- 
solazione. 

Pochi giorni dopo, Ludovico il Bavaro entrava in 
Pisa festeggiato dal popolo, mentre di là fuggivano i 
figliuoli di Castruccio ; dipoi andò a Lucca e li cacciò 
aaco dì là con la loro madre, con gran giubilo deMuo- 
obesi. Ma questa festa durò poco , perchè il Bavaro im- 
pose a Lucca una colta di centocinquantamila fiorini d'oro; 
on altra di centomila a Pisa ; e da ultimo vendè per 
ventiduemila fiorini la signorìa Lucchese a Francesco de- 



60 STORIA D ITALIA 

gli Interminelli zìo di Castruccio. Lodovico pigliava dap- 
per lutto danari , e non pagava i saoi soldati. Per questa 
cagione ottocento cavalieri alemanni disertarono le sue 
bandiere, e tentarono occupar Lucca per conto proprio; 
ma non riescita T impresa, saccheggiarono i borghi di 
quella città, e si ritrassero ed afforzarono sulla montagna 
èi Vivinaia, e incominciarono a vivere di rapina; e per- 
chè il Bavaro mandò loro Marco Visconti per trattare di 
concordia, il ritennero prigione, dichiarando non lo ri- 
lascerebbero, se prima le paghe non fossero loro date. 
Ha Lodovico, anziché liberare il Visconti, ritenne il da- 
naro, e si parti di Toscana. I cavalieri alemanni, come 
altrove accennai , fecero loro capitano Marco Visconti , 
ed accordatisi con altri di loro nazione che custodivano 
la fortezza di Lucca, cacciarono da quella città Fraocc* 
SCO degli Interminelli , e la proffersero in vendita a Fio^ 
rentini ed a* Pisani , i quali ancb* essi , con V aiuto di 
Marco, cacciarono dalla loro città il vicario dell* impera- 
tore. Dopo varj trattati , ne' quali pare i Pisani perdessero 
seisantamila fiorini d' oro, Marco Visconti lasciò il co- 
mandò di quella gente rapace ed indisciplinata, e se ne 
andò in Lombardia, e gli Alemanni venderon Lucca, per 
trentamila fiorini d*oro, a Gherardo Spinola di Genova, 
il quale ne prese possesso a di 2 di settembre dell'anno 4329, 
il che forte rincrebbe a Fiorentini, i quali gli tolsero Mon- 
tecatini ed altre castella ^ e sino alte porte della città si 
avanzarono. Gherardo , disperando di madtenervisi v^n le 
proprie forze, invocò 1* aiuto di Giovanni re dì Boemia, 
che in quel tempo facea grandi progressi in Lombardia; 
e Giovanni mandò ottocento cavalieri con il suo mare- 
sciallo, il quale non solo respinse i Fiorentini, ma anco 
Gherardo cacciò via da Lucca, ed e si partì piangendo il 
danaro che avea si vanamente sciupato. 



DE* FRinClPATI 64 

Più iardr, cioè ueir anno 4336, la eitlà di Lucca, 
che promessa era stala a* Fiorenlioi nella lega fatta eoo* 
tra al re GiovaDiu, fu occupata con inganno da Mastino 
della Scala ; il che fu una delle cagioni della guerra , per 
la quale la potenza degli Scaligeri Tenne di molto ab- 
bassata, come in altro luogo è discorso. Ma Firenze, che 
tanto alzava la voce contra alla slealtà di Mastino, non 
diversamente oprava in quel medesimo tempo, perciocché 
unitasi a Perugia a danno di Arezzo , con patto che le 
conquiste dovessero essere comuni, non pria ottenne la 
sommissione di quella città, contraffece appetti, uè più 
de perugini si ricordò. Né con maggiore lealtà si era 
comportata pochi anni prima con Pistoia, dove mandate 
le sue genti col pretesto di rappacì6care i cittadini, cberano 
fra loro in diècordia , usurpò la signoria , e con violenza 
la mantenne. Ma quello era il tempo, in cui T inganno 
fortunato avea la lode universale, e non era vergogna 
il tradire. 

Neir anno i 344 , vedendo Mastino della Scala an- 
dare di male in peggio le cose sue, né essendo piA in 
islato di fornir Lucca come bisognava, deliberò di ven» 
darla, e la vendè a Fiorentini per dugentocinquantamiia 
fiorini doro , e per sicurezza de* patti , die sessanta 
ostaggi , e ne ricevè cinquanta , trovandosi fra questi ul* 
timo lo storico Giovanni Villani. I Pisani, risaputo quei 
mercato, con le maggiori forze che poterono, andarono 
frettolosamente a Lucca, e assediaronla , ed ebbero va-* 
lidi soccorsi da' Visconti, Gonzagbi, Carraresi ed altre loro 
amistà. Ciò non ostante, i Fiorentini, ricevuti anch' essi aiuti 
da* loro alleati , e fatto un grosso esercito , sforzarono il 
fMisso ed entrarono nella città; ma essendosi quindi av- 
visati di uscire in campo aperto e di venire a giornata , 
toccarono una fiera sconfitta ; e sebbene e rifacessero 



62 STORIA d' ITALIA 

lesercilo e per un altro aono cootinuassero a combat- 
tere , Don poterono salvar Lucca , che , con inmieiMo 
loro rammarico e danno ^ venne in potere de Pisani. 

Era in questi tempi nell* esercito de Fiorentini Gual- 
tiero duca d*Atene, uòmo ricco di riputazione guerriera 
e povero di danari. I Fiorentini, che mal soikUsfa Iti erano 
di Malalesta de Halatesti di Bimini, duce supremo ndla 
precedente guerra , dettero al duca V ufficio e il titolo di 
capitano e conservatore del popolo. Egli cominciò eoo 
far mozzare il capo ad alcuni ricchi popolani e con con- 
dannare altri nooltissimi come rei di dilapidazióne del 
danaro pubblico ; il che molto gradiva a* nobili , invidi 
della potenza ed autoritii che avea acquistata il popolo 
grasso. Né più contento della capitania^ addi 8 di set- 
tembre del i 342 , con violenza e con iAganni ^ si fece 
il duca proclamare signore a vita, e cominciò ad eser^- 
citare una assoluta tirannia : fece ardere il libro degli 
ordini della giustizia che tanto a' nobili erano odiosi, ab- 
bassò i priori, mutò a suo arbitrio le leggi, si pacificò 
co' Pisani , ottenne la signoria a vita da* Pistoiesi e dagli 
Aretini , assoldò per sua guardia mercenari francesi e 
borgognoni, estorse danari con mille pretesti, e per mo^ 
strare che oramai Firenze non era più uno stato libero, 
ma un principato , innalzò la sua bandiera sul palagio 
della signorìa , in luogo di quella del comune. Dapprio-* 
cipio il duca opprimeva solamente i popoli; ma a poco 
a poco cominciò a stendere le mani anco contra a no- 
bili, per cupidità di danaro, e per naturale superbia e 
crudeltà. I suoi ministri torturavano e molestavano i cit- 
tadini ; i suoi soldati oltraggiavano e vituperavano le 
donne : non v' era insolenza, ingiuria e reità che da loro 
non si commettesse : r innocenza, la buona fama, la virtù, 
la: ricchezza eran colpa ; ed ogni lieve colpa era coir la 



f 



DE* PRINCIPATI 63 

morte puoìta. A si atroce tirannide i Fiorentini non erano 
avvezzi; e però si cominciarono ad ordire congiure da 
vaij cittadini di tutti gli ordini , senza che i' uno sapesse 
dell'altro. Della principale di quelle congiure il duca 
D ebbe contezza, e avvegnaché rimanesse alquanto sgo- 
mentalo dal numero e dalla qualità de congiurati , non- 
dimeno, risoluto di fion cedere, apparecchiavasi a ga- 
stigare come solea. Ma allorché questo sì divulgò, tutti 
quelli che aveano congiurato contro di lui , ed erano 
moltissimi , si credettero spacciati , onde rimosso ogni 
indugio , levarono il rumore , e tutto il popolo si sollevò 
al grido di « Morte al duca I Popolo e Libertà I » Fu- 
rono di un subito asserragliate le vie, rotte le pri- 
gioni delle stinche ; il palazzo del podestà fu preso e sac- 
cheggiato, quello del duca assediato. Da Siena, da san 
Miniato e da altri luoghi vennero numerosi aiuti a' Fio- 
rentini , i quali obbligarono il duca a consegnare nelle 
loro mani i ministri più abbominati della sua tirannide, 
che a furia di popolo furono fatti a brani. Da ultimo, 
dopo otto giorni di assedio , i Fiorentini consentirono che 
il duca se ne potesse uscire , salva la vita e la roba 
sua e de' suoi ; e cosi si parti maledetto da tutti ed ese- 
crato ; e fu fatto decreto , che per Y avvenire il di 26 
di luglio , anniversario di quella gloriosa sollevazione , 
fosse feriato religioso e civile; il che si osserva anco 
oggidì. 

Cosi Firenze recuperò la sua libertà; ma la perde 
nel medesimo tempo Pistoia, Arezzo, Volterra, Colle e 
san Geminiano , le quali , colla queir occasione , le si ri- 
bellarono. A queste disavventure si aggiunsero i mali 
delle interne discordie , perciocché i nobili , si per la ra- 
gione della cittadinanza comune, come pel merito di aver 
cooperato al riacquisto della libertà^ pretendevano d'en- 



64 STORIA d' ITALIA 

trare a parte degli ooori e ufficj della citlà, e alcuno di 
loro fa anco ammesso nel numero de' priori; ma il po- 
polo , che la guardia della libertà ooo Tolea in mano dì 
chi avea più ragioni per tradirla e meno per difenderla , 
e ohe avea veduto in quale ordine dello stato trovò dap- 
principio il duca di Atene i più validi soccorsi, levò un 
di il rumore , e cacciò i priori nittiili. Sdegnati per ciò 
i nobili si apparecchiavano anch* essi ad adoprare le armi; 
ma nata una universale sollevazione , dopo fiera battaglia 
per le vie di Firenze combattuta , alcune delle più ricche 
e potenti famìglie, e specialmente quelle de' Bardi e 
de' Frescobaidì , furono vinte , é le loro case saccheggiate 
e disfatte. Quetato il rumore, Firenze fu ridotta a go- 
verno popalare, anzi a governo di popolo minuto. 



X. 



WLU LOIBARDIA UNO ALU VINUTA DRLL' MKaATORB 

CARLO IV. 



Alla morte di Luchino Visconti , gli succedette nel 
principato il suo fratello e collega Giovanni , non ostante 
che Luchino lasciasse un figliuolo , al quale nocque fórse 
la tenera età, ed il sospetto di esser nato d* adulterio: e 
fu allora dal consiglio generale fatto un decreto del te- 
nore seguente: « Che il magnifico ed eccelso signor Gio- 
vanni, figliuolo del fu signor Matteo de Visconti, di buona 
memoria, e dopo la morte del detto signor Giovanni, 



de' PRinciPATi 65 

Dello stesso modo , qualonqae altro maschio disceodeote 
per lìnea mascolina e di legittimo matrimonio del pre- 
fato signor Matteo de Visconti, sia e sieno a perpe- 
tuiti vero e legittimo e naturale padrone, e veri e le- 
gittimi e naturali padroni della città e di tutto il distretto 
e della diocesi e della giurisdizione di Milano ». Gio- 
vanni , che alla fine era riescito a farsi riconoscere per 
arcivescovo di Milano da papa Clemente, e che fu il 
secondo di quel casato che le due podestà riunisse ed 
esercitasse, cominciò il suo regno col richiamare dall'esi- 
lio i nipoti , e con ridare la libertà a Lodrisio Visconti , 
il quale dalla rotta di Parabiago languiva in carcere. 
Egli non solamente tenne sotto alla sua ubbidienza 
Milano, Lodi, Piacenza, Boi^go San Donnino, Parma, 
Crema , Brescia , Bergamo , Como , Novara , Vercelli , 
Alessandria , Tortona , Alba e tutte le altre terre e 
castella dal fratello ereditate; ma seppe anco ingran- 
dirsi con r acquisto d' Asti e di Cremona , e con quel- 
lo molto più considerevole di Bologna, nel modo che 
dirò. 

Era questa città strettamente assediata dalle genti 
del papa , quando i popoli , che vi avevano signoria , 
disperando di difenderla , la venderono , per fiorini d* oro 
dugentomila , air arcivescovo Giovanni , il quale , sotto 
pretesto di aiuto , mandò in Bologna Galeazzo e Bernabò 
suoi nipoti , con molta gente d' arme , e palesato il trat- 
tato , vi si fece proclamare signore , gridando invano i 
Bolognesi: « Noi non voiemo essere venzà ». Il papa 
Te ogni sforzo per toglier di mano al Visconti quella 
ricca preda, e non potè; scomunicò l'arcivescovo e i 
(re suoi nipoti, e pose 1* interdetto su tutte le città da 
Giovanni possedute, ma non per questo riebbe la con- 

LA Farina, T. Vii. 9 



66 STOBU D^ITALU 

Ifa&tata città. « U peoiefice^ scrive il Corìo, sdegnato 
contro dì kiì , li deslioò ud legito , il quale con somma 
hwianilk dal presule fu ricevuto. Duoppo li expuose per 
parte del summo sacerdote die a Santa Chiesia volesse 
reslttnire Bologna, e die anche dil suo dominio una 
cosa facesse, o che il spirituale o che il temporale solo 
administcasse. La ^al cosa intendeodo Giovanne , rispuose 
che la proxima domenica nel magiore tempio de Milano 
li darebbe conveniente risposta ; dove il depotato giorno 
convenendosi ogniuno, Giovanne con grande soleonitate 
celebrò la messa, la quale essendo finita, in cospecto dil 
pofiok), il legato, secondo F ordine dato, un'altra volta 
rcflicQ r ambasciata dil pontefice ^ onde dappoi il magna- 
nimo arcivescovo' evaginò una lucente spada , quale ha- 
vea a lato., e de la mano sinistra pigliò una croce, di- 
cendo: « Questo è il mio spirituale, e la spada vo- 
glio ohe sia il temporale per la difesa di tutto il mio 
inqicrio; e non con altra riqiosta il legato tornando 
al pontefice referl quanto da lo arcnrescovo Giovanne 
haveva havuto ». Ma da ultimo, vedendo l'arcivescovo, 
che il legalo apostolico stava procurando una lega ge- 
nerale contro di lui, per togliersi ogni molestia, dette 
al papa centomila fiorini d* oro , si obbligò a pagar- 
gli un censo annuo di fiorini dodicimila, e 61 subito 
sciolto dalla scomunica, ed ebbe titolo di vicario pon- 
tificio. 

Diventato signore di Bologna ed avendo promesso al 
papa che non metterebbe mano nelle altre cittii di Roma^ 
gna, l'arcivescovo Giovanni volse i suoi cupidi sguardi 
verso la Toscana , e fatta lega con le cittii di parte ghi- 
bellipa , mandò contro a Fioreotini oste poderosa capita- 
nata da Giovanni Visconti da Oleggio suo figliuolo ha* 



DE PRUfCIPATl 67 

slardo. QuesU aésediò il castello di Scarperia ; ma i Fio- 
reDiiiii s) gagliardameale lo difesero, oh' e dovette ritrarf t, 
e per intromismoDe de* Pisani una pace fu ferÉsala addi 34 
dì marzo dell' anno 1353. 

Più fortunato fu 1* arcivescovo nella sua impresa di 
Genova , percioccfaè questa ragguardevole ctUà , mollo ii>- 
debolìla per le lunghe guerre con Venezia , assediala dalla 
sua potente rivale e angustiata dalla fame, accettò la sua 
signoria , e ricevette come governatore in suo nome Gu- 
glielmo Pallavicini. Giovanni liberò Genova da'Veneziani, 
e fiitto allestire un poderoso naviglio, sul quale per la 
prima volta comparve sul mare la bandiera deUa biscia , 
arse Parenao neir Islria, e die una fiera rotta alle navi 
venete sidle coste della Grecia. Per i qaaU fatti destatasi 
grande apprennoDe ne' prìncipi e nelle città italiane, si 
strìnsero tutti i& lega con Venezia contra al Visconti ^ ed 
esortarono a scendere in Italia Carlo IV, il quale, av- 
vegnaché da otto anni avesse titolo di re de' Romani, 
per le brighe che gli avean'date le parli M Bavero e 
di Odoardo re d' Inghilterra , che alcuni eletlori , dopo 
la morte di Lodovico, aveaolo chiamato alF impero, non 
avea avolo possibiUtii d'ingerirsi nelle cose iteKane, né 
alcuna autorità al di qua delle Alpi avea esercitata. L*ar- 
civescovo si affrettò allora ad aprire delle pratiche di 
pace co' suoi nemici , e mandò come suo oratore a*Vene- 
ziani Francesco Petrarca, il quale in quel tempo vivea 
nella corte de* Visconti e v' era onoratissimo ; ma né l'astu- 
zia del principe, né l'ingegno, eloquenza e fama gran- 
dissima dell'ambasciatore ebbero in Venezia tanta efficacia 
da dissuadere la guerra, e stabilire un ragionevole ac- 
cordo. Perloché l'arcivescovo si rivolse dall'altra parte, 
e con amorevoli e cortesi ambascerie , in una delle quali 



68 STORIA d' ITALIA 

fu adoprato lìstesso Petrarca, s'ingégoò di ritardare la 
venuta di Carlo , il quale dopo molte esitaziooi e molti 
indugi , deliberò alla fine di passare le Alpi. Ed in quel 
tempo appunto , eh* era l' anno \ 354 , 1* arcivescovo maacò 
di vita , di che molto si rallegrarono i Veneziani , gli 
Estensi , i Gonzagbi , gli Scaligeri , i Carraresi e gli al- 
tri tutti della lega , come quelli che credeano oramai più 
facile r abbassamento della casa Visconti, della cui po- 
tenza tanta ragione di temere aveano. Ma e rimasero in- 
gannati, imperocché i nipoti di Giovanni, c\oh Matteo, 
Bernabò e Galeazzo, ben tosto dimostrarono, che non 
solamente il principato , ma anco T astuzia , \ intrepidìtà 
e r avidità di dominazione aveano dallo zio ereditato. 
Fu r arcivescovo Giovanni di tanto nome e magnificenza , 
che non per la sola Italia, ma anco oltramonti e oltra- 
mari era nominato e ammirato. Qualunque signore o le- 
gato che a lui venisse era con regia liberatiti ricevuto 
ed onorato. Crudele non fu ; ma da smodata voglia d* im- 
pero era agitato. L'amicizia del Petrarca come un insi- 
gne favore ricercò ed ottenne : rese solenne testimonianza 
di venerazione al nome di Dante , deputando due teologi, 
due filosofi e due artisti a commentare la Divina Com- 
media. 



de' principati 69 



XI. 



DRLU VENUTA DI CARLO IV IN ITALIA. 



Nel novembre dell' anno 1354 giunse a Mantova 
Carlo IV re di Boemia e de Romani, qnivi si soffermò, 
e parea non ben risoluto a qual parte accostarsi , quando a 
lai si presentarono , con magnifici regali , ambasciatori 
de fratelli Visconti, pregandolo non volesse essere ostile 
ad una casa per antica amistà e devozione congiunta al- 
l' impero: venisse a Milano, e vi sarebbe ricevuto con 
gli onori dovuti alla sua dignitii , e quivi cingesse la co- 
rona dì ferro , come i suoi predecessori aveano usato di 
fare. Gli offrivano inoltre i Visconti centocinquantamila 
fiorini doro, per il vicariato, ed altri cinquantamila ed 
una buona scorta, per le spese e la sicurezza del suo 
viaggio a Roma. Carlo rimase soddisfattissimo di quella 
offerta e procurata una tregua , andò a Milano , lasciando 
delusi e corrucciati quei della lega, che con molto loro 
dispendio lo avean fatto venire in Italia, per onore e 
vantaggio dei loro comuni nemici. Giunto a Milano, i 
fratelli Visconti gli fecero vedere tante migliaia di cava- 
lieri e di fanti , che in parte aveano , e in parte finsero 
di avere al loro soldo, facendo fare varie mostre alle 
medesime truppe , eh' egli fu lieto di non aver preso briga 
con loro, e di avere ottenuto T amicizia, anziché la ni- 
mistii di signori cosi ricchi e potenti. 

Nella festa dell' epifania dell'anno (355 prese Carlo 



70 STORIA D ITALIA 

la corona ferrea dalle maoi di Roberto arcivescovo di 
Milano nella chiesa di Sant'Ambrogio; e di là si partì 
e andò a Pisa, dove, profittando della discordia che in- 
fieriva in quella città per le parti de Gambacorti e de'Ra- 
spanti, si fece eleggere signore. I Fiorentini ed i Sanesi 
gli mandarono loro ambasciatori; ma i primi gli parla- 
vano come uomini liberi e bramosi di mantenere la pro- 
pria libertà, mentre gli altri gli offrivano la signoria, 
gelosi deir autorità che su tutta Toscana il comune di 
Firenze pretendee di esercitare ; e V esémpio di Siena fu 
bentosto seguito da Sanmiaiato e da VoUerra. Allora i 
Fiorentini giudicarono partito prudente accordarsi eoo 
Carlo, e fu stabilito: che le leggi e gli statuti fatti o 
die per innanzi si facessero dal comune di Firenze, in 
quanto al diritto comune nominatamente non repugnas* 
sero, si dovessero per suoi privilegi confermare; che il 
gonfaloniere , i priori e la signoria di Firenze fossero 
per sempre vicarj dell' impero , e gli imperiali diritti eser- 
citassero; che il re non entrasse in Firenze e in nes- 
suna terra murata del dominio fiorentino; che i FioreiH 
tini pagassero al re centomila fiorini d'oro, e per T av- 
venire, durante sua vita , quattromila fiorini tutti gli anni. 
Concluso questo trattato, il quale niente dava all'impe- 
ratore al di là di quella nominale sovranità ricfNM)eciota 
nel diritto pubblico di quel tempo, Carlo IV andò a 
Siena, dove elesse per vicario l'arcivescovo di Aquileia 
suo fratello naturale, e riformò lo statuto per soddi- 
sfare ad una sollevazione popolare , dalla quale la parte 
dominante era stata vinta e cacciata dalle classi escluie 
da' pubblici ufficj. Da ultimo, ricevuto il giuramento di 
fedeltà dagli Aretini , e messo un sdo vicario in Monte- 
pulciano j si parti per Roma , colla regina Anna sua mo- 



DE PRINCIPATI 7i 

glie, la quale lo avea raggiuDto io Toscana con qual- 
(romìla cavalieri alemaoni. 

Ricevuto da' Romani onorevolmente^ egli e la sua 
consorte furono incoronati addi 5 di aprile, solennità 
della pasqua di resurrezione, nella basilica Vaticana, 
dal cardinale Pietro di Reltrando vescovo d'Ostia, a ciò 
dal papa deputato ; e nei medesimo giorno ( che cosi 
era ne' patti col pontefice stabilito ) il nuovo imperatore 
lasciò Roma , e si mise in viaggio alla volta di Toscana, 
con gran dispiacere e rincrescimento di quegli Italiani, 
che anco questa volili aveauo sperato vanamente la ri* 
staurazione del romano impero. Carlo tornò a Siena, e 
mutò e 8conturl>ò più che per lo innanzi lo stato di quei 
comune, col favore del popolo minuto, ohe lusÀngavasi 
uè avrebbe grandissimo vantaggio, aia che trovandosi 
ingannato e tradito dall' imperatore , non pria questi usci 
dalla città , si sollevò contro al patriarca di Aquileia , e 
parte dell* autorità gli tolse , e poco di poi lo cacciò , 
rimanendo il reggimento del comune in mano delie arti. 

L' imperatore attendeva più a far danaro che a 
guarire le piaghe dell'Italia; e perchè i Lucchesi allora 
sottoposti a' Pisani j gli offrirono gran somma d* oro, 
e promise li reinlegi*erel>be nella loro libertà. Risaputosi 
in Pisa questo trattato, ne nacque una grande solleva- 
zione ; della quale furono creduti autori pi^ncppali i Gam- 
bacorti , alle cui case convenivano il maggior numero 
de nobili e dei ricchi popolani; e di questa congiun- 
lura si prevalsero i Raspanti loro avversar] per aln 
batterli e disfarli. Fu quindi fiero combattimento fra la 
gente dell* imperatore ed il popolo , ed essendo il popolo 
slato vinto , Carlo fece mozzare il capo a tre de' Gamba- 
corti e ad altri della loro parte. In quella occasione Fran- 



72 STORIA D ITALIA 

Cesco degli lotermioelli , non che Arrigo e Valeraoo fi- 
gliuoli di Gastcnccio erano stati banditi da Pisa; per lo 
che i nipoti adirali contra allo zio , che diceano cagione 
della loro sventura, a tradimento lo ammazzarono. In 
quei turbamenti il popolo di Lucca tentò liberarsi dal 
giogo de' Pisani ; e giacche V imperatore , fattosi dare il 
castello delPAgosta, vi avea messo presidio di suoi Ale- 
manni , altro non restava che cacciare dalla cittì i sol- 
dati pisani. Adunque nel dì 22 di maggio , fatte entrare 
in Lucca molte masnade di contadini , levarono il rumore 
e presero le armi ; ma i Pisani , afforzatisi in certe case , 
diedero tempo al comune di Pisa di spedire coli un grande 
sforzo di gente, che non solamente si mantenne in pos- 
sesso della città , ma anco costrinse gli Alemanni a con- 
segnar loro il castello. 

L' imperatore , veggendosi , per quanto era accaduto, 
mal sicuro in Pisa, oltraggiato da Sanesi e odiato daFio- 
rentini, e da tutti spregiato, si ritirò a Pietrasanta con 
gran sospetto; e dopo essersi quivi più giorni soffermato, 
passò per gli stati dei fratelli Visconti ; ma senza che 
fosse lasciato entrare in alcuna cittì, fuorché in Cremona, 
dove fu ammesso coli' accompagnamento di poca gente e 
disarmata ; e quindi se ne tornò in Boemia , carco d'oro, 
di maledizioni e di vergogna, non avendo servito la sua 
dimora in ItaKa , che a cancellare gli ultimi vestigi di 
quel credito e di quella venerazione, tenutivi altra volta 
dalla imperiale podestà. 



de' principati 73 



XII. 



DI BKRNABO' B DI GAIRAZZO VISCONTI. 



1 dominj de Visconti erano io quel tempo divisi nei 
tre fratelli, governando ciascuno una parte delle città e 
terre, che alla loro casa ubbidivano, quando Matteo, 
volendo la realtà più che il nome della signoria di Bo- 
logna , dove esercitava un quasi assoluto principato Gio- 
vannni Visconti da Oleggio suo parente , cominciò a cer- 
car modo di abbassarlo. Ma Giovanni , accortosi del pe- 
ricolo , si studiò di procurarsi partigiani , e trovati molti 
fautori fra quei cittadini , che riputavano danno e vergo- 
gna sottostare a Milano, cacciò da Bologna gli ufficiali 
di Matteo, e si attribuì T indipendente signoria del co- 
mune. Allora Matteo mandò sue genti contro a- Giovanni 
ma furono rotte e sconfitte, e poco di poi il detto 
Matteo subitamente mori. La quale morte fu da al- 
cuni attribuita a' suoi vizi e alla sua vita licenziosissima : 
altri affermavano averlo fatto morire i fratelli suoi per 
prevenire una sollevazione che contro di lui apparecchia- 
vano i padri e mariti delle fanciulle e donne da lui vi- 
tuperate , onde scrisse il Villani , che i Visconti per non 
essere cacciati come i Tarquinj furono come Romolo fra- 
tricidi : né manca chi crede vera cagione di sua morte 
essere stata una sua imprudente parola, che fu questa: 
«Bella cosa essere il regnare, ma senza compagnia ». 

Morto Matteo , i suoi fratelli Bernabò e Galeazzo si 
spartirono Y eredità , si che il primo ebbe Lodi , Parma , 

LA Farina, T. VII. 10 



Ti STORIA D* ITALIA 

Bergamo, Brescia, CremoDa con molte terre e castella 
e le ragioDL sopra Bologoa; Galeazzo ebbe Como, No- 
vara , Vercelli , Alessandria , Piacenza , Bobbio, Tortona . 
Alba ed altre terre minori : il dominio di Genova rimase 
indiviso ; quello di Milano fu diviso a metà , come si fa 
fra* coeredi di un casamento o di un vasto podere. Ber- 
nabò, disperando dì togliere con la violenza Bologna a 
Giovanni da Oleggio , si rivolse agli inganni , e conce- 
dutagli la possessione di quella città sua vita durante, 
ritenne per sa il supremo dominio, una rendita annua 
ed il diritto di eleggere il podestà. Cosi introdotto nel- 
r amministrazione del comune un uomo tutto a se devoto 
ed ubbidiente , cominciò ad ordire una congiura per torre 
a Giovanni , non che Io stato , la vita ; ma la congiura 
non. tardò ad essere scoperta, ed allora Giovanni, fatto 
mozzare il capo al podestà e ad Arrigo figliuolo di Ca- 
struccio, amico operoso di Bernabò, si uni in lega con 
gli Estensi, i Gonzaga, gli Scaligeri e con quei da Car- 
rara , non che coli* imperatore Carlo IV , il quale voleva 
vendicarsi del modo ingiurioso con cui i Visconti lo ave- 
vano accolto nel suo ritorno da Roma. 

Cominciata la guerra, i Gonzaga cacciaro le genti 
de* Visconti da Reggio; il marchese di Monferrato, che 
r imperatore nominò suo vicario nella Lombardia , unito 
co' Pavesi , occupò Asti : Alba ed altre città si ribellarono ; 
ed i Visconti toccarono una terribile sconfitta da* Pavesi, 
che le predicazioni di fra Jacopo Bussolario dell'ordine 
di santo Agostino aveano infiammati d'amore di libertà. 
Ma le discordie, che nacquero allora ne' capi della lega, 
per le quali il marchese di Monferrato si parti, e per 
conto proprio sorprese e occupò la città di Novara , e la 
ferocia della compagnia mercenaria del conte Landò , con- 
dottiero che militava contro a Visconti , deUero a questi 



DE*PRINaPATI 75 

tempo da rifare F esercito a favore della parte del popolo , 
si che poterono venire nuovameote a giornata presso Cor- 
sorate , dove riportarono una segnalata vittoria , e tutti 
i capitani della lega , eccetto il conte Landò , rimasero 
prigionieri. Dette, ciò non ostante, nuovo vigore alla 
lega la sollevazione di Genova, per frenare la quale i 
fratelli Visconti mandarono Simonino Boccanegra, che 
negli anni addietro era stato doge di quella città-, ed or 
viveasi come in ostaggio a Milano; ma il Boccanegra giunto 
a Genova, fece tutto il contrario di quanto avea pro- 
messo , e , unitosi co* popolari , fu proclamato doge , 
addi 45 di novembre del 4356, e riformò lo stato, con la 
esclusione de nobili da' pubblici uflBcj. Genova entrò allora 
Della lega, alla quale aderì anco il cardinale legato Egi- 
dio d'Albernoz, e la guerra continuò sfavorevole a Vi- 
sconti sino al mese di giugno dell' anno cinquantotto, 
quando per intromissione de' Veneziani e dello impera- 
tore fu conclusa una pace, a patto che ciascuno ripi- 
gliasse i suoi antichi possessi, meno Asti e Novi, che 
furono date al marchese di Monferrato. Essendo poi nato 
nel settembre un figliuolo a Bernabò Visconti , vollero te- 
nerlo al fonte battesimale Aldobrandino marchese d' Este, 
Ugolino Gonzaga e Giovanni da Oleggio. V* andarono in 
persona i due primi coir accompagnamento del fiore della 
nobiltà ; ma Giovanni , che sapea per esperienza di che 
fossero capaci i suoi parenti , vi mandò un suo nipote. 
Ricchi regali, secondo allora usava, fecero questi signori 
a Regina della Scala moglie di Bernabò e al suo figliuolo 
Lodovico : V Estense donò una coppa d' oro piena di perle, 
anella e pietre preziose del valore di diecimila fiorini 
d* oro ; il Gonzaga , sei coppe d' argento dorato ed unal- 
tra grande con piede di cristallo ; Y Oleggio , molte pezze 
di broccato d*oro e gran quantità di zibellini. Furono 



76 STORU d'italia 

anco celebrale io Milano le nozze dì Gallerina Ggliuola 
che fu di Matteo Visconti ^ con Ugolino da Gonzaga , e 
si fecero in questa occasione bellissime giostre e tornea- 
menti. Ma Feltrino da Gonzaga , insospettito che il ni- 
pote Ugolino con questo parentato lo volesse escludere 
dal dominio di Mantova , prima eh' egli ritornasse con la 
sposa ^ cavalrà a Reggio e prese ì intero possesso di quella 
città. Ugolino, venuto anch*egli a Mantova, occupò la 
signoria e ne escluse lo zio ; onde d' allora in poi fu ni- 
micizia fra di loro. 

Nella pace, della quale sopra è parola, non fu 
compresa Pavia , perciocché i Beccaria aveano fatto dare 
il titolo di signore di quella città al marchese di Mon- 
ferrato , riservandosi la realtà e 1* utile del potere. Ma il 
marchese, che del solo titolo non si contentava, trovò 
modo di rendersi favorevole fra Jacopo de' Bussolari , il 
quale predicando in prò* di libertà e contro alla domina- 
zione de* principi , aizzava gli animi del popolo contro ai 
Beccaria. Questi tentarono allora di farlo uccidere ; ma il 
popolo lo difese, e loro cacciò e le loro case disfece, 
predicando il frate che ciascun pavese dovesse tenere una 
pietra di quelle case sotto il SU9 capezzale a perpetua 
memoria de maleficj commessi da* Beccaria e della recu- 
perata libertà. Allora i Beccaria si unirono co* Visconti, 
che mandarono contro a quella città un esercito poderoso 
capitanato da Luchino del Verme; « ma il frate, come 
scrisse un contemporaneo , dal carroccio , nel quale spesso 
era portato ( e beato colui che poteva toccare quel car- 
roccio, coperto dì panni per di lui uso ! ) cominciò a pre- 
dicare e a gridare che gli uomini e le donne doveano 
evitare i lacci mondani, cioè le vesti lussuriose e son- 
tuose , gli argenti , le gemme preziose e gli adornamenti ... 
E per esecutore fece eleggere un ufficiale, che io vidi a 



DE* PRITVGIPATl 77 

tagliare le grandi maniche delle guarnaccie, conleste con 
lavoro frigio , ovvero ornate d' oro e d* argento , ed a 
tagliare le cinture se trovava in esse qualche cosa di 
prezzo ». Con i danari cosi e in altri modi raccolti il 
marchese di Monferrato condusse al servigio di Pavia la 
compagnia del conte Landò , con V aiuto della quale le 
genti del Visconti furono respinte. Se non che i detti 
Visconti offrirono piii grossa paga a queir anima venale 
del conte Landò ^ e questi , mutata parte , fece si che 
Pavia ^ dopo aver dato molte prove di valore e costanza , 
dovette arrendersi a Galeazzo, che entrato in città vi 
fece edificare una ben munita fortezza. Fra Jacopo, che 
pigliava cura degli altri non di se stesso, come solea 
dire nelle sue predicazioni , non chiese patti , né volle 
fuggire, e fu rinchiuso in un convento a Vercelli, dove 
rimase sinché visse. 

Poco tempo dopo Bernabò mandò Francesco d' Este 
suo capitano ad assalire Bologna , rompendo cosi la pace 
che Giovanni da Oleggio aveva io quel tempo fedelmente 
osservata. Giovanni , disperando di difendere quella città, 
deliberò venderla , e dopo di aver mercanteggiato con gli 
stessi Visconti e co' Fiorentini , la vendè al cardinale 
Egidio per una grossa somma di danaro , avendone anco 
in prezzo la città di Fermo come feudo della chiesa e il 
titolo di marchese. Non per questo Bernabò desistè dal- 
1* assedio di Bologna , per Io che il papa lo scomunicò , 
affermando , eh* egli proteggesse gli eretici ; che , fatto 
inginocchiare innanzi a sé l'arcivescovo di Milano, gli 
avesse detto : « Non sai , poltrone , eh' io son papa , im- 
peratore e signore in tutte le mie terre ? » che sugli 
ecclesiastici esercitasse giurisdizione, obbligandoli a pa- 
gare le pubbliche gravezze, facendoli incarcerare e pu- 
nire come tutti gli altri cittadini; che la collazione de'be- 



78 STORIA D* ITALIA 

neficj e F amministrazione dei beni ecclesiastici si arro- 
gasse. Nel medesimo tempo il papa condusse in Italia al 
suo soldo milizie ungheresi , le quali forzarono le genti 
del Visconti a ritrarsi; ma commisero scelleratezze orrì- 
bili , e non meno agli amici che a' nemici furono insop- 
portabile flagello. Allora Bernabò levò nuove tasse sulle 
chiese e sui conventi, e mandò il conte Landò in Ale- 
magna per coscrivere nuove bande di mercenarj^ co' quali 
ritentò la fortuna; ma avuta una terribile sconfitta, fu 
costretto di cedere Bologna al papa , correndo Tanno 136i. 
L' orgoglio di Bernabò non fu per questo abbassato 
o domato, e quando due abati benedettini nunzj d'Inno- 
cenzo IV , incontratolo sul ponte del Lambro , gli conse- 
gnavano delle lettere pontificie a lui spiacevoli , egli con 
voce ed atti minacciosi chiese loro se meglio amassero 
di mangiare o di bere. Gli abati, che temeano di es- 
sére gittati nel fiume , risposero tremanti non aver sete ; 
ed allora Bernabò disse loro che mangiassero adunque, 
e li costrinse a inghiottire le pergamene pontificie con i 
cordoncini di seta e le bolle di piombo che v'erano at- 
taccate. Il papa, pieno d'ira e d'indignazione, si fece 
capo di una nuova lega , e die' centomila fiorini d' oro 
alla Compagnia Bianca, banda di mercenaij inglesi, a 
patto che cessassero di devastare la Provenza e minac- 
ciare Avignone^ e venissero in Italia col marchese di 
Monferrato per combattere i Visconti. Ed e* vennero, e 
cominciarono con mettere a sangue, a fuoco e a sacco 
il Piemonte, portandovi non solo assassinamenti, rapine, 
incendj e ogni guisa di crudeltà, ma anco la peste che 
desolò mezza l'Italia. Ed in quel tempo, per la morte 
di papa Innocenzo, i cardinali elessero uno de due nunzj, 
de' quali sopra è parola, cioè l'abate Guglielmo di Gri- 
moaldo di san Vittore di Marsiglia, che si chiamò Ur- 



DE PRINCIPATI 79 

bano V, il quale rinnovò le sconouniche contro a Visconli, 
e die' maggior calore alla guerra. Seguirono combatti- 
menti, assedj, assalti, espugnazioni^ saccheggi, incendj, 
sinché intromessisi l'imperatore ed i re di Francia e 
d* Ungheria , addi 5 di marzo del i 364 , fu conclusa una 
pace , per la quale Bernabò rinunziò ad ogni pretesa so- 
pra Bologna, mediante la somma di cinquecento fiorini 
d* oro , che il papa si obbligò di pagargli. Galeazzo , che 
a?ea ottenuto per suo figlio Giangaleazzo la mano d* Isa- 
bella di Valois, pagando seicentomila fiorini d'oro al re 
di Francia, che ne avea molto di bisogno, conservò Pa- 
via, Alba e Novara; ma dovette renunzi are ad ogni ra- 
gione su Asti in favore del marchese di Monferrato. 

Liberatisi di questa guerra, i due fratelli Visconti 
peggiorarono il princitato, e cominciarono ad esercitare 
una tirannia cosi crudele e feroce, che delie somiglianti 
non V* era ricordo nelle storie ; è le sontuose feste della 
corte faceano strano contrasto con la desolazione dello 
stato , e lo sgomento e terrore de cittadini. Cosi quando 
oellanno sessantacinque Bernabò maritò Verde sua fi- 
gliuola a Leopoldo duca d'Austria, e quando Tanno di- 
poi la nuora di Galeazzo partori una figliuola , alla quale 
fu messo nome Valentina , le feste furono di si grande 
magnificenza e splendore , che maggiori non s eran viste 
nelle corti de* più possenti re ed imperatori di tutta la 
cristianità. 

Ma Urbano V non era pago di aver tolto Bologna 
a* Visconti , e volle formare contro di loro una nuova 
lega maggiore delle precedenti; e per questo egli venne 
in Italia. La delta lega, della quale fu capitano supremo 
il re d' Ungheria , componevasi della chiesa , dell' impera- 
tore , e di tutti i più considerevoli stati italiani , esclusi 
i Fiorentini e gli Scaligeri, ed avea per pretesto la dì- 



80 STORIA D* ITALIA 

struzìone delle compagnie di ventura forestiere , ohe Y Ita- 
lia infestavano. I Visconti, sospettando qual fosse il vero 
scopo di quella unione, chiesero di entrarvi, e nel loro 
sospetto confermatisi per gì indugi e le risposte vaghe 
e confuse de' collegati , si affrettarono a stringersi viepiù 
con gli Scaligeri e a ricercare V amicizia del duca di Ba- 
viera e del re d' Inghilterra ^ la quale amicizia vollero 
rendere più salda co' parentadi , sposando Marco figliuolo 
di Bernabò ad Isabella figlia del conte paladino Federigo, 
Stefano duca di Baviera fratello del detto Federigo a 
Taddea figliuola di Bernabò, e Violante figliuola di Ga- 
leazzo all'inglese Lionello duca di Clarenza. Galeazzo 
dette in dote alla Violante duegentomila fiorini doro, la 
città d*Alba e piò terre e castella, ed ebbe al suo ser- 
vigio la gran compagnia di ventura inglese capitanata da 
Giovanni Hawkwood , che divenne col tempo famosissimo 
in Italia col nome di Giovanni Augut o Aguto, come 
scriveano i Toscani. In quanto a Lionello non altro sap- 
piamo, che, giunto appena in Italia, si die cosi intem- 
peratamente a piaceri e alle lascivie^, che da indi a poco 
se ne mori. 

Stava frattanto Bernabò attento agli andamenti e ap- 
parecchi della lega, e non ignorava come l'imperatore 
sk disponesse a scendere in Italia con oste poderosa ; per 
lo che condotte al suo soldo numerose compagnie di 
Italiani, Alemanni, Ungheri, Inglesi e Borgognoni, de- 
liberò prevenire i nemici , anch* essi forniti di mercenarj 
forestieri , trovandosi nelle genti del papa gran copia di 
Francesi , Spagnuoli , Bretoni , e Provenzali , e menando 
seco r imperatore schière di Boemi , Schiavoni , Polacchi 
e di altre allora barbare nazioni. Ora Bernabò, unite le 
sue armi con quelle del fratello Galeazzo e dello Scali- 
gero , air improvviso portò la guerra sul Mantovano per 



DE PRINCIPATI 8i 

terra e per acqua ^ avendo fatto scendere giù per Po 
boon Donieró di galeoni armati. Entrò nel serraglio di 
Mantova da dae parti , mettendo il paese a sacco e fuoco ^ 
e quivi edificò una fortissima bastia ; mentre , dalla parte 
di Guastalla , di Borgoforte s' impadronia. Non tardò Nic- 
olò iJQarcbesé d'Este di mandare in soccorso de Gonza- 
ghi i suoi galeoni^ i quali ^ presso Borgoforte sul Po, 
dopa dieci ore di combattimento ^ furono vinti ^ e quelli 
che non poterono salvarsi colla fuga , rimasero preda del 
vincitore. 

Da indi a poco V inbperalore Carlo IV , con un eser- 
cito poderoso , accompagnato da* duchi di Sassonia, d'Au» 
stria, di Baviera^ da marchesi di Moravia e di Misoìa e 
da vaij altri signori e vescovi di Alemagoa , giungeva a 
Gonegliano, e quindi a Figheruolo sul Ferrarese, dove 
secolui si congiunsero le milizie della regina Giovanna, 
noo elle quelle della Chiesa , le quali governate erano dal 
cardinale Anglico vescovo d^ Albano e di papa Urbano 
fratelfo. Era comune opinione che sì copioso esercito fosse 
per abbattere con grande facilità la potenza de' Visconti; 
ma Carlo IV era prìncipe di debole consiglio ed incapace 
di capitanare una guerra di tanta considerazione. Egli as^ 
sediò OstigUa e non potè averla; assalì più volte la ba- 
stia edificata da Beroabè nel serraglio di Mantova , e non 
potè espugnarla; volle tagliare l'argine del Po per inon- 
dare la detta bastia , e quelli che la difendevano voltarono 
le quali addosso al suo campo , si che le sue genti do- 
vettero salvarsi fnggenda, e abbandonando buona parie 
del loro bagaglio. E dopo date queste prove di stia poca 
perizia e fortuna e d* avere smunto e dispogliato Mantova, 
città amica e fedele , licenziò T imperatore non poc^e delie 
sue milizie, e cóncie vinto si parti alla volta di Modena 
e di Toscana , non senza sospetto d^ essere stato corrotto 

La Farina, T. VII. 11 



8^ STORIA D ITAUA 

coD 1 oro de' ViscoDti. Allora cadde Y aDimo a quei della 
lega^ e addi 43 dì febbraio dell anno 4369 fu cooclosa 
una pace j eoo grande onore de' Visconti e gran vergogna 
decloro nemici. 

Ma nel medesimo tempo riaccendevasi la guerra fra 
Galeazzo e Giovanni marchese di Monferrato, e la ra- 
gione era questa : morto Lionello , figliuolo del re d' In- 
ghilterra e genero di Galeazzo, la ciltà di Alba e le al- 
tre terre e castella, date in dote alla moglie di Lionello, 
rimasero in potere di Odoardo il Dispensiere , che , non 
avendo denaro per difenderle, né volendole rendere al 
Visconti, le diede in pegno al marchese di Monferrato 
per ventiseimila fiorini d*oro; onde ne nacque guerra, 
che durò per qualche tempo con varia ed incerta fortuna. 
In quel mezzo Sarzana si sottomettea a Bernabò ; Perù- 
già e Sanminiato lo richiedevano di aiuto e protezione , 
r una contro al papa j Y altra contro a Fiorentini : ed egli 
andava di persona a Sarzana, agognando al dominio di 
Lucca , mentre mandava a danno del comune di Firenze 
la compagnia del Hawkwood o Aguto. Per lo che la lega 
risorse e tentò nuova guerra, e, senza notevole profitto 
fermò nuova pace. 

I Reggiani , stanchi dell' atrocissima tirannide di Fel- 
trino Gonzaga, implorarono in quei di la protezione di 
Niccolò d'Este, il quale accorse ali* invito ed occupò la 
città. Feltrino, ch'era chiuso in fortezza, venne a palli 
con r Estense e gli vendè la signorìa di Reggio, non 
che quella di Bagnuolo e di Novellaro per cinquantamila 
fiorini d' oro ; ma un Lucio di Landò , che come sua^ cu- 
gino dell istesso nome era capitano di una compagnia di 
Alemanni, trovandosi al servigio dell'Estense tradì il suo 
signore, e dopo aver fatto saccheggiare la città dalla sua 
gente, che non ebbe per sacri né gli ori e gli arredi 



DE* PRinCIPAtl 85 

delle chiese , nk Y onore delle douoe , la vendè per ven- 
ticinquemila fiorioi a Bernabò Visconti , che volse le sue 
armi contro Modena, mentre Galeazzo ringagliardiva la 
guerra nel Monferrato, e di varie terre e castella s'im- 
possessava. Ed ecco nuovamente in armi tutti gli stati 
deir Italia. Il papa rinnovava interdetti e scomuniche 
contro a' fratelli Visconti ; Y imperatore li privava del vi- 
cariato imperiale e li dichiarava decaduti d' ogni onore e 
dignità ; Amedeo duca di Savoia ricevea dall* imperatore 
il titolo di vicario , dal pontefice danari per assoldare 
milizie, radunare un numeroso esercito ed assalire Ga- 
leazzo, mentre un altro esercito capitanato dal cardinale 
di Bourges assalirebbe Bernabò. La guerra diventò fieris- 
ftiroa, e fu cagione di molti sollevamenti popolari, in 
uno detonali fu ammazzato Ambrogio Visconti figliuolo 
di Bernabò; il quale Bernabò mosse contro a* sollevati e 
la morte di lui atrocemente vendicò: e quando la fame, 
la peste, i saccheggi, le devastazioni, gli incendj, i 
crudelissimi supplizj, ebbero presso che desolata gran 
parte della Lombardia , i combattenti fermarono una tre- 
gua di un anno ; ne questa fu di alcun sollievo agli af- 
flitti e tribolati popoli, perciocché le compagnie merce- 
narie, rimaste senza paghe, si riunirono tutte sotto il 
comando delF inglese Aguto , e come torrente devastatore 
attraversarono il Modenese , la Toscana e parte della Ro- 
magna, rinnovando gli orrori delle barbariche invasioni. 
Or parve al papa che di tanta gente ferocissima 
fosse a lui utile cosa giovarsi per istendere la sua do- 
minazione sulla Toscana, ed apri pratiche di accordo 
con Giovanni Aguto; il che risaputosi fu cagione che i 
Fiorentini, i quali leneano in pregio la loro libertà, si 
affrettassero a stabilire una lega con le altre città toscane 
e con r istesso Bernabò , al quale molto sgradiva vendi- 



84 STORU D ITALIA 

carsi del papa e preodere ingerioieDto nelle cose di To- 
scana. E la detta lega fa cosi operosa e trovò cosi beo 
disposti i sadditi della Chiesa, i quali non poteano più 
sopportare V avara e cradele tirannide degli ufficiali pon- 
tificj 9 che in breve più di ottanta fra città , terre e ca- 
atella si ribellarono al papa y e ridussero quasi a nalla il 
suo dominio temporale. 

In questa lega non entrò Galeazzo Visconti , che 
anzi in nome suo e del suo figliuolo ed erede, Gianga*- 
leazzo conte di Virtù , concluse un trattato col papa , per 
lo quale riebbe Vercelli ed altre terre, pagando dugen*- 
tomila fiorini d* oro alla Chiesa. E fu quindi , per intro- 
missione del papa , fatta la pace fra Secondotto marchese 
di Monferrato e i due Visconti, cioè Galeazzo e Gian- 
galeazze , in seguito della quale il marchese sposò la 
Violante vedova delV inglese Lionello. Or accadde , che il 
na^rdiese, ritornando da Pavia, dove s'erano celebrate 
le nozze, trovò chiuse le porte della città d'Asti, ed i 
«cittadini contra di lui sollevati ; per Io che e si rivolse a 
Giangaleazzo suo cognato, il quale accorso. con sue genti, 
come per ricondurre qudla città ali ubbidienza del suo 
antico signore, T occupò, né piU volle renderla. Secon- 
dotto, che per natura era furioso e bestiale, dopo que- 
sto tradimento venne in tantira che per lievissiaia ca- 
gione ammazzava di sua mano chi avea la sfortuna di 
far cosa a lui sgradita; si che un di, non so per qual 
piccolo fallo, mise le mani addoHso a un fanciullo del 
ano seguito per istrozzarlo : allora un soldato alemanno , 
per salvare la vita del compagno , die* tal colpo di ^da 
sulla testa del marchese , eh* e* da li a quattro giorni' mi- 
seramente se ne mori. 

Tre mesi innanzi era anco morto il suocero soo 
Galeazzo Visconti , con grande allegrezza de* soggetti im- 



D£ PRUIGIPATl 85 

perocché fra tanti priDcìpi tristìssiini che quel secolo fu- 
nestarono , nessuno fu che in crudeltà lo sorpassasse , o 
eguagliasse. Egli , conse dicono gli antichi annali di Mi- 
lano , « ebbe in odio i laici scienziati , i cberici , i pre- 
lati e qualunque uomo virtuoso; e sempre sollevò gli 
idioti, i crudeli, gli abietti uomini, i micidiali e gli 
infami ». Nel principio del suo governo, profuse Galeazzo 
immensa moneta per comprare regi parentadi , per ador- 
nare la sua sede di Pavia con parchi, cacce, giardini, 
peschiere; dipoi, allorché vide i popoli ridotti alla mi- 
seria , le milizie mancanti di paghe e vaoto ì erario , fece 
impiccare i direttori delle sue fabbriche. Un dì condannò 
sessanta persone a morire , perchè erano stati un pò* lenti 
neir eseguire un suo comando; quindi fece loro grazia; 
ma accortosi che troppo sollecitamente il suo segretario 
la spediva, severamente lo gastigò. E senza scendere in 
altri particolari , basti dire eh' egli immaginò il modo 
di far morire un uomo in quaranta dì , alternando un dì 
di riposo con un dì di tormenti, e questi sempre nuovi 
e maggiori , stabilito per pubblico editto , sì che i carne- 
fici sapessero in qual dì dovessero levare al aiartoriato 
la pelle della pianta del piede e farlo camminare su' ceci , 
in quale cavargli un occhio, o mozzargli una mano, o 
evirarlo , o attenagliarlo , o da ultimo arruotarlo. Questo 
scellerato principe morì in Pavia addì A di agosto 
del 4378, dopo aver regnato ventiquattro anni, lasciando 
di sé memoria abbominata ed infame. 



86 STORIA D* ITALIA 



xin. 



DEL RITORNO DBLU SANTA SBDK A ROMA. 



Dopo lunga ed ostinata guerra Francesco degli Or- 
delaffi avea dovuto sottomettersi ai cardinale Egidio, il 
quale, lasciata a lui la signoria di Forlimpopoli e Ca- 
strocaro , s impossessa di Forlì , e ricondusse tutta la 
Romagna alla ubbidienza della Chiesa. (I che gli dette 
tanta riputazione e potenza , che i Romani , temendo di 
essere da luì assaliti , offrirono a papa Innocenzo IV la 
libera signoria della loro città, a patto che il cardinale 
non vi esercitasse alcuno ufficio o giurisdizione. Poco di 
poi mori papa Innocenzo, lasciando a' suoi parenti im- 
mense ricchezze da lui con ogni lecita ed illecita arte 
accumulate, e non accordandosi i cardinali ad eleggere 
alcuno del loro ordine , dettero le voci a queir abate Gu- 
glielmo di San Vittore di Marsiglia , del quale indietro è 
parola , che prese il nome di Urbano V. Questi , contro 
al parere di tutti i cardinali , per più facilmente promuo- 
vere e governare la lega stabilirà a danno de' Visconti , 
venne in Ilalia nell'anno 1367. Arrivalo a Genova fu 
accolto con grande allegrezza da quel popolo : più di mille 
persone , per fargli onore , si vestirono di bianco , come 
allora usavano ; ed egli co* parainenti pontificali , adde- 
strato dal doge e dal podestà, cavalcò per la città; ed 
imbarcatosi di nuovo, senza voler discendere nella ghi- 
bellina Pisa , giunse a Gorneto , d onde , unitosi col car- 
dinale Egidio Albornoz, andò a fermarsi a Viterbo. Non 



DEPRIHCIPATI 87 

UrdaroQO i RomaDÌ a mandargli una solenoe ambasciata 
eoo le chiavi della loro città ; ed egli accompagnato da 
Niccolò dEste marchese di Ferrara, il quale avea seco 
menato settecento uomini d'arme e dugento fanti riccaT 
mente vestiti, non che da Amedeo VI conte di Savoia :, 
da Malatesta Unghero signore di Riminì , da Rodolfo si- 
gnore di Camerino, da copiosa nobiltà degli stati della 
Chiesa e di Toscana, e dagli ambasciatori dell imperatore 
del re d* Ungheria, della regina Giovanna e d* altri prin- 
cipi e città d' Italia , giunse a Roma , e vi fu accolto con 
roagni6ci festeggiamenti dal clero e dal popolo; ma fu 
sventura per lui che appunto in quel tempo morisse il 
cardinale Egidio , col cui consiglio e braccio avea la 
Chiesa recuperato il temporale dominio. 

Il primo atto notevole del pontefice, dopo il suo 
ingresso nel Vaticano, fu di fare impiccare seicento pri- 
gionieri viscontini , de' quali gli fece dono la regina di 
Napoli ; di poi , fattosi baciare il piede dalla detta re- 
gina , venuta a Roma per fargli ossequio , e datale la 
rosa d*oro, se ne andò a villeggiare a MonteGascone , 
della buon aria e ottimo vino della quale moltissimo si 
compiaceva. Non. ritornò a Roma che per farsi addestrare 
dair imperatore Carlo IV , ed incoronar lui e la sua con- 
sorte nella basilica vaticana ^ e per ricevere la facile abiura 
di Giovanni poleologo imperatore de* Greci , il quale , mi- 
nacciato dalla sempre più crescente potenza de' Turchi, 
credette poter mercanteggiare la procedenza dello Spirito 
Santo con la conservazione del trono. Ma egli rimase in- 
gannato , imperocché Urbano altro non gli dette cjie be- 
nedizioni , riserbando ad altr uso i danari e le armi. 

Dopo tre anni di dimora in Italia, deliberò il pon- 
tefice di ritornarsene ad Avignone, allegando per prete- 
sto l obbligo suo di metter pace fra i re di Francia e 



88 STORIA D ITALIA 

d* loghilterra , che in quel tempo con accanito anioio si 
combattevano ; ma fu comune opinione , che a questa su- 
bita e inattesa risoluzione lo inducessero i cardinali^ i 
quali 5 avvezzi alle delizie e lascivie avignonesi, e alla 
vita dissoluta che si tenea in quella corte, odiavano il 
soggiorno d' Italia , dove non poteano spadroneggiare 
senza pericolo sulla roba e sulle donne de' cittadini , non 
tanto forse perchè vi fosse maggiore virtù, quanto per- 
chè V* era di certo maggiore libertà , e ninna venerazione 
de* preti e frati ^ di che ne fanno buona testimonianza ì 
novellieri di quel tempo. Che che ne sia , per quanto gli 
fosse detto contro , e predetta la morte e lo sdegno di 
Dio 5 il papa non lasciò rimuoversi dal suo proposito , e 
si parti con numeroso stuolo di galee fornitegli da* re di 
Francia e d* Aragona 5 dalla regina di Napoli , da Pisani 
e dai Provenzali; e giunto ad Avignone infermossi e 
morì addi 16 di dicembre dell'anno i370. Moiti credet- 
tero allora la sua morte giudizio di Dio in punizione 
della vedovanza nella quale e* lasciò la chiesa di Roma; 
ma ciò non ostante , perchè fu uno de* meno tristi papi 
che sedettero in Avignone, ebbe nome di santP, e si 
narrò la sua invocazione avere risuscitato de* morti, il 
che non è cosi sicuro come i vivi che per suo ordine 
morirono. 

Fu poi eletto sommo pontefice Pietro Ruggieri, fi-^ 
gliuolo del conte di Belforte e nipote di Clemente VI, 
eh* era cardinale di Santa Maria Nuova , e prese il nome 
di Gregorio XI. I <;ronisti del tempo lo dicono giovine 
di età , ma vecchio di costumi , dotto nelle leggi , ne'ca-^ 
noni e nella teologia, liberale e modesto. Nel prìscipio 
del suo pontificato, per odio alla crudele ed avara do- 
minazione de' suoi uflBciali , e per suggestione ed incita- 
mento de Fiorentini ^ quasi tutte le città , terre e castella 



de' principati 89 

degli slati della chiesa scossero il giogo de' preti ; ma dod 
tutte seguirono 1* esempio di Bologna ^ che cacciato igno- 
miniosamente il cardinale legato Guglielmo ^ ricominciò a 
reggersi a popolo ; e ^orli ricadde sotto la signoria degli 
OrdelaflB , gli Alidosi diventarono signori d* Imola , Ridolfo 
da Varano di Maòerata e Camerino 3 e Faenza fu quasi 
esterminata dalle bande ferocissime di Giovanni Aguto, 
chiamate a suo danno dal cardinale vescovo d* Ostia , che 
avea titolo di conte di Romagna. Fu allora che papa 
Gregorio pigliò la risoluzione di trasportare la corte apo- 
stolica al di qua delle Alpi, temendo se più indugiasse 
di perder tutto, imperocché Roma istessa si era di già 
sollevata, e gli avea disdetto quella più apparente che 
reale ubbidienza sino allora osservata. Assoldò adunque 
il papa^ un esercito di Bretoni si numeroso , che fu fama , 
certamente esagerata , contasse quattordicimila cavalli , del 
quale fece capitano Roberto cardinale de dodici apostoli , 
fratello del conte di Ginevra , tristissimo uomo , che zop- 
picava di un piede e più dell'anima. Costui, dichiarato 
legato apostolico, assali Bologna con le armi e co' se- 
greti maneggi , commettendo le sue genti nel Bolognese 
ogni maniera di crudeltà e di nefandezze , di che ne la- 
sciarono lagrimevole ricordo gli annali di quella città. I 
Fiorentini e Bernabò * Visconti non lasciarono di dare 
aiuti e soccorsi a Bolognesi; onde il papa nebbe sde- 
gno grandissimo , e non solamente sottopose Firenze al- 
l' interdetto e scomunicò i suoi magistrati ; ma anco diede 
facultk ad ognuno di fare schiavi i Fiorentini e di pre- 
dare le loro robe e mercanzie ; e perciò in Francia e in 
Inghilterra non pochi mercadanti fiorentini furono dispo- 
gliati e perseguitati , e tanti da* paesi forestieri ne fuggi- 
rono ed in Italia fecero ritorno , che si disse poteano for- 
mare una nuova città. I Genovesi e Pisani, che teme- 

La Farina, T. vii. 12 



90 STORIA D' ITALIA 

vaDo essere cacciali dalle città e terre del dominio fio- 
rentino , dove esercitavano la mercatura , non ubbidirono 
al comandamento del papa , e per questo furono anco le 
loro città sottoposte air interdetto , con grande scandalo 
de* buoni , che vedeano f almioate le censure ecclesiastiche 
contro a chi per servire al papa non volea diventare La- 
drone ed assassino. 

In quel mezzo il papa apparecchiavasi a venire in 
Italia, e fra quelli che a ciò fare lo confortavano, è 
degna di particolare ricordo santa Gatterina da Siena , la 
quale pretendeva d* essere stata solennemente sposata da 
Gesù Cristo , e d' avere ricevuto da lui T anello nuziale , 
il che attesta il suo confessore Pietro da Capua, il quale 
aggiunge di aver veduto co* suoi propri occhi la santa 
trasformata in uomo prendere il viso e la persona deU 
ristesso Gesù. Gatterina parlò al papa in nome di Dio; 
Brigida , altra santa nàta in Svezia e dimorante in Roma , 
scrisse al papa delle lettere, che un angelo le dettava, 
e parve che questi mezzi avessero maggiore efficacia in 
corte di Avignone delle dotte esortazioni del Petrarca: 
ma certo più che gli uni e le altre valse il desiderio di 
non perdere quella dominazione temporale, per ottenere 
la quale i precedenti pontefici aveano per tanto tempo 
fatte loro cure e negozi , non la santità della vita e V aii* 
mento della religione , ma eserciti , ma guerre , ma chia- 
mate di barbari , accumulazioni di tesoro , nuove arti , 
nuove insìdie per farsi principi , usando a questo fine 
le armi spirituali, vendendo a questo fine senza rispetto 
e vergogna , le cose sacre e le profane. 

Ed il papa si parti di Provenza, e toccata Genova 
giunse a Gorneto, dove vennero a lui gli ambasciatori 
romani, a conferirgli la piena ed assoluta signoria di 
Roma ) riservando , come solcano , la conservazione delle 



0£*PRINaFATÌ 91 

loro leggi e decloro magistrati. Grandi e soleoDiBsime 
furono le accoglienze e feste fatte da* Romani al pontefice; 
ma questa contentezza e letizia dovea aver poca dorata, 
perciocché Roma, ritenendo in nome il dominio della 
chiesa, intendeva reggersi da per se stessa, né renon-- 
ziare volea alla sua libertà, mentre il papa volea esser 
principe, e come principe disporre e ordinare, con somma 
maraviglia e indignazione del popolo , il quale avea chie- 
sto il suo vescovo , non un padrone , e credea già troppo 
averlo onorato quando davagli nome di signore, ed mia 
qualche autorità nel reggimento dei comune. Allora il 
papa si ritirò ad Anagni , ed apri pratiche di pace coFio- 
rentini; ma questi, che di lui diffidavano, niegarono di 
accordarsi , e per mezzo del loro danaro tolsero dal ser- 
▼igiodel papa Giovanni Acuto con la sua compagnia In- 
glese, assegnandogli fiorini dugento cinquantamila Tanno. 
Simili maneggi fece il papa, e Ridolfo Varano signore 
di Camerino segui lui, abbandonando la capìtania che 
aveva de' Fiorentini ; per lo che questi fecero dipingere la 
eflBgìe di Ridolfo impiccato pe predi , ed egli se ne ven- 
dicò focendo dipingere i signori otto, che allora gover- 
navMo Firenze 3 in più sconcia guisa in Camerino. 

Ma prima di questi fatti era in Cesena accaduto un 
molto più orribile caso, il quale diede gran discredito 
alle armi pontificie. Avea . quivi messa la sua residenza 
quel malvagio uomo de( cardinale Roberto, e tanto lui 
quanto i suoi Bretoni vi esercitavano crudelissima tiran- 
nia , quando una rissa di poca importanza fu occasione 
che attadini e Bretoai prendessero le armi , e che una 
terribite zuffa ne seguisse, nella quale più che trecento 
di quegli stranieri furono ammazzati^ Il cardinale , pieno 
di furore , si chiuse in fortezza! , e mandò per gli Inglesi 
dimoranti in Faenza , che tosto accorsero , ed ebbero da 



92 STORIA DITALU 

lui ordioe di mettere a ferro e a fooco la citili. Con du- 
geoto lance vi arrivò anco Alberico conte di Barbiano, 
eh* era al servigio della Chiesa. I cittadini non poterono 
lungamente reggere all'impeto di quei barbari^ i quali 
macellarono quanti vennero loro alle mani, senza ecce- 
zione di vecchi , di fanciulli , di donne e di religiosi : 
dalla loro avarizia non furono salve le chiese ; dalla loro 
sfrenata libidine niun monistero di sacre vergini andò 
esente : quando non aveano da far altro , ardevano. Quat- 
tro mila persone perirono di ferro o di fuoco: ottomila 
fuggitivi ripararono a Cervia e a Rimini spogliati di tutto : 
r Acuto mandò un migliaio di donne scortate sino a que* 
st* ultima città , ritenendo le più belle e adorne per farne 
regalo a soldati : e tutto questo in nome della Chiesa , 
sotto gli occhi del cardinale , e per la maggior gloria di 
Dio e de* santi apostoli Pietro e Paolo. 

Di poi il cardinale legato vendè la desolata città a 
Niccolò marchese d' Este ; ma Astorre de Manfredi , con 
gli aiuti di Bernabò Visconti ^ de' Fiorentini e de* Forlivesi, 
fu più sollecito ad occuparla, lasciando beffato il mar- 
chese, non cosi il cardinale, il quale ne avea ricavato 
quarantamila fiorini d' oro. I Bolognesi si accordarono in 
qael tempo col papa, ed obbligandosi di pagargli dieci- 
mila fiorini doro annui, ottennero facoltà di reggersi a 
comune per cinque anni. Ed ip quel tempo i frati mi- 
nori di Bolsena , per fare opera santa e meritoria , intro- 
dussero dal loro convento , eh* era presso alle mura , in 
quella città gli Inglesi , che , non sazi dello spoglio di 
Faenza e Cesena, la infelice Bolsena misero a sacco e 
a sangue , tagliando a pezzi forse cinquecento fra uomini 
e donne. Il papa, rimasto deluso delle grandi speranze 
che gli àvean fatte concepire i sollecitatori della sua ve- 
nuta in Italia, e vedendo tutti i dì scemare le proprie 



de' PRUfciPATi 93 

forze, si accorse che più giovevole gli sarebbe stala la 
pace che la guerra co* FioreDtini , e adoprò la mediazioDe 
del re di Francia per trattare un accordo^ Ebbero anco 
mano io queste oegoziazioui Bernabò Visconti e santa 
Catterina da Siena; e si tenne un congresso a Sarzana, 
dove mandarono loro oratori il papa , i Fiorentini, la re- 
gina Giovanna, i Veneziani ed i Genovesi. Lungamente 
e calorosamente si disputò, perciocché il papa preteu' 
deva esser rifatto di ottocentomila fiorini d' oro ^ spesi , 
come dicea , in quella guerra , per colpa dei Fiorentini ; 
mentre questi , affermando cagione della guerra i cattivi 
ministri del papa^ stavan saldi nel proposito di non vo- 
ler nulla pagare. Ed ecco , che durando quella dispu- 
tazione, giunger la nuova che il papa era morto; per 
lo che restò sospeso ogni trattato di pace, e gli oratori 
si partirono di Sarzana senza aver niente concluso. Gre- 
gorio XI era morto addi 27 di marzo deiranno 4378, e 
avvegnaché fosse già risoluto di ritornarsene ad Avignone, 
nondimeno pria di morire avea sottoscritto una bolla, la 
qoale ordinava fosse eletto in Roma il suo successore. 



XIV. 



DEL GRANDI SCISMA D'OCCIDBNTB. 



De' sedici cardinali, che trovavansi in Roma e che 
si riunirono in conclave alla morte di Gregorio XI , quat- 
tro soli erano italiani e gli altri francesi : i primi voleano 



94 STORIA D* ITALIA 

UD papa itaiìaDO , acciocché si fermasse in Italia la corte 
pontificia; gli altri, che bramavano ricondurla al dì là 
de' monti, ne yoleano un francese, e fra loro qaei di 
Limoges , eh' erano i più , particolarmente lo desideravano 
limosino. I Romani, non ostante la loro avversione per 
la signoria de' papi, volevano un papa che residesse a 
Róma , perchè meno i papi che gli oltramontani abbor- 
rivano, perchè sapeano la signoria del papa essere in 
quella loro città più nominale che effettiva, e perchè 
soprattutto la presenza del papa a Roma vi attirava io 
quel tempo copiosissime ricchezse* Mosso da queste con* 
siderazioni il popolo tumultuava attorno al conclave, grì*- 
dando : « Romano lo volemo , romano Io volemo • , ed 
aggiungeva parole d'improperio e di minaccia a' forestieri; 
per lo che i cardinali impauriti accordaronsi ad eleggere 
un pontefice che non fosse della parte italiana , oè della 
francese , e fu questi Bartolomeo di Frignano arcivescovo 
• di Bari , nato in Italia , ma di sangue francese , suddito 
della regina Giovanna e lungamente vissuto nella corte 
d'Avignone. Ma non si arrischiavano i cardinali a pub« 
blicare T eletto, per timore che, non essendo romano, 
prorompesse contro di loro lo sdegno del popolo , il 
quale, avendo saputo che l'elezione era seguita e pren- 
dendo sospetto dair indugio, più fieramente tumultuava. 
Ora accadde che venuto ad una finestra il vecchio car- 
dinale di san Pietro, Francesco Tebajdeschi romano, per 
racchetare quel tumulto, corse voce ch'egli era stato 
eletto; onde tutti cominciarono- a gridare: « Viva san 
Pietro » , e corsero alla casa del cardinale e saccheggia- 
ronla , con quella strana dimostrazione di letizia non in- 
teramente dismessa ne tempi nostri; ritornati quindi al 
conclave, e trovatolo ancor chiuso, ruppero le porte, 
entraron dentro, e si diedero a venerare il cardioale di 



DK FRIHCIPATI 95 

san Pietro, il quale noo dovette far poco a persuaderli 
deir errore. Frattanto alcuoi de' cardioali eràn fuggiti dal 
conclave, e s erao chiusi io Castel saot Angelo e nelle 
altre fortezze di Roma; ma rassicurati il giorno di poi 
dal sapere che 1* eletto piaceva a' Romani , ritornaroo tutti , 
e rinnovarono reiezione, ed il nuovo papa fu iotroniz-^ 
zato e da ultimo incoronalo col nome di Urbano VI. 

Urbano, nel di seguente alla incoronazione, die' il 
primo saggio di sua alterezza e poca prudenza , percioc- 
ché , cantato eh* ebbe il vespro , si rivolse a* cardioali e 
vescovi, che quivi erano, e cominciò pubblicamente a 
vituperarli, parlando della loro dissolutezza, avarizia e 
simonia, rimproverando loro i conviti e le lascivie onde 
scandalizzavano il mondo, dichiarando che obbligherebbe 
i vescovi a stare nelle loro chiese e creerebbe tanti car- 
dinali italiani che pareggiassero o anche superassero in 
numero i francesi. Di più non ci volle perchè i cardinali 
francesi concepissero disegni di scisma, e fatta fra di 
loro una congiura , 1* un dopo 1* altro , col pretesto del 
caldo, si partirono di Roma e si radunarono nella città 
(f Anagni , e cominciarono a maneggiarsi con Carlo V 
re di Francia per la elezione di un nuovo papa; al che 
molto disposto trovarono il re , perchè desiderosissimo di 
rtere un papa francese, il quale riconducesse ad Avignone 
la iU)rte pontificia. Alla regina Giovanna era slata di gra- 
dimento reiezione di un papa napolitano, ed ella avea 
mandato Ottone duc^ di Brunswich suo marito, con 
grande accompagnamento e ricchi donativi , per prestargli 
ubbidienza ; ma Urbano accolse scortesemente Ottone , non 
dissimulava voler metter mano sul regno per farvi prin- 
cipi i suoi nipoti , e dicono aggiungesse manderebbe la 
regina a filare nel monastero di Santa Chiara. Allora Gio- 
vanna si affrettò ad accordarsi co' cardinali francesi , e 



96 STORIA d'italia 

comiociò a dar favore a' loro disegni ; per lo che qaesti , 
montali in rigoglio , chiamarono alla loro guardia una 
compagnia di Bretoni, capitanata da Bernardo da Sala, 
per impedire il passaggio della quale i Romani si levarono 
in armi , ma furono sconfitti , con gran perdita di morti 
e prigionieri ; il che fu in Roma cagione di una terribile 
sollevazione contro agli oltramontani, massimamente fran- 
cesi , che furono dispogliati e incarcerati. Di^poi , addi 9 
di agosto del medesimo anno d378, i dodici cardinali 
eh* erano in Anagni, undici francesi e Pietro di Luna 
spagnuolo , dichiararono papa Urbano usurpatore della 
sede apostolica e scomunicato; e, ciò che parve più 
strano , i tre cardinali italiani , eh' erano Pietro Corsini , 
Simone da Borzano e Jacopo Orsino (essendo in quel 
tempo morto Francesco Tebaldescbi ) , si unirono a' Fran- 
cesi nella città di Fondi , e quivi tutti di accordo , addi 20 
di settembre elessero un altro papa , che fu quel cardinale 
Roberto , famoso per crudeltà , rammentato nel precedente 
capitolo, il quale prese il nome di Clemente VII. 

Papa Urbano , vedendosi abbandonare dal sacro col- 
legio , creò v^ntinove cardinali e tutti italiani ; ed ecco 
nato un terribile scisma. Tennero la parte di Clemente la 
Francia, Napoli, la Savoia, la Scozia e la Lorena; quella 
di Urbano r Inghilterra, l'Alemagna, la Boemia, T Un- 
gheria, la Polonia, il Portogallo e la più parte dell' Ita- 
lia: tutti gli ordini religiosi si divisero; tutti i dottori 
scrissero prò e contro ; tutte le università pubblicarono 
consultazioni e decreti : T un papa trattava l altro di usur- 
patore , scomunicato ed anticristo ; ed i popoli si scan- 
navano col doppio furore politico e religioso, per sapere 
quali di questi due malvagi sarebbe il vero vicario di 
Gesù Cristo. 



DE PRinCIPAXl 97 



XV. 



MI RBGKO DI NAPOLI SINO ALLJI MORTE 
DELLA REGINA GIOVANNA. 



La regina Giovanna era passata a quarte nozze con 
Ottone duca di Brunswik , stato per qualche teoìpo balio 
de' Ggliuoli del marchese Teodoro dì Monferrato , che al 
suo consiglio e valore li avea prinoa di morire racco- 
mandati; ed egli avea difeso gli stati di quei fanciulli 
dalla rapacità de' Visconti , con rara fedeltà pe' tristi tempi 
che correano. Giovanna avea quindi scelto in lui più un 
fedele capitano che un compagno, e nel contratto di 
matrimonio volle espressamente si dichiarasse avrebbe con 
lui comune il letto ^ ma non il trono. Erasi, come ho 
detto y la regina accordata co' cardinali scismatici e messa 
dalla parte dell'antipapa Clemente; però costui, a fine 
di confermarla in quella sua deliberazione , si recò a Na- 
poli, e vi fu da lei accolto colle maggiori dimostrazioni 
di ossequio e di onore; ma cosi non la intendeva il 
popolo napolitano , il quale ad un papa francese ne pre- 
feriva uno suo compatriotto , e Clemente come usurpatore 
e nemico di Dio riguardava. Fu perciò in Napoli una 
grande sollevazione , per la quale , spauritasi la regina , 
fece ritornare Clemente a Fondi ; d' onde egli , dappoiché 
vide quasi tutta Italia essergli contraria , si parti co' suoi 
cardinali e se ne andò a porre la sua residenza in Avi- 
gnone, scomunicando il suo competitore ed i cardinali 
da lui eletti. E siccome Urbano non meno le armi tem* 

La Farina, T. VII. 13 



98 &TORIA D ITALIA 

porali che le spirituali contro di lui e de suoi adoperava , 
anch' egli fece il simile , inviando que' soccorsi di gente 
e di danari che potè maggiori alla regina 3 al conte di 
Fondi e al prefetto da Vico, eh* erano suoi partigiani. 
Cominciarono allora i due papi a conferire i medesimi 
vescovadi e benefizi a diverse persone, il che era ca- 
gione di numerosissime guerre pubbliche e private per 
lutto il mondo cristiano ; ed i potenti , secondochè V in- 
teresse consigliava, parteggiavano per Tuno e per l'al- 
tro de pontefici, ed or per prezzo di moneta favori 
mutavan parte, e chi prima aveano difeso osteggiavano. 
Molti preti e vescovi aderenti ad Orbano furono presi, 
ammazzati annegati da* Glementini ; né diversi mezzi 
adopravano i loro avversar] contro a' partigiani dì Cle- 
mente: si che si videro le chiese e case religiose di- 
ventati campi di battaglia, e insanguinati gli altari, e 
gli ecclesiastici mutati in masnadieri trattare co* pensieri 
e con le mani sanguinose i sacrificj. 

Io Castel Sant'Angelo stavano chiusi e muniti sol- 
dati dell* antipapa ; ma i Romani assediarono e l'ebbero 
per fame, o per moneta; di che molto rallegrossi Ur- 
bano, il quale fece bandire la crociata contro Clemente 
e la regina Giovanna , e prese al suo soldo la compagnia 
di San Giorgio , la quale diede una fiera rotta a Bretoni 
ch'erano a servigi dell antipapa. Egli dichiarò anco la 
regina scismatica , eretica , rea di lesa maestà e decaduta 
d ogni dominio , e che i suoi beni fossero confiscati , 
ogni suo suddito dal giuramento di fedeltà disciolto. Ma 
i suoi principali maneggi furono con Lodovico re d* Un- 
gheria e di Polonia , profierendogli la corona di Napoli. 
Lodovico , per esser vecchio , • non volle accudire in per- 
sona a quell'acquisto, ma bensì, per odio che nudriva 
contro Giovanna^ e perchè desiderava allontanare dalla 



db' principati 99 

corte il suo nipote Carlo duca di Darazzo soprannominato 
della Pace, il quale alla sua morte avrebbe potuto con- 
trastare alle sue figliuole ( che figli non avea ) la succes- 
sione de regni d* Ungheria e di Polonia, condiscese che 
detto Carlo , muovesse alla volta di Napoli per scacciarne 
la regina. Ora papa Urbano, per condurre ad efietto 
questo disegno, vedendo che la pubblicazione della cro- 
ciata poco fruttava, cominciò ad escogitare tutti i modi 
e le arti possibili per radunar denaro: riservò a. sé le 
rendite di tutti i benefizj vacanti; vendè per ottantamila 
fiorini doro di beni delle chiese di Roma; convertì in 
monéta sino i vasi sacri , le croci ed i reliquiari , e diede 
facoltà a due cardinali d'impegnare ed alienare i beni 
mobili e immobili delle altre chiese , ancorché contradi- 
cessero i prelati, i capitoli e i titolari de beneficj. 

Però la regina Giovanna , per provvedere alla pro- 
pria difesa, adottò per suo figliuolo Lodovico duca di 
Aogiò , fratello di Carlo V re di Francia , e ciò fece con 
partecipazione e consentimento deir antipapa Clemente. Ma 
questa adozione a niente giovò , perciocché morto in quel 
tempo il re di Francia , Lodovico rimase tutore del pic- 
colo Carlo VI, e dovendosi occupare ne negozj di quel 
Vegno, non potè per allora venire in Italia. -^ 

Frattanto Carlo della Pace, attraversata la Toscana 
e smuntovi del danaro^ giungeva a Roma, dove papa 
Urbano non solamente gli diede T investitura del regno 
di Napoli, ma anco, addi 2 di giugno dell* anno 1381, 
di sua mano solennemente il coronò, obbligandosi il detto 
Carlo di conferire il principato di^Capua a Francesco 
Frignano nipote del pontefice, tostoché il regno avesse 
conquistato. Cosi egli ^ benedetto e fornito di danari , con 
esercito poderoso , senza incontrare valida resistenza , 
giunse presso Napoli , ed avuta per tradimento una delle 



^00 STORIA D ITALIA 

porte della città , in essa s iotrodasse. Ottone di Brun • 
swik , dopo aver fatto quella maggiore resistenza che potè , 
si ridusse ad Aversa , e la regina in Castel Naovo , dove 
rimase assediata; e trovandosi il detto castello sfornito 
di vettovaglie, fo obbligata di patteggiare, che se nel 
termine d* alquanti dì non venisse tal forza che la libe- 
rasse , ella si renderebbe al re Carlo. Ottone accorse con 
le sue genti per ritentare la fortuna , e si venne a gior- 
nata ; ma dopo fiero e sanguinoso combattimento , essendo 
stato egli ferito e preso prigioniero , ed essendo stato 
uccìso il giovine Giovanni marchese di Monferrato che 
con lui militava, T esercito si pose in rotta e fuga, e 
la regina rendè i castelli e se stessa in mano del vin- 
citore. 

Frattanto Lodovico duca d' Angiò , che a tempo non 
era potuto venire in Italia in soccorso della sua madre 
adottiva , radunato un esercito numeroso , passava le alpi 
ed entrava negli stati dei Visconti , dove si convenne che 
Bernabò dar^be in moglie Lucja sua figliuola ad un fi- 
gliuolo del duca, con dugentomila fiorini di dote, e lo 
aiuterebbe nella impresa del regno. Onorevoli accoglienze 
fecero a Lodovico i Bolognesi : Guido da Polenta signore 
di Ravenna si dichiarò in suo favore ; ma Forlì e Cesena, 
dov* era Alberico da Barbiano capitano del re Carlo , con 
trecento uomini darme, gli chiusero in viso le porte, e 
Galeotto Malatesla gli niegò le vettovaglie. Ciò non ostante 
r oste angioina passò oltre , facendo grandi guasti e ru* 
bamenti per la via , ed essendogli data la città d* Ancona, 
giunse a' confini del regno. Carlo avea dapprincipio trat- 
tata la regina Giovanna molto onorevolmente, sperando 
di farsi cedere non solo il regno, ma anco la Provenza; 
nondimeno tale era Y odio della regina cx)ntro di questo 
ladrone , com* ella solea chiamarlo , che non mai volle as- 



D£ PIUr^ClPATI 101 

sentire alle sue dimande; ed arrivale alcace galee pro- 
venzali 9 troppo tardi , io suo aiuto , ella fibse di cedere 
alle istanze di Carlo ; ma , come furono alla sua presenza 
condotti gli ufficiali delle dette galee, ordinò loro che 
altro signore non dovessero riconoscere che Lodovico 
di Angiò , e che per conto di lei solamente pensassero a 
pregar Dio per T anima sua. Allora Carlo la fece chiu- 
dere in dura prigione , e dipoi saputo V appressarsi del- 
l' Angioino, col consentimento del re d'Ungheria, la fece 
soffogare sotto un piumaccio , o come altri dicono stroz- 
zare^ e dipoi fece esporre il suo cadavere alla vista del 
popolo, affinchè ninno dubitasse di sua morte. Tal Gne 
ebbe, nel maggio del i382 la regina Giovanna, donna 
che in eminente grado congiunse del suo secolo i vizi e 
le virtù. 



XVI. 



CONTINIIAZIONB DELLE €OSB DI NAPOLI, B DBLLO SCISMA. 



Ma non per questo Carlo di Durazzo rimase pacifico 
possessore del regno, perciocché Lodovico d' Angiò, en- 
trato nell'Abruzzo, e messosi in possesso della ragguar- 
devole città deir Aquila , datagli da Ramondaccio Caldora 
vide dichiararsi per lui gran numero di baroni ^ ed aprir- 
gli le porte, senza alcuna resistenza, non poche città, 
terre e castella La guerra fu condotta dall una parte e 
dair altra con molta lentezza , il che spiaceva air animo 
impetuoso di Urbano, il quale deliberò di andare a Na- 



d02 STORIA d' ITALIA 

poli per sollecitare il re Carlo ^ e nel medesimo tempo 
iodorlo alla osservanza della fattagli promessa^ cioè di 
conferire il ducalo di Gapua ed Amalfi a Francesco Pri« 
gnano suo nipote, sopranominato Butillo, sapendo bene 
il pontefice come si dona più facilmente quando s e meno 
sicuri di conservare. A questa sua risoluzione si opposero 
una parte de' cardinali ; ma Urbano , che non volea con- 
sigli 3 né tollerava contradizioni , ordinò loro di raggiun- 
gerlo a Ferentino, ed essendosi eglino scusati allegando 
la loro povertà e la poca sicurezza delle strade infestate 
dalle genti dell'antipapa, T iroso pontefice, con solenne 
bolla , li minacciò di deposizione ^ se a suoi comanda- 
menti non ubbidissero. Quindi si parti, e neir ottobre 
deiranno i383 giunse a Napoli, dove dal re, dal clero 
e dal popolo con ogni guisa di onori e di ossequj fu ri- 
cevuto ; ma avvegnaché Carlo non trasandasse alcuna pub- 
blica dimostrazione di sua ubbidienza, nondimeno, come 
conoscitore della sua indole impetuosa ed eccessiva , Y in- 
duceva, ad albergare in Castel Nuovo e numerose guar- 
die gli assegnava sotto specie di sicurezza ed onore. Però 
il papa non tardò ad accorgersi d' essere in quel castello 
come in prigione, e tanto disse e fece che gli fu per- 
messo di passare air arcivescovado. 

Accadde in quel tempo, che il Butillo, uomo di 
perduti costumi , rapi dal nìonistero di santa Chiara una 
nobile monaca professa , e seco la tenne per alquanti giorni 
con pubblico scandalo. Gli fu per questo fatto processo 
di sacrilegio , e niegandosi egli di comparire in giudizio, 
fu condannato nel capo. Ma allora intervenne il papa , il 
quale non solamente scusava il nipote per la sua giovi- 
nezza , sebbene fosse in età di quaranf anni , ma anco 
gravi doglianze facea perchè per si lieve fallo si osasse 
inquirere contra a un suo nipote e a si grave pena con- 



D£ PRINCIPATI i03 

dannar io. Fu messo quindi da parte e il processo e la 
coodanpa , e Butillo , non che essere gastigato , ebbe il 
possesso del principato. Il papa concluse ancora il mari- 
taggio di due sue nipoti con due de^primarj baroni del 
regno, essendo ogni sua cura rivolta ad esaltare non so- 
lamente a ricchezze immoderate, ma a principati i suoi 
congiunti , senza alcun pensiero della religione, senza al- 
cun rispetto a giustizia e ad onestà. 

La guerra continuava frattanto senza alcun notevole 
risultato, perciocché re Carlo, che vedea T Angioino su- 
perarlo in numero di milizie, sfuggia di venire a gior- 
nata, tenea ben custoditi i luoghi forti, e lasciava che 
i suoi nemici, non potendo per lungo tempo tenere la 
campagna , da per loro stessi si disfacessero e consumas- 
sero. Così procederono le cose sino alF autunno del 1384, 
(juando Lodovico duca di Angiò, o per naturale infermità, 
per veleno che gli fosse dato , o per la peste che molla 
strage facea di sua gente ^ cessò di vivere a Bari. Anche 
Carlo si ammalò di peste; ma dopo perigliosa malattia 
recuperò la salute, e trovando che il papa si era partito 
(la Napoli, ed avea trasferito la sua corte a Nocera, 
città del suo nipote , dove parca si maneggiasse d' ingran- 
dir costui e farlo re , gli mandò a chiedere ragione di 
sua partenza, dicendogli che a Napoli ritornasse. La ri- 
sposta fu, ch'era debito de* re di andare appiedi del papa^ 
e non già del jpapa di recarsi dai re